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L’ARTE, UNO DEI TALETI PIU’ BELLI! IL MAESTRO FANTAUZZI UN TALENTO ARPINATE.

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Era da tanto che volevo visitare una delle mostre personali del Maestro Carlo Fantauzzi, che di talento per l’arte ne ha tanto, e ne ho avuto la possibilità facendo una passeggiata ad Arpino, uno dei suoi luoghi preferiti per esporre è fuori porta, nel luogo dove un tempo c’era una delle porte per entrare in città e la storia è visibile ad occhio nudo, entrando sono stata accolta da un’atmosfera quasi d’altri tempi, oltre che calda ed accogliente, grazie non solo al Maestro ma anche dalla moglie. Dei dipinti magnifici che denotano la passione per la pittura e soprattutto per tutto ciò che ci circonda, si possono inoltre notare tanti stati d’animo, come ad esempio per il dipinto dedicato al terremoto ad Amatrice, che si fa subito notare. Una sensibilità fuori dal comune quella che contraddistingue il Maestro.

Il Maestro Fantauzzi è nato il 4 Ottobre 1950 ad Arpino e dall’età di tre anni purtroppo, rimane sordo. In un certo senso trasforma la sofferenza nella bellezza delle sue opere iniziando la carriera dipingendo da autodidatta e già nel 1968 è a vendere le sue opere a Piazza Navona nella ”città eterna”. Dal 1970 inizia a partecipare a numerosi concorsi e rassegne, circa 500, dove si aggiudica molti premi e favori da parte del pubblico. Innumerevoli poi le mostre personali, tutte portate a termine con molto successo, dandogli così le soddisfazioni che merita. I suoi quadri sono in molte collezioni pubbliche e private sia in Italia che all’estero. Tra i molti premi ricevuti in Italia e all’estero ce ne sono alcuni del suo paese d’origine, quali: il Premio ”Medaglia d’Oro alla Carriera” nel 1998 e il Premio ”Medaglia d’oro per il quarantennale della vita artistica”.

Scrivono d lui: ”Nato ad Arpino, incarna nel suo temperamento la storia ancestrale e la cultura di un luogo di antica civiltà…”, ”…per Fantauzzi, privo dell’udito e della parola, l’occhio è tutto, è il ‘senso’ che ricompone l’armonia, dove la luce e il suono sono tutt’uno e la ‘mano’ sogna e trova i segni della totalità. La sua ricerca spezza gli schemi della critica e la recupera come valore, valore di vita. La dedizione assoluta alla pittura diviene affermazione del potere umano di essere, e da esperienza e guida per chi è nella sua stessa condizione…”

Gianna Reale, Arpino 21.9.2017

 

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ARPINO E LA DEVOZIONE PER LA MADONNA DI LORETO

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Correva l’anno 1656 quando una grave pestilenza si abbattè su tutto il territorio confinante Arpino con migliaia di morti, quindi il Signore di Arpino, Sora ed Arce, il Duca Ugo Boncompagni, volle fare voto alla Madonna di Loreto perché preservasse il suo feudo da quella piaga, pregò e promise alla Madonna di Loreto di impegnarsi a fare dono di una lampada d’argento e di mantenerla accesa per sempre a sue spese, questo lo mise ”nero su bianco” in una lettera, la quale continuava dicendo che se il suo feudo fosse rimasto illeso sarebbe andato personalmente a Loreto ”a fare quell’obbligo, et eseguire il voto”. Il voto fu confermato da una solenne cerimonia nella Chiesa di San Michele. Arpino e tutto il feudo rimasero miracolosamente illesi dal flagello della pestilenza, da quel giorno, ancora oggi gli arpinati con il loro Sindaco, e tanti devoti da ogni parte della Diocesi Sora Cassino Aquino Pontecorvo e il Vescovo MONS. GRARDO ANTONAZZO, vanno in massa a ringraziare la Signora Lauretana nei giorni a lei dedicati, il 7  e l’8 Settembre.

Come di consueto al rientro ad Arpino dal pellegrinaggio a Loreto, gli arpinati vengono accolti nella Chiesetta dedicata alla Madonna di Loreto al Castello. Il Parroco, Don Antonio Di Lorenzo dopo la Santa Messa benedice tutti i pellegrini e dona loro una minestra calda, inoltre verso il tramonto, si va nella Chiesetta di Santa Maria del Riparo, (anche detta San Giuseppe alla Parata), e dopo aver pregato, si va in processione nella Chiesa di Sant’Andrea al Colle, dove è custodita l’antica statua della Madonna di Loreto, che tante grazie ha concesso, e prima della Santa Messa celebrata dal Parroco Padre Juan Lujan, si prega di nuovo la Madonna per ottenere le grazie, ma soprattutto per ringraziare per tutte quelle già ottenute ed in particolare quella ottenuta nel ‘500 quando un violento nubifragio aveva messo in allarme gli abitanti della contrada i quali temendo un cedimento della diga chiesero l’intercezione (da qui il nome della Madonna del ”riparo”) della Madonna. Il cedimento della diga, non si sa come, non avvenne.

Il Sindaco della città di Loreto invita a partecipare alla festa il gruppo Folcloristico della Contrada Vignepiane, in Arpino, che ormai da anni allieta con il suono degli organetti e il ballo con abiti ciociari, tutti i partecipanti alla festa.

Ringrazio per le notizie storiche il Prof. Saverio Zarrelli.

Gianna Reale

 

 

 

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Il Serpente Prudente – Un anno di serpenti

n. 40 (18/09/2017)

“Un anno di serpenti”

Un anno fa iniziava la pubblicazione di questa rubrica, con la prima puntata intitolata Presentazioni e precisazioni. Trascorso questo lungo periodo, e giunti ormai alla quarantesima puntata, credo opportuno formulare un bilancio di questa esperienza.

Le intenzioni, che originariamente erano state poste alla base del Serpente prudente, erano quelle di cercare di riflettere in maniera autonoma e propositivamente critica su fatti dell’attualità, alla luce della fede. A quelle, nel corso delle puntate si sono aggiunti altri spunti di indagine, più concentrati sul dettato evangelico. Infatti, alcuni interventi hanno cercato di analizzare il senso vero della fede cristiana, circoscrivendone i contorni in maniera meno sfumata e superficiale.

Se la fede presuppone un “fare” e non soltanto un affidamento più o meno consapevole a Dio, c’è da capire “cosa” fare. E nelle tre puntate dedicate alle esortazioni pasquali al digiuno, all’elemosina e alla preghiera, ho cercato di delineare un percorso pratico e concreto di come vivere il proprio essere cristiani. Ma il “cosa” fare ha bisogno di un “tempo” e di una prospettiva. Il tempo è quello della vita biologica di un individuo: è l’intera vita che deve tendere verso la prospettiva di compimento della volontà divina; la prospettiva è quella non di mettere in pratica un precetto per precostituirsi la moneta di scambio per un miracolo o un intervento divino: il vivere la fede è utile per farsi un tesoro nel regno dei cieli.

Gli anniversari legati alle apparizioni della Madonna sono stati lo spunto per alcune puntate che invece hanno cercato di fare il punto su quale sia il ruolo di Maria e dei santi nella fede del cristiano.

Più recenti puntate hanno invece cercato di fare il punto sul ruolo del cristiano intellettuale, su cosa significhi essere un costruttore di pace, e, sulla scorta della risposta che Pietro da a Gesù quando questi chiede agli apostoli chi credono egli sia, sulla necessità di guardare all’essenziale delle cose.

 Quando è iniziata l’avventura di questa rubrica, chiudevo la prima uscita con l’augurio che, condividendo queste riflessioni attraverso un mezzo di diffusione praticamente illimitata come un sito internet, ci potesse essere un dialogo e una discussione con quanti approvassero o disapprovassero le idee espresse dal Serpente prudente. La qual cosa finora è stata solo occasionale e limitata a pochi amici, che mi hanno fornito preziosi spunti ed indicazioni.

Ecco: ad un anno di distanza rinnovo nuovamente quell’augurio a non lasciare che questa rubrica sia un esercizio monologante, ma di partecipare con idee e spunti anche di critica purché propositiva. La fede, infatti, non è qualcosa che si vive in solitudine, ma s’arricchisce anche attraverso il confronto dialettico con gli altri.

 

Vincenzo Ruggiero Perrino

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La Sacra Famiglia di Nazaret

SACRA FAMIGLIA di Vincenzo Ruggiero Perrino – Episodio 20

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 20

Sepphoris, anno 1 a. C.

Gesù ha appena finito di prepararsi per uscire e raggiungere il padre a Sepphoris. Il programma della giornata prevede che lui e suo cugino Giovanni andranno a Sepphoris; passeranno le ore pomeridiane dai nonni; e, quando sarà ora di tornare a Nazareth, faranno la strada del ritorno con Giuseppe, che nel frattempo avrà finito di lavorare al cantiere.

Giovanni giunge puntuale e insieme cominciano a percorrere la strada per la cittadina in ricostruzione.

«Mi fa piacere andare a Sepphoris», comincia a dire Giovanni.

«Perché?».

«Rispetto a Nazareth è una grande città. C’è tanta gente, e sicuramente potremo incontrare nuovi amici. Cioè, di sicuro non ci annoieremo».

«A Nazareth ti annoi?».

«Beh, converrai che come città Sepphoris è più grande e più bella».

«Sì, ma io ti ho chiesto se a Nazareth ti annoi».

«A volte sì: vediamo sempre le stesse persone, facciamo sempre le stesse cose, ripetiamo sempre gli stessi discorsi».

«Le persone non sono mai le stesse ogni volta che le vedi e ci parli, né ripetono sempre le stesse cose, e anche quando fanno gli stessi discorsi, bisogna cogliere sempre la verità in ciò che dicono…».

«Dici?».

«Dico, dico! E, poi, se tu guardi con occhi nuovi tutto ciò che accade e ognuno che incontri, non ti annoi né a Nazareth, né a Sepphoris, né ad Atene!».

«Ma di sicuro a Nazareth non c’è il via vai di gente che c’è a Sepphoris. Lì c’è più possibilità di conoscere gente nuova».

«Intanto, dovremmo imparare a conoscere sempre tutte le persone, quelle nuove e quelle che ci sono già familiari… Ricorda, Giovanni, non si finisce mai di imparare».

Cammina cammina, finalmente i due giungono a Sepphoris.

«Che facciamo? Andiamo direttamente dai tuoi nonni, o ci facciamo prima un giro in città e magari mangiamo qualcosa?», chiede Giovanni.

«Credo che a quest’ora nonno Gioacchino stia ancora a lavorare nei campi. Mangiare qualcosa è un’ottima idea, visto che ho una fame da lupi!», risponde l’altro mettendosi a ridere.

Così, i due cugini giungono nel cuore di Sepphoris, dove ci sono tutti gli uffici amministrativi dei romani, le botteghe più belle, e una tale confusione di persone, carri, mercanti, che c’è quasi da rimanerne storditi.

«Mamma mia, quanta gente!», esclama Giovanni quasi incredulo.

In quel momento una biga trainata da un cavallo passa rumorosamente accanto ai due ragazzi. Gesù se ne accorge in tempo e tira per un braccio Giovanni, in modo da evitare che finisca per terra urtato dall’animale in corsa.

«Per poco, quella biga non mi travolgeva!», commenta Giovanni.

«Bisogna stare attenti… Del resto, lo hai detto stesso tu che Sepphoris non è Nazareth…», gli fa notare Gesù.

«Già».

I due gironzolano per un po’, restando sorpresi, ma anche frastornati dai rumori delle strade e dal continuo vociare della gente di Sepphoris. Finalmente, trovano una bottega dove si vendono focacce. Entrano e notano che anche nella locanda ci sono tanti avventori. Comprano una focaccia ciascuno e vanno a sedersi negli unici due posti liberi che trovano, quasi vicino al banco del venditore e di fianco ad un altro ragazzo che sta lì a mangiare da solo.

«Possiamo sederci vicino a te per mangiare?», chiede Gesù rivolgendosi al ragazzo, che, ad occhio e croce, dimostra qualche anno in più rispetto a loro.

«Ce mancasse pure, accomodatevi!», risponde l’altro, con un accento sconosciuto ai due.

«Ma tu non sei giudeo!», nota Giovanni, con un misto di sorpresa e sospetto.

«Che bella scuperta!», replica quello, continuando a mangiare.

«Di dove sei?», domanda ancora Gesù.

«I’ vengo ‘a nu posto luntano assaje: ‘na bellissima città d’ ‘a Magna Grecia, che se chiamma Neapolis … Forse n’avite ‘ntiso parl’, quacche vvota…».

«Caspita! Sei veramente venuto dall’altra parte della terra! E come mai ti trovi qui?».

«Patemo è ‘o segretario ‘e n’ommo assaje importante, che s’è trasferito cca pe’ cierte affare suoie, e m’ha purtato cu’ isso. Però i’ cca nun ce voglio sta’, e vulesse turna’ a casa mia, add’ ‘e cumpagne mie e add’ ‘a gente che parla ‘a stessa lengua mia!».

«Infatti, parli una lingua molto particolare… sembra quasi che canti quando parli!», dice Giovanni, non più sospettoso verso il ragazzo straniero.

«Lingua a parte, sei un tipo simpatico. Io mi chiamo Gesù e questo è mio cugino Giovanni!».

«Piacere, i’ so’ Cyrus», si presenta il ragazzo, ufficializzando la nuova amicizia con sorrisi e pacche sulle spalle.

«Buone ‘ste focacce!», esclama Giovanni, ottenendo il consenso degli altri due.

Intanto, dietro al bancone il cameriere, che, rallentato un po’ l’afflusso di clienti, ha cominciato a dare una pulita con uno straccio, comincia a dare segni di nervosismo. I ragazzi, sulle prime, non danno peso alla cosa, pensando che probabilmente quello dev’essere agitato perché la locanda è piena e quindi deve sgobbare un bel po’. Perciò, continuano a parlare del più e del meno: Gesù e Giovanni chiedono al loro nuovo amico notizie della sua città di origine, e l’altro si informa su cosa fanno i ragazzi di quella regione.

Ad un certo punto, i tre ragazzi e anche altri avventori della locanda si voltano tutti a guardare il cameriere che, a voce alta – quasi gridando – chiama il padrone.

«Che diamine gridi, stupido?», gli urla a sua volta il padrone, uscendo dalla cucina, vestito con una specie di grembiule che più sporco non si può.

«Padrone, è successa una cosa!».

«Cosa? Bada che, se è una delle tue solite manfrine per non lavorare, ti prendo a calci fino a domani!», lo avverte, assumendo poi una posa a braccia conserte, aspettando che l’altro gli spieghi cosa è accaduto.

«Ti ricordi la statuina in onore della tua defunta nonna?».

«Certo che me la ricordo, cretino!».

«Beh, non la trovo più!».

«Cosa?».

«Non c’è più, guarda tu stesso…», continua il cameriere, indicando la mensola che sta alle spalle di Gesù, Giovanni e Cyrus.

Mentre il padrone ispeziona il ripiano dal quale manca la statuina votiva, il cameriere rincara la dose: «Forse l’hanno presa questi ragazzini per rivenderla!».

Il padrone si volge di scatto verso il trio e sbraitando prende ad interrogarli se siano stati loro a far sparire la statuina.

«Avete preso voi la statuina della mia cara nonna?».

Risponde Giovanni: «Noi non abbiamo preso un bel niente!».

Gli fa eco Cyrus: «Vuje date retta a chillo? Nun simmo mariuole, stammo sulo magnanno e parlammo tra nuje!».

Interviene il servo: «Padrone non ascoltarli! Sono forestieri… probabilmente non hanno i soldi per  pagare e hanno rubato la statuina per rivenderla e pagarti le focacce!».

«Che scemenze so’ cheste?», chiede Cyrus, offeso per le accuse.

«Specie quello lì… non senti che parlata strana ha? Sicuramente è stato lui a rubare la tua statuina!».

«È vero! Tu non sei giudeo… Fammi vedere nella tua borsa!».

«Nun ce penzo proprio!».

«Di sicuro ha nascosto la statuina lì dentro! Chiama subito le guardie e falli arrestare!», seguita a dire il cameriere.

Al che, nonostante anche Giovanni cerchi di impedirglielo, il padrone strappa a Cyrus la sacca, e comincia a frugare dentro. Nella sala c’è un gran mormorio, e gli occhi di tutti gli avventori sono sui ragazzi.

Intanto Gesù, alzatosi in piedi, da uno sguardo alla mensola e sul pavimento tutto intorno, anche dietro al bancone dove il cameriere serve i clienti, accorgendosi che per terra c’è un pezzo di terracotta, che prontamente raccoglie.

«Qui non c’è niente!», esclama deluso il padrone dopo aver svuotato la borsa del ragazzo.

«Per forza!», replica Gesù. Tutti nella sala volgono gli occhi verso di lui.

«Perché dici “per forza”?», chiede il padrone.

«Tu hai creduto che noi avessimo rubato la statuina votiva della tua nonna, solo perché il tuo servitore ci ha accusati. Non hai manco voluto sentire le nostre spiegazioni e hai, anzi, ispezionato la borsa di Cyrus. Hai pensato: “È uno straniero, dev’essere per forza colpevole!”. Ma guarda qui cos’ho trovato!», spiega il ragazzo con voce severa, mostrando a tutti il pezzetto di terracotta che ha trovato.

Il padrone gli prendere dalle mani quel frammento, lo guarda ed esclama: «Questo è un pezzo della statuina! Dove lo hai trovato, ragazzo mio?».

«Fino a due minuti fa ero un ladro e ora mi chiami “ragazzo mio”? Comunque, quel pezzo era sul pavimento proprio sotto il bancone dove lavora il tuo cameriere…».

Il padrone si volge al cameriere e gli dice: «Hai fatto rompere la statuina di mia nonna e hai provato a dare la colpa a questi ragazzi?».

«Padrone, stavo pulendo… è stato un incidente…», ma non fa manco in tempo a finire la frase, che l’altro comincia a rincorrerlo per tutta la sala, prendendolo a calci davanti a tutti e cacciandolo fuori tra le risate degli avventori.

«Grazie, Gesù, si’ riuscito a’ evita’ che i’ fosse accusato ingiustamente», dice Cyrus.

«Di niente, amico mio… Io penso che la verità in un modo o nell’altro viene sempre fuori, per quanto uno voglia nascondersi o mascherarsi…».

«Già», chiosa Giovanni.

«È proprio ‘o vero. ê pparte mie ce sta nu pruverbio che dice: “Mariuliggine e puttaniggine, crepa ‘a terra e ‘o dice!”».

«E che significa?», chiede Giovanni che non ha capito.

«Chiù o meno che tutt’ ‘e malazione, pe’ quanto se vonno annasconnere, pure ‘a terra s’arape e ‘e conta a tuttu quante».

«Infatti, quando un tempo si dovrà lodare Dio per tutto quanto avrà fatto, se anche gli uomini dovessero tacere, saranno le pietre a gridare…», dice Gesù.

«Nun aggio capito…», gli fa Cyrus un po’ perplesso.

«Non ti preoccupare per ora: tutto ti sarà più chiaro tra una trentina di anni…», conclude quello, facendo sorridere il cugino.

Sulle prime Cyrus mostra di non capire, ma nel vedere Giovanni che annuisce, anche lui sorride. Poi, tutti e tre insieme escono, si salutano, e prendono le rispettive strade.

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Il Serpente Prudente – “Buoni e cattivi”

n. 39 (11/09/2017)

“Buoni e cattivi”

Sembra che il mondo sia più che mai diviso tra buoni e cattivi, un po’ come si faceva sulla lavagna della scuola: i cattivi sono quelli che commettono tutte le nefandezze che rendono la Terra un posto meno bello e meno sicuro; i buoni sono quelli che non fanno altro che sparlare dei cattivi.

In realtà il problema della evidente confusione tra le intenzioni (magari anche lodevoli) e le reali azioni (il più delle volte molto meno lodevoli) – tanto in uno scenario macroscopico, quanto nella più ordinaria quotidianità – nasce dal fatto che la distinzione tra bene e male, o buoni e cattivi se preferite, non è per niente netta, come di solito si è portati a credere, ma che siamo tutti in un’enorme fascia grigia, nella quale ci muoviamo convinti di essere buoni e pacifici, quando invece il nostro agire non ha in fondo in fondo nulla di buono o di pacifico.

Scorrendo le pagine dei giornali, o dando uno sguardo alla televisione, siamo continuamente informati di attentati, stragi, agguati di camorra, e violenze di ogni tipo: insomma, siamo immersi in un clima continuo di guerra, che contraddice in maniera sfacciata le chiacchiere di pace che invece sentiamo blaterare da più parti.

Non va certo meglio nei rapporti interpersonali, quelli in famiglia, sul lavoro, per strada: anche in questo caso bisogna onestamente riconoscere che viviamo in un continuo clima di reciproco biasimo e di strisciante violenza. Perché, è bene dirlo, “violenza” non è soltanto sparare una fucilata alle spalle di qualcuno, o farsi esplodere in una metropolitana nel nome di Allah o di chissà quale altro dio; è anche comportarsi in maniera sgarbata verso il vicino, buttare la propria immondizia dove capita, pretendere dagli altri comportamenti accomodanti che invece noi ci guardiamo bene dal mettere in pratica…

I cristiani, o sedicenti tali – me stesso in testa –, sono campioni in questo tipo di condotta. Lo sono oggi ma lo erano anche duemila anni fa: Gesù stesso ammonisce i suoi contemporanei che guardano la pagliuzza nell’occhio del prossimo, senza accorgersi della trave che è nel loro occhio. Questo tipo di atteggiamento, proiettato in una chiave di responsabilità nazionali e internazionali, fa sì che ci si trastulla allegramente con bombe nucleari capaci di annientare la razza umana…

Eppure, non ci sarebbe nemmeno bisogno di scomodare l’insegnamento di Gesù per capire che comportarsi nella dissennata maniera con cui l’umanità si rapporta nelle grandi e piccole questioni, sia una cosa abbastanza idiota, considerato che ogni atto di violenza contro l’altro, è un mettere a rischio innanzitutto se stessi.

Ma tant’è che gli umani sono abituati a pretendere dagli altri la soluzione a problemi che hanno creato loro stessi, che un seicento anni prima di Gesù, bisognava far capir loro che ognuno è custode dell’altro: Ezechiele (33, 1.7-9) lo dice con una chiarezza disarmante.

Sul tema, credo che uno dei fraintendimenti più diffusi, sia quello legato alla beatitudine riguardante i costruttori di pace (Mt. 5, 9). Nell’elencare i beati, Gesù definisce tali anche gli operatori di pace «perché saranno chiamati figli di Dio». Il fraintendimento nasce nel momento in cui si crede che l’operatore di pace sia colui che ama vivere tranquillamente, la persona pacifica, quella che camuffa da amore per il mondo e per il prossimo, un sostanziale disinteresse verso ciò che lo circonda.

Questi sono quelli che egoisticamente ricercano il quieto vivere, e poco importa se fuori dalla loro porta, magari qualcuno sta violentando una bambina, o sta appiccando il fuoco ad un barbone, o sta sversando uranio in un fiume. Non commettono in concreto nessuna azione cattiva, ma nemmeno fanno nulla per mettere in pratica un’azione buona.

E gli operatori di pace non sono nemmeno quelli che si limitano a parlare di pace (non che parlarne non serve, sia chiaro, ma è insufficiente senza l’azione concreta), o a ricordarsi del valore della fratellanza e della solidarietà quando c’è da cantare ad un concerto o protestare contro il taglio di una quercia secolare, o altre cose simili.

I costruttori di pace – i veri “buoni” – sono coloro che “fanno”, che agiscono in ogni modo lecito per costruire la pace, fosse pure all’interno del loro condominio. Il che è chiaro da ciò che dice Gesù: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo io la do a voi» (Gv 14, 27). Dunque, c’è pace e pace: la pace del mondo è quel modo di essere che non evita le brutture che ci circondano, ma ci fa credere la responsabilità delle cose che non vanno è sempre altrove, di un altro, ma non di certo nostra. La pace vera, invece, quella di cui parla Gesù, è una concreta azione per affermare la giustizia dei comportamenti.

Giustizia che per il cristiano coinciderà con l’amore verso Dio e verso il prossimo alla stessa maniera in cui ama se stesso; per il laico coinciderà con la fedeltà ai suoi valori morali di uguaglianza, libertà, coerenza. Ma in entrambi i casi, se veramente gli umani rifuggissero la pace del mondo per edificare la vera pace, e cioè si comportassero da operatori di pace, sarebbero beati già solo per il fatto di uscire da quella di uscire dalla “zona grigia” in cui non si capisce bene cosa è buono e cosa cattivo, e iniziassero a definire nella maniera giusta ciò che è bene e ciò che non lo è, senza confusioni, schermature e ipocrisie di sorta…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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SANTUARIO MADONNA DELLA VITTORIA A POSTA FIBRENO

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SUL TERRITORIO DI POSTA FIBRENO SI PUO’ VISITARE UNA PICCOLA CHIESETTA DEDICATA ALLA MADONNA DELLA VITTORIA.

Nel mezzo di un bellissimo sentiero naturalistico nel territorio del Comune di Posta Fibreno, da me percorso di sera, mi sono ”imbattuta” in una bellissima Chiesetta, e lì ci attendeva il Parroco Don Antonio Lecce per darci il benvenuto e spiegarci un po’ di storia di quel luogo.

le notizie della Chiesetta non sono molte, è situata fuori dal centro abitato lungo un antico tracciato che collega Posta ad una località nel comune di Campoli Appennino, e l’epoca della sua edificazione è incerta. Sullo stesso percorso sono stati rinvenuti resti di dipinti rupestri e resti di edifici di epoca romana. Si ipotizza la sua edificazione alla fine del 500, tuttavia in alcuni documenti si riferisce che una Chiesa di Santa Maria delle Vittorie, è citata nelle decime della Diocesi di Aquino del 1325, quindi potrebbe essere stata edificata in epoca precedente al 500. In effetti, nello stesso documento si evidenzia come il nome di Santa Maria delle Vittorie è il titolo più antico di Santa Maria Assunta, quindi potrebbe riferirsi proprio alla Parrocchia di Posta Fibreno che, ancora oggi, è dedicata a Lei.”

Il culto di Santa Maria della Vittoria nasce a Lucera nel 1300, in quel tempo Carlo D’Angiò pose sotto assedio la città popolata dai Saraceni, la tradizione vuole che  la Vergine Maria favorì i D’Angiò, che riportarono la vittoria proprio il giorno dell’Assunta e successivamente al posto della moschea principale fu costruita la Cattedrale dell’Assunta, nel 1301 Carlo D’Angiò donò alla città di Lucera una statua della Madonna, detta appunto ”Santa Maria della Vittoria”.

Un’altra storia ci racconta del culto della Madonna della Vittoria, e cioè quella risalente all’anno 1572, quando Papa Pio V istituì tale celebrazione per ricordare la Battaglia di Lepanto, combattuta il 7 ottobre 1571 nel Golfo di Corinto e conclusasi con la vittoria della flotta della Lega Santa contro quella dell’Impero Ottomano. Successivamente Papa Gregorio XIII, trasformò la festa della ”Madonna della Vittoria” in festa della ”Madonna del Rosario”, i Cristiani attribuirono infatti il merito della vittoria alla protezione di Maria, che avevano invocato recitando il Rosario prima della battaglia, quindi la data per la celebrazione rimase comunque fissata al 7 ottobre.

Gli abitanti di Posta sono sempre rimasti più tradizionalisti e legati alla titolazione originaria e per questo alla metà del 700 diedero l’incarico al pittore Pasquale De Angelis di realizzare un dipinto raffigurante la ”Madonna della Vittoria”, da collocare nella Chiesetta-Santuario. Una delle particolarità del dipinto è la rappresentazione della battaglia di Lepanto, la scena è stata collocata in basso del dipinto, ai piedi della Vergine.

Negli anni la Chiesetta è stata anche chiusa al culto perché in pessime condizioni, ma poi riaperta dopo il restauro, si restaurò anche il dipinto, che riportò alla luce anche la firma dell’autore, molto in voga in quel periodo in Ciociaria.

Il quadro, dipinto ad olio su tela, raffigura la Madonna seduta su di un trono di nuvole con il bambino tra le braccia e Santi, Angeli e Cherubini. Misura 127 x 179.5, e sorretto da un telaio ligneo. In occasione dei festeggiamenti (ricorrenti la prima domenica di ottobre), viene trasferita a spalla in processione solenne che parte dalla Chiesetta e si snoda per le vie del paese arrivando alla Chiesa Parrocchiale, rimanendo lì per un mese, quindi ai primi di novembre viene riportato di nuovo al Santuario.

Nel Santuario, oltre al bellissimo quadro della Madonna, si può ammirare anche un grandissimo mosaico realizzato dall’artista Carlo Mariani nel 1971 ed è collocato nella parete absidale, dietro l’altare e dietro il quadro.

Il Santuario è molto venerato dai fedeli che lo visitano in particolare per il pellegrinaggio organizzato dalla Parrocchia il Lunedì dell’Angelo, inoltre il Primo Maggio, il 23 Maggio il 26 Luglio e la prima settimana di Ottobre. Dal Giubileo del 2000, tutte le mattine dei giorni feriali del mese di Maggio c’è la Santa Messa e il ”fioretto”, preghiera tipica del mese Mariano.

Da alcuni anni il Parroco, ha fatto scavare un pozzo davanti all’ingresso laterale, dove ci si ferma per la benedizione e l’aspersione dell’acqua lustrale dopodiché si entra in Chiesa per la Santa Messa.

Qualche giorno dopo la mia prima passeggiata in notturna ho voluto tornare a fare qualche foto con il sole, accompagnata dalla mia amica Franca Gentile, postese doc, e in quella occasione ho rivisto anche Don Antonio Lecce, che mi ha fornito tante altre note storiche riportate nell’articolo, e per questo ringrazio entrambi.

Gianna Reale

 

 

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Il Serpente Prundente – L’Essenziale

n. 38 (04/09/2017)

“L’essenziale”

Cari lettori, dopo la pausa del mese di agosto, riprende con cadenza settimanale la rubrica de Il serpente prudente, per condividere con voi qualche riflessione costruttivamente critica sulla lezione biblica (più spesso evangelica), e sul complesso culturale di cui si sostanzia la fede cristiana.

Un paio di domeniche fa la liturgia proponeva una lettura tratta dal vangelo di Matteo (16, 13-20). Si tratta del noto episodio in cui Gesù, in un primo momento, chiede ai suoi amici: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Ascoltate le pressoché deludenti risposte che gli vengono riferite, Gesù si spinge oltre e chiede: «Ma voi, chi dite che io sia?».

A questa domanda segue la folgorante risposta di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Risposta per la quale Gesù lo definisce “beato”, poiché questa Verità di fede gli è stata rivelata direttamente dal Padre che è nei cieli. Il che, ça va sans dire, conferma ancora una volta che la fede, quella vera di cui abbiamo parlato un bel po’ di volte nel corso delle puntate passate, è un dono di Dio. Un dono – si badi bene – che viene fatto alla generalità delle persone, senza che esse dimostrino specifiche qualità o particolari caratteristiche.

Il punto importante è, però, un altro: la disponibilità di Pietro non solo ad accettare quel dono, ma a professarlo e a viverlo. Infatti, egli mostra un tale convincimento nelle parole con le quali risponde, che Gesù immediatamente lo pone come “primus inter pares”, come la pietra sulla quale verrà edificata tutta la chiesa, come il baluardo contro il quale nemmeno le potenze degli inferi potranno prevalere.

Insomma: l’episodio è un’ulteriore conferma del fatto che chi vive un’autentica fede può veramente compiere le stesse opere che compie Gesù. Infatti, a Pietro viene dato il potere per cui ogni cosa che egli legherà in terra sarà legata nei cieli, e ogni cosa che scioglierà in terra sarà sciolta anche nei cieli.

Tuttavia, il fatto che Pietro sia stato tanto pronto dall’accogliere e vivere il dono della fede, non lo mette al riparo dalla tentazione di vivere secondo gli uomini e non secondo Dio. Infatti, proprio nella lettura evangelica di ieri, sempre Matteo ci racconta del rimprovero severo che Gesù gli rivolge nel momento in cui, avendo Egli cominciato a dire ai suoi apostoli che dovrà molto soffrire, Pietro gli dice sostanzialmente che nulla del genere gli dovrà mai accadere. Il che, ci fa capire che, sì, la fede è un dono e la sua professione è una scelta, ma non è nulla di definitivo ed assoluto, bensì una scelta che si deve rinnovare ad ogni bivio della vita.

Perché un semplice pescatore potè accogliere in modo così completo il dono della fede e diventare appunto la “pietra” per eccellenza della nascente chiesa di Gesù? A modesto parere di chi scrive, questo fu possibile perché egli fece un uso saggio della sua intelligenza critica – cosa che farà nuovamente più avanti nel racconto, e cioè quando comprenderà il suo errore nell’aver rinnegato Gesù, e anziché impiccarsi come Giuda, farà ammenda del suo comportamento.

Pietro, a differenza della gente della quale gli apostoli riferiscono le opinioni intorno al Figlio dell’uomo, non si limita alle apparenze. Infatti, era facile per chiunque dire che Gesù potesse essere la reincarnazione di qualche antico profeta o del contemporaneo Giovanni. Per sostenere una cosa simile era sufficiente vedere il suo stile di vita e il modo che aveva di parlare, o ascoltare le cose che diceva. Tutti sarebbero stati capaci di affermare che Egli altri non era che qualcuno dei profeti tornato per scuotere un po’ di coscienze, e preparare il popolo alla venuta del Messia.

L’apostolo Pietro, invece, guarda all’essenziale: capisce che Gesù non può essere solo la reincarnazione di qualcuno che è venuto già (e che non avrebbe alcun senso far tornare nuovamente sulla terra). Capisce che Egli è qualcosa di più e di meglio, appunto il Figlio del Dio vivente. In altre parole, Pietro guarda all’essenziale.

In verità i racconti evangelici ci informano che anche altri personaggi del tempo seppero cogliere, chi più chi meno, questa Verità. Un esempio, lo rintracciamo nell’episodio in cui Gesù si ferma ospite a casa dei suoi amici Marta, Maria e Lazzaro. In quell’occasione, mentre Maria preferì l’essenziale, e cioè stare ad ascoltare la parola di Gesù, Marta si dedicava alle faccende di casa, guadagnandosi il bonario rimprovero di Gesù, che invece la invitava a scegliere la parte migliore, quella che non le sarebbe mai stata tolta.

Di questi tempi, in cui l’essenziale è sempre più nascosto da una spessa patina di cose inutili e superflue, delle quali si potrebbe fare tranquillamente a meno senza alcun danno, questi ammonimenti tornano utili. Spesso, la nostra esistenza quotidiana è non solo caratterizzata, ma addirittura vincolata e imprigionata da oggetti, riti, fatti, che ci impediscono di avere la mente libera da condizionamenti di sorta per poter cogliere l’essenza delle cose migliori. Anzi, possiamo ben dire che anche lo stesso stile con cui si vive la nostra tanto sbandierata cristianità è incrostato da tante ruggini e appesantito da cose che poco o nulla c’entrano con la Verità, al punto che spesso chi tenta un approccio intelligentemente critico verso la parola di Dio è guardato addirittura con sospetto (quasi come se osasse scardinare regole date per assolute, ma che assolute non sono).

Guardiamoci intorno: nel mondo di oggi, nella quasi totalità dei casi, i rapporti umani vengono limitati ad un misero scambio di messaggi su whatsapp; l’informazione viene acquisita su siti che danno o versioni anestetizzate della verità, oppure forniscono falsificazioni della verità; l’esternazione di una considerazione, anche su fatti gravi o comunque importanti, viene fatta tramite un tweet; o ancora, un litigio si consuma non con un confronto personale, al limite anche ruvido o manesco, bensì con un “ti tolgo l’amicizia su facebook”.

Questa diffusa inautenticità colpisce un po’ tutti, cristiani e non. Infatti, se Gesù più volte richiama noi tutti alla ricerca di ciò che può essere utile a costituirsi un tesoro nei cieli, anche sul fronte laico, le menti più attente hanno sempre cercato di sposatre l’attenzione su ciò che nella vita è veramente importante. Non a caso, Pier Paolo Pasolini scriveva con straordinaria precisione: «Le cose superflue rendono superflua la vita». E, poiché la vita una sola è, bisognerebbe invece depurarla dalle cose vuote e sterili, e viverla per cogliere l’essenziale (e sforzarsi di fare questo ad ogni incrocio che incontriamo nella vita).

Vincenzo Ruggiero Perrino