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Il Serpente Prudente – Il tempo della fede

n. 34 (19/06/2017)

“Il tempo della fede”

Chi ha modo di seguire costantemente le puntate di questa rubrica avrà avuto modo di notare alcuni punti chiave del discorso. In particolare ho cercato di insistere sul fatto che il senso della fede cristiana – cioè proprio della parola “fede” – è qualcosa di diverso da quello che comunemente gli viene attribuito, e cioè quello di “affidamento” o “fiducia”. Ho cercato di spiegare, basandomi sulla mia (modesta) conoscenza della Parola, che un punto su cui Gesù insiste particolarmente è il “fare”, e quindi una dimensione concreta e tangibile della fede.

Da questa considerazione iniziale sono poi venute le riflessioni sul “cosa” fare (cioè il comportamento del giusto e autentico cristiano, che ho tentato di riassumere nelle puntate dedicate alle esortazioni quaresimali al digiuno, all’elemosina e alla preghiera) e sull’importanza di una scelta di sostanza (e quindi di responsabilità), più che di carattere formale (e quindi di attribuzione della responsabilità al solo Dio).

Infine, un paio di puntate sono state dedicate alle figure che il cristiano dovrebbe avere a riferimento e a modello della sua condotta, e cioè la Madonna e i santi, oggetto troppo spesso di un’idolatria, che non serve a nulla se non ad arricchire astuti speculatori.

Tutto questo “vivere autenticamente la fede” fin qui delineato deve essere necessariamente iscritto in una coordinata imprescindibile: il tempo. Potrebbe sembrare una considerazione oziosa, e invece non lo è. Tanti, forti di un’equivocatissima interpretazione della misericordia divina, sono convinti che fino all’ultimo secondo della propria vita possano redimersi e volare direttamente in paradiso.

Che poi è un po’ quello che sembra essere successo al cosiddetto buon ladrone: una vita di ruberie e furti vari, tanto da finire in croce – è bene avvertire che la crocifissione, il supplicium servile, era la morte a cui andavano incontro schiavi fraudolenti verso i padroni e gentaglia dedita appunto a rapine e furti – e poi una parolina buona spesa in croce e il paradiso è assicurato. Tant’è che l’ironia popolare ha spesso indicato in quest’azione un ultimo incredibile furto, appunto quello della salvezza eterna.

Io mi permetto di pensare che le cose stiano un tantino diversamente. Fermo restando che nella sua onnipotenza Dio può tutto, e quindi anche salvare il più infimo dei peccatori che nell’ultimo istante della sua vita mostri un minimo cedimento alla sua corazza di turpitudine, mi pare abbastanza fanciullesco pensare che Dio chiuda gli occhi su una vita di nefandezze, e, in virtù della sua misericordia, si accontenti di un gesto estremo di conversione.

Anche perché la conversione è qualcosa che deve accompagnare la vita dell’uomo, non chiuderla. Sarebbe praticamente perfetto: faccio quello che mi pare e piace, poi dieci minuti prima di morire mi converto; Dio si accontenta; mi perdona e io volo nell’alto dei cieli. Questo schemino presuppone la completa deresponsabilizzazione dell’uomo e una sorta di ingenua condiscendenza divina!

Invece, che le cose stiano diversamente Gesù lo spiega piuttosto inequivocabilmente in almeno due episodi.

Il primo è quello della parabola della cosiddetta “pecorella smarrita”, che ben chiarisce, nel rapporto uomo-Dio, quale sia il ruolo di quest’ultimo. È chiarissimo che Dio è disposto a mettersi a cercare la pecora smarrita, a fare notte finché non la trova. Ed è altrettanto evidente che gli è possibile trovarla a condizione che quella si lasci trovare. Se la pecora si fosse andata a nascondere in qualche posto sperduto e inaccessibile, il pastore sarebbe tornato indietro lasciandola al suo destino.

Quindi: Dio cerca l’uomo anche “a tempo indeterminato” (che certo non può essere “dieci minuti prima di morire”), ma l’uomo deve essere disponibile a farsi trovare, cioè almeno a comprendere il valore della parola e della fede, e a sforzarsi di viverla coerentemente.

Il secondo episodio è quello dell’adultera che stanno per lapidare e che Gesù salva con la fulminante battuta “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, che invece del rapporto uomo-Dio, chiarisce il ruolo dell’uomo. Normalmente l’esegesi anche domenicale si ferma appunto a questa frase di indubbia presa. In realtà l’episodio si conclude con l’ammonimento alla donna: “vai e non peccare più”.

Quindi: Dio perdona la colpa, ma l’uomo non deve per questo sentirsi autorizzato a sbagliare “a tempo indeterminato”, perché tanto “poi Dio,che è misericordioso, mi assolve sempre”…

Le stesse vite di tanti santi testimoniano un passato di negligenze di varia gravità. Tuttavia, una volta imboccata la strada della conversione (cioè di vivere autenticamente la fede di cui ho parlato altre volte), non l’hanno abbandonata più. E vivendo una fede autentica, anche gli errori diventano occasioni di prova della fede, piuttosto che veri e propri peccati.

Un quadro del genere sconsiglia vivamente di aspettare l’ultimo momento della vita per pentirsi e avere il perdono, considerando che la fede si vive nel tempo presente della quotidianità, e non a conclusione di essa. Bisogna pensare che Dio è misericordioso, mica un fessacchiotto che crede ad un pentimento in extremis! Se Gesù promette il paradiso al buon ladrone non è perché quello, vistosi in croce, ha calato l’asso del pentimento dalla manica; piuttosto è da credere che già durante la vita abbia avuto sempre remore nel fare ciò che magari l’indigenza lo costringeva a fare (ricordate che la crocifissione era la pena dei reietti della società).

Come avrete notato, dall’inizio di giugno Il serpente prudente ha cambiato periodicità. Infatti, per tutti i mesi estivi – e quindi fino alla metà di settembre – la rubrica, pur pubblicata sempre di lunedì, avrà cadenza bisettimanale. Perciò, arrivederci a tra quindici giorni!

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Le scelte pigre

n. 33 (05/06/2017)

“Le scelte pigre”

Ieri il calendario liturgico ci ha fatto festeggiare la Pentecoste, ovvero la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli. Un po’ ovunque la festività è stata anticipata da veglie di preghiera, attraverso le quali si è invocato l’arrivo appunto della Terza persona della Trinità.

Se per millenni teologi, filosofi e intellettuali vari si sono confrontati con la Trinità, hanno dovuto per forza di cose gettare la spugna di fronte allo Spirito Santo. Che, delle tre persone, è proprio quella più sfuggente e “misteriosa”. Infatti, se di Gesù abbiamo resoconti più o meno dettagliati da parte degli evangelisti, e se il Padre più di qualche volta ha fatto personalmente capolino nelle narrazioni dell’Antico Testamento, dello Spirito Santo, a conti fatti, non sappiamo granché.

Nel Credo diciamo che “ha parlato per mezzo dei profeti”; nella Genesi sappiamo che “aleggiava sulle acque”; per lo più si manifesta sottoforma di vento, di alito, e – nel brano evangelico della Pentecoste – sotto forma di lingue di fuoco. La difficoltà a cogliere pienamente “chi” sia lo Spirito Santo emerge anche dalle raffigurazioni che di esso hanno fatto i migliori pittori della storia dell’arte.

Gesù dice che lo Spirito “vi condurrà alla verità tutta intera”, che a ben vedere significa che a Lui tocca il compito più complicato, ovvero “ricordare” ai cristiani come si vive autenticamente la propria fede. Un compito che svolge in maniera silenziosissima, tanto che potremmo dire, alla maniera modo popolare, “sega ma non fa rumore”.

Quando si accede al sacramento della cresima, si ricevono i sette doni dello Spirito: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. Doni, dei quali, il vero cristiano dovrebbe far uso in maniera quasi automatica, mentre invece, appare evidente che difficilmente i cristiani di oggi se ne servono come dovrebbero.

Come ho più volte avuto modo di accennare in queste puntate, vivere autenticamente la propria fede è un impegno che consegue ad una scelta. Va da sé che “scegliere” comporta un “fare”, e non subire passivamente qualcosa che cade dall’alto. In altre parole, lo Spirito sì scende su di noi, ci offre pure i suoi sette doni, ma usarli o meno (e come usarli) è una scelta che dipende solo ed esclusivamente da chi riceve i doni. Il che costituisce il vero punto dolente della questione.

Infatti, la maggior parte dei cristiani di oggi vive la propria fede con disinvolta noncuranza. Siamo tutti fedeli nel partecipare ad una messa che, in questo modo, diventa una cosa meccanica come dover fare benzina ogni volta che si accende la spia rossa sul cruscotto; tutti fedeli nel celebrare feste a suon di regali e spese varie; tutti fedeli magari anche nel lasciare qualche spicciolo di elemosina ai mendicanti sui sagrati.

Vi sembra che tutto questo significhi usare la sapienza, l’intelletto, o avere timore di Dio?

Tuttavia, è bene precisare una cosa. La pigrizia (ma sarebbe meglio chiamarla accidia) con cui si vivono le scelte che si pretende di aver fatto nella vita, è comune a tutti gli uomini e le donne di questo tempo, e non soltanto ai cristiani o sedicenti tali. Oltretutto, lo smodato uso dei ritrovati del progresso tecnologico ha, negli ultimi tempi, acuito questa caratteristica. Infatti, le varie app, internet, facebook, e quant’altro, usati nel modo irresponsabile con cui vengono usati dal 90% della gente, danno solo l’illusione di padroneggiare informazioni e cose, delle quali invece non si ha né si vuole avere la benché minima conoscenza. Sono i social che vomitano a ritmo continuo informazioni e notizie; quando invece dovrebbe essere l’esatto contrario: dovrebbero essere la persone a cercare di saperne di più su qualsiasi cosa.

Anche quanti si professano atei, in realtà non hanno la benché minima idea di cosa stiano professando, al punto che l’ateismo di oggi – ben lontano dal rigore intellettuale di un Voltaire o di altri illuministi – significa solo un generico rifiuto di quelle stesse regole che altri invece farisaicamente seguono ogni domenica.

Siamo, insomma, nel tempo della pigrizia intellettuale e della mancanza di curiosità. Ci si trascina apaticamente da un sentimento all’altro, da un’esperienza all’altra, senza mai andare al fondo delle cose, senza mai avere lo stimolo a cercare qualcosa di più profondo dell’apparenza.

Prendiamo i giovani e giovanissimi: stanno costantemente con un cellulare in mano dalla mattina alla sera; anche se camminano fianco a fianco si parlano con messaggi di whatsapp; se devono litigare lo fanno togliendosi l’amicizia su facebook. E, attenzione, parliamo della generazione che anagraficamente dovrebbe essere più curiosa e avere più entusiasmo verso ciò che non conosce.

Perciò, se c’è un dono che il cristiano di oggi dovrebbe invocare dallo Spirito Santo è la curiosità. Cioè, avere la voglia di andare a fondo alla verità, di voler essere veramente disponibile a farsi guidare alla “verità tutta intera”, di voler vivere con attivo protagonismo il proprio “essere cristiano”, con quello spirito critico e la libertà propri di chi non accetta passivamente scelte calate dall’alto.

In fondo – e con questo mi riallaccio a quanto scritto nelle ultime due puntate – è questo ciò che hanno fatto la Madonna e i Santi: si sono lasciati guidare alla verità, ma non per forza di inerzia, ma con libero convincimento, con entusiasmo, con la curiosità di capirci qualcosina in più.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serprente Prudente – Di Madonne e santi – 2

n. 32 (29/05/2017)

“Di Madonne e santi – 2”

Nella scorsa puntata avevo cominciato ad abbozzare le linee di una riflessione sul culto della Madonna. In particolare, partendo dagli esiti delle indagini condotte dalla Commissione voluta da Benedetto XVI sulle apparizioni di Medjugorje e dalle dichiarazioni di Francesco sul caso, ho cercato di spiegare che il vero cristiano, quello che vive con autenticità la propria fede (intendendola come pieno e convinto compimento della volontà del Padre, più che come semplice a lui affidarsi), non ha bisogno che gli appaia la Madonna ogni giorno a dargli i compiti da fare a casa. Né c’è traccia nella rivelazione evangelica che qualcosa di simile fosse previsto. Ciò posto, nulla vieta di affidarsi all’intercessione di Maria, affiché con il suo concreto esempio di vita, fornisca un viatico al credente di oggi.

Un discorso simile si può fare per i santi.

Per cominciare, la prima domanda da porsi è: chi erano i santi? Né più e né meno che uomini e donne come noi altri. Se scorriamo le biografie di alcuni di loro, è facile scoprire che per lo più si trattava di comunissimi peccatori, dediti ad ogni tipo di piacere terreno, che però hanno avuto un particolare atteggiamento: posti di fronte ad una scelta, essi hanno preferito far spazio all’azione di Dio, piuttosto che continuare a scegliere la strada dell’edonismo o del vivere “fai da te”.

L’atteggiamento “santo” è, non tanto quello dell’infallibilità e della perfezione (che è un risvolto agiografico che in realtà non c’è), quanto piuttosto quello di permettere a Dio di compiere la sua volontà, mortificando la propria di volontà, o meglio facendola aderire (questo sì in maniera perfetta) alla volontà di Dio. In altre parole, i santi sono quegli uomini e quelle donne che hanno vissuto un’autentica esperienza di fede in Dio, non soltanto a lui affidandosi e in lui confidando (con preghiere, digiuni, e carità vari), ma anche operando concretamente secondo quello che leggevano nel vangelo.

Insomma, essi costituiscono un valido esempio, al pari della Madonna (ma, mutatis mutandis lo stesso discorso è possibile farlo per gli apostoli, che tutto erano fuorché perfetti: pensiamo a quello che combina Pietro fuori dal Sinedrio, mentre si svolge il processo farsa a Gesù…), di come si vive veramente e autenticamente la fede.

Invece, come ci si rivolge ai santi nella quotidianità? È noto che da tempi remotissimi, ogni centro urbanizzato, e in alcuni casi anche piccole frazioni di più grandi realtà cittadini, hanno eletto questo o quel santo a patrono e protettore. In occasione della ricorrenza liturgica di quel santo, da sempre si organizzano festeggiamenti, la cui fastosità in alcuni casi rasenta il delirio e una pericolosa deriva idolatrica.

Festeggiamenti di norma affidati a sedicenti comitati di parrocchiani, ai quali – come potevano mancare? – si sono aggiunti sindaci e onorevoli, tirati a lucido per il defilé processionale con tanto di fasce tricolori e stendardi del municipio, prevedono processioni con bande e majorette, fuochi d’artificio, coloratissime luminarie, bancarelle che vendono di tutto di più con mercatari che si contendono i posti migliori della piazza. Insomma, le feste per il santo patrono di un comune o anche di un quartiere sono diventate un carosello commerciale, che di religioso ormai conserva solo il nome.

Per non parlare del commercio e del giro di denaro che si giustifica in nome di santi, resi famosi dal compiaciuto aiuto di giornalisti e televisioni. Pensiamo a quello che è diventato “fare il pellegrinaggio da Padre Pio”, e a come san Pio è stato “venduto” in ogni modo possibile e immaginabile…

Spesso si entra in chiesa e ci si rivolge al santo di zona, quasi come se fosse un boss criminale, per ottenere una grazia o un miracolo, bypassando con sconcertante disinvoltura il vero padrone di casa… Altre volte, il santo di turno è quasi usato a mo’ di ostentazione di potere o per giustificare soprusi e vessazioni di ogni sorta: basti pensare a quanto registrato dalle cronache degli ultimi tempi, con statue che si “devono” fermare e girarsi rivolte alle abitazioni di mafiosi e di gentaglia di varie risme…

Insomma, un guazzabuglio a cui la Chiesa sta cercando negli ultimi tempi di mettere ordine, con un richiamo ad una sobrietà più in linea con la santità che si venera. Perché i santi e le madonne si venerano; l’unico che è da adorare è Dio. Mentre invece noi altri facciamo esattamente il contrario: adoriamo santi e madonne e Dio lo releghiamo in un angolo scuro, tirandolo fuori da lì solo per scaricargli addosso responsabilità e colpe, che in realtà sono solo nostre.

Vi è poi un altro aspetto. Ricordate il celebre sketch televisivo in cui Massimo Troisi e Lello Arena andavano a pregare ai piedi della statua di san Gennaro? Ebbene, in quella divertentissima scenetta, i due attori napoletani non facevano altro che incarnare il tipo medio di cristiano, che entra in chiesa, magari accende anche un cero, e invoca una grazia (nella scena quella di ricevere i numeri al lotto; nella vita reale, una vale l’altra). E guai a non ottenerla! Il santo perde immediatamente il requisito principale che gli ha guadagnato la simpatia del richiedente, cioè la sua disponibilità ad esaudire ogni richiesta (quasi come a dire “sei santo, mi devi fare la grazia”).

Io credo che non ci sia nessuna ragione plausibile, perché un sant’Antonio o una santa Teresa abbiano il dovere di fare un miracolo. Questo per due ordini di motivi. Innanzitutto, perché non credo che loro in vita abbiano ricevuto alcun miracolo dai santi che li hanno preceduti, quindi non vedo perché loro dovrebbero impegnarsi più di altri ad esaudire gli sciocchi desideri umani. Il solo vero miracolo che ha cambiato la loro vita è stato quello di comprendere qual era la via giusta da seguire.

In secondo luogo, i santi in vita non erano dei prestigiatori o dei maghi che facevano apparire e sparire le cose, o che schioccavano le dita e guarivano un moribondo. Se non l’hanno fatto in vita non c’è ragione perché lo facciano dall’aldilà. I miracoli documentati sono sempre un’azione di Dio, che opera per il tramite del santo.

Allora qualcuno potrebbe obiettare: ci stai dicendo che pregare i santi e la Madonna è inutile? Nient’affatto! La preghiera è utilissima, nella misura in cui serve ad ottenere di far luce sul concreto atteggiamento da tenere ogni giorno, e non per sciorinare degli AveGloria-Pater imparati a memoria come le canzoni di un qualsivoglia cantante. E soprattutto, pregare è utilissimo per capire che tutti siamo chiamati alla santità, intendendo con questo termine ciò che dicevo prima: non la perfezione assoluta, ma la capacità di avere una vera fede.

Ecco, bisognerebbe pregare i santi, chiedendogli di farci capire come hanno fatto loro ad imparare a seguire il suggerimento di Gesù: dite sì quando è sì, e dite no quando è no. Tutto il resto viene dal maligno.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Di Madonne e Santi

n. 31 (22/05/2017)

“Di Madonne e santi”

Il mio caro amico mi ricordava che recentemente sono successe due cose, offrendomi in tal modo lo spunto per le riflessioni che seguono, e che occuperanno anche la prossima puntata, dal momento che sono di particolare importanza e delicatezza.

Le due cose accadute sono: il centenario dell’apparizione della Madonna a Fatima (13 maggio 1917 – 13 maggio 2017) e le notizie (trapelate appena qualche giorno dopo l’anniversario) su quanto appurato dalla commissione di inchiesta su Medjugorje. L’oggetto di entrambe le questioni è lo stesso: le apparizioni (vere o presunte) della Madonna, e di riflesso il culto che noi altri riserviamo alla Madre di Dio.

Di ritorno da Fatima, interrogato dai giornalisti, Francesco è stato, come suo costume, molto chiaro: ha lodato il lavoro della commissione voluta da Benedetto XIV e presieduta da Ruini, ma soprattutto ha espresso severi dubbi sulle apparizioni più recenti: «Credo alla Madonna nostra Madre buona, non a quella capo di un ufficio telegrafico che detta al telegrafo ogni giorno a certa ora i suoi messaggi».

Il culto e la pietà mariana datano fin dal VII secolo. Tra l’XI e il XVI sec., la pietà mariana, liturgica e privata, si espande e si diffonde in ogni circolo vitale del tessuto ecclesiale: da abbazie e cattedrali, da chiese in città e in campagna, risuona concordemente la venerazione per la Madre di Dio e Regina di misericordia. Vescovi, abati e abbadesse, monaci e frati, preti e laici, ricchi e poveri, si uniscono in un solo grande coro a più voci che loda e supplica la Madre del Signore, sentita vicina a tutti coloro che, tra le prove del cammino, anelano all’incontro col Signore e Giudice della storia.

Perciò, il culto mariano non è certo invenzione della modernità. Tuttavia, nei tempi a noi vicini esso si è arricchito di un elemento, che talvolta rischia di trasformare la giusta venerazione in una fuorviante adorazione (sulla quale taluno potrebbe escogitare idee di sfruttamento in senso commerciale). E cioè, pare quasi che la Madonna, in preda ad un’irrequietezza un po’ insistente, venga continuamente a farci visita per spiegare bene ciò che da noi si vuole nell’alto dei cieli.

Ovviamente, queste note non vogliono nella maniera più assoluta negare (ma neanche confermare) la veridicità delle apparizioni. Del resto, su Fatima immagino non ci possano più essere dubbi di sorta; su Medjugorje, qualificatissimi prelati hanno detto la loro, stabilendo che le prime apparizioni sono plausibilmente reali, le altre quanto meno dubbie.

Il punto di vista dovrebbe semmai essere un altro.

Anche il lettore più superficiale dei vangeli noterà che i più vicini congiunti di Gesù, cioè Maria e (soprattutto) Giuseppe, rivestono un ruolo assolutamente marginale. Con riguardo alla Madre, se escludiamo la chiacchierata con Gabriele, il “fate come vi dice” delle nozze di Cana, e qualche altra discreta presenza accanto al figlio e sotto la croce, di lei non conosciamo assolutamente nulla (men che meno che abbia operato miracoli, poiché il vero miracolo che ha fatto lei è stata l’umile e taciturna coerenza con cui ha vissuto la sua fede totale in Dio). Tanto che per “sanare” quella mancanza, apparentemente inspiegabile, la devota fantasia di qualche primo cristiano ha dovuto inventarsi una serie di storielle, confluite poi nei vangeli apocrifi sull’infanzia di Gesù.

In realtà il silenzio di Maria (e quello speculare di Giuseppe) sono funzionali al fatto che protagonista di tutto sia Gesù, e più in particolare la parola che lui diffonde con tanta dedizione in ogni centro urbanizzato della Galilea del tempo, che gli capitasse di visitare. In altre parole, il vangelo rappresenta una sorta di delega perpetua alla Parola da parte di Dio. Quasi come a dire: «Figlioli cari, ve l’ho detto tramite i profeti; gliel’ho fatto scrivere nell’antico testamento; ho finanche fatto incarnare la seconda persona della Trinità – ovvero il Verbo – che ve l’ha ridetto e ve l’ha mostrato quello che dovete fare; adesso basta».

Tant’è che nell’episodio della parabola del “ricco epulone” (Lc 16, 19-31), si fa cenno proprio al fatto che per salvarsi i parenti del ricco epulone «hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli  […]. Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita».

Infatti, non è casuale che da Gesù in avanti, non ci siano stati più profeti, almeno non nel senso canonico del termine. Anzi, pare quasi che Dio si sia chiuso in un deliberato mutismo. Ci sono stati i santi – sui quali torneremo nella prossima puntata a completamento del discorso – che non erano però profeti, non “parlavano per conto di”, ma “agivano coerentemente secondo la Parola di”. Che è una cosa ben diversa.

Ma torniamo a Maria, la silenziosa madre di Dio. Perché una donna, che in vita e nell’accadere di tanti fatti prodigiosi e straordinari, è sempre stata quieta e appartata, ora, che è nella gloria del cielo, ogni giorno ad orari prestabiliti, deve scomodarsi a venire a ricordarci cose che sono state dette e ridette (e soprattutto mostrate nei fatti)? O, il che è anche peggio, mandare dei messaggi ulteriori, come se tutta la rivelazione non si fosse compiuta duemila anni fa?

Si potrebbe rispondere: perché Dio è misericordioso e pur di non veder persi i suoi figli manda la Madonna a fornire altre dritte (magari aggiornate ai tempi d’oggi) su come convertirsi e salvarsi. Eppure questo cozza con il libero arbitrio umano (“non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita”) e cozza con la “definitività” del messaggio evangelico, dopo il quale Gesù ha detto non ci sarà altro se non il suo ritorno per il giudizio finale. Né ha senso parlare di “aggiornamento”, perché quelle cose dette e fatte duemila anni fa sono più attuali che mai.

Oppure: è lei che autonomamente prende e parte, perché intende “suggerire” le strade per un sicura salvezza. Ma anche questo è poco plausibile, atteso che la strada è una e Gesù lo ha detto con chiarezza disarmante: “Io sono la Via”.

Dunque? Che la Madonna venga a farci visita di tanto in tanto non è incredibile, ma lo scopo non può essere che quello di porsi (quale del resto si pone con la sua silenziosa presenza accanto al figlio) come un esempio concreto del concreto modo di comportarsi, come da dire: “Ragazzuoli, datevi da fare, come ho fatto io”.

Altrettanto giusto è, per il ruolo cardine che ha avuto in tutta la storia della salvezza, tributarle la più alta venerazione, senza perdere però di vista che Maria è potuta diventare “la Madonna”, semplicemente perché ha vissuto la propria fede, senza troppi proclami e sbandieramenti di sorta, senza sgranare rosari mentre i vicini morivano di fame, senza portare in giro nessuna statua con banda musicale e fuochi d’artificio, senza aspettare che magari le apparisse di nuovo l’arcangelo Gabriele a ricordarle cosa doveva fare o come lo doveva fare, ma semplicemente compiendo con coerenza quanto il figlio ha detto di fare. Che poi è stato l’unico, imprescindibile, suggerimento che ha dato a noi altri duemila anni fa a Cana.

Di apparizioni con tanto di messaggi, il vero cristiano, quello che vuole maturare una fede tale da poter dire all’albero sradicati e vatti a piantare nel mare, e che come Maria vuole percorrere la Via verso la Vita e la Verità, proprio non dovrebbe proprio avere bisogno…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Forma e sostanza

n. 30 (15/05/2017)

“Forma e sostanza”

Dopo una pausa più lunga del previsto, il Serpente prudente riprende il suo cammino di provocatoria riflessione. Nelle più recenti puntate, avevo cercato di tracciare un percorso riferito all’autentico senso della fede che i cristiani dovrebbero coerentemente professare.

È evidente che non ci sarebbe bisogno nemmeno di starci a pensare, se tutti quelli che si dicono cristiani leggessero, comprendessero e applicassero ciò che Gesù dice con una chiarezza veramente disarmante. Tutto il quadruplice racconto evangelico è riccamente disseminato di esempi e di spiegazioni talmente semplici, che anche un bambino non troverebbe alcuna difficoltà a capirli. Infatti, la difficoltà è nel viverli nella quotidianità…

Il punto è che tanti si limitano ad una fede puramente formale. Aderiscono a precetti e regole di facciata; magari vanno a messa tutte le domeniche e recitano il rosario per ingraziarsi santi e madonne in vista di una guarigione miracolosa; stringono mani al segno della pace e lasciano la loro elemosina al mendicante che tende la mano sul sagrato. Tuttavia, se a loro venisse richiesto uno sforzo supplementare, qualcosa che incida nel profondo della loro sostanza di cristiani, ecco che con mille scuse si tirerebbero indietro.

È un po’ l’atteggiamento del giovane ricco che osservava tutti i comandamenti e tutta la legge di Mosé, ma quando Gesù gli chiede di rinunciare a tutti i suoi beni e proprietà, girò il cavallo e amareggiato se ne tornò a casa sua.

Considerato che il punto di partenza di questo discorso sulla fede è che essa non è il semplice affidamento fideistico nella potenza divina (atteggiamento che presupporrebbe un’esclusiva responsabilità divina, e un ruolo burattinesco per gli uomini), bensì è un modo attivo e concreto di porsi nei confronti di Dio e del prossimo, bisogna capire in concreto cosa fare.

Qualche indizio lo avevamo rintracciato riflettendo sulle esortazioni quaresimali. Ma tutto il vangelo è ricco di esempi. Intanto, Gesù stesso indica una strada concettualmente utile, sancendo due comandamenti (gli unici che lui impartisce ai suoi): ama Dio come te stesso, ama il prossimo come te stesso.

Detti così, possono sembrare mere dichiarazioni programmatiche. Perciò, Matteo (25, 31 e ss) si è preoccupato di esplicitare bene il senso di questo “amare come se stessi”. Nel citato passo evangelico, si prefigura il giudizio finale: Gesù siede sul trono circondato dai suoi angeli e separa pecore e capre. I primi (i giusti) li chiama benedetti, poiché lo hanno visto affamato e gli hanno dato da mangiare, assetato e gli hanno dato da bere, e così via. Quelli gli dicono “ma quando mai?”, e lui chiosa: “ogni volta che avete fatto questo ad uno di questi piccoli lo avete fatto a me”.

Viceversa i capri li chiama maledetti perché non hanno fatto nulla del bene che potevano fare. Pure quelli chiedono “ma quando mai?” (e si intuisce che il tono della domanda non è tanto quello della sorpresa, quanto piuttosto quello del voler accampare una scusa e una giustificazione), e anche qui la chiosa è la stessa. E così i primi se ne vanno alla gloria del paradiso, e i secondi al supplizio eterno.

Dunque, un primo motivo di riflessione è ancora una volta incentrato sulla piena, sostanziale e assoluta (nel senso di indipendente dalla volontà divina) responsabilità di scelta dell’uomo: è l’uomo che, in totale libertà, stabilisce se essere pecora (animale mansueto e disponibile a seguire il pastore) o capra (animale testardo e restio all’obbedienza). Questa dimensione di responsabilità umana si è persa nel mondo odierno dove ogni escamotage è buono per deresponsabilizzarsi nella sfera pubblica come nella sfera privata. Invece, nell’antichità era chiaro a chiunque, pagano o cristiano. Anche i romani, infatti, asserivano che quisque faber fortunae suae, cioè ognuno è artefice della propria sorte.

Essere pecore o capre è innanzitutto un atteggiamento interiore. Pecore (poi dopo vengono chiamati giusti) sono coloro che vivono la fede e “amano come se stessi” in maniera spontanea, senza alcun calcolo, come se fossero tutt’uno con i rapporti interpersonali che vivono. Capre sono quanti vivono in maniera farisaica la loro fede, per mera apparenza, rifiutando deliberatamente di impegnarsi in relazioni autentiche e sincere.

Il secondo passaggio è appunto sulla concretezza di questo “amare come se stessi”. L’elencazione è chiara: dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ecc.: quelli che noi chiamiamo opere di carità corporale. Ovviamente, il catalogo non è da prendersi alla lettera, né da considerarsi esaustivo. Affamato è anche chi ha bisogno di un consiglio su come regolarsi in un accadimento della vita; assetato è anche chi ha bisogno di un abbraccio per tirarsi su di morale; nudo è anche chi si trova coinvolto in dicerie e in accuse per cose che non ha mai commesso e viene additato da tutti come persona sgradita e da allontanare; incarcerato è anche chi è prigioniero di dipendenze di ogni tipo, dalla droga al gioco d’azzardo.

C’è una frase di Simone Weil che dice: “Mettere la verità prima della persona è l’essenza della bestemmia”. Ed è sostanzialmente quello che fanno i fanatici farisei di ogni religione: antepongono la vuota osservanza formale, all’autentico rispetto e amore per il prossimo e per Dio. Ed è per questo che, in generale, qualsiasi fedele di qualsiasi religione vivesse autenticamente il proprio credo (cioè mettesse la Verità con la V maiuscola prima della persona, il che equivale ad amare Dio e il prossimo come se stessi), nemmeno ci sarebbe tutto questo spargimento di sangue e questi proclami di guerre sante, che sono il frutto di una deliberata distorsione fatta ad uso e consumo proprio, ma con i quali né Dio, né Allah, né Zeus hanno mai c’entrato nulla…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – La crocifissione, nuova epifania

n. 29 (10/04/2017)

“La crocifissione, nuova epifania”

Il brano evangelico di ieri, Domenica delle Palme, proponeva, com’è tradizione, la lunga narrazione degli eventi che riguardano le ultime ore di Gesù sulla terra. Più precisamente il racconto (quest’anno era il turno della versione di Matteo) parte dall’ingresso in Gerusalemme fino alla sistemazione nel sepolcro del corpo, ormai senza vita, di Gesù, piamente deposto da Giuseppe di Arimatea.

Nel mezzo, com’è noto, succede un po’ di tutto: l’ultima cena con i Dodici, la sofferenza del Getsemani, il tradimento e l’arresto di Gesù, i sommari e sgangherati processi davanti a Caifa e agli altri sommi sacerdoti, un processo un po’ meno parziale (ma pur sempre dall’esito infausto) davanti a Pilato, una visitina da Erode (che sembra però confondere Gesù con prestigiatore di fiera da paese), la flagellazione e la crocifissione. Infine, Gesù, dopo essere stato pure schernito perché ha salvato gli altri e non riesce a salvare se stesso, muore e viene posto nel sepolcro.

Immagino che i primi ascoltatori e i primi lettori di questi fatti dovettero recepirli nella maniera che sappiamo: i pagani la presero per una cosa stolta, i giudei per una cosa scandalosa. In effetti, non è casuale che i capi del Sinedrio abbiano chiesto a Pilato una condanna a morte per crocifissione. Avrebbero potuto far uccidere Gesù in qualsiasi altro modo. Ma storicamente parlando la crocifissione era il supplizio di schiavi e malfattori (infatti altri due vengono uccisi così insieme con Gesù), cioè degli ultimi reietti del mondo antico.

Questo, nella bislacca mente di Caifa & C., doveva segnare anche la damnatio memoriae di Gesù. Insomma, un po’ una cosa del tipo: “non solo ce lo togliamo dai piedi con le sue continue accuse alla nostra falsità, ma lo condanniamo anche a non essere ricordato da nessuno”. Già, perché nell’intera letteratura latina, gli stessi scrittori – a parte qualche rara eccezione – non parlano mai di crocifissione, proprio perché era ritenuta una morte talmente infamante, che infangava perfino colui che ne scriveva.

Invece, le cose sono andate un pochino diversamente. Infatti, fin da un attimo dopo che Gesù è spirato, succede ben altro che la dannazione all’oblio che Caifa e i suoi compari credevano di ottenere. E questo credo sia il punto più importante dell’intera narrazione della Passione.

I quattro evangelisti sono concordi nel riferire che, appena Gesù muore, il velo del tempio si squarcia, e la terra comincia a tremare. È fondamentale un particolare: di fronte a tutto quel cataclisma, il centurione che montava la guardia alle croci con i suoi soldati commenta: “Davvero costui era Figlio di Dio!”.

Questo dettaglio – a mio giudizio di fondamentale importanza – costituisce la nuova e definitiva epifania del Signore, al pari di quella che riguardò i Magi e i pastori qualche tempo dopo la nascita di Gesù, e costituisce anche un motivo di riflessione per noi oggi su chi e come può ottenere il dono della fede.

È guardando a questi due momenti epifanici e all’atteggiamento di Caifa & C., che possiamo capire ancora una volta qual è l’atteggiamento della vera fede. Di sicuro non è quello di Caifa, il quale, per credere in Gesù ha bisogno dell’”esibizione” della sua divinità. Caifa è come quelli che dicono “io credo, se ottengo”. Infatti, con estrema chiarezza il sommo sacerdote dice che se Gesù scendesse dalla croce, egli e i suoi sodali crederebbero in lui.

Il che è ancora una volta un giocare di rimando, come fa il fratello maggiore del figliol prodigo. Ma, paradossalmente, se Gesù avesse accontentato Caifa e si schiodava dalla croce e magari scendeva a terra facendo pure un triplo salto mortale, avrebbe smentito la sua natura divina. Infatti, Dio non sta lì per esaudire le richieste più o meno sciocche che gli vengono fatte. Era vero duemila anni fa ed è vero ancora oggi: all’uomo che vuol credere è chiesto uno sforzo, in ragione del libero arbitrio di cui gli è stato fatto dono. In altre parole, per credere bisogna che ci sia un atto di volontà dell’uomo, non di Dio!

Ed è proprio quello che accade ai pastori e ai magi una trentacinquina di anni prima, e poi al centurione nei giorni della Passione. Dio si manifesta ed essi, in piena e totale libertà accettano di credere in lui e di vivere secondo la fede che hanno in lui. Di certo, l’angelo che appare ai pastori, la stella che appare ai magi, o il terremoto che spaventa il centurione non hanno costretto nessuno di loro a credere e a professare una fede. È stata una loro libera scelta.

Vi è pure un altro aspetto importante, e cioè che la fede non è esclusiva di nessuno, ma è per chiunque. Chiunque voglia accettare l’epifania del Signore. Infatti, i primi a cui Dio si manifesta sono gli umili e i poveri (i pastori di Betlemme). Ma non solo essi hanno diritto a fare la loro scelta: anche chi persegue la strada della conoscenza letteraria e scientifica (i magi) può, per quella via, giungere alla vera fede. Ma l’epilogo della vita di Gesù, con la folgorante intuizione del centurione, ci fa capire che anche uno che fino a quel momento è stato estraneo alla fede può riceverla in dono.

La cosa essenziale, in tutti e tre i casi, è la volontà di mettersi in gioco e vivere secondo la scelta fatta. Diversamente, saremo solo dei buoni Caifa, che chiedono il numero di magia per avere la prova dell’esistenza di Dio. Peccato che se avessimo la prova, noi diventeremmo solo dei burattini privi di libero arbitrio, che vivono in un’eterna recita fine a se stessa.

In conclusione, colgo l’occasione per fare ai lettori di questa rubrica i miei auguri di una buona Pasqua.

Il serpente prudente si prende una piccola pausa e tornerà, con la consueta periodicità settimanale, lunedì 24 aprile.

Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

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Il Serpente Prudente – Fede e fiducia – 2

n. 28 (03/04/2017)

“Fede e fiducia – 2”

In una delle prime puntate dell’anno di questa rubrica, ho cercato di fare un po’ il punto su cosa il vero cristiano dovrebbe intendere quando si parla di “fede”. Dopo il triplice appuntamento dedicato alle esortazioni quaresimali alla preghiera, al digiuno e all’elemosina, ho pensato di spendere qualche ulteriore parola sul concetto chiave della vita cristiana. Che è per l’appunto la “fede”.

È evidente che di fede si fa un gran parlare, proprio perché è il fondamento ed il cardine del dirsi cristiani. Perciò, è quanto mai importante aver ben chiaro in mente che significato attribuire a questa parola.

Fermo restando quanto detto qualche puntata fa, diciamo che innanzitutto è evidente che la fede presupponga un atteggiamento di continua “presa di posizione”. Uno degli equivoci più diffusi riguarda proprio questo. Infatti, spesso si ha l’impressione che i cristiani, anche quelli che si dicono più ferventi e convinti, vivano la loro fede come una specie di sentimento immutabile, acquisito più per tradizione ed educazione familiare, che non per libero convincimento. Quasi che il rapporto con il Signore si sia cristallizzato in qualche formuletta ritualistica, da sciorinare a memoria, per far fronte a qualche problema nel frattempo insorto nella propria quotidianità.

Niente di più inesatto. Infatti, basterebbe dare un’occhiata alle vite di quanti hanno veramente vissuto un’intera esistenza di vera fede per accorgersi che Dio esige un rapporto “attivo”, di continua messa in discussione, di continua presa di posizione.

La fede è sicuramente un dono del Signore. Ma talvolta si può trattare anche di un dono che viene da un costante esercizio della ragione; altre volte può venire da un incontro con qualcuno che ha già trovato la sua strada; altre volte ancora può sorgere in occasione di qualche esperienza traumatica. Insomma: non c’è una sola strada per arrivare a comprendere e a concepire la fede come quell’atteggiamento di libera scelta di aderire alla volontà del Signore, in una forma talmente coerente e piena, da avere il potere di dire al gelso di sradicarsi e andarsi a piantare in mare.

Un’indicazione, in tal senso, viene – come è ovvio che sia – dalle parole dello stesso Gesù. Ricordate la parabola del seminatore? Per esempio, la versione di Matteo (13, 1-23), non soltanto contiene il racconto, ma, per i pigri che non si vogliono sforzare nell’interpretarlo, ne fornisce addirittura la spiegazione.

Il seminatore semina ovunque: per la strada, nei luoghi sassosi, tra le spine, nella terra buona. E già questo dettaglio “geografico”, ci lascia capire che la posizione di chi riceve i semi è fondamentale. I semi vengono dati a tutti, ma non tutti sanno come custodirli e farli crescere. E qui si potrebbe citare anche la parabola dei talenti, che pure in misura variabile, vengono forniti a tutti, ma non tutti poi hanno la voglia – perché di voglia si tratta e non di capacità – di metterli a frutto.

Ecco perché la vera fede presuppone un continuo essere in movimento, un continuo mettersi in gioco, un continuo accogliere, meditare e “vivere” concretamente – perché non c’è veramente niente di più materiale, pratico e concreto della parola di Dio – la volontà del Signore.

Ed infatti, nello spiegare la storiella del seminatore, Gesù sgombra il campo da qualsiasi tentazione di equivoci: «[18] Voi dunque intendete la parabola del seminatore: [19 ]tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. [20] Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l’uomo che ascolta la parola e subito l’accoglie con gioia, [21] ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. [22] Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto. [23] Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta».

Dunque: per avere e vivere una vera fede, i passaggi sono pochi ma essenziali. Innanzitutto ascoltare e comprendere la parola (e dunque la volontà del Signore). In questo non possono esserci alibi: forse l’antico testamento può contenere episodi e affermazioni un po’ difficili da comprendere (anche perché alcune cose fanno riferimento a tradizioni ormai sparite da millenni), ma se qualcuno non comprende la chiarezza delle parole del Vangelo è solo perché non vuole capire, dal momento che Gesù si esprime con tale semplicità, che è veramente pretestuoso volerlo equivocare.

All’ascolto e all’accoglimento con gioia della parola – e qui è ancor più chiaro quanto entri in gioco il libero arbitrio dell’uomo – deve seguire la costanza. In tempi come i nostri, in cui la superficialità e l’approssimazione la fanno da padrone, la fortezza è una virtù sempre più emarginata. E, invece, è proprio quello che viene richiesto a noi altri, altrimenti alla prima tribolazione, “restiamo scandalizzati”. È sotto gli occhi di tutti che molti fedeli, alla prima richiesta di guarigione o di qualsiasi altro tipo non esaudita, alzano i tacchi e vanno a pregare altri dei o altri idoli.

La fortezza deve essere anche accompagnata dalla coerenza. Non si può seguire la parola di Dio, che predica un mondo di semplicità e di misura nelle cose del mondo, e poi lasciarsi soffocare dall’ansia della materialità. Ecco perché per i ricchi è difficile entrare nel regno dei cieli: non tanto a causa del loro patrimonio, ma dall’uso distorto che ne fanno. Ed ecco perché anche chi possiede poco non è al riparo dall’inganno e dalla preoccupazione del mondo.

Invece, è richiesto l’ascolto e la comprensione della parola. Comprensione che non è solo un “capire”, ma è letteralmente il “prendere con sé”, cioè farne una cosa propria. Non a caso, il padre del figliol prodigo dice all’altro figlio “ciò che è mio è tuo”: quindi se quello avesse fatto proprio ciò che era del padre, avrebbe saputo che poteva prendere il vitello senza manco chiedere il permesso e mangiarselo con gli amici.

In conclusione: la vera fede è ascoltare, vivere con fortezza e coerenza, e fare propria la parola di Dio. Così sapremo pregare, digiunare ed essere veramente misericordiosi, come prescrive questo tempo di Quaresima

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Esortazioni quaresimali: 3) la vera elemosina

n. 27 (27/03/2017)

“Esortazioni quaresimali: 3) la vera elemosina”

Siamo giunti alla terza e ultima puntata riguardante le esortazioni quaresimali in vista della prossima Pasqua. Così, dopo aver detto qualcosa sul senso “pratico” della preghiera e su cosa bisognerebbe realmente fare per un “giusto” digiuno, oggi proverò a riflettere con voi sul senso che potrebbe avere la “vera” elemosina.

Normalmente e generalmente, l’elemosina, anche dai più ferventi cristiani, viene intesa come il lasciare quattro spiccioli nel bicchiere di carta, che qualche sedicente bisognoso regge in mano fuori la chiesa o all’angolo di qualche piazza. Altri, intendono l’opera di carità come un’azione da compiere nel momento in cui succede una sciagura o un cataclisma: si verifica un terremoto, ed ecco tanti che si mettono ad inviare un sms di solidarietà che, a detta di chi attiva il numero verde, farà arrivare ai poveri terremotati uno o due euro. Altri ancora si lanciano nella beneficenza a distanza: compilano un bollettino postale e inviano a qualche onlus un centinaio di euro all’anno, che serviranno a far mangiare e studiare un bambino per un anno intero…

Insomma, l’elemosina, cioè – secondo il vocabolario della lingua italiana – “ciò che si dona ai poveri per carità”, viene sempre intesa come un’azione a distanza, e sempre e comunque un dare una (irrisoria) cifra in denaro. Talmente generalizzata è questa idea di elemosina, che di fatto è stata adottata anche da pigri parroci e dai fin troppo attivi politici. I primi, nei momenti clou del calendario liturgico organizzano delle raccolte di denaro (con tanto di buste per rendere anonima la donazione), da mandare a questa o quella missione nel terzo mondo; i secondi fondano sulle donazioni televisive, telematiche, o telefoniche, per sovvenzionare la ricerca scientifica, gli aiuti umanitari, e probabilmente anche le attività dei loro partiti.

Presumo, che l’elemosina che si riduce al privarsi di pochi spiccioli, giusto per non sentirsi i lamentosi richiami dei poveri in strada, o per lavarsi la coscienza nel caso di una circostanza più drammatica, c’entri pochino con il senso “vero” che questa forma di carità debba avere per il cristiano di oggi.

Un ottimo punto di partenza è, per una volta, l’etimologia del termine. Elemosina è una parola che deriva dal greco, lingua nella quale essa esprimeva – guarda un po’ – la misericordia, la compassione. E, se la misericordia è il sentimento di intima commozione e attiva partecipazione all’altrui infelicità e miseria (morale e spirituale), è chiaro che l’elemosina non può limitarsi ad una banale regalia di denaro, oltretutto fatta per far vedere quanto siamo generosi. Infatti, lo stesso Gesù critica la ricerca della pubblica lode e della conferma di sé nell’atto di fare l’elemosina (Mt. 6, 1-4).

Dunque, quale potrebbe essere l’atteggiamento della vera elemosina? Se dev’esserci un’intima commozione (cioè un “muoversi con”), la prima cosa da fare è capire di cosa ha realmente bisogno il prossimo (cioè colui che ci è accanto, che non è per forza un amico o un parente, ma può ben essere un collega di lavoro, il cameriere del bar, o il cliente del negozio).

In tempi come questi dove la maggior parte degli uomini, da un punto di vista materiale, ha ben più di ciò di cui ha realmente necessità, i bisogni sono piuttosto di carattere morale che economico. Il più delle volte l’infelicità, benché proiettata sulla mancanza di un oggetto, di una somma di denaro, o di un bene specifico, è in realtà dovuta ad altro: solitudine, senso di inadeguatezza, incomprensione, incapacità di dialogare.

Una volta che ci si è mossi con il prossimo per capirne il disagio profondo che lo affligge, bisogna fare ben attenzione a non cadere in un equivocato senso della misericordia, e cioè l’empatia. L’empatia è quel sentimento che porta ad immedesimarsi nell’altrui sofferenza, ma in una forma passiva, di una condivisione soltanto esteriore, senza un’intima condivisione. Diciamo pure che l’empatia è una forma di compiaciuto crogiolarsi nell’infelicità altrui, cercando di provare anche noi la stessa cosa.

La vera misericordia, e dunque la vera elemosina, in realtà non può limitarsi ad una mera presa di coscienza del bisogno altrui, cercando di provare le stesse emozioni e sensazioni che l’altro prova (il che, oltretutto, non è nemmeno una cosa tanto semplice da fare).

C’è poi un altro dettaglio da non trascurare. Nel Deuteronomio (15, 10) leggiamo: «Dai generosamente e, mentre doni, il tuo cuore non si rattristi». Ciò significa che la carità richiede, anzitutto, un atteggiamento di gioia interiore. Offrire misericordia non può essere un peso o un dovere formale, come spesso accade quando compiliamo i bollettini per l’adozione a distanza.

Pertanto, all’attività e al fare, deve unirsi la consapevolezza della fede. In altre parole, questa dimensione “attiva” della vera elemosina, fa pendant con la concretezza della preghiera e del digiuno di cui parlavamo nelle due puntate precedenti. Soltanto chi ha vera fede sa come pregare, sa di cosa digiunare, e sa essere misericordioso verso il prossimo.

Il vero cristiano non può professare una fede soltanto nelle intenzioni o nelle parole: c’è la necessità di un atteggiamento di concretezza e di “tangibilità” nell’essere cristiani. Anche gli scribi e i farisei si ammantavano di una religiosità tutta esteriore. Non dubito che anche essi, vedendo la miseria e la fame del popolo, potevano provare quel sentimento di empatia e commiserare l’indigenza di quelli, ma non andavano oltre il donare loro parte delle offerte del tempio.

A noi invece è richiesto di essere misericordiosi come lo è il Padre: e la misericordia del Padre si è sempre manifestata in qualcosa di tangibile e concreto, senza limitarsi ad un piagnisteo del tipo: «Oh, poveri uomini, come capisco la vostra sofferenza». No: quando il popolo aveva fame, la manna dal cielo è caduta veramente…

Del resto, è Paolo (che era un uomo esattamente come noi) ad aver compilato un adeguato vademecum di cosa fare: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta».

Difficile non è: basta solo un po’ di sana coerenza tra ciò che affermiamo e ciò che mettiamo in pratica.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – “Esortazioni quaresimali: 2) il vero digiuno”

n. 26 (20/03/2017)

“Esortazioni quaresimali: 2) il vero digiuno”

Come accennato nella puntata di lunedì scorso, con l’approssimarsi della Pasqua, vorrei riflettere insieme con i lettori sulle tre esortazioni pasquali alla preghiera, al digiuno e all’elemosina. La volta passata ho cercato di riassumere un po’ di idee sul senso della preghiera, da intendersi più come dialogo (e quindi con momenti di ascolto, oltre che di discussione), che non come attività monologante (con richieste di stampo do ut des). Oggi, cercherò di dire qualcosa sul digiuno.

Analogamente a quanto avviene per la preghiera, la pratica del digiuno – complice un’equivocata interpretazione secolare veicolata anche dai pulpiti – è stata e tuttora è largamente fraitesa, venendo per lo più limitata ad una scrupolosa osservanza di una regola dietetica. Del resto la quaresima cade grosso modo all’inizio della primavera, e quale occasione migliore per evitare di mangiare questo o quel cibo, unendo l’utile al dilettevole in vista della non lontana “prova costume”?

Infatti, ricordo bene che da piccolo, soprattutto per il mese mariano, chi più chi meno si impegnava a tener fede ai cosiddetti “fioretti”, che avevano tutti a che fare con l’alimentazione. C’era, così, chi per l’intero mese di maggio non mangiava dolci e gelati, chi invece si privava della pizza, chi delle patatine. Ricordo che una volta, un mio conoscente si nutrì di pane ed acqua per tutti i trentuno giorni del mese!

Nella storia della chiesa, tanti santi, a cominciare da Francesco d’Assisi, praticavano spesso e volentieri l’astinenza dal cibo. E, se guardiamo indietro nella storia dell’umanità, scopriamo che il digiuno terapeutico non è una pratica moderna: già Platone, Socrate e Plutarco lo praticavano perché ritenevano che migliorasse le loro prestazioni fisiche e mentali; gli arabi e gli egiziani lo consigliavano come cura per tutte le malattie.

In generale, nelle tradizioni religiose ed esoteriche il digiuno è visto come una tecnica utile per riconnettersi al divino. E pare addirittura che anche la laicissima scienza ne abbia dimostrato la grande efficacia: basta non mangiare per 24 ore, per innescare dei processi benefici in tutto il corpo, dal cervello al cuore e fino a fermare la crescita del cancro. Prestigiosi scienziati americani hanno confermato che un semplice digiuno di 24 ore, meglio se ripetuto periodicamente, fa aumentare la resistenza del corpo, consuma più colesterolo, riduce il numero delle cellule adipose e, non ultimo, diminuisce il rischio di diabete e malattie del cuore e può arrestare il cancro.

Tuttavia, ancorché benefico per il corpo, non necessariamente il digiuno – inteso come astinenza dal cibo – è benefico per lo spirito. Vero è che Gesù fu condotto nel deserto per essere tentato dal diavolo, e dopo aver digiunato 40 giorni e 40 notti alla fine ebbe fame (Mt. 4, 1-2). Il tentatore gli disse: «Se sei figlio di Dio fa che queste pietre siano pane». Egli rispose: «Non di pane soltanto vivrà l’uomo». Per logica, è possibile affermare che non rinunciando al solo pane si salverà l’uomo! E, infatti, è sempre Matteo che ricorda (15, 11) l’ammonimento di Gesù: «Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!».

Su questa preziosissima traccia possiamo allora capire qual è il senso del vero digiuno (che, ovviamente, non può essere disgiunto dalla pratica della vera preghiera), fermo restando che, se tradizioni e da ultimo anche la scienza ci consigliano di rinunciare a qualcosa da mangiare, male non facciamo a nutrirci in maniera più sana.

Per esempio: piuttosto che rinunciare alla pizza o ai gelati, ci si potrebbe sforzare di astenersi dal giudicare gli altri (pratica nella quale, me in testa, siamo particolarmente specializzati), e cercare invece di capire le ragioni degli altri e provare ad avere con loro un confronto costruttivo.

Ci si potrebbe astenere dall’avere comportamenti arroganti e offensivi verso i colleghi di lavoro, e cercare di sopportare le manchevolezze altrui (che alla fine non sono mai più gravi delle nostre).

Un atteggiamento che oggi va per la maggiore (a cominciare da chi scrive) è quello di essere sempre scontenti, lagnosi e soprattutto scoraggiati, come se chissà quali irrecuperabili sciagure ci siano piovute tra capo e collo. Piuttosto, sarebbe un ottimo digiuno quello di mostrare gratitudine per quel poco di buono che si riesce a combinare quotidianamente (che non è il puro e semplice guardare il bicchiere mezzo pieno, bensì un rimboccarsi le maniche e cercare di cambiare quello che è in nostro potere cambiare, confidando nell’aiuto di Dio).

Spesso, soprattutto ascoltando le notizie riguardanti i nostri degni rappresentanti politici, ci mostriamo risentiti e arrabbiati dei privilegi di cui godono loro. Ecco: un buon digiuno sarebbe quello di ammettere che, in fin dei conti, dal portiere del palazzo al presidente della repubblica, dal parcheggiatore abusivo al capo cosca mafioso, tutti, ma proprio tutti, abbiamo i nostri privilegi ai quali restiamo attaccati saldamente, chiedendo che siano sempre gli altri a riunciare ai propri.

Ancora: un altro proficuo digiuno (salutare anche per la salute del corpo oltre che dello spirito) è quello di astenersi dal preoccuparsi del domani: tutti, anziché vivere l’oggi (e affrontare i problemi dell’oggi), vivono sempre proiettati verso i problemi del giorno dopo, con la conseguenza che non risolvono né i problemi più vicini, né quelli più lontani. E può anche capitare che ci prefiguriamo scenari fastidiosi, problematici o irrisolvibili, che poi si rivelano essere soltanto sciocchezzuole che non richiedono più di un quarto d’ora di tempo.

Un digiuno che farebbe bene a tanti potrebbe essere quello di astenersi dagli atteggiamenti di superiorità, come se il destino dell’umanità dipendesse sempre e soltanto da noi, come se nessun altro fosse capace di fare quello che facciamo noi. Bisognerebbe invece assumere un comportamento più umile: tanto, in ufficio, in famiglia, tra gli amici e finanche tra i nemici, se non ci fossimo noi, si andrebbe avanti ugualmente, perché se una cosa non la facciamo noi la potrebbe tranquillamente fare qualche altro.

Insomma: bisognerebbe imparare a vivere il digiuno non come pratica privativa, ma come pratica propositiva, cercando di evitare quei comportamenti usuali e facendo qualcosa di diverso e di migliore, che normalmente non facciamo mai. Altrimenti, nel migliore dei casi saremmo dei buoni farisei e scribi, che continuano ad osservare superficialmente una regola, ma che continuano a mettere il vino nuovo in recipienti vecchi…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Esortazioni quaresimali: 1) la vera preghiera

n. 25 (13/03/2017)

“Esortazioni quaresimali: 1) la vera preghiera”

Ieri è stata celebrata la seconda domenica di quaresima, periodo dell’anno che i cristiani autentici dovrebbero dedicare particolarmente a tre attività (le quali, a ven vedere, dovrebbero essere vissute nella quotidianità di tutti i giorni). Esse sono: la preghiera, il digiuno, l’elemosina. Si tratta di tre modi complementari di vivere in maniera responsabile la propria fede. E non a caso, concludendo la prima puntata dell’anno de Il serpente prudente, auguravo a me stesso e ai lettori che il 2017 potesse essere per ognuno l’anno della responsabilizzazione. Poiché questa rubrica vuole porsi (tra l’altro) come occasione di riflessione consapevole e calata nel vissuto di tutti i giorni, mi sembra opportuno focalizzare l’attenzione sulle tre esortazioni quaresimali, dedicando a ciascuna di essere una puntata.

In questa di oggi cercherò (ovviamente senza alcuna pretesa di completezza) di dire qualcosa sulla preghiera, anche sulla scorta di qualche riflessione condivisa con il mio migliore amico. Preghiera sulla quale penso ci sia più di qualche fraintendimento.

Diciamo subito che la preghiera è il principale strumento di dialogo che il cristiano ha con Dio. Un dialogo che non può in alcun modo e in alcuna misura porsi all’esterno di un rapporto di fede (concetto, anch’esso viepiù frainteso con la mera fiducia; sul punto si veda quanto scritto nella puntata n. 17). Se la vera fede non deve limitarsi ad un atteggiamento di passiva fiducia in Dio, quasi come se a lui toccasse fare tutto il lavoro e a noi solo di goderne i frutti o di patirne le punizioni, di conseguenza anche la preghiera non può essere limitata ad un mero sgranare rosari, o ad una serie di richieste nella trita formula del do ut des. Il che, invece, è quello a cui normalmente si vincola il nostro pregare.

In secondo luogo, la preghiera, in quanto dialogo, presuppone anche una fase di ascolto. Questa dimensione dell’ascolto presuppone una disponibilità da parte del cristiano che va oltre la pura e semplice fiducia (nel qual caso si limiterebbe ad un vago “sentire”). L’ascolto è un modo di “entrare” dentro la parola, per capirla innanzitutto e viverla pienamente. Non a caso, quando Gesù porta con sé Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte, e innanzi a loro viene trasfigurato ed essi lo vedono chiacchierare con Mosé ed Elia, ciò che dice la voce del Padre è appunto: “Ascoltatelo”.

Che per noi, vissuti dopo duemila anni, diventa, per ovvi motivi, un “leggetelo e comprendetelo”, cioè comportatevi allo stesso identico modo in cui lui fa e vi dice di fare. Tanti, anche in ragione dell’antichità di certi racconti, e anche a causa di millenni di arzigogolate spiegazioni che si è voluto trovare a questo o a quel passaggio evangelico, possono essere facilmente portati a credere che Gesù parli per astrazioni, per concetti filosofici di difficile interpretazione.

Niente di più inesatto. Anzi, con molta probabilità la Bibbia in generale e i Vangeli in particolare sono quanto di più materiale e pratico sia stato mai scritto. Non un manuale di precettistica, al pari delle nostre sgangherate leggi civili, ma un vero e proprio vademecum di situazioni di sconcertante attualità e concretezza.

Perciò, la preghiera non può ridursi ad un “ho fame, fammi trovare da mangiare”, oppure ad un “sono povero, fammi vincere la lotteria”, o ancora “non mi piace il mio lavoro, fammene trovare un altro”. E poi aspettare che il cibo, i soldi o il nuovo lavoro piovano dall’altro. Se Dio esaudisse questi monologanti desideri, senza che ci sia la minima consapevolezza di cosa si chiede, e senza che ci sia il minimo impegno concreto da parte dell’uomo, negherebbe di fatto il libero arbitrio di cui ha fatto dono all’umanità. E Lui stesso diventerebbe qualcosa di più simile ad un mago che non una divinità!

Del resto, non si può essere buoni cristiani praticando una preghiera, del tipo: «Visto che vengo tutte le domeniche a messa, fammi trovare un lavoro, oppure fammi vincere la lotteria, o fammi guarire dalla malattia». Anche gli scribi e i farisei praticavano una rigida osservanza formale della legge, eppure questa osservanza solo epidermica non gli evitò di essere oggetto delle severe parole di Gesù.

E noi oggi assomigliamo piuttosto a scribi e farisei che non a veri cristiani, incapaci come siamo di ascoltare e di saperci mettere in un atteggimento di vera preghiera, che non è tanto un chiedere, quando un rendersi disponbili a seguire la parola di Dio.

Non a caso, consapevole che non era facile per i suoi contemporanei comprendere il senso della vera preghiera, fu proprio Gesù ad insegnargli come pregare. E nella preghiera che lui insegnò si parla di “fare la tua volontà”; “rimmetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo”. Cioè anche nel “Padre nostro”, è evidente che Gesù non insegna una preghiera che contiene richieste, ma una preghiera che contiene una messa a disposizione, un’attività in prima persona nel senso di compiere la volontà di Dio, osservare ciò che Egli dice. Solo in tal caso, la nostra richiesta potrà trovare esaudimento.

 Valga come esempio l’episodio (Lc. 11, 5-13) dell’uomo che si reca dall’amico a notte fonda per farsi prestare un po’ di pane. Ebbene, quello è un ottimo esempio pratico di “preghiera”, presupponendo che l’uomo deve comunque uscire di casa, andare dall’amico, bussare, sapere cosa chiedere, e soprattutto insistere perché gli dia ciò che chiede.

Dunque, la preghiera non è una mera richiesta, al pari di una domanda in carta da bollo, che ci verrà accolta o respinta a seconda del se l’abbiamo formulata correttamente o meno. Essa è piuttosto un “fare” qualcosa di concreto seguendo la volontà di Dio. Solo così, potremo dire al gelso “sradicati e vatti a piantare nel mare”.

Vincenzo Ruggiero Perrino