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Il Serpente Prudente – La crocifissione, nuova epifania

n. 29 (10/04/2017)

“La crocifissione, nuova epifania”

Il brano evangelico di ieri, Domenica delle Palme, proponeva, com’è tradizione, la lunga narrazione degli eventi che riguardano le ultime ore di Gesù sulla terra. Più precisamente il racconto (quest’anno era il turno della versione di Matteo) parte dall’ingresso in Gerusalemme fino alla sistemazione nel sepolcro del corpo, ormai senza vita, di Gesù, piamente deposto da Giuseppe di Arimatea.

Nel mezzo, com’è noto, succede un po’ di tutto: l’ultima cena con i Dodici, la sofferenza del Getsemani, il tradimento e l’arresto di Gesù, i sommari e sgangherati processi davanti a Caifa e agli altri sommi sacerdoti, un processo un po’ meno parziale (ma pur sempre dall’esito infausto) davanti a Pilato, una visitina da Erode (che sembra però confondere Gesù con prestigiatore di fiera da paese), la flagellazione e la crocifissione. Infine, Gesù, dopo essere stato pure schernito perché ha salvato gli altri e non riesce a salvare se stesso, muore e viene posto nel sepolcro.

Immagino che i primi ascoltatori e i primi lettori di questi fatti dovettero recepirli nella maniera che sappiamo: i pagani la presero per una cosa stolta, i giudei per una cosa scandalosa. In effetti, non è casuale che i capi del Sinedrio abbiano chiesto a Pilato una condanna a morte per crocifissione. Avrebbero potuto far uccidere Gesù in qualsiasi altro modo. Ma storicamente parlando la crocifissione era il supplizio di schiavi e malfattori (infatti altri due vengono uccisi così insieme con Gesù), cioè degli ultimi reietti del mondo antico.

Questo, nella bislacca mente di Caifa & C., doveva segnare anche la damnatio memoriae di Gesù. Insomma, un po’ una cosa del tipo: “non solo ce lo togliamo dai piedi con le sue continue accuse alla nostra falsità, ma lo condanniamo anche a non essere ricordato da nessuno”. Già, perché nell’intera letteratura latina, gli stessi scrittori – a parte qualche rara eccezione – non parlano mai di crocifissione, proprio perché era ritenuta una morte talmente infamante, che infangava perfino colui che ne scriveva.

Invece, le cose sono andate un pochino diversamente. Infatti, fin da un attimo dopo che Gesù è spirato, succede ben altro che la dannazione all’oblio che Caifa e i suoi compari credevano di ottenere. E questo credo sia il punto più importante dell’intera narrazione della Passione.

I quattro evangelisti sono concordi nel riferire che, appena Gesù muore, il velo del tempio si squarcia, e la terra comincia a tremare. È fondamentale un particolare: di fronte a tutto quel cataclisma, il centurione che montava la guardia alle croci con i suoi soldati commenta: “Davvero costui era Figlio di Dio!”.

Questo dettaglio – a mio giudizio di fondamentale importanza – costituisce la nuova e definitiva epifania del Signore, al pari di quella che riguardò i Magi e i pastori qualche tempo dopo la nascita di Gesù, e costituisce anche un motivo di riflessione per noi oggi su chi e come può ottenere il dono della fede.

È guardando a questi due momenti epifanici e all’atteggiamento di Caifa & C., che possiamo capire ancora una volta qual è l’atteggiamento della vera fede. Di sicuro non è quello di Caifa, il quale, per credere in Gesù ha bisogno dell’”esibizione” della sua divinità. Caifa è come quelli che dicono “io credo, se ottengo”. Infatti, con estrema chiarezza il sommo sacerdote dice che se Gesù scendesse dalla croce, egli e i suoi sodali crederebbero in lui.

Il che è ancora una volta un giocare di rimando, come fa il fratello maggiore del figliol prodigo. Ma, paradossalmente, se Gesù avesse accontentato Caifa e si schiodava dalla croce e magari scendeva a terra facendo pure un triplo salto mortale, avrebbe smentito la sua natura divina. Infatti, Dio non sta lì per esaudire le richieste più o meno sciocche che gli vengono fatte. Era vero duemila anni fa ed è vero ancora oggi: all’uomo che vuol credere è chiesto uno sforzo, in ragione del libero arbitrio di cui gli è stato fatto dono. In altre parole, per credere bisogna che ci sia un atto di volontà dell’uomo, non di Dio!

Ed è proprio quello che accade ai pastori e ai magi una trentacinquina di anni prima, e poi al centurione nei giorni della Passione. Dio si manifesta ed essi, in piena e totale libertà accettano di credere in lui e di vivere secondo la fede che hanno in lui. Di certo, l’angelo che appare ai pastori, la stella che appare ai magi, o il terremoto che spaventa il centurione non hanno costretto nessuno di loro a credere e a professare una fede. È stata una loro libera scelta.

Vi è pure un altro aspetto importante, e cioè che la fede non è esclusiva di nessuno, ma è per chiunque. Chiunque voglia accettare l’epifania del Signore. Infatti, i primi a cui Dio si manifesta sono gli umili e i poveri (i pastori di Betlemme). Ma non solo essi hanno diritto a fare la loro scelta: anche chi persegue la strada della conoscenza letteraria e scientifica (i magi) può, per quella via, giungere alla vera fede. Ma l’epilogo della vita di Gesù, con la folgorante intuizione del centurione, ci fa capire che anche uno che fino a quel momento è stato estraneo alla fede può riceverla in dono.

La cosa essenziale, in tutti e tre i casi, è la volontà di mettersi in gioco e vivere secondo la scelta fatta. Diversamente, saremo solo dei buoni Caifa, che chiedono il numero di magia per avere la prova dell’esistenza di Dio. Peccato che se avessimo la prova, noi diventeremmo solo dei burattini privi di libero arbitrio, che vivono in un’eterna recita fine a se stessa.

In conclusione, colgo l’occasione per fare ai lettori di questa rubrica i miei auguri di una buona Pasqua.

Il serpente prudente si prende una piccola pausa e tornerà, con la consueta periodicità settimanale, lunedì 24 aprile.

Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

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Il Serpente Prudente – Fede e fiducia – 2

n. 28 (03/04/2017)

“Fede e fiducia – 2”

In una delle prime puntate dell’anno di questa rubrica, ho cercato di fare un po’ il punto su cosa il vero cristiano dovrebbe intendere quando si parla di “fede”. Dopo il triplice appuntamento dedicato alle esortazioni quaresimali alla preghiera, al digiuno e all’elemosina, ho pensato di spendere qualche ulteriore parola sul concetto chiave della vita cristiana. Che è per l’appunto la “fede”.

È evidente che di fede si fa un gran parlare, proprio perché è il fondamento ed il cardine del dirsi cristiani. Perciò, è quanto mai importante aver ben chiaro in mente che significato attribuire a questa parola.

Fermo restando quanto detto qualche puntata fa, diciamo che innanzitutto è evidente che la fede presupponga un atteggiamento di continua “presa di posizione”. Uno degli equivoci più diffusi riguarda proprio questo. Infatti, spesso si ha l’impressione che i cristiani, anche quelli che si dicono più ferventi e convinti, vivano la loro fede come una specie di sentimento immutabile, acquisito più per tradizione ed educazione familiare, che non per libero convincimento. Quasi che il rapporto con il Signore si sia cristallizzato in qualche formuletta ritualistica, da sciorinare a memoria, per far fronte a qualche problema nel frattempo insorto nella propria quotidianità.

Niente di più inesatto. Infatti, basterebbe dare un’occhiata alle vite di quanti hanno veramente vissuto un’intera esistenza di vera fede per accorgersi che Dio esige un rapporto “attivo”, di continua messa in discussione, di continua presa di posizione.

La fede è sicuramente un dono del Signore. Ma talvolta si può trattare anche di un dono che viene da un costante esercizio della ragione; altre volte può venire da un incontro con qualcuno che ha già trovato la sua strada; altre volte ancora può sorgere in occasione di qualche esperienza traumatica. Insomma: non c’è una sola strada per arrivare a comprendere e a concepire la fede come quell’atteggiamento di libera scelta di aderire alla volontà del Signore, in una forma talmente coerente e piena, da avere il potere di dire al gelso di sradicarsi e andarsi a piantare in mare.

Un’indicazione, in tal senso, viene – come è ovvio che sia – dalle parole dello stesso Gesù. Ricordate la parabola del seminatore? Per esempio, la versione di Matteo (13, 1-23), non soltanto contiene il racconto, ma, per i pigri che non si vogliono sforzare nell’interpretarlo, ne fornisce addirittura la spiegazione.

Il seminatore semina ovunque: per la strada, nei luoghi sassosi, tra le spine, nella terra buona. E già questo dettaglio “geografico”, ci lascia capire che la posizione di chi riceve i semi è fondamentale. I semi vengono dati a tutti, ma non tutti sanno come custodirli e farli crescere. E qui si potrebbe citare anche la parabola dei talenti, che pure in misura variabile, vengono forniti a tutti, ma non tutti poi hanno la voglia – perché di voglia si tratta e non di capacità – di metterli a frutto.

Ecco perché la vera fede presuppone un continuo essere in movimento, un continuo mettersi in gioco, un continuo accogliere, meditare e “vivere” concretamente – perché non c’è veramente niente di più materiale, pratico e concreto della parola di Dio – la volontà del Signore.

Ed infatti, nello spiegare la storiella del seminatore, Gesù sgombra il campo da qualsiasi tentazione di equivoci: «[18] Voi dunque intendete la parabola del seminatore: [19 ]tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. [20] Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l’uomo che ascolta la parola e subito l’accoglie con gioia, [21] ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. [22] Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto. [23] Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta».

Dunque: per avere e vivere una vera fede, i passaggi sono pochi ma essenziali. Innanzitutto ascoltare e comprendere la parola (e dunque la volontà del Signore). In questo non possono esserci alibi: forse l’antico testamento può contenere episodi e affermazioni un po’ difficili da comprendere (anche perché alcune cose fanno riferimento a tradizioni ormai sparite da millenni), ma se qualcuno non comprende la chiarezza delle parole del Vangelo è solo perché non vuole capire, dal momento che Gesù si esprime con tale semplicità, che è veramente pretestuoso volerlo equivocare.

All’ascolto e all’accoglimento con gioia della parola – e qui è ancor più chiaro quanto entri in gioco il libero arbitrio dell’uomo – deve seguire la costanza. In tempi come i nostri, in cui la superficialità e l’approssimazione la fanno da padrone, la fortezza è una virtù sempre più emarginata. E, invece, è proprio quello che viene richiesto a noi altri, altrimenti alla prima tribolazione, “restiamo scandalizzati”. È sotto gli occhi di tutti che molti fedeli, alla prima richiesta di guarigione o di qualsiasi altro tipo non esaudita, alzano i tacchi e vanno a pregare altri dei o altri idoli.

La fortezza deve essere anche accompagnata dalla coerenza. Non si può seguire la parola di Dio, che predica un mondo di semplicità e di misura nelle cose del mondo, e poi lasciarsi soffocare dall’ansia della materialità. Ecco perché per i ricchi è difficile entrare nel regno dei cieli: non tanto a causa del loro patrimonio, ma dall’uso distorto che ne fanno. Ed ecco perché anche chi possiede poco non è al riparo dall’inganno e dalla preoccupazione del mondo.

Invece, è richiesto l’ascolto e la comprensione della parola. Comprensione che non è solo un “capire”, ma è letteralmente il “prendere con sé”, cioè farne una cosa propria. Non a caso, il padre del figliol prodigo dice all’altro figlio “ciò che è mio è tuo”: quindi se quello avesse fatto proprio ciò che era del padre, avrebbe saputo che poteva prendere il vitello senza manco chiedere il permesso e mangiarselo con gli amici.

In conclusione: la vera fede è ascoltare, vivere con fortezza e coerenza, e fare propria la parola di Dio. Così sapremo pregare, digiunare ed essere veramente misericordiosi, come prescrive questo tempo di Quaresima

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Esortazioni quaresimali: 3) la vera elemosina

n. 27 (27/03/2017)

“Esortazioni quaresimali: 3) la vera elemosina”

Siamo giunti alla terza e ultima puntata riguardante le esortazioni quaresimali in vista della prossima Pasqua. Così, dopo aver detto qualcosa sul senso “pratico” della preghiera e su cosa bisognerebbe realmente fare per un “giusto” digiuno, oggi proverò a riflettere con voi sul senso che potrebbe avere la “vera” elemosina.

Normalmente e generalmente, l’elemosina, anche dai più ferventi cristiani, viene intesa come il lasciare quattro spiccioli nel bicchiere di carta, che qualche sedicente bisognoso regge in mano fuori la chiesa o all’angolo di qualche piazza. Altri, intendono l’opera di carità come un’azione da compiere nel momento in cui succede una sciagura o un cataclisma: si verifica un terremoto, ed ecco tanti che si mettono ad inviare un sms di solidarietà che, a detta di chi attiva il numero verde, farà arrivare ai poveri terremotati uno o due euro. Altri ancora si lanciano nella beneficenza a distanza: compilano un bollettino postale e inviano a qualche onlus un centinaio di euro all’anno, che serviranno a far mangiare e studiare un bambino per un anno intero…

Insomma, l’elemosina, cioè – secondo il vocabolario della lingua italiana – “ciò che si dona ai poveri per carità”, viene sempre intesa come un’azione a distanza, e sempre e comunque un dare una (irrisoria) cifra in denaro. Talmente generalizzata è questa idea di elemosina, che di fatto è stata adottata anche da pigri parroci e dai fin troppo attivi politici. I primi, nei momenti clou del calendario liturgico organizzano delle raccolte di denaro (con tanto di buste per rendere anonima la donazione), da mandare a questa o quella missione nel terzo mondo; i secondi fondano sulle donazioni televisive, telematiche, o telefoniche, per sovvenzionare la ricerca scientifica, gli aiuti umanitari, e probabilmente anche le attività dei loro partiti.

Presumo, che l’elemosina che si riduce al privarsi di pochi spiccioli, giusto per non sentirsi i lamentosi richiami dei poveri in strada, o per lavarsi la coscienza nel caso di una circostanza più drammatica, c’entri pochino con il senso “vero” che questa forma di carità debba avere per il cristiano di oggi.

Un ottimo punto di partenza è, per una volta, l’etimologia del termine. Elemosina è una parola che deriva dal greco, lingua nella quale essa esprimeva – guarda un po’ – la misericordia, la compassione. E, se la misericordia è il sentimento di intima commozione e attiva partecipazione all’altrui infelicità e miseria (morale e spirituale), è chiaro che l’elemosina non può limitarsi ad una banale regalia di denaro, oltretutto fatta per far vedere quanto siamo generosi. Infatti, lo stesso Gesù critica la ricerca della pubblica lode e della conferma di sé nell’atto di fare l’elemosina (Mt. 6, 1-4).

Dunque, quale potrebbe essere l’atteggiamento della vera elemosina? Se dev’esserci un’intima commozione (cioè un “muoversi con”), la prima cosa da fare è capire di cosa ha realmente bisogno il prossimo (cioè colui che ci è accanto, che non è per forza un amico o un parente, ma può ben essere un collega di lavoro, il cameriere del bar, o il cliente del negozio).

In tempi come questi dove la maggior parte degli uomini, da un punto di vista materiale, ha ben più di ciò di cui ha realmente necessità, i bisogni sono piuttosto di carattere morale che economico. Il più delle volte l’infelicità, benché proiettata sulla mancanza di un oggetto, di una somma di denaro, o di un bene specifico, è in realtà dovuta ad altro: solitudine, senso di inadeguatezza, incomprensione, incapacità di dialogare.

Una volta che ci si è mossi con il prossimo per capirne il disagio profondo che lo affligge, bisogna fare ben attenzione a non cadere in un equivocato senso della misericordia, e cioè l’empatia. L’empatia è quel sentimento che porta ad immedesimarsi nell’altrui sofferenza, ma in una forma passiva, di una condivisione soltanto esteriore, senza un’intima condivisione. Diciamo pure che l’empatia è una forma di compiaciuto crogiolarsi nell’infelicità altrui, cercando di provare anche noi la stessa cosa.

La vera misericordia, e dunque la vera elemosina, in realtà non può limitarsi ad una mera presa di coscienza del bisogno altrui, cercando di provare le stesse emozioni e sensazioni che l’altro prova (il che, oltretutto, non è nemmeno una cosa tanto semplice da fare).

C’è poi un altro dettaglio da non trascurare. Nel Deuteronomio (15, 10) leggiamo: «Dai generosamente e, mentre doni, il tuo cuore non si rattristi». Ciò significa che la carità richiede, anzitutto, un atteggiamento di gioia interiore. Offrire misericordia non può essere un peso o un dovere formale, come spesso accade quando compiliamo i bollettini per l’adozione a distanza.

Pertanto, all’attività e al fare, deve unirsi la consapevolezza della fede. In altre parole, questa dimensione “attiva” della vera elemosina, fa pendant con la concretezza della preghiera e del digiuno di cui parlavamo nelle due puntate precedenti. Soltanto chi ha vera fede sa come pregare, sa di cosa digiunare, e sa essere misericordioso verso il prossimo.

Il vero cristiano non può professare una fede soltanto nelle intenzioni o nelle parole: c’è la necessità di un atteggiamento di concretezza e di “tangibilità” nell’essere cristiani. Anche gli scribi e i farisei si ammantavano di una religiosità tutta esteriore. Non dubito che anche essi, vedendo la miseria e la fame del popolo, potevano provare quel sentimento di empatia e commiserare l’indigenza di quelli, ma non andavano oltre il donare loro parte delle offerte del tempio.

A noi invece è richiesto di essere misericordiosi come lo è il Padre: e la misericordia del Padre si è sempre manifestata in qualcosa di tangibile e concreto, senza limitarsi ad un piagnisteo del tipo: «Oh, poveri uomini, come capisco la vostra sofferenza». No: quando il popolo aveva fame, la manna dal cielo è caduta veramente…

Del resto, è Paolo (che era un uomo esattamente come noi) ad aver compilato un adeguato vademecum di cosa fare: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta».

Difficile non è: basta solo un po’ di sana coerenza tra ciò che affermiamo e ciò che mettiamo in pratica.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – “Esortazioni quaresimali: 2) il vero digiuno”

n. 26 (20/03/2017)

“Esortazioni quaresimali: 2) il vero digiuno”

Come accennato nella puntata di lunedì scorso, con l’approssimarsi della Pasqua, vorrei riflettere insieme con i lettori sulle tre esortazioni pasquali alla preghiera, al digiuno e all’elemosina. La volta passata ho cercato di riassumere un po’ di idee sul senso della preghiera, da intendersi più come dialogo (e quindi con momenti di ascolto, oltre che di discussione), che non come attività monologante (con richieste di stampo do ut des). Oggi, cercherò di dire qualcosa sul digiuno.

Analogamente a quanto avviene per la preghiera, la pratica del digiuno – complice un’equivocata interpretazione secolare veicolata anche dai pulpiti – è stata e tuttora è largamente fraitesa, venendo per lo più limitata ad una scrupolosa osservanza di una regola dietetica. Del resto la quaresima cade grosso modo all’inizio della primavera, e quale occasione migliore per evitare di mangiare questo o quel cibo, unendo l’utile al dilettevole in vista della non lontana “prova costume”?

Infatti, ricordo bene che da piccolo, soprattutto per il mese mariano, chi più chi meno si impegnava a tener fede ai cosiddetti “fioretti”, che avevano tutti a che fare con l’alimentazione. C’era, così, chi per l’intero mese di maggio non mangiava dolci e gelati, chi invece si privava della pizza, chi delle patatine. Ricordo che una volta, un mio conoscente si nutrì di pane ed acqua per tutti i trentuno giorni del mese!

Nella storia della chiesa, tanti santi, a cominciare da Francesco d’Assisi, praticavano spesso e volentieri l’astinenza dal cibo. E, se guardiamo indietro nella storia dell’umanità, scopriamo che il digiuno terapeutico non è una pratica moderna: già Platone, Socrate e Plutarco lo praticavano perché ritenevano che migliorasse le loro prestazioni fisiche e mentali; gli arabi e gli egiziani lo consigliavano come cura per tutte le malattie.

In generale, nelle tradizioni religiose ed esoteriche il digiuno è visto come una tecnica utile per riconnettersi al divino. E pare addirittura che anche la laicissima scienza ne abbia dimostrato la grande efficacia: basta non mangiare per 24 ore, per innescare dei processi benefici in tutto il corpo, dal cervello al cuore e fino a fermare la crescita del cancro. Prestigiosi scienziati americani hanno confermato che un semplice digiuno di 24 ore, meglio se ripetuto periodicamente, fa aumentare la resistenza del corpo, consuma più colesterolo, riduce il numero delle cellule adipose e, non ultimo, diminuisce il rischio di diabete e malattie del cuore e può arrestare il cancro.

Tuttavia, ancorché benefico per il corpo, non necessariamente il digiuno – inteso come astinenza dal cibo – è benefico per lo spirito. Vero è che Gesù fu condotto nel deserto per essere tentato dal diavolo, e dopo aver digiunato 40 giorni e 40 notti alla fine ebbe fame (Mt. 4, 1-2). Il tentatore gli disse: «Se sei figlio di Dio fa che queste pietre siano pane». Egli rispose: «Non di pane soltanto vivrà l’uomo». Per logica, è possibile affermare che non rinunciando al solo pane si salverà l’uomo! E, infatti, è sempre Matteo che ricorda (15, 11) l’ammonimento di Gesù: «Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!».

Su questa preziosissima traccia possiamo allora capire qual è il senso del vero digiuno (che, ovviamente, non può essere disgiunto dalla pratica della vera preghiera), fermo restando che, se tradizioni e da ultimo anche la scienza ci consigliano di rinunciare a qualcosa da mangiare, male non facciamo a nutrirci in maniera più sana.

Per esempio: piuttosto che rinunciare alla pizza o ai gelati, ci si potrebbe sforzare di astenersi dal giudicare gli altri (pratica nella quale, me in testa, siamo particolarmente specializzati), e cercare invece di capire le ragioni degli altri e provare ad avere con loro un confronto costruttivo.

Ci si potrebbe astenere dall’avere comportamenti arroganti e offensivi verso i colleghi di lavoro, e cercare di sopportare le manchevolezze altrui (che alla fine non sono mai più gravi delle nostre).

Un atteggiamento che oggi va per la maggiore (a cominciare da chi scrive) è quello di essere sempre scontenti, lagnosi e soprattutto scoraggiati, come se chissà quali irrecuperabili sciagure ci siano piovute tra capo e collo. Piuttosto, sarebbe un ottimo digiuno quello di mostrare gratitudine per quel poco di buono che si riesce a combinare quotidianamente (che non è il puro e semplice guardare il bicchiere mezzo pieno, bensì un rimboccarsi le maniche e cercare di cambiare quello che è in nostro potere cambiare, confidando nell’aiuto di Dio).

Spesso, soprattutto ascoltando le notizie riguardanti i nostri degni rappresentanti politici, ci mostriamo risentiti e arrabbiati dei privilegi di cui godono loro. Ecco: un buon digiuno sarebbe quello di ammettere che, in fin dei conti, dal portiere del palazzo al presidente della repubblica, dal parcheggiatore abusivo al capo cosca mafioso, tutti, ma proprio tutti, abbiamo i nostri privilegi ai quali restiamo attaccati saldamente, chiedendo che siano sempre gli altri a riunciare ai propri.

Ancora: un altro proficuo digiuno (salutare anche per la salute del corpo oltre che dello spirito) è quello di astenersi dal preoccuparsi del domani: tutti, anziché vivere l’oggi (e affrontare i problemi dell’oggi), vivono sempre proiettati verso i problemi del giorno dopo, con la conseguenza che non risolvono né i problemi più vicini, né quelli più lontani. E può anche capitare che ci prefiguriamo scenari fastidiosi, problematici o irrisolvibili, che poi si rivelano essere soltanto sciocchezzuole che non richiedono più di un quarto d’ora di tempo.

Un digiuno che farebbe bene a tanti potrebbe essere quello di astenersi dagli atteggiamenti di superiorità, come se il destino dell’umanità dipendesse sempre e soltanto da noi, come se nessun altro fosse capace di fare quello che facciamo noi. Bisognerebbe invece assumere un comportamento più umile: tanto, in ufficio, in famiglia, tra gli amici e finanche tra i nemici, se non ci fossimo noi, si andrebbe avanti ugualmente, perché se una cosa non la facciamo noi la potrebbe tranquillamente fare qualche altro.

Insomma: bisognerebbe imparare a vivere il digiuno non come pratica privativa, ma come pratica propositiva, cercando di evitare quei comportamenti usuali e facendo qualcosa di diverso e di migliore, che normalmente non facciamo mai. Altrimenti, nel migliore dei casi saremmo dei buoni farisei e scribi, che continuano ad osservare superficialmente una regola, ma che continuano a mettere il vino nuovo in recipienti vecchi…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Esortazioni quaresimali: 1) la vera preghiera

n. 25 (13/03/2017)

“Esortazioni quaresimali: 1) la vera preghiera”

Ieri è stata celebrata la seconda domenica di quaresima, periodo dell’anno che i cristiani autentici dovrebbero dedicare particolarmente a tre attività (le quali, a ven vedere, dovrebbero essere vissute nella quotidianità di tutti i giorni). Esse sono: la preghiera, il digiuno, l’elemosina. Si tratta di tre modi complementari di vivere in maniera responsabile la propria fede. E non a caso, concludendo la prima puntata dell’anno de Il serpente prudente, auguravo a me stesso e ai lettori che il 2017 potesse essere per ognuno l’anno della responsabilizzazione. Poiché questa rubrica vuole porsi (tra l’altro) come occasione di riflessione consapevole e calata nel vissuto di tutti i giorni, mi sembra opportuno focalizzare l’attenzione sulle tre esortazioni quaresimali, dedicando a ciascuna di essere una puntata.

In questa di oggi cercherò (ovviamente senza alcuna pretesa di completezza) di dire qualcosa sulla preghiera, anche sulla scorta di qualche riflessione condivisa con il mio migliore amico. Preghiera sulla quale penso ci sia più di qualche fraintendimento.

Diciamo subito che la preghiera è il principale strumento di dialogo che il cristiano ha con Dio. Un dialogo che non può in alcun modo e in alcuna misura porsi all’esterno di un rapporto di fede (concetto, anch’esso viepiù frainteso con la mera fiducia; sul punto si veda quanto scritto nella puntata n. 17). Se la vera fede non deve limitarsi ad un atteggiamento di passiva fiducia in Dio, quasi come se a lui toccasse fare tutto il lavoro e a noi solo di goderne i frutti o di patirne le punizioni, di conseguenza anche la preghiera non può essere limitata ad un mero sgranare rosari, o ad una serie di richieste nella trita formula del do ut des. Il che, invece, è quello a cui normalmente si vincola il nostro pregare.

In secondo luogo, la preghiera, in quanto dialogo, presuppone anche una fase di ascolto. Questa dimensione dell’ascolto presuppone una disponibilità da parte del cristiano che va oltre la pura e semplice fiducia (nel qual caso si limiterebbe ad un vago “sentire”). L’ascolto è un modo di “entrare” dentro la parola, per capirla innanzitutto e viverla pienamente. Non a caso, quando Gesù porta con sé Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte, e innanzi a loro viene trasfigurato ed essi lo vedono chiacchierare con Mosé ed Elia, ciò che dice la voce del Padre è appunto: “Ascoltatelo”.

Che per noi, vissuti dopo duemila anni, diventa, per ovvi motivi, un “leggetelo e comprendetelo”, cioè comportatevi allo stesso identico modo in cui lui fa e vi dice di fare. Tanti, anche in ragione dell’antichità di certi racconti, e anche a causa di millenni di arzigogolate spiegazioni che si è voluto trovare a questo o a quel passaggio evangelico, possono essere facilmente portati a credere che Gesù parli per astrazioni, per concetti filosofici di difficile interpretazione.

Niente di più inesatto. Anzi, con molta probabilità la Bibbia in generale e i Vangeli in particolare sono quanto di più materiale e pratico sia stato mai scritto. Non un manuale di precettistica, al pari delle nostre sgangherate leggi civili, ma un vero e proprio vademecum di situazioni di sconcertante attualità e concretezza.

Perciò, la preghiera non può ridursi ad un “ho fame, fammi trovare da mangiare”, oppure ad un “sono povero, fammi vincere la lotteria”, o ancora “non mi piace il mio lavoro, fammene trovare un altro”. E poi aspettare che il cibo, i soldi o il nuovo lavoro piovano dall’altro. Se Dio esaudisse questi monologanti desideri, senza che ci sia la minima consapevolezza di cosa si chiede, e senza che ci sia il minimo impegno concreto da parte dell’uomo, negherebbe di fatto il libero arbitrio di cui ha fatto dono all’umanità. E Lui stesso diventerebbe qualcosa di più simile ad un mago che non una divinità!

Del resto, non si può essere buoni cristiani praticando una preghiera, del tipo: «Visto che vengo tutte le domeniche a messa, fammi trovare un lavoro, oppure fammi vincere la lotteria, o fammi guarire dalla malattia». Anche gli scribi e i farisei praticavano una rigida osservanza formale della legge, eppure questa osservanza solo epidermica non gli evitò di essere oggetto delle severe parole di Gesù.

E noi oggi assomigliamo piuttosto a scribi e farisei che non a veri cristiani, incapaci come siamo di ascoltare e di saperci mettere in un atteggimento di vera preghiera, che non è tanto un chiedere, quando un rendersi disponbili a seguire la parola di Dio.

Non a caso, consapevole che non era facile per i suoi contemporanei comprendere il senso della vera preghiera, fu proprio Gesù ad insegnargli come pregare. E nella preghiera che lui insegnò si parla di “fare la tua volontà”; “rimmetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo”. Cioè anche nel “Padre nostro”, è evidente che Gesù non insegna una preghiera che contiene richieste, ma una preghiera che contiene una messa a disposizione, un’attività in prima persona nel senso di compiere la volontà di Dio, osservare ciò che Egli dice. Solo in tal caso, la nostra richiesta potrà trovare esaudimento.

 Valga come esempio l’episodio (Lc. 11, 5-13) dell’uomo che si reca dall’amico a notte fonda per farsi prestare un po’ di pane. Ebbene, quello è un ottimo esempio pratico di “preghiera”, presupponendo che l’uomo deve comunque uscire di casa, andare dall’amico, bussare, sapere cosa chiedere, e soprattutto insistere perché gli dia ciò che chiede.

Dunque, la preghiera non è una mera richiesta, al pari di una domanda in carta da bollo, che ci verrà accolta o respinta a seconda del se l’abbiamo formulata correttamente o meno. Essa è piuttosto un “fare” qualcosa di concreto seguendo la volontà di Dio. Solo così, potremo dire al gelso “sradicati e vatti a piantare nel mare”.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Rassegna stampa: diritti civili?

n. 24 (06/03/2017)

“Rassegna stampa: diritti civili?”

Durante la settimana scorsa i giornali e le televisioni hanno portato nelle case degli italiani notizie di vario genere, tutte unite da un filo rosso, quello della sostanziale disinformazione, travestita da ostentata voglia di far sapere a tutti come stanno “veramente” le cose. Disinformazione che tocca il suo clou quando si affronta un argomento che sembra stare a cuore proprio a tutti: i cosiddetti diritti civili. Perciò, non dispiaccia ai lettori di questa rubrica se per una volta, piuttosto che concentrarci su un unico argomento, cercheremo di fare una panoramica dei fatti.

Leggo sull’illuminato e illuminante quotidiano locale “La Provincia” di domenica 26 febbraio che, a Roccasecca, l’unione di due giovani gay è stata siglata dall’ufficiale dell’anagrafe, fornendo al resto d’Italia un “esempio di civiltà”. L’occhiello dell’articolo dice che «la vicenda è stata esaustivamente affrontata sui social dagli stessi protagonisti. Secondo indiscrezioni anche il sindaco si sarebbe congratulato coi neo sposi”. Poi, l’autore del pezzo dichiara soddisfatto che «la cittadina di San Tommaso ha vissuto un momento di avanguardia etica e sociale». I giornalisti, si sa, amano salire sempre sul carro del vincitore: oggi va di moda parlare in favore dei gay, manco fossero dei perseguitati, e quindi ogni passo che si fa verso di loro rappresenta un’avanguardia etica. Invece, dare una sede dignitosa ad una classe di bambini per fare lezione a scuola, quella è trascurabile ordinarietà (a meno che non ci sia tra quelli un bambino gay!).

Sorvolando sul fatto che la storia d’amore di questi due ragazzi è stata sbandierata da essi stessi sui social network, come se si trattasse di aver scoperto la cura contro chissà quale rara malattia mortale – quando invece l’amore andrebbe “semplicemente” vissuto nel quotidiano senza troppe chiacchiere e senza troppe sovraesposizioni mediatiche – io non capisco perché il diritto civile di due gay venga sbandierato con più clamore dello stesso identico diritto civile di due etero.

Sono convinto che il valore etico di una persona prescinda tranquillamente dal modo in cui ha scelto di vivere la propria sessualità (a meno che tramite essa non arrechi offesa o pregiudizio al prossimo): ci sono persone pessime tanto tra gli omosessuali che tra gli etero (anzi a dirla tutta, essendo numericamente di più gli etero, di conseguenza le persone cattive sono per lo più ascrivibili tra queste).

Proprio in ragione di questa considerazione, e assodato che i cittadini sono uguali senza alcun tipo di distinzione, e hanno pari diritti e doveri (o almeno così abbiamo scritto nella nostra “bellissima” Costituzione), non capisco perché il matrimonio tra due maschi deve far più notizia di un matrimonio tra un maschio e una femmina? Siamo uguali? Ebbene che sia dato lo stesso spazio anche al matrimonio tra Tizio e Caia e non solo tra Tizio e Caio.

Del resto di questi tempi di superficialità e di facile disincanto, a fare notizia non dovrebbe essere tanto la celebrazione del matrimonio, quanto il fatto che il matrimonio duri più di un certo numero di mesi! E questo vale tanto per gli omo, quanto per gli eterosessuali.

Un altro diritto civile che larghe minoranze invocano per tutti è quello dell’eutanasia. La notizia di DJ Fabo, che è stato accompagnato in Svizzera affinché gli venisse praticata l’eutanasia, ha fatto piuttosto scalpore. Morto il ragazzo, che da qualche anno viveva in condizioni di assoluta cecità ed era tetraplegico a seguito di un incidente stradale, si è riaperto il dibattito sulla necessità di fare una legge ad hoc per la “fine vita”.  Come se, per fare una legge, deve per forza morire qualcuno e la cosa deve finire ovviamente in televisione.

Perché – è appena il caso di dirlo – non crediate che ad aver avuto la “morte felice” siano stati solo DJ Fabo, Englaro o Welby: probabilmente ogni giorno, in insospettabili ospedali italiani, qualcuno, familiare o sanitario che sia, stanco di veder ridotto ad un mezzo vegetale un paziente, stacca la spina. Con la sola differenza che sono morti silenziose e discrete, che evitano il canale mediatico.

Ora, come sempre, qualcuno dirà che bisogna fare una legge per morire dignitosamente; i vescovi diranno che non se ne parla proprio; i parlamentari, più attenti al loro magna magna, daranno una botta alla botte e una al cerchio; bu e ba per qualche settimana, e poi di nuovo silenzio.

Piuttosto, invece di pensare a morire dignitosamente, bisognerebbe educare la gente, laica o credente che sia, a vivere dignitosamente, che non vuol dire solo avere un lavoro e una paga dignitosa, ma comportarsi con dignità nei confronti di se stesso e del prossimo. E per vivere dignitosamente non serve una legge, ma un sistema di civiltà e consapevolezza autentica di ciò che si dice di credere e ciò che si fa, il quale per ora a me sembra drammaticamente sommerso da vuote chiacchiere.

Dopo domani è la festa della donna: su questa festa, mutatis mutandis, valgano le stesse considerazioni di reale parità che dicevo riguardo a gay e etero.

Sul supplemento domenicale de “Il Sole 24 Ore” di ieri apprendo che la Rivoluzione d’ottobre del 1917 trova un suo prodromo proprio nelle proteste femministe delle donne russe, che, a buon ragione, possiamo dire che innescarono le lotte che portarono all’instaurazione del socialismo in Russia.

Che le donne debbano essere pari agli uomini nei diritti e nei doveri è cosa sacrosanta. Tuttavia, tutta questa parità (che oltretutto resta in gran parte solo sulla carta) serva solo a far assomigliare le donne agli uomini. Somiglianza che si coglie soprattutto nei difetti e non tanto nei pregi. Invece, oggi più che mai la società necessità di donne che non abbiano tanto bisogno di scimmiottare i maschi per veder riconosciuta la loro importanza civile, quanto piuttosto di donne autenticamente coscienti del loro ruolo, tanto da portare la società ad una vera rivoluzione.

Infine, tra tanti diritti civili, ne vorrei invocare anche io uno, a nome di tutti i miei conterranei napoletani. Possiamo fare una legge per togliere la penna di mano a sedicenti giornalisti, che come lo scellerato Vittorio Feltri su “Libero” del 2 marzo, non potendosela più prendere con gli immigrati (sui quali hanno scritto già ogni agghicciante nefandezza possibile), riprende il vecchio mantra contro i napoletani, mettendo insieme cronaca (il presunto assenteismo sul lavoro), politica (le beghe degli ultimi giorni), sport (se perdono a calcio attaccano l’arbitro) e soliti luoghi comuni?

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Diritti e diritti

n. 23 (27/02/2017)

“Diritti e diritti”

Un mezzo putiferio ha suscitato la notizia che all’ospedale capitolino “San Camillo” siano stati previsti concorsi ai quali possono partecipare soltanto medici non obiettori. La circostanza ha rinfocolato il dibattito sull’interruzione volontaria di gravidanza, che nella nostra repubblichetta è disciplinato dalla legge 194 del 1978.

Sul punto, come generalmente avviene – e varie volte ne ho già scritto su questa rubrica – si è fatto un gran parlare, mettendo a fuoco soltanto una parte della questione. E, del resto, è possibile trovare ragioni apparentemente condivisibili tanto tra coloro che hanno salutato la trovata come luminoso faro di civiltà laica, tanto tra quanti hanno invece criticato la scelta dell’ospedale di Roma.

I primi hanno apprezzato lo sforzo di garantire, ancorché tardivamente, un servizio sanitario. Ed in effetti era da tempo che associazioni varie avevano invocato questi concorsi esclusivamente dedicati ai non obiettori, poiché in alcune strutture la percentuale di chi si rifiuta di praticare aborti è del 100 %. Attenzione: è la legge dello stato a richiedere che nelle strutture pubbliche ci sia personale non obiettore. Con la paradossale conseguenza che se una donna vuole o deve interrompere una gravidanza, potrebbe capitare in un ospedale dove nessun medico pratica aborti. Una tale situazione, oltretutto, genererebbe costi aggiuntivi per pagare le prestazione di questi medici abortisti, da far intervenire appositamente in circostanze del genere. Perciò, concludono costoro, bene ha fatto il “San Camillo” a bandire un concorso per assumere medici non obiettori: i lungimiranti dirigenti non vogliono far altro che garantire un sacrosanto diritto.

Se non fossimo in Italia, e non sapessimo come e per quali reali ragioni di clientela o di carriera vengano banditi veramente i concorsi pubblici, sembrerebbe quasi una cosa vera e lodevole!

Tra i secondi figurano, ça va sans dire, i vescovi della CEI e le associazioni pro famiglia e pro vita. Ciò che appare francamente sorprendente è che sembrano piuttosto contrari alla scelta del “San Camillo” anche l’imperturbabile ministro della Salute (secondo una cui indagine il numero di medici non obiettori risulta sufficiente per coprire ampiamente la domanda di interruzioni volontarie di gravidanza, e ben si potrebbe ricorrere ad una procedura di mobilità), e Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale (che, buttandola sul tecnicismo giuridico, ha posto problemi di legittimità su un concorso che esclude gli obiettori, anch’essi titolari di un diritto fondamentale riconosciuto alla persona, e che non possono essere discriminati in ragione dell’esercizio di un tale diritto).

Ancora si è detto: un bando siffatto potrebbe essere impugnato perché viola le norme di proporzionalità in materia di diritto al lavoro. Altri hanno obiettato che non possono essere considerati disciminatori quei concorsi che richiedono determinati requisiti professionali (in tal caso, la disponibilità a garantire un servizio sanitario).

Il problema allora sembra essere: come fare per garantire il diritto all’interruzione di gravidanza e contemporaneamente il diritto di obiezione di coscienza? La L. 194/1978 garantisce l’obiezione di coscienza, ma (fedele al granitico stile di non aurea mediocritas tutto italiano) si guarda bene dallo specificare come assicurare questa possibilità garantendo allo stesso tempo l’aborto. Rimanendo necessariamente vaga sui mezzi, la legge lascia spazio al disinteresse e all’approssimazione, e al bandire concorsi alla “come viene viene”.

L’assurdità tutta italiana è che questo concorso, mirando all’assunzione di chi oggi è non obiettore, postula che gli assunti non potranno in futuro cambiare idea, e diventare obiettori! E invece, cambiare idea è proprio una libertà di tale ampiezza da non poter essere costretta in un bando di concorso. E, poi, come detto poc’anzi, in Italia l’aborto è regolato da una legge, che volente o nolente va rispettata, benché vetusta e figlia di un pressappochismo politico, culturale e sociale, del quale oggi noi paghiamo tutte le nefandezze.

A mio avviso la questione non è tanto “aborto sì, aborto no”, incidendo su questa scelta questioni di ordine etico, difficilmente circoscrivibili da articoli e commi di una legge. Ho poc’anzi detto che un medico da obiettore può diventare non obiettore e viceversa a seconda degli accadimenti della sua vita. Così come una donna, un giorno determinata ad abortire, si ritrovi in ospedale e cambiare completamente idea.

Piuttosto, la questione andrebbe inquadrata in termini logici e culturali. E qui nascono i veri problemi, perché nella devastazione culturale perpetrata da un quarantennio di sgangherata ed ipocrita politica finto filo-clericale, si è portato avanti un discorso di svuotamento delle coscienze dell’italiano medio, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. Tanto da non capire che l’aborto è solo la comoda scappatoia di un altro aspetto della vita, che viene pacificamente taciuto da tutti, e cioè che in Italia manca nella maniera più incredibile possibile anche la più elementare forma di educazione alla sessualità e ad un degno modo di viverla.

In una società in cui la mercificazione dei corpi e delle persone è all’ordine del giorno – magari poi giustificandola con il fatto che “in Europa sono molto più avanti di noi sui diritti civili”, come se diritto civile fosse solo quello di garantire aborto ed eutanasia, e non anche quello di garantire, per esempio, ad un studente trasporti pubblici per andare a seguire le lezioni all’università – è naturale il baratto di valori, che portano a sopprimere una vita in nome della legge, e a voler trovare chi fa il lavoro sporco al posto nostro (il non obiettore nel caso di specie).

La legge sull’aborto venne varata in un periodo in cui in Italia vigeva il potere assoluto della Democrazia Cristiana. In altre parole i cattolicissimi italiani votavano i loro corruttibili amici per farsi sistemare in posti d’oro (giurando sull’adesione ad un credo, del quale in realtà non conoscevano nemmeno le regole fondamentali), però poi approvavano divorzio e aborto, in aperta contraddizione con quei valori che sbandieravano da pulpiti e comizi.

Ci vorrebbe più coerenza, tanto nel bandire un concorso per un posto pubblico, quanto nel vivere la propria sessualità in maniera dignitosa, quanto nel porre rimedio ai “guai” comessi senza volersene lavare le mani in nome di una legge o di un decreto.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Scrivere e pensare

n. 22 (20/02/2017)

“Scrivere e pensare”

Ad un certo punto del vangelo di Giovanni (8, 3-11), alcuni scribi e farisei, per cogliere in fallo Gesù e poterlo legittimamente accusare, gli portano innanzi un’adultera colta in flagrante, e chiedono a lui come “applicare” correttamente la legge di Mosè. Gesù, per tutta risposta, in prima battuta, si china e si mette a scrivere col dito per terra, cosa che continua a fare anche dopo aver dato la sua folgorante risposta, “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”. Solo quando tutti gli accusatori sono andati via, si rialza e parla alla donna, perdonandola, ma nel contempo ammonendola di non continuare a fare la vita fino ad allora condotta.

L’episodio, ancorché in maniera piuttosto marginale, conferma un dato storico piuttosto inoppugnabile, e cioè che Gesù sapeva scrivere. Questo, unitamente alla notizia riportata in Luca (4, 16) secondo la quale, Egli, dopo aver vinto le tentazioni diaboliche, entrato in sinagoga si mise a leggere il rotolo di Isaia, è derimente rispetto alla questione se Gesù fosse o meno in grado di leggere e scrivere.

Anzi, molti studiosi si sono interrogati su quali fossero le lingue che Gesù era in grado di parlare. Con buona sicurezza possiamo dire che sapeva parlare, oltre l’aramaico, anche il greco. Per esempio, è altamente verosimile che il colloquio con Pilato si sia svolto proprio in greco (atteso che nessun evangelista riferisce della presenza di interpreti o traduttori).

Giovanni, nel narrare l’episodio dell’adultera, omette di riferire cosa Gesù si fosse messo a scrivere col dito per terra. Tuttavia, questo resta l’unico momento in cui l’insegnamento, prettamente orale, di Gesù si interseca con la scrittura. Alcuni esegeti hanno provato a connettere quest’azione con quello che si legge in Geremia (17, 13): «Quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato il Signore, fonte di acqua viva». A mio parere, quella di Giovanni non è una dimenticanza casuale, e tra poco spiegherò perché.

È di qualche giorno fa, la polemica, partita da una lettera-appello firmata da seicento docenti universitari italiani, e indirizzata al governo, sul problema delle carenze di base degli studenti di casa nostra, che in buona sostanza non sanno scrivere correttamente in italiano. Nella lunghissima lista dei firmatari figurano personaggi appartenenti all’Accademia della Crusca, linguisti, rettori, docenti di letteratura, storici, addirittura matematici, economisti e costituzionalisti.

Il quadro è in effetti desolante: gli studenti universitari provengono da un percorso scolastico tale per cui scrivono male in italiano, leggono poco e faticano ad esprimersi oralmente. Lo scopo dell’iniziativa dei magnifici rappresentanti della cultura italiana è quello di stimolare il Parlamento a mettere in campo un piano di emergenza che rilanci lo studio della lingua italiana nelle scuole elementari e medie.

Il che equivale a mettere un lupo a guardia di un gregge! Infatti, è noto che i nostri degni rappresentanti, al pari dei rappresentati, hanno un livello culturale, e dunque anche di espressione in un italiano corretto, vergognosamente imbarazzante. Altro che paese di santi, poeti e navigatori. Siamo un paese di corrotti, ignoranti e sappiamo navigare su internet in un mare di immondizia virtuale!

Tuttavia, il punto è che leggere una lettera del genere, scritta da chi quella lingua dovrebbe preservarla, equivale a sentire un padre lamentarsi con una madre della maleducazione del loro figlio! Fermo restando che decenni di depauperamento socio-culturale e di svuotamento dei programmi scolastici hanno determinato nell’italiano medio la mancanza dei più elementari strumenti espressivi e anche cognitivi, è pur vero che, se lo scrivere correttamente e l’esprimersi correttamente non viene preservato nemmeno nelle università, la cosa comincia a diventare veramente grottesca.

Questo mi fa pensare che chi pone la questione della scrittura sia soprattutto determinato a cercare un colpevole, a cui attribuire la responsabilità della situazione denunciata. Anche questo modo di fare, come ho avuto più volte modo di scrivere su questa rubrica, è un marchio di fabbrica tipicamente nostrano, quello che poniamo in essere più spesso e volentieri.

Allora ecco che, tra gli accusati (i parlamentari), qualcuno cerca di risalire nel tempo alle indicazioni ministeriali che hanno determinato l’impoverimento della conoscenza della lingua italiana. In realtà, basterebbe riflettere sul fatto che ad un ragazzo che frequenta il ciclo di scuole medie inferiori e superiori la grammatica viene insegnata solo a spizzichi e bocconi (come del resto l’educazione civica, altra grande “scomparsa” dei programmi scolastici italiani), mentre ci si tuffa con entusiasmo a ideare PON, POF e PEREPE’, attraverso i quali si pretende di insegnare agli studenti il giornalismo, il teatro, la falegnameria, la ceramica, e tutte cose di cui si potrebbe fare tranquillamente a meno.

Però, se si togliessero queste inutili amenità – che i ragazzi dovrebbero imparare dopo aver appreso a leggere, scrivere e far di conto (com’era una volta) – come si farebbe a giustificare lo scupio di denaro pubblico che ogni anno avviene nelle scuole di ogni grado e di ogni latitudine per organizzare queste cose, pagare i professori e i cosiddetti “esperti” che li affiancano?

La ricerca del capro espiatorio – sport nazionale per eccellenza – è la scorciatoia preferita da chi è incline alla pigrizia mentale, e sono il vero emblema dell’intellettuale italiano. Che, peraltro, è incapace di proporre una soluzione alla situazione che ha contribuito a determinare, ovvero quella che nei rapporti OCSE viene definita “analfabetismo funzionale” (del quale vantiamo il triste primato di paese con la maggiore percentuale). E che, ovviamente, è dimentico del passo evangelico citato in apertura. Infatti, la dimenticanza di Giovanni nel riferire “cosa” scrive Gesù per terra (ovviamente ancora meno interessato è a dirci se lo scrive correttamente o meno), si spiega col fatto che, sicuramente scrivere correttamente è una cosa di grande importanza (e ci mancherebbe pure!), però, ben più importante è avere la capacità di ragionare e analizzare i fenomeni, e di saper dare le risposte giuste al momento giusto.

Cosa che, né gli intellettuali accademici, né, men che meno, i nostri assurdi parlamentari (cioè gli scribi e i farisei di oggi), sanno fare, nemmeno di fronte ad un problema come quello dei ragazzi che scrivono “cmq ho andato” e “xké e stato”.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente -Epilessie dell’amore

n. 21 (13/02/2017)

“Epilessie dell’amore

Il calendario ci informa che domani si festeggiano tanto i santi (e fratelli) Cirillo e Metodio (vissuti nel IX sec. ed evangelizzatori dei popoli Slavi), quanto san Valentino, vissuto tra il II e il III sec., e considerato patrono degli innamorati e protettore degli epilettici.

Non me ne vogliano i santi fratelli di Tessalonica, se questa puntata della rubrica la dedico ad una riflessione sull’amore, o meglio su quello che dovrebbe essere il vero senso dell’amore.

Diciamo subito che la festa di San Valentino, in qualità di santo benevolo verso gli innamorati, è piuttosto antica, risalendo al IV sec., quando gradualmente sostituì i riti pagani di fertilità, dedicati al dio Luperco e considerati in contrasto con la morale e l’idea di amore dei cristiani. Sarebbero stati poi i benedettini, custodi della basilica dedicata al santo a Terni, a diffondere questa tradizione.

Come ho già avuto modo di scrivere in altre circostanze, “amore” è una parola che ricorre frequentissimamente nella nostra quotidianità: tutti parlano/leggono/scrivono/cantano/discettano di amore (non solo i credenti), ma difficilmente qualcuno saprebbe esattamente definire il giusto atteggiamento e comportamento associabile a questo sentimento. Che, a mio modestissimo parere, appare essere largamente frainteso.

Di questo fraintendimento dobbiamo dire grazie al diffusissimo senso di superficialità e precarietà che aleggia su tutte le cose umane, e anche alle distorsioni imposte da una cultura che privilegia l’apparenza sull’essenza, la fugacità e la provvisorietà sulla durata, la brevità sull’impegno costante. Tanto che il più delle volte le due forme di protezione associate a San Valentino sembrano coincidere: si passa con tale facilità dall’essere innamorati di una persona all’essere innamorati di un’altra, che pare quasi una crisi epilettica!

Per iniziare, per una volta non parto dal dettato evangelico, al quale farò riferimento dopo, ma da una folgorante riflessione di uno dei massimi drammaturghi del Novecento, a me particolarmente caro, Bertolt Brecht. Questi scrive: «È una sciocchezza molto diffusa collocare l’amore al di sopra dell’amicizia e considerarlo inoltre come qualcosa di completamente diverso. L’amore tuttavia vale solo per l’amicizia che hai in sé, ed esclusivamente grazie a essa riesce sempre a ricrearsi. L’amore corrente viene servito solo quando fa difetto l’amicizia».

Credo che l’autore tedesco abbia colto straordinariamente bene il senso della questione. L’amicizia (ovviamente parlo dell’amicizia vera) è probabilmente l’unico sentimento umano ad avere un’essenza concreta, materiale, tangibile. Con un amico si condivide una parte importante del proprio io; gli si affidano talora pensieri e confidenze che nemmeno ad un marito o ad una moglie si confidano; gli si chiede un aiuto pratico nelle ambasce della vita; ci si scambia libri, dischi, cose; si prestano soldi; si divide un pezzo di pizza.

Soprattutto un amico è quella persona con la quale ti capita anche di litigare o discutere, ma sempre nel reciproco rispetto, e cercando di superare la questione, attraverso il dialogo e il confronto dialettico. Non è un caso che “l’amico/a” che si può avere la fortuna di incontrare nella vita è sempre e soltanto uno; gli altri – che magari pure consideriamo amici – sono sempre almeno un gradino più sotto di lui/lei.

Quanti fanno altrettanto con il proprio partner? Quante persone conoscete che vivono con amicizia il rapporto con la persona (o le persone) che dicono di amare? Io quasi nessuna. Anzi: il trend è quello di separarsi al primo insorgere di una difficoltà o di un’incomprensione, di mettere l’altro alla porta solo perché non ha fatto-detto-pensato quello che noi ci aspettavamo facesse-dicesse-pensasse, e in generale di lasciarsi, appena viene messa in discussione la maniera autoreferenziale con cui si è impostato un rapporto d’amore.

Il preoccupante aumento delle separazioni e dei divorzi – viepiù incoraggianti dalle semplificazioni burocratiche che la recente legislazione nazionale ha introdotto – è la spia più evidente che la società di oggi è portata a vivere i rapporti di coppia (o comunque i legami amorosi), piuttosto come una sorta di innamoramento continuo: appunto una continua crisi epilettica dell’amore.

Per quanto qualche lettore di questa rubrica possa arricciare il naso, a me pare di cogliere più di qualche assonanza tra la riflessione di Brecht, che era ateo e marxista, e alcune cose che Gesù dice ai suoi discepoli, in ordine alla componente di amicizia di cui deve sostanziarsi l’amore per il prossimo.

Infatti, ci racconta Giovanni (15, 9-17) che Egli, raccomandando ai suoi discepoli l’esercizio dell’amore poco prima dell’arresto e della condanna, impartisce loro un comandamento, “che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi”. Che detta così è un po’ il “non desiderare la roba d’altri”. Bello a dirsi, ma poi quanti veramente riescono a non invidiare il riccone di turno per i soldi che ha?

Perciò, se il discorso di Gesù si fosse concluso con il solo comandamento (che poi tale non è perché sembra piuttosto un consiglio che un vero e proprio “ordine”), sarebbe stato confinato in quello spazio di genericità, che è il marchio di fabbrica dell’umanità contemporanea, la quale pretende di racchiudere tutto in un tweet o in un’esclamazione, senza spiegare alcunché.

Invece, subito dopo, c’è la specificazione e la spiegazione del senso dell’amarsi gli uni gli altri: “dare la vita per i propri amici”. Infatti, Gesù dice ai suoi discepoli: “Voi siete miei amici […]. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi ho chiamato amici”.

Mi pare chiaro: nell’amore che gli uni devono avere verso gli altri, l’atteggiamento è (anche) quello dell’amicizia, che fa da motore e da carburante in un rapporto, che, diversamente, si insterilirebbe ben presto (come di solito infatti accade). E questo vale per l’amore verso un partner (che, spesso, si sostanzia di sola passione o attrazione), verso i figli (molto spesso frainteso con un oppressivo senso di protezione, o al contrario di malecelato disinteresse). E dovrebbe valere anche per l’amore che tanti dicono di avere verso il prossimo in genere e verso Dio.

Non a caso, il “trucco” per una vita felice è amare il prossimo e Dio come se stessi: in altre parole comportarsi con tra amici tanto con il prossimo quanto con Dio, del quale ci mostriamo rispettosi, vivendo (e non limitandoci a blaterare) i suoi insegnamenti…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – L’aceto vecchio della pubblica amministrazione

n. 20 (06/02/2017)

“L’aceto vecchio della pubblica amministrazione

L’appuntamento della settimana scorsa di questa rubrica è stato dedicato al lavoro per le pubbliche amministrazioni italiane. Il discorso, che ho cercato di fare, era però incentrato sulla generalità del lavoro pubblico, considerato che le questioni e i problemi grosso modo sono gli stessi, tanto se si lavora per un comune di centoventi abitanti, tanto se si lavora presso il ministero degli interni. Il titolo della scorsa settimana, il quale richiamava le parole di Gesù in Marco sul mettere il vino nuovo in otri nuovi, era Il vino nuovo della pubblica amministrazione.

Tuttavia, questa settimana, alcuni fatti accaduti proprio in terra sorana dimostrano la sbalorditiva capacità (soprattutto) delle amministrazioni locali a contraddire l’insegnamento evangelico. Anzi, la tendenza – la quale, sia scritto a caratteri cubitali, non è solo di Sora, bensì di qualsiasi buco urbanizzato d’Italia – è proprio quella di versare l’aceto vecchio negli otri più vecchi che si hanno. Il che detto in altre parole significa: fare esattamente le stesse identiche cose sbagliate, ingiuste e del tutto inopportune che si facevano prima, con le stesse modalità e lo stesso stile.

Altro che seconda repubblica: noi siamo passati dalla prima a quella numero zero! Tutt’al più, se c’è una differenza è data dal fatto che almeno i politicanti d’accatto della prima repubblica avevano sviluppato quell’inconfondibile savoir faire, grazie al quale erano capaci di far passare le peggiori fregature come i più grandi favori resi al popolo.

Oggi, invece, i politici di ogni colore, di ogni livello e di ogni latitudine, hanno maturato la consapevolezza per cui tutto è permesso, tutto è concesso, tutto è legittimo e opportuno. Ed, infatti, improntano il loro comportamento alla più sfacciata deregolamentazione, senza badare nemmeno più alla forma degli atti (non di rado addirittura abbellitti da sgrammaticature varie).

La scelleratezza di questi comportamenti è facilmente verificabile: i risultati del pessimo atteggiamento della politica (soprattutto) locale sono sotto gli occhi di tutti. Tutti a gridare che non ci sono soldi per comprare, per esempio, dell’asfalto per tappare un po’ di buche per strada; però, poi, magicamente ecco spuntare soldi come funghi per pagare “posizioni organizzative” ai funzionari dell’ente.

Direte, cosa sono le posizioni organizzative? Tutti i comuni sono dotati di piante organiche, cioè dei documenti in cui viene deciso (dalla politica) di quanti dipendenti si ha bisogno per poter amministrare correttamente una città, e di quali particolari specializzazioni essi devono essere muniti. Ovviamente, si tratta di decisioni che subiscono sostanziali variazioni a seconda del colore politico della giunta di turno, delle simpatie per questo o per quel dipendente, delle promesse fatte a questo o quell’amico su una sistemazione, e del tempo che passa. Va da sé che quarant’anni fa, non essendoci tutte le fantastiche invenzioni burocratiche come l’autocertificazione, c’era bisogno di un maggior numero di dipendenti all’anagrafe, mentre oggi ne bastano meno della metà.

I lavoratori di un comune si dividono in categorie giuridiche, che vanno dalla A (quella più bassa), alla D (che, in buona sostanza, è quella cui appartengono i funzionari). I funzionari, cioè i più alti in grado nei comuni di medie dimensioni – ovvero la maggioranza dei comuni italiani – possono essere investiti della posizione organizzativa (solo a quelli proprio antipatici antipatici, non gliela si attribuisce). Di quest’ultima una definizione tecnica è: «incarico individuato all’interno dei servizi, che prevede lo svolgimento di funzioni di direzione di unità organizzative complesse, caratterizzate da elevato grado di autonomia gestionale ed organizzativa».

In parole povere, l’attribuzione della posizione organizzativa è solo un elegante escamotage (che la legge allegramente permette) per distribuire un po’ di soldi extra a gente che in fin dei conti non fa né più né meno le stesse cose (con il medesimo grado di responsabilità giuridica) per cui è già pagata con uno stipendio. E anche nell’indennità prevista per l’attribuzione della posizione organizzativa ci sono dei minimi e dei massimi, individuati non tanto in base a titoli o a capacità, bensì in base al grado di amicizia, simpatia e stima personale che di quel funzionario ne hanno sindaco e assessori vari.

Pongo una domanda ai miei lettori: come si diventa funzionari nei comuni della gaia repubblichetta in cui vivamo? Quanti di voi hanno risposto “per concorso” sono degli ingenui idealisti, e a loro consiglio di aprire bene gli occhi, dal momento che, essendo i funzionari comunali i dipendenti a più stretto contatto con gli organi politici, è ovvio che i politici cercano di sceglierseli tra gli amici degli amici più amici.

Certo, ci sono funzionari che hanno vinto dei concorsi (chi scrive è proprio uno di quelli), ma sono generalmente quelli che se la passano meno bene (anche in termini retributivi). Tuttavia, tanti (troppi) sono coloro che vengono nominati ad personam dai sindaci. Ma state tranquilli, non c’è nessun abuso: l’art. 110 del Testo unico degli Enti Locali conferisce questa facoltà. Del resto, non bisogna dimenticare mai che la legge la fanno i politici e, quando nelle leggi scrivono regole che loro stessi devono osservare, cercano di farle quanto più elastiche è possibile.

Il punto veramente tragico lo si tocca quando in un ufficio comunale, tanto per fare un esempio l’Ufficio della Polizia Locale (ogni riferimento a Sora, è puramente casuale), già è presente una figura di funzionario (con posizione organizzativa), il quale magari nel tempo ha dimostrato anche di saper svolgere bene il suo compito istituzionale, e non potendo mandarlo via (perché si tratta di un dipendente a tempo indeterminato), si decide di affiancargli un altro funzionario a tempo determinato. La motivazione, la cui banalità rasenta veramente la presa in giro dell’intelligenza altrui, è che in questo modo si “razionalizza” il lavoro dei vari uffici.

Ovviamente, qui non si vuole certo entrare nel merito delle scelte, né tanto meno si vuole sindacare sulle qualità e capacità tecniche dei prescelti. Ancora meno la mia intenzione è quella di dar luogo a polemiche sulle modalità selettive con cui essi sono stati individuati. Abbiamo chiarito poc’anzi che è proprio la legge, approvata da un parlamento e promulgata da un presidente della repubblica, con tanto di benedizione della corte costituzionale, a contenere in sé ogni possibile e immaginabile strada per evitare lo svolgimento di un concorso. A questo punto, possiamo ben dire che sono sprovveduti quei politici che non ne approfittano!

Peccato che quegli amministratori locali, prima di avventurarsi in queste scelte, dovrebbero chiarire ai cittadini cosa c’era di irrazionale nell’organizzazione e nel lavoro di prima, e soprattutto perché per razionalizzare il lavoro c’è bisogno di spendere altri soldi pubblici, pagando per uno stesso lavoro due stipendi (e due posizioni organizzative) anziché uno…

Vincenzo Ruggiero Perrino