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Il Serpente Prudente – “La Semplicità”

n. 37 (31/07/2017)

“La semplicità”

Qualche domenica fa la liturgia della parola prevedeva come lettura evangelica il brano di Matteo (11, 25-27) nel quale Gesù si esprime in questo modo: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare».

Si tratta di concetti che meritano una riflessione, dal momento che mettono in campo questioni piuttosto interessanti sul rapporto tra la fede e la conoscenza. Infatti, sembrerebbe quasi che le parole di Gesù tradiscono una certa ostilità nei confronti degli intellettuali e di quanti desiderino attingere alla sapienza e alla conoscenza. A mio parere, le cose stanno in maniera molto diversa.

Innanzitutto bisogna contestualizzare l’episodio in cui Gesù fa queste affermazioni apparentemente “anti intellettuali”. Infatti, poco prima, c’è l’episodio in cui Giovanni invia alcuni suoi discepoli da Gesù, affinché costoro gli chiedano: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». Al che Gesù risponde loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: i ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me».

È evidente che Giovanni – che tempo prima aveva incontrato Gesù, quasi opponendosi alla sua richiesta di essere battezzato – non poteva non sapere che “colui che deve venire” fosse proprio suo cugino! Perciò, l’invio dei discepoli con quella precisa richiesta, si spiega nel senso che Giovanni vuole che siano proprio essi ad apprendere dal diretto interessato la sua natura messianica (il che fa pendant con il ruolo di precursore che al momento giusto esce dalla scena per far posto al vero protagonista della storia).

Subito dopo, Gesù dice che Giovanni è anche più di un profeta, è il messaggero che preparerà davanti a lui la via: «In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Dunque, poniamo un punto fermo: un profeta è sicuramente un uomo di fede, ma è anche un uomo di sapienza e di conoscenza. Tuttavia, tutto ciò non basta a garantirgli di essere il numero uno nel regno dei cieli, poiché il giusto atteggiamento per passare davanti anche a Giovanni nel regno dei cieli è quello della semplicità.

Ma proseguiamo. Il racconto di Matteo, dopo le parole su Giovanni va avanti, fornendo ulteriori indizi: «Allora si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perché non si erano convertite: “Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida. Perché, se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, gia da tempo avrebbero fatto penitenza, ravvolte nel cilicio e nella cenere. Ebbene io ve lo dico: Tiro e Sidone nel giorno del giudizio avranno una sorte meno dura della vostra. E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se in Sòdoma fossero avvenuti i miracoli compiuti in te, oggi ancora essa esisterebbe! Ebbene io vi dico: Nel giorno del giudizio avrà una sorte meno dura della tua!”».

Punto secondo: l’atteggiamento della semplicità quasi fanciullesca include una componente di riconoscenza e stupore tanto nei confronti dei doni della fede e della conoscenza, quanto nel senso complessivo del rapporto con Dio e con il prossimo.

Non sembra azzardato dire che la vera conoscenza e la vera fede non solo non si escludono vicendevolmente, bensì sono una parte sostanziale dell’altra: entrambe, se autenticamente vissute, sono necessarie per vivere con quell’atteggiamento di semplicità (che non è né inconsapevole e acritica accettazione, né passiva dabbenaggine), che Gesù loda.

La conoscenza che è invece di ostacolo alla fede è quella che si sostanzia di saccenza e presunzione, caratteristiche tipiche del vero fariseo, quali ce ne sono tanti anche oggi. Esemplare è l’episodio in cui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani chiedono a Gesù: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?». Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi». Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Diciamo dunque: “Dagli uomini”?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

La semplice risposta di Gesù zittisce i “sapienti” sacerdoti, che pure di conoscenza libresca ne avevano da vendere. Un po’ come gli intellettuali (o sedicenti tali) dei nostri giorni, che sanno dare opinioni su tutto e tutti, sparlano a sproposito di ogni cosa, cercando sempre di affermare una loro superiorità morale, mettendo spesso la verità in un angolo. Quello condannato da Gesù è l’uso sleale della ragione, perché si pone su un piano di mediocrità, tanto da risultare inutile per il mondo e per il cielo. Gesù infatti chiede un impegno (anche intellettuale) che sia innanzitutto un superamento della mediocrità e della superficialità («Chi si mette all’aratro e poi si volta indietro non è adatto per il regno di Dio», Lc 9, 62). È un monito che vale per il cristiano ma anche per il laico.

Non a caso, anche tra i laici autenticamente impegnati in un umanesimo che “rivoluzioni” veramente il mondo e la società umana, il messaggio non è tanto dissimile. Si legga per esempio il gustosissimo Romanzo dei tui (di recente edizione), purtroppo incompiuto, satira impietosa del cattivo uso dell’intelletto che fanno gli stessi intellettuali. E si rilegga quello che diceva uno scrittore del calibro di Pier Paolo Pasolini: «Il tipo di persone che amo di gran lunga di più sono le persone che possibilmente non abbiano fatto neanche la quarta elementare, cioè le persone assolutamente semplici […]. Non lo dico per retorica, lo dico perché la cultura piccolo-borghese è qualcosa che porta sempre della corruzione, delle impurezze, mentre un analfabeta, uno che ha fatto solo i primi anni delle elementari, ha sempre una certa grazia che poi va perduta attraverso la cultura. Poi la si ritrova ad un altissimo grado di cultura, ma la cultura media è sempre corruttrice».

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Beatamente degni

n. 36 (17/07/2017)

“Beatamente degni”

Scorrendo le pagine del vangelo, non è difficile accorgersi del fatto che se c’è un filo rosso che lega le varie parabole e i “detti” di Gesù, esso andrebbe rintracciato nel costante riferimento ad una nuova forma di dignità dell’uomo.

Con un particolare importantissimo: la dignità, sulla quale Gesù fonda costantemente i suoi discorsi, assume delle sfumature completamente inedite nel panorama intellettuale del tempo in cui egli predicava, ma si rivela sorprendentemente inattuale anche oggi. In altre parole, sono passati duemila anni, ma gli uomini e le donne – cristiani o meno che siano – ancora non hanno saputo raggiungere la dignità di essere umani alla quale essi sono chiamati.

Il motivo è semplice fino all’ovvietà: l’uomo ha costruito tutta una serie di false apparenze di dignità, di sovrastrutture sociali, economiche, culturali, da nascondere a se stesso il senso più autentico e profondo della vita umana. E la cosa quasi divertente è che, prima ci si ingabbia in queste proiezioni assurde, e poi ci si lamenta pure che non si sta bene!

Chi si stia chiedendo qual è questo senso autentico della vita umana, può aprire a caso una qualsiasi pagina del vangelo, leggerla con il giusto taglio critico, e lo capisce immediatamente. La vera dignità umana risiede nell’aderire con fede al messaggio “nuovo” di Gesù: quella fede sulla quale più volte questa rubrica si è soffermata. Qui possiamo aggiungere che la sola fiducia – quel vago senso di deresponsabilizzazione dell’uomo, che vorebbe quasi che Dio si sostituisse a lui nelle scelte, col quale spesso si confonde la fede – sia del tutto antitetica alla dignità a cui l’uomo è chiamato.

Per meglio comprendere questa conquista della dignità attraverso una concreta azione individuale e personale, si può partire dall’etimologia della parola. “Dignità” viene dal latino “dignus”, che correttamente dovremmo tradurre con “meritevole”. Il corrispondente vocabolo greco è ἀξίωμα  (“assioma”). In matematica, un assioma è una verità evidente che non necessita di dimostrazione. Dunque: la dignità umana è un assioma: non ha bisogno di essere dimostrata, ma semplicemente riconosciuta dall’atteggiamento e dal comportamento proprio di chi è “meritevole e degno”.

Su di essa – naturalmente parliamo della “vera” dignità – si dovrebbe fondare ogni aspetto della società civile. Tuttavia oggi, come accennavamo poc’anzi, sono in voga altri modelli di dignità, che, lungi dall’essere assiomatici, presuppongono anzi una continua dimostrazione verso gli altri. Oggi ci si riempie la bocca della parola “dignità” a tutti i livelli. Noi italiani, infallibili nelle parole molto più che nei fatti, lo abbiamo finanche scritto nella Costituzione repubblicana, nella quale, l’art. 3, in maniera perentoria ed inequivocabile riconosce «pari dignità sociale» a tutti i cittadini. Peccato che, nella realtà dei fatti, sia sotto gli occhi di tutti quanto, proprio quelle istituzioni che dovrebbero assicurare la pari dignità sociale, in realtà non fanno altro che assumere quotidianamente atteggiamenti di aperto vilipendio della dignità altrui.

Non va certo meglio in ambito religioso. Sul punto invito i lettori di questa rubrica a dare uno sguardo ad un video su youtube relativo ad un “esperimento sociale”, in cui un attore finge di essere un mendicante davanti al Duomo di Napoli, chiedendo non soldi ma la possibilità di usare il bagno per potersi lavare la faccia e magari radersi la barba. Su centoventi persone fermate, appena due si offrono di dargli aiuto (e tra questi due, non figura il sacerdote al quale l’attore pure chiede aiuto)…

Vero è che nel corso dei secoli ogni popolo ha adottato parametri affatto diversi di dignità, stabilendo gerarchie sociali e regole. Il teologo domenicano Timothy Radcliffe scrive che «tutte le società rendono visibili certe persone e ne fanno scomparire altre. Nella nostra società sono ben visibili i politici e le star del cinema, i cantanti e i calciatori, che si presentano continuamente in pubblico, sui cartelli pubblicitari e sugli schermi televisivi. Ma rendiamo invisibili i poveri. Essi non compaiono nelle liste elettorali. Non hanno volto né voce».

Possiamo dire che la dignità di ci si parla oggi non si accompagna tanto all’aggettivo “umana”, quanto piuttosto ad altre formule legate al ruolo sociale e al ceto economico di ciascuno. Eco, perché accanto a persone “dignitose”, “meritevoli” di rispetto, si fa sempre più largo la pretesa dignità che poggia su disvalori, più o meno esibiti e spettacolarizzati, per garantirsi privilegi e benefici.

Se in ambito laico la dignità, per dirla con Aristotele, «non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli», ed è propria quindi di chi agisce per meritare onori e credibilità, per un cristiano essa è quella qualità che rende gli uomini il sale della terra. Infatti, Matteo ricorda l’ammonimento di Gesù sul fare attenzione a non perdere il proprio “sapore” di uomini, perché, al pari del sale divenuto insipido,  anche l’uomo senza sapore a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato (Mt 5, 13).

Cosa fare per avere sapore e quindi assurgere alla “nuova” dignità evangelica? Matteo lo spiega poco prima (5, 1-12): il comportamento delle beatitudini, che è una delle numerose estrinsecazioni ed esemplificazioni offerte dalla predicazione di Gesù a chiarimento di quel concetto di fede, che più volte è stato al centro di questa rubrica.

È evidente che il mite, il povero di spirito, l’afflitto, l’operatore di pace, sono tutte persone che “fanno” e non dimostrano assolutamente nulla; vivono la loro qualità senza sbandierarla ai quattro venti per essere riconosciuti tali. Ancor meno dimostra chi si comporta secondo lo spirito di quella, che in una delle prime puntate di questa rubrica, definii l’ottava beatitudine: “Beati quelli che non hanno niente da dire, e nonostante questo restano in silenzio”.

In questi tempi senza sapore, però, vi è un comportamento che l’uomo di fede ha quasi l’obbligo di assumere, per partecipare attivamente alla vita del suo tempo, imprimendo o almeno cercando di imprimere una svolta virtuosa all’ambiente sociale in cui vive ed opera. Come diceva don Tonino Bello, bisogna non soltanto “consolare gli afflitti”, ma anche “affliggere i consolati”, e cioè scardinare quelle convinzioni che poggiano su falsi valori e anestetizzanti parvenze di verità. Bisogna sempre sforzarsi di avere una visione costruttivamente critica della fede, dei comportamenti di chi pensa di agire con fede, di chi ritiene di aver conquistato una dignità che in realtà tale non è. Solo così potremmo dirci beatamente degni delle promesse di Cristo.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – La presenza di Dio

n. 35 (03/07/2017)

“La presenza di Dio”

Una delle questioni più ricorrenti nel corso della storia è quella della “presenza” di Dio nelle vicende umane. Credo che un po’ tutti, confrontandosi con quanche problematica più o meno grave, abbiano avuto modo di riflettere su domande del tipo “dov’era Dio quando succedeva questa cosa?”.

Lo si è sentito dire, per esempio, in tanti film sulla shoah; lo si sente dire quando si vivono drammatiche esperienze di malattie gravi o incidenti che coivolgono giovani e giovanissimi; ma lo si sente pure dire per cose ben più banali come una sommessa andata male o un desiderio in qualche modo frustrato o non realizzato. Sostanzialmente la questione si riduce sempre ad una domanda fondamentale: se io mi comporto bene, perché mi succedono cose non buone o comunque Dio non ascolta le mie richieste?

Chi ha avuto modo di leggere le vecchie puntate di questa rubrica sa che una delle cose sulle quali ho maggiormente insistito è la dimensione concreta della fede cristiana. Perciò, dal punto di vista del serpente prudente la domanda poggia su un presupposto sbagliato e su una sostanziale confusione di ruoli. Ma procediamo con ordine.

Molto spesso, per non dire sempre, il “comportarsi bene”, che tanti ritengono essere il loro modo di vita, è in realtà una semplice assenza di azioni dichiaratamente negative. Un po’ una cosa del tipo: “Io non rubo, non uccido, non pronuncio il nome di Dio invano, quindi mi comporto bene”. Insomma, il bene che tanti sono convinti di fare consiste sostanzialmente in un “non fare il male”. Il che è solo una parte della verità.

Infatti, il bene che si dovrebbe compiere non può limitarsi ad un non comportarsi male. Sarebbe estremamente semplice e di fondo assomiglia tanto al comportamento di colui che ricevuti i talenti li va a sotterrare anziché ad investirli. Se rileggiamo attentamente quella parabola, colui che riceve i talenti e li sotterra, in effetti, non commette alcuna azione malvagia. Tuttavia, quando il padrone ritorna lo punisce proprio per il suo “non fare”.

Quindi: punto numero uno, fare del bene vuol dire agire, porre in essere un comportamento concreto e materiale.

Sul cosa fare, questa rubrica si è abbondantemente dilungata in numerose puntate, e non mi pare il caso di richiamare concetti già espressi. Diciamo solo che l’azione richiesta non è un’azione nell’ottica umana, bensì nell’ottica di una fedele adesione al progetto e alla volontà di Dio.

Bene, a questo punto la domanda diventerebbe: “se io compio la volontà di Dio, perché non mi succedono cose buone o Dio non esaudisce le mie richieste?”.

Tuttavia, anche in questo caso la questione è mal posta, perché poggia su una duplice disattenzione al dettato evangelico.

La prima: Gesù (tanto in Matteo quanto in Giovanni) dice «Qualunque cosa chederete nel mio nome, avendo fede, il Padre ve la darà». Sull’“avendo fede” rinvio alle puntante in merito.

Agostino d’Ippona poneva l’accento sul “nel mio nome”. Il nome di Gesù gli viene imposto (Mt, 1,21) «perché salverà il suo popolo dai loro peccati». Perciò solo chi chiede qualcosa riguardante la salvezza chiede nel nome di Cristo. Il che esclude tutte le richieste di vincita alla lotteria, ma anche tutte le richieste di salvare la vita di un innocente malato. Non caso, anche Giacomo scrive nella sua Lettera (4,3): «Chiedete e non ottenete, perché chiedete male».

Del resto chiedere di essere esauditi in un desiderio (fosse pure sorretto dalla più candida e sincera delle intenzioni), a fronte dell’aver fatto qualcosa di buono, sa tanto di do ut des, il che è fuori dalla logica divina (e in certi casi anche da quella umana). Tanto è vero che Gesù precisa che “il Padre ve la darà”, con il verbo è al futuro e non al presente, la qual cosa lascia intendere che il desiderio, osservate tutte le condizioni del caso, verrà esaudito in un tempo futuro.

E qui bisogna introdurre la seconda disattenzione. Nel dodicesimo capitolo di Luca, Gesù, dopo aver ammonito i suoi allocutori sul fatto di non preoccuparsi di ciò che mangeranno o di cosa indosseranno, li invita al cercare il Regno di Dio e tutto il resto verrà in aggiunta dato loro. Poi dice al versetto 33: «fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma».

Ne deduco che le “buone azioni” che si compiono in questa vita non hanno una finalità per questa vita. In altre parole, il bene che si compie non può essere merce di scambio da investire per ottenere l’esaudimento di una preghiera o di una richiesta. Bensì hanno valore solo nell’ottica futura di un tesoro inesauribile nei cieli.

Qualcuno potrebbe dire: “però molti che pregano Padre Pio ottengono la guarigione di qualche caro congiunto”. Sì, è vero. Ma questo non accade perché chi ha pregato e ottenuto sia stato più bravo di chi ha pregato e non ha ottenuto. Accade semplicemente perché la volontà di Dio e i suoi piani sono assolutamente imperscrutabili, e se Egli ha deciso in tal modo, non c’è spiegazione razionale che tenga. Non a caso, si parla di miracolo, proprio perché esce da una logica razionale.

Del resto, tutto il meccanismo della preghiera e dell’esaudimento ha un fine che è ben dichiarato nel vangelo: «perché il Padre sia glorificato nel Figlio», e non perché l’uomo sia accontentato nella sua richiesta.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Il tempo della fede

n. 34 (19/06/2017)

“Il tempo della fede”

Chi ha modo di seguire costantemente le puntate di questa rubrica avrà avuto modo di notare alcuni punti chiave del discorso. In particolare ho cercato di insistere sul fatto che il senso della fede cristiana – cioè proprio della parola “fede” – è qualcosa di diverso da quello che comunemente gli viene attribuito, e cioè quello di “affidamento” o “fiducia”. Ho cercato di spiegare, basandomi sulla mia (modesta) conoscenza della Parola, che un punto su cui Gesù insiste particolarmente è il “fare”, e quindi una dimensione concreta e tangibile della fede.

Da questa considerazione iniziale sono poi venute le riflessioni sul “cosa” fare (cioè il comportamento del giusto e autentico cristiano, che ho tentato di riassumere nelle puntate dedicate alle esortazioni quaresimali al digiuno, all’elemosina e alla preghiera) e sull’importanza di una scelta di sostanza (e quindi di responsabilità), più che di carattere formale (e quindi di attribuzione della responsabilità al solo Dio).

Infine, un paio di puntate sono state dedicate alle figure che il cristiano dovrebbe avere a riferimento e a modello della sua condotta, e cioè la Madonna e i santi, oggetto troppo spesso di un’idolatria, che non serve a nulla se non ad arricchire astuti speculatori.

Tutto questo “vivere autenticamente la fede” fin qui delineato deve essere necessariamente iscritto in una coordinata imprescindibile: il tempo. Potrebbe sembrare una considerazione oziosa, e invece non lo è. Tanti, forti di un’equivocatissima interpretazione della misericordia divina, sono convinti che fino all’ultimo secondo della propria vita possano redimersi e volare direttamente in paradiso.

Che poi è un po’ quello che sembra essere successo al cosiddetto buon ladrone: una vita di ruberie e furti vari, tanto da finire in croce – è bene avvertire che la crocifissione, il supplicium servile, era la morte a cui andavano incontro schiavi fraudolenti verso i padroni e gentaglia dedita appunto a rapine e furti – e poi una parolina buona spesa in croce e il paradiso è assicurato. Tant’è che l’ironia popolare ha spesso indicato in quest’azione un ultimo incredibile furto, appunto quello della salvezza eterna.

Io mi permetto di pensare che le cose stiano un tantino diversamente. Fermo restando che nella sua onnipotenza Dio può tutto, e quindi anche salvare il più infimo dei peccatori che nell’ultimo istante della sua vita mostri un minimo cedimento alla sua corazza di turpitudine, mi pare abbastanza fanciullesco pensare che Dio chiuda gli occhi su una vita di nefandezze, e, in virtù della sua misericordia, si accontenti di un gesto estremo di conversione.

Anche perché la conversione è qualcosa che deve accompagnare la vita dell’uomo, non chiuderla. Sarebbe praticamente perfetto: faccio quello che mi pare e piace, poi dieci minuti prima di morire mi converto; Dio si accontenta; mi perdona e io volo nell’alto dei cieli. Questo schemino presuppone la completa deresponsabilizzazione dell’uomo e una sorta di ingenua condiscendenza divina!

Invece, che le cose stiano diversamente Gesù lo spiega piuttosto inequivocabilmente in almeno due episodi.

Il primo è quello della parabola della cosiddetta “pecorella smarrita”, che ben chiarisce, nel rapporto uomo-Dio, quale sia il ruolo di quest’ultimo. È chiarissimo che Dio è disposto a mettersi a cercare la pecora smarrita, a fare notte finché non la trova. Ed è altrettanto evidente che gli è possibile trovarla a condizione che quella si lasci trovare. Se la pecora si fosse andata a nascondere in qualche posto sperduto e inaccessibile, il pastore sarebbe tornato indietro lasciandola al suo destino.

Quindi: Dio cerca l’uomo anche “a tempo indeterminato” (che certo non può essere “dieci minuti prima di morire”), ma l’uomo deve essere disponibile a farsi trovare, cioè almeno a comprendere il valore della parola e della fede, e a sforzarsi di viverla coerentemente.

Il secondo episodio è quello dell’adultera che stanno per lapidare e che Gesù salva con la fulminante battuta “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, che invece del rapporto uomo-Dio, chiarisce il ruolo dell’uomo. Normalmente l’esegesi anche domenicale si ferma appunto a questa frase di indubbia presa. In realtà l’episodio si conclude con l’ammonimento alla donna: “vai e non peccare più”.

Quindi: Dio perdona la colpa, ma l’uomo non deve per questo sentirsi autorizzato a sbagliare “a tempo indeterminato”, perché tanto “poi Dio,che è misericordioso, mi assolve sempre”…

Le stesse vite di tanti santi testimoniano un passato di negligenze di varia gravità. Tuttavia, una volta imboccata la strada della conversione (cioè di vivere autenticamente la fede di cui ho parlato altre volte), non l’hanno abbandonata più. E vivendo una fede autentica, anche gli errori diventano occasioni di prova della fede, piuttosto che veri e propri peccati.

Un quadro del genere sconsiglia vivamente di aspettare l’ultimo momento della vita per pentirsi e avere il perdono, considerando che la fede si vive nel tempo presente della quotidianità, e non a conclusione di essa. Bisogna pensare che Dio è misericordioso, mica un fessacchiotto che crede ad un pentimento in extremis! Se Gesù promette il paradiso al buon ladrone non è perché quello, vistosi in croce, ha calato l’asso del pentimento dalla manica; piuttosto è da credere che già durante la vita abbia avuto sempre remore nel fare ciò che magari l’indigenza lo costringeva a fare (ricordate che la crocifissione era la pena dei reietti della società).

Come avrete notato, dall’inizio di giugno Il serpente prudente ha cambiato periodicità. Infatti, per tutti i mesi estivi – e quindi fino alla metà di settembre – la rubrica, pur pubblicata sempre di lunedì, avrà cadenza bisettimanale. Perciò, arrivederci a tra quindici giorni!

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Le scelte pigre

n. 33 (05/06/2017)

“Le scelte pigre”

Ieri il calendario liturgico ci ha fatto festeggiare la Pentecoste, ovvero la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli. Un po’ ovunque la festività è stata anticipata da veglie di preghiera, attraverso le quali si è invocato l’arrivo appunto della Terza persona della Trinità.

Se per millenni teologi, filosofi e intellettuali vari si sono confrontati con la Trinità, hanno dovuto per forza di cose gettare la spugna di fronte allo Spirito Santo. Che, delle tre persone, è proprio quella più sfuggente e “misteriosa”. Infatti, se di Gesù abbiamo resoconti più o meno dettagliati da parte degli evangelisti, e se il Padre più di qualche volta ha fatto personalmente capolino nelle narrazioni dell’Antico Testamento, dello Spirito Santo, a conti fatti, non sappiamo granché.

Nel Credo diciamo che “ha parlato per mezzo dei profeti”; nella Genesi sappiamo che “aleggiava sulle acque”; per lo più si manifesta sottoforma di vento, di alito, e – nel brano evangelico della Pentecoste – sotto forma di lingue di fuoco. La difficoltà a cogliere pienamente “chi” sia lo Spirito Santo emerge anche dalle raffigurazioni che di esso hanno fatto i migliori pittori della storia dell’arte.

Gesù dice che lo Spirito “vi condurrà alla verità tutta intera”, che a ben vedere significa che a Lui tocca il compito più complicato, ovvero “ricordare” ai cristiani come si vive autenticamente la propria fede. Un compito che svolge in maniera silenziosissima, tanto che potremmo dire, alla maniera modo popolare, “sega ma non fa rumore”.

Quando si accede al sacramento della cresima, si ricevono i sette doni dello Spirito: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. Doni, dei quali, il vero cristiano dovrebbe far uso in maniera quasi automatica, mentre invece, appare evidente che difficilmente i cristiani di oggi se ne servono come dovrebbero.

Come ho più volte avuto modo di accennare in queste puntate, vivere autenticamente la propria fede è un impegno che consegue ad una scelta. Va da sé che “scegliere” comporta un “fare”, e non subire passivamente qualcosa che cade dall’alto. In altre parole, lo Spirito sì scende su di noi, ci offre pure i suoi sette doni, ma usarli o meno (e come usarli) è una scelta che dipende solo ed esclusivamente da chi riceve i doni. Il che costituisce il vero punto dolente della questione.

Infatti, la maggior parte dei cristiani di oggi vive la propria fede con disinvolta noncuranza. Siamo tutti fedeli nel partecipare ad una messa che, in questo modo, diventa una cosa meccanica come dover fare benzina ogni volta che si accende la spia rossa sul cruscotto; tutti fedeli nel celebrare feste a suon di regali e spese varie; tutti fedeli magari anche nel lasciare qualche spicciolo di elemosina ai mendicanti sui sagrati.

Vi sembra che tutto questo significhi usare la sapienza, l’intelletto, o avere timore di Dio?

Tuttavia, è bene precisare una cosa. La pigrizia (ma sarebbe meglio chiamarla accidia) con cui si vivono le scelte che si pretende di aver fatto nella vita, è comune a tutti gli uomini e le donne di questo tempo, e non soltanto ai cristiani o sedicenti tali. Oltretutto, lo smodato uso dei ritrovati del progresso tecnologico ha, negli ultimi tempi, acuito questa caratteristica. Infatti, le varie app, internet, facebook, e quant’altro, usati nel modo irresponsabile con cui vengono usati dal 90% della gente, danno solo l’illusione di padroneggiare informazioni e cose, delle quali invece non si ha né si vuole avere la benché minima conoscenza. Sono i social che vomitano a ritmo continuo informazioni e notizie; quando invece dovrebbe essere l’esatto contrario: dovrebbero essere la persone a cercare di saperne di più su qualsiasi cosa.

Anche quanti si professano atei, in realtà non hanno la benché minima idea di cosa stiano professando, al punto che l’ateismo di oggi – ben lontano dal rigore intellettuale di un Voltaire o di altri illuministi – significa solo un generico rifiuto di quelle stesse regole che altri invece farisaicamente seguono ogni domenica.

Siamo, insomma, nel tempo della pigrizia intellettuale e della mancanza di curiosità. Ci si trascina apaticamente da un sentimento all’altro, da un’esperienza all’altra, senza mai andare al fondo delle cose, senza mai avere lo stimolo a cercare qualcosa di più profondo dell’apparenza.

Prendiamo i giovani e giovanissimi: stanno costantemente con un cellulare in mano dalla mattina alla sera; anche se camminano fianco a fianco si parlano con messaggi di whatsapp; se devono litigare lo fanno togliendosi l’amicizia su facebook. E, attenzione, parliamo della generazione che anagraficamente dovrebbe essere più curiosa e avere più entusiasmo verso ciò che non conosce.

Perciò, se c’è un dono che il cristiano di oggi dovrebbe invocare dallo Spirito Santo è la curiosità. Cioè, avere la voglia di andare a fondo alla verità, di voler essere veramente disponibile a farsi guidare alla “verità tutta intera”, di voler vivere con attivo protagonismo il proprio “essere cristiano”, con quello spirito critico e la libertà propri di chi non accetta passivamente scelte calate dall’alto.

In fondo – e con questo mi riallaccio a quanto scritto nelle ultime due puntate – è questo ciò che hanno fatto la Madonna e i Santi: si sono lasciati guidare alla verità, ma non per forza di inerzia, ma con libero convincimento, con entusiasmo, con la curiosità di capirci qualcosina in più.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serprente Prudente – Di Madonne e santi – 2

n. 32 (29/05/2017)

“Di Madonne e santi – 2”

Nella scorsa puntata avevo cominciato ad abbozzare le linee di una riflessione sul culto della Madonna. In particolare, partendo dagli esiti delle indagini condotte dalla Commissione voluta da Benedetto XVI sulle apparizioni di Medjugorje e dalle dichiarazioni di Francesco sul caso, ho cercato di spiegare che il vero cristiano, quello che vive con autenticità la propria fede (intendendola come pieno e convinto compimento della volontà del Padre, più che come semplice a lui affidarsi), non ha bisogno che gli appaia la Madonna ogni giorno a dargli i compiti da fare a casa. Né c’è traccia nella rivelazione evangelica che qualcosa di simile fosse previsto. Ciò posto, nulla vieta di affidarsi all’intercessione di Maria, affiché con il suo concreto esempio di vita, fornisca un viatico al credente di oggi.

Un discorso simile si può fare per i santi.

Per cominciare, la prima domanda da porsi è: chi erano i santi? Né più e né meno che uomini e donne come noi altri. Se scorriamo le biografie di alcuni di loro, è facile scoprire che per lo più si trattava di comunissimi peccatori, dediti ad ogni tipo di piacere terreno, che però hanno avuto un particolare atteggiamento: posti di fronte ad una scelta, essi hanno preferito far spazio all’azione di Dio, piuttosto che continuare a scegliere la strada dell’edonismo o del vivere “fai da te”.

L’atteggiamento “santo” è, non tanto quello dell’infallibilità e della perfezione (che è un risvolto agiografico che in realtà non c’è), quanto piuttosto quello di permettere a Dio di compiere la sua volontà, mortificando la propria di volontà, o meglio facendola aderire (questo sì in maniera perfetta) alla volontà di Dio. In altre parole, i santi sono quegli uomini e quelle donne che hanno vissuto un’autentica esperienza di fede in Dio, non soltanto a lui affidandosi e in lui confidando (con preghiere, digiuni, e carità vari), ma anche operando concretamente secondo quello che leggevano nel vangelo.

Insomma, essi costituiscono un valido esempio, al pari della Madonna (ma, mutatis mutandis lo stesso discorso è possibile farlo per gli apostoli, che tutto erano fuorché perfetti: pensiamo a quello che combina Pietro fuori dal Sinedrio, mentre si svolge il processo farsa a Gesù…), di come si vive veramente e autenticamente la fede.

Invece, come ci si rivolge ai santi nella quotidianità? È noto che da tempi remotissimi, ogni centro urbanizzato, e in alcuni casi anche piccole frazioni di più grandi realtà cittadini, hanno eletto questo o quel santo a patrono e protettore. In occasione della ricorrenza liturgica di quel santo, da sempre si organizzano festeggiamenti, la cui fastosità in alcuni casi rasenta il delirio e una pericolosa deriva idolatrica.

Festeggiamenti di norma affidati a sedicenti comitati di parrocchiani, ai quali – come potevano mancare? – si sono aggiunti sindaci e onorevoli, tirati a lucido per il defilé processionale con tanto di fasce tricolori e stendardi del municipio, prevedono processioni con bande e majorette, fuochi d’artificio, coloratissime luminarie, bancarelle che vendono di tutto di più con mercatari che si contendono i posti migliori della piazza. Insomma, le feste per il santo patrono di un comune o anche di un quartiere sono diventate un carosello commerciale, che di religioso ormai conserva solo il nome.

Per non parlare del commercio e del giro di denaro che si giustifica in nome di santi, resi famosi dal compiaciuto aiuto di giornalisti e televisioni. Pensiamo a quello che è diventato “fare il pellegrinaggio da Padre Pio”, e a come san Pio è stato “venduto” in ogni modo possibile e immaginabile…

Spesso si entra in chiesa e ci si rivolge al santo di zona, quasi come se fosse un boss criminale, per ottenere una grazia o un miracolo, bypassando con sconcertante disinvoltura il vero padrone di casa… Altre volte, il santo di turno è quasi usato a mo’ di ostentazione di potere o per giustificare soprusi e vessazioni di ogni sorta: basti pensare a quanto registrato dalle cronache degli ultimi tempi, con statue che si “devono” fermare e girarsi rivolte alle abitazioni di mafiosi e di gentaglia di varie risme…

Insomma, un guazzabuglio a cui la Chiesa sta cercando negli ultimi tempi di mettere ordine, con un richiamo ad una sobrietà più in linea con la santità che si venera. Perché i santi e le madonne si venerano; l’unico che è da adorare è Dio. Mentre invece noi altri facciamo esattamente il contrario: adoriamo santi e madonne e Dio lo releghiamo in un angolo scuro, tirandolo fuori da lì solo per scaricargli addosso responsabilità e colpe, che in realtà sono solo nostre.

Vi è poi un altro aspetto. Ricordate il celebre sketch televisivo in cui Massimo Troisi e Lello Arena andavano a pregare ai piedi della statua di san Gennaro? Ebbene, in quella divertentissima scenetta, i due attori napoletani non facevano altro che incarnare il tipo medio di cristiano, che entra in chiesa, magari accende anche un cero, e invoca una grazia (nella scena quella di ricevere i numeri al lotto; nella vita reale, una vale l’altra). E guai a non ottenerla! Il santo perde immediatamente il requisito principale che gli ha guadagnato la simpatia del richiedente, cioè la sua disponibilità ad esaudire ogni richiesta (quasi come a dire “sei santo, mi devi fare la grazia”).

Io credo che non ci sia nessuna ragione plausibile, perché un sant’Antonio o una santa Teresa abbiano il dovere di fare un miracolo. Questo per due ordini di motivi. Innanzitutto, perché non credo che loro in vita abbiano ricevuto alcun miracolo dai santi che li hanno preceduti, quindi non vedo perché loro dovrebbero impegnarsi più di altri ad esaudire gli sciocchi desideri umani. Il solo vero miracolo che ha cambiato la loro vita è stato quello di comprendere qual era la via giusta da seguire.

In secondo luogo, i santi in vita non erano dei prestigiatori o dei maghi che facevano apparire e sparire le cose, o che schioccavano le dita e guarivano un moribondo. Se non l’hanno fatto in vita non c’è ragione perché lo facciano dall’aldilà. I miracoli documentati sono sempre un’azione di Dio, che opera per il tramite del santo.

Allora qualcuno potrebbe obiettare: ci stai dicendo che pregare i santi e la Madonna è inutile? Nient’affatto! La preghiera è utilissima, nella misura in cui serve ad ottenere di far luce sul concreto atteggiamento da tenere ogni giorno, e non per sciorinare degli AveGloria-Pater imparati a memoria come le canzoni di un qualsivoglia cantante. E soprattutto, pregare è utilissimo per capire che tutti siamo chiamati alla santità, intendendo con questo termine ciò che dicevo prima: non la perfezione assoluta, ma la capacità di avere una vera fede.

Ecco, bisognerebbe pregare i santi, chiedendogli di farci capire come hanno fatto loro ad imparare a seguire il suggerimento di Gesù: dite sì quando è sì, e dite no quando è no. Tutto il resto viene dal maligno.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Di Madonne e Santi

n. 31 (22/05/2017)

“Di Madonne e santi”

Il mio caro amico mi ricordava che recentemente sono successe due cose, offrendomi in tal modo lo spunto per le riflessioni che seguono, e che occuperanno anche la prossima puntata, dal momento che sono di particolare importanza e delicatezza.

Le due cose accadute sono: il centenario dell’apparizione della Madonna a Fatima (13 maggio 1917 – 13 maggio 2017) e le notizie (trapelate appena qualche giorno dopo l’anniversario) su quanto appurato dalla commissione di inchiesta su Medjugorje. L’oggetto di entrambe le questioni è lo stesso: le apparizioni (vere o presunte) della Madonna, e di riflesso il culto che noi altri riserviamo alla Madre di Dio.

Di ritorno da Fatima, interrogato dai giornalisti, Francesco è stato, come suo costume, molto chiaro: ha lodato il lavoro della commissione voluta da Benedetto XIV e presieduta da Ruini, ma soprattutto ha espresso severi dubbi sulle apparizioni più recenti: «Credo alla Madonna nostra Madre buona, non a quella capo di un ufficio telegrafico che detta al telegrafo ogni giorno a certa ora i suoi messaggi».

Il culto e la pietà mariana datano fin dal VII secolo. Tra l’XI e il XVI sec., la pietà mariana, liturgica e privata, si espande e si diffonde in ogni circolo vitale del tessuto ecclesiale: da abbazie e cattedrali, da chiese in città e in campagna, risuona concordemente la venerazione per la Madre di Dio e Regina di misericordia. Vescovi, abati e abbadesse, monaci e frati, preti e laici, ricchi e poveri, si uniscono in un solo grande coro a più voci che loda e supplica la Madre del Signore, sentita vicina a tutti coloro che, tra le prove del cammino, anelano all’incontro col Signore e Giudice della storia.

Perciò, il culto mariano non è certo invenzione della modernità. Tuttavia, nei tempi a noi vicini esso si è arricchito di un elemento, che talvolta rischia di trasformare la giusta venerazione in una fuorviante adorazione (sulla quale taluno potrebbe escogitare idee di sfruttamento in senso commerciale). E cioè, pare quasi che la Madonna, in preda ad un’irrequietezza un po’ insistente, venga continuamente a farci visita per spiegare bene ciò che da noi si vuole nell’alto dei cieli.

Ovviamente, queste note non vogliono nella maniera più assoluta negare (ma neanche confermare) la veridicità delle apparizioni. Del resto, su Fatima immagino non ci possano più essere dubbi di sorta; su Medjugorje, qualificatissimi prelati hanno detto la loro, stabilendo che le prime apparizioni sono plausibilmente reali, le altre quanto meno dubbie.

Il punto di vista dovrebbe semmai essere un altro.

Anche il lettore più superficiale dei vangeli noterà che i più vicini congiunti di Gesù, cioè Maria e (soprattutto) Giuseppe, rivestono un ruolo assolutamente marginale. Con riguardo alla Madre, se escludiamo la chiacchierata con Gabriele, il “fate come vi dice” delle nozze di Cana, e qualche altra discreta presenza accanto al figlio e sotto la croce, di lei non conosciamo assolutamente nulla (men che meno che abbia operato miracoli, poiché il vero miracolo che ha fatto lei è stata l’umile e taciturna coerenza con cui ha vissuto la sua fede totale in Dio). Tanto che per “sanare” quella mancanza, apparentemente inspiegabile, la devota fantasia di qualche primo cristiano ha dovuto inventarsi una serie di storielle, confluite poi nei vangeli apocrifi sull’infanzia di Gesù.

In realtà il silenzio di Maria (e quello speculare di Giuseppe) sono funzionali al fatto che protagonista di tutto sia Gesù, e più in particolare la parola che lui diffonde con tanta dedizione in ogni centro urbanizzato della Galilea del tempo, che gli capitasse di visitare. In altre parole, il vangelo rappresenta una sorta di delega perpetua alla Parola da parte di Dio. Quasi come a dire: «Figlioli cari, ve l’ho detto tramite i profeti; gliel’ho fatto scrivere nell’antico testamento; ho finanche fatto incarnare la seconda persona della Trinità – ovvero il Verbo – che ve l’ha ridetto e ve l’ha mostrato quello che dovete fare; adesso basta».

Tant’è che nell’episodio della parabola del “ricco epulone” (Lc 16, 19-31), si fa cenno proprio al fatto che per salvarsi i parenti del ricco epulone «hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli  […]. Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita».

Infatti, non è casuale che da Gesù in avanti, non ci siano stati più profeti, almeno non nel senso canonico del termine. Anzi, pare quasi che Dio si sia chiuso in un deliberato mutismo. Ci sono stati i santi – sui quali torneremo nella prossima puntata a completamento del discorso – che non erano però profeti, non “parlavano per conto di”, ma “agivano coerentemente secondo la Parola di”. Che è una cosa ben diversa.

Ma torniamo a Maria, la silenziosa madre di Dio. Perché una donna, che in vita e nell’accadere di tanti fatti prodigiosi e straordinari, è sempre stata quieta e appartata, ora, che è nella gloria del cielo, ogni giorno ad orari prestabiliti, deve scomodarsi a venire a ricordarci cose che sono state dette e ridette (e soprattutto mostrate nei fatti)? O, il che è anche peggio, mandare dei messaggi ulteriori, come se tutta la rivelazione non si fosse compiuta duemila anni fa?

Si potrebbe rispondere: perché Dio è misericordioso e pur di non veder persi i suoi figli manda la Madonna a fornire altre dritte (magari aggiornate ai tempi d’oggi) su come convertirsi e salvarsi. Eppure questo cozza con il libero arbitrio umano (“non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita”) e cozza con la “definitività” del messaggio evangelico, dopo il quale Gesù ha detto non ci sarà altro se non il suo ritorno per il giudizio finale. Né ha senso parlare di “aggiornamento”, perché quelle cose dette e fatte duemila anni fa sono più attuali che mai.

Oppure: è lei che autonomamente prende e parte, perché intende “suggerire” le strade per un sicura salvezza. Ma anche questo è poco plausibile, atteso che la strada è una e Gesù lo ha detto con chiarezza disarmante: “Io sono la Via”.

Dunque? Che la Madonna venga a farci visita di tanto in tanto non è incredibile, ma lo scopo non può essere che quello di porsi (quale del resto si pone con la sua silenziosa presenza accanto al figlio) come un esempio concreto del concreto modo di comportarsi, come da dire: “Ragazzuoli, datevi da fare, come ho fatto io”.

Altrettanto giusto è, per il ruolo cardine che ha avuto in tutta la storia della salvezza, tributarle la più alta venerazione, senza perdere però di vista che Maria è potuta diventare “la Madonna”, semplicemente perché ha vissuto la propria fede, senza troppi proclami e sbandieramenti di sorta, senza sgranare rosari mentre i vicini morivano di fame, senza portare in giro nessuna statua con banda musicale e fuochi d’artificio, senza aspettare che magari le apparisse di nuovo l’arcangelo Gabriele a ricordarle cosa doveva fare o come lo doveva fare, ma semplicemente compiendo con coerenza quanto il figlio ha detto di fare. Che poi è stato l’unico, imprescindibile, suggerimento che ha dato a noi altri duemila anni fa a Cana.

Di apparizioni con tanto di messaggi, il vero cristiano, quello che vuole maturare una fede tale da poter dire all’albero sradicati e vatti a piantare nel mare, e che come Maria vuole percorrere la Via verso la Vita e la Verità, proprio non dovrebbe proprio avere bisogno…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Forma e sostanza

n. 30 (15/05/2017)

“Forma e sostanza”

Dopo una pausa più lunga del previsto, il Serpente prudente riprende il suo cammino di provocatoria riflessione. Nelle più recenti puntate, avevo cercato di tracciare un percorso riferito all’autentico senso della fede che i cristiani dovrebbero coerentemente professare.

È evidente che non ci sarebbe bisogno nemmeno di starci a pensare, se tutti quelli che si dicono cristiani leggessero, comprendessero e applicassero ciò che Gesù dice con una chiarezza veramente disarmante. Tutto il quadruplice racconto evangelico è riccamente disseminato di esempi e di spiegazioni talmente semplici, che anche un bambino non troverebbe alcuna difficoltà a capirli. Infatti, la difficoltà è nel viverli nella quotidianità…

Il punto è che tanti si limitano ad una fede puramente formale. Aderiscono a precetti e regole di facciata; magari vanno a messa tutte le domeniche e recitano il rosario per ingraziarsi santi e madonne in vista di una guarigione miracolosa; stringono mani al segno della pace e lasciano la loro elemosina al mendicante che tende la mano sul sagrato. Tuttavia, se a loro venisse richiesto uno sforzo supplementare, qualcosa che incida nel profondo della loro sostanza di cristiani, ecco che con mille scuse si tirerebbero indietro.

È un po’ l’atteggiamento del giovane ricco che osservava tutti i comandamenti e tutta la legge di Mosé, ma quando Gesù gli chiede di rinunciare a tutti i suoi beni e proprietà, girò il cavallo e amareggiato se ne tornò a casa sua.

Considerato che il punto di partenza di questo discorso sulla fede è che essa non è il semplice affidamento fideistico nella potenza divina (atteggiamento che presupporrebbe un’esclusiva responsabilità divina, e un ruolo burattinesco per gli uomini), bensì è un modo attivo e concreto di porsi nei confronti di Dio e del prossimo, bisogna capire in concreto cosa fare.

Qualche indizio lo avevamo rintracciato riflettendo sulle esortazioni quaresimali. Ma tutto il vangelo è ricco di esempi. Intanto, Gesù stesso indica una strada concettualmente utile, sancendo due comandamenti (gli unici che lui impartisce ai suoi): ama Dio come te stesso, ama il prossimo come te stesso.

Detti così, possono sembrare mere dichiarazioni programmatiche. Perciò, Matteo (25, 31 e ss) si è preoccupato di esplicitare bene il senso di questo “amare come se stessi”. Nel citato passo evangelico, si prefigura il giudizio finale: Gesù siede sul trono circondato dai suoi angeli e separa pecore e capre. I primi (i giusti) li chiama benedetti, poiché lo hanno visto affamato e gli hanno dato da mangiare, assetato e gli hanno dato da bere, e così via. Quelli gli dicono “ma quando mai?”, e lui chiosa: “ogni volta che avete fatto questo ad uno di questi piccoli lo avete fatto a me”.

Viceversa i capri li chiama maledetti perché non hanno fatto nulla del bene che potevano fare. Pure quelli chiedono “ma quando mai?” (e si intuisce che il tono della domanda non è tanto quello della sorpresa, quanto piuttosto quello del voler accampare una scusa e una giustificazione), e anche qui la chiosa è la stessa. E così i primi se ne vanno alla gloria del paradiso, e i secondi al supplizio eterno.

Dunque, un primo motivo di riflessione è ancora una volta incentrato sulla piena, sostanziale e assoluta (nel senso di indipendente dalla volontà divina) responsabilità di scelta dell’uomo: è l’uomo che, in totale libertà, stabilisce se essere pecora (animale mansueto e disponibile a seguire il pastore) o capra (animale testardo e restio all’obbedienza). Questa dimensione di responsabilità umana si è persa nel mondo odierno dove ogni escamotage è buono per deresponsabilizzarsi nella sfera pubblica come nella sfera privata. Invece, nell’antichità era chiaro a chiunque, pagano o cristiano. Anche i romani, infatti, asserivano che quisque faber fortunae suae, cioè ognuno è artefice della propria sorte.

Essere pecore o capre è innanzitutto un atteggiamento interiore. Pecore (poi dopo vengono chiamati giusti) sono coloro che vivono la fede e “amano come se stessi” in maniera spontanea, senza alcun calcolo, come se fossero tutt’uno con i rapporti interpersonali che vivono. Capre sono quanti vivono in maniera farisaica la loro fede, per mera apparenza, rifiutando deliberatamente di impegnarsi in relazioni autentiche e sincere.

Il secondo passaggio è appunto sulla concretezza di questo “amare come se stessi”. L’elencazione è chiara: dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ecc.: quelli che noi chiamiamo opere di carità corporale. Ovviamente, il catalogo non è da prendersi alla lettera, né da considerarsi esaustivo. Affamato è anche chi ha bisogno di un consiglio su come regolarsi in un accadimento della vita; assetato è anche chi ha bisogno di un abbraccio per tirarsi su di morale; nudo è anche chi si trova coinvolto in dicerie e in accuse per cose che non ha mai commesso e viene additato da tutti come persona sgradita e da allontanare; incarcerato è anche chi è prigioniero di dipendenze di ogni tipo, dalla droga al gioco d’azzardo.

C’è una frase di Simone Weil che dice: “Mettere la verità prima della persona è l’essenza della bestemmia”. Ed è sostanzialmente quello che fanno i fanatici farisei di ogni religione: antepongono la vuota osservanza formale, all’autentico rispetto e amore per il prossimo e per Dio. Ed è per questo che, in generale, qualsiasi fedele di qualsiasi religione vivesse autenticamente il proprio credo (cioè mettesse la Verità con la V maiuscola prima della persona, il che equivale ad amare Dio e il prossimo come se stessi), nemmeno ci sarebbe tutto questo spargimento di sangue e questi proclami di guerre sante, che sono il frutto di una deliberata distorsione fatta ad uso e consumo proprio, ma con i quali né Dio, né Allah, né Zeus hanno mai c’entrato nulla…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – La crocifissione, nuova epifania

n. 29 (10/04/2017)

“La crocifissione, nuova epifania”

Il brano evangelico di ieri, Domenica delle Palme, proponeva, com’è tradizione, la lunga narrazione degli eventi che riguardano le ultime ore di Gesù sulla terra. Più precisamente il racconto (quest’anno era il turno della versione di Matteo) parte dall’ingresso in Gerusalemme fino alla sistemazione nel sepolcro del corpo, ormai senza vita, di Gesù, piamente deposto da Giuseppe di Arimatea.

Nel mezzo, com’è noto, succede un po’ di tutto: l’ultima cena con i Dodici, la sofferenza del Getsemani, il tradimento e l’arresto di Gesù, i sommari e sgangherati processi davanti a Caifa e agli altri sommi sacerdoti, un processo un po’ meno parziale (ma pur sempre dall’esito infausto) davanti a Pilato, una visitina da Erode (che sembra però confondere Gesù con prestigiatore di fiera da paese), la flagellazione e la crocifissione. Infine, Gesù, dopo essere stato pure schernito perché ha salvato gli altri e non riesce a salvare se stesso, muore e viene posto nel sepolcro.

Immagino che i primi ascoltatori e i primi lettori di questi fatti dovettero recepirli nella maniera che sappiamo: i pagani la presero per una cosa stolta, i giudei per una cosa scandalosa. In effetti, non è casuale che i capi del Sinedrio abbiano chiesto a Pilato una condanna a morte per crocifissione. Avrebbero potuto far uccidere Gesù in qualsiasi altro modo. Ma storicamente parlando la crocifissione era il supplizio di schiavi e malfattori (infatti altri due vengono uccisi così insieme con Gesù), cioè degli ultimi reietti del mondo antico.

Questo, nella bislacca mente di Caifa & C., doveva segnare anche la damnatio memoriae di Gesù. Insomma, un po’ una cosa del tipo: “non solo ce lo togliamo dai piedi con le sue continue accuse alla nostra falsità, ma lo condanniamo anche a non essere ricordato da nessuno”. Già, perché nell’intera letteratura latina, gli stessi scrittori – a parte qualche rara eccezione – non parlano mai di crocifissione, proprio perché era ritenuta una morte talmente infamante, che infangava perfino colui che ne scriveva.

Invece, le cose sono andate un pochino diversamente. Infatti, fin da un attimo dopo che Gesù è spirato, succede ben altro che la dannazione all’oblio che Caifa e i suoi compari credevano di ottenere. E questo credo sia il punto più importante dell’intera narrazione della Passione.

I quattro evangelisti sono concordi nel riferire che, appena Gesù muore, il velo del tempio si squarcia, e la terra comincia a tremare. È fondamentale un particolare: di fronte a tutto quel cataclisma, il centurione che montava la guardia alle croci con i suoi soldati commenta: “Davvero costui era Figlio di Dio!”.

Questo dettaglio – a mio giudizio di fondamentale importanza – costituisce la nuova e definitiva epifania del Signore, al pari di quella che riguardò i Magi e i pastori qualche tempo dopo la nascita di Gesù, e costituisce anche un motivo di riflessione per noi oggi su chi e come può ottenere il dono della fede.

È guardando a questi due momenti epifanici e all’atteggiamento di Caifa & C., che possiamo capire ancora una volta qual è l’atteggiamento della vera fede. Di sicuro non è quello di Caifa, il quale, per credere in Gesù ha bisogno dell’”esibizione” della sua divinità. Caifa è come quelli che dicono “io credo, se ottengo”. Infatti, con estrema chiarezza il sommo sacerdote dice che se Gesù scendesse dalla croce, egli e i suoi sodali crederebbero in lui.

Il che è ancora una volta un giocare di rimando, come fa il fratello maggiore del figliol prodigo. Ma, paradossalmente, se Gesù avesse accontentato Caifa e si schiodava dalla croce e magari scendeva a terra facendo pure un triplo salto mortale, avrebbe smentito la sua natura divina. Infatti, Dio non sta lì per esaudire le richieste più o meno sciocche che gli vengono fatte. Era vero duemila anni fa ed è vero ancora oggi: all’uomo che vuol credere è chiesto uno sforzo, in ragione del libero arbitrio di cui gli è stato fatto dono. In altre parole, per credere bisogna che ci sia un atto di volontà dell’uomo, non di Dio!

Ed è proprio quello che accade ai pastori e ai magi una trentacinquina di anni prima, e poi al centurione nei giorni della Passione. Dio si manifesta ed essi, in piena e totale libertà accettano di credere in lui e di vivere secondo la fede che hanno in lui. Di certo, l’angelo che appare ai pastori, la stella che appare ai magi, o il terremoto che spaventa il centurione non hanno costretto nessuno di loro a credere e a professare una fede. È stata una loro libera scelta.

Vi è pure un altro aspetto importante, e cioè che la fede non è esclusiva di nessuno, ma è per chiunque. Chiunque voglia accettare l’epifania del Signore. Infatti, i primi a cui Dio si manifesta sono gli umili e i poveri (i pastori di Betlemme). Ma non solo essi hanno diritto a fare la loro scelta: anche chi persegue la strada della conoscenza letteraria e scientifica (i magi) può, per quella via, giungere alla vera fede. Ma l’epilogo della vita di Gesù, con la folgorante intuizione del centurione, ci fa capire che anche uno che fino a quel momento è stato estraneo alla fede può riceverla in dono.

La cosa essenziale, in tutti e tre i casi, è la volontà di mettersi in gioco e vivere secondo la scelta fatta. Diversamente, saremo solo dei buoni Caifa, che chiedono il numero di magia per avere la prova dell’esistenza di Dio. Peccato che se avessimo la prova, noi diventeremmo solo dei burattini privi di libero arbitrio, che vivono in un’eterna recita fine a se stessa.

In conclusione, colgo l’occasione per fare ai lettori di questa rubrica i miei auguri di una buona Pasqua.

Il serpente prudente si prende una piccola pausa e tornerà, con la consueta periodicità settimanale, lunedì 24 aprile.

Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

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Il Serpente Prudente – Fede e fiducia – 2

n. 28 (03/04/2017)

“Fede e fiducia – 2”

In una delle prime puntate dell’anno di questa rubrica, ho cercato di fare un po’ il punto su cosa il vero cristiano dovrebbe intendere quando si parla di “fede”. Dopo il triplice appuntamento dedicato alle esortazioni quaresimali alla preghiera, al digiuno e all’elemosina, ho pensato di spendere qualche ulteriore parola sul concetto chiave della vita cristiana. Che è per l’appunto la “fede”.

È evidente che di fede si fa un gran parlare, proprio perché è il fondamento ed il cardine del dirsi cristiani. Perciò, è quanto mai importante aver ben chiaro in mente che significato attribuire a questa parola.

Fermo restando quanto detto qualche puntata fa, diciamo che innanzitutto è evidente che la fede presupponga un atteggiamento di continua “presa di posizione”. Uno degli equivoci più diffusi riguarda proprio questo. Infatti, spesso si ha l’impressione che i cristiani, anche quelli che si dicono più ferventi e convinti, vivano la loro fede come una specie di sentimento immutabile, acquisito più per tradizione ed educazione familiare, che non per libero convincimento. Quasi che il rapporto con il Signore si sia cristallizzato in qualche formuletta ritualistica, da sciorinare a memoria, per far fronte a qualche problema nel frattempo insorto nella propria quotidianità.

Niente di più inesatto. Infatti, basterebbe dare un’occhiata alle vite di quanti hanno veramente vissuto un’intera esistenza di vera fede per accorgersi che Dio esige un rapporto “attivo”, di continua messa in discussione, di continua presa di posizione.

La fede è sicuramente un dono del Signore. Ma talvolta si può trattare anche di un dono che viene da un costante esercizio della ragione; altre volte può venire da un incontro con qualcuno che ha già trovato la sua strada; altre volte ancora può sorgere in occasione di qualche esperienza traumatica. Insomma: non c’è una sola strada per arrivare a comprendere e a concepire la fede come quell’atteggiamento di libera scelta di aderire alla volontà del Signore, in una forma talmente coerente e piena, da avere il potere di dire al gelso di sradicarsi e andarsi a piantare in mare.

Un’indicazione, in tal senso, viene – come è ovvio che sia – dalle parole dello stesso Gesù. Ricordate la parabola del seminatore? Per esempio, la versione di Matteo (13, 1-23), non soltanto contiene il racconto, ma, per i pigri che non si vogliono sforzare nell’interpretarlo, ne fornisce addirittura la spiegazione.

Il seminatore semina ovunque: per la strada, nei luoghi sassosi, tra le spine, nella terra buona. E già questo dettaglio “geografico”, ci lascia capire che la posizione di chi riceve i semi è fondamentale. I semi vengono dati a tutti, ma non tutti sanno come custodirli e farli crescere. E qui si potrebbe citare anche la parabola dei talenti, che pure in misura variabile, vengono forniti a tutti, ma non tutti poi hanno la voglia – perché di voglia si tratta e non di capacità – di metterli a frutto.

Ecco perché la vera fede presuppone un continuo essere in movimento, un continuo mettersi in gioco, un continuo accogliere, meditare e “vivere” concretamente – perché non c’è veramente niente di più materiale, pratico e concreto della parola di Dio – la volontà del Signore.

Ed infatti, nello spiegare la storiella del seminatore, Gesù sgombra il campo da qualsiasi tentazione di equivoci: «[18] Voi dunque intendete la parabola del seminatore: [19 ]tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. [20] Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l’uomo che ascolta la parola e subito l’accoglie con gioia, [21] ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. [22] Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto. [23] Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta».

Dunque: per avere e vivere una vera fede, i passaggi sono pochi ma essenziali. Innanzitutto ascoltare e comprendere la parola (e dunque la volontà del Signore). In questo non possono esserci alibi: forse l’antico testamento può contenere episodi e affermazioni un po’ difficili da comprendere (anche perché alcune cose fanno riferimento a tradizioni ormai sparite da millenni), ma se qualcuno non comprende la chiarezza delle parole del Vangelo è solo perché non vuole capire, dal momento che Gesù si esprime con tale semplicità, che è veramente pretestuoso volerlo equivocare.

All’ascolto e all’accoglimento con gioia della parola – e qui è ancor più chiaro quanto entri in gioco il libero arbitrio dell’uomo – deve seguire la costanza. In tempi come i nostri, in cui la superficialità e l’approssimazione la fanno da padrone, la fortezza è una virtù sempre più emarginata. E, invece, è proprio quello che viene richiesto a noi altri, altrimenti alla prima tribolazione, “restiamo scandalizzati”. È sotto gli occhi di tutti che molti fedeli, alla prima richiesta di guarigione o di qualsiasi altro tipo non esaudita, alzano i tacchi e vanno a pregare altri dei o altri idoli.

La fortezza deve essere anche accompagnata dalla coerenza. Non si può seguire la parola di Dio, che predica un mondo di semplicità e di misura nelle cose del mondo, e poi lasciarsi soffocare dall’ansia della materialità. Ecco perché per i ricchi è difficile entrare nel regno dei cieli: non tanto a causa del loro patrimonio, ma dall’uso distorto che ne fanno. Ed ecco perché anche chi possiede poco non è al riparo dall’inganno e dalla preoccupazione del mondo.

Invece, è richiesto l’ascolto e la comprensione della parola. Comprensione che non è solo un “capire”, ma è letteralmente il “prendere con sé”, cioè farne una cosa propria. Non a caso, il padre del figliol prodigo dice all’altro figlio “ciò che è mio è tuo”: quindi se quello avesse fatto proprio ciò che era del padre, avrebbe saputo che poteva prendere il vitello senza manco chiedere il permesso e mangiarselo con gli amici.

In conclusione: la vera fede è ascoltare, vivere con fortezza e coerenza, e fare propria la parola di Dio. Così sapremo pregare, digiunare ed essere veramente misericordiosi, come prescrive questo tempo di Quaresima

Vincenzo Ruggiero Perrino