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Il Serpente Prudente – Il vino nuovo della pubblica amministrazione

n. 19 (30/01/2017)

“Il vino nuovo della pubblica amministrazione

Parlando di “posto”, generalmente siamo portati ad indentificarlo con il “posto pubblico”, cioè quello alle dipendenze di uno qualsiasi delle migliaia di enti pubblici (nella più ampia accezione possibile), di cui è particolarmente ricca la nostra repubblichetta. Straordinariamente diffusa è la mitologia, arricchitasi di tanti dettagli nel corso di decine di anni, intorno ai tanti benefici di cui godono gli stipendiati pubblici, tanto che tutti quelli che il posto pubblico non lo ricoprono giungono, sospirando, alla solita conclusione: “beato te che hai il posto fisso!”.

Chi scrive è uno degli ancora tanti dipendenti pubblici, uno di quelli che ha il posto fisso e al 27 di ogni mese prende lo stipendio pagatogli da un ente comunale. Di conseguenza, io conosco veramente come stanno le cose, perché le vivo ogni giorno; e, mutatis mutandis, immagino che ciò che accade nel comune dove lavoro io, grosso modo accada in qualsiasi altro ente pubblico (di qualsiasi specie e livello) d’Italia.

Innanzitutto, sfatiamo una credenza tanto diffusa quanto inesatta: non è vero che con lo stipendio di dipendente pubblico si diventa ricchi, né tanto meno si può vivere in maniera dispendiosa. È vero che lo stipendio è fisso, ma lo è anche nel senso che sono almeno una decina di anni che è fermo a quella precisa cifra, mentre il costo della vita dal 2006 ad oggi è quasi raddoppiato. Nel 2006, durante il fine settimana, in determinati distributori di benzina, si riusciva a pagare un litro di diesel anche meno di un euro. In dieci anni, quello stesso litro è arrivato a costare poco sotto i due euro! In altre parole: lo stipendio è rimasto tristemente lo stesso, mentre i prezzi sono pressocché raddoppiati. Solo che questo nessuno lo dice mai.

Altra falsa credenza: negli uffici pubblici nessuno fa niente. Si tratta di un’affermazione che va per lo meno ridimensionata, dal momento che, se davvero nessuno facesse niente, l’Italia si sarebbe da tempo fermata. Infatti, se qualcosa ancora continua a funzionare è perché c’è uno sparuto manipolo di “eroi”, che per quattro soldi e magari andando anche contro gli interessi di parte dei loro dirigenti superpagati, ogni giorno abbraccia la sua croce e fa il suo lavoro.

Un’altra cosa, che trasversalmente i politicanti hanno sostenuto fino a convincere il popolo di pecoroni che rappresentano, è che gli enti pubblici costano troppo, e quindi bisogna tagliarli e privatizzare tutto. Destra (soprattutto), ma anche la sinistra hanno ripetuto il mantra della “privatizzazione” fino a distruggere definitivamente quegli enti che loro stessi hanno creato per sistemarci dentro gli amici, le amanti, i compari e i figli.

Tuttavia, è sotto gli occhi di tutti che la privatizzazione è stata un bene solo per gli amici degli amici che si sono arricchiti, facendo definitivamente affossare quei servizi che prima già avevano un funzionamento precario. E di esempi ce ne sono tanti: i trasporti, i servizi telefonici, quelli del gas, dell’acqua… Per non parlare della sanità o dell’istruzione…

Altro mantra ciclicamente sbandierato come la salvezza di tutto il sistema: l’abolizione delle province. Prescindendo dal fatto che più lo si dice e sempre meno lo si fa (le province sono sempre lì, con tutti i loro dipendenti, e soprattutto la rappresentanza politica), qual è il vantaggio di toglierle? Quelli che ci lavorano passerebbero a lavorare per regioni e/o comuni o altri enti (e quindi dovrebbero essere comunque pagati); la parte politica non viene nemmeno più eletta, ma scelta tra i rappresentanti dei comuni. Quindi, il vantaggio dove sta? E, poi, vogliamo tagliare le province, ma poi lasciamo una marea di enti utili quanto un mal di denti (un esempio su tutti, le comunità montane), o enti assolutamente dannosi (per esempio le regioni, vere mostruosità buone solo per inauditi sprechi di denaro).

Il punto è semmai un altro. Considerato che oggi un po’ per legge (vedi l’autocertificazione e la deburocratizzazione), un po’ per il progresso tecnologico (almeno nei comuni più progrediti, i cittadini possono interfacciarsi con gli uffici direttamente da casa, via internet), non c’è più la necessità di tanta gente a lavorare nei comuni, o comunque negli enti pubblici, bisognerebbe sedersi a tavolino e stabilire cosa fa e cosa non fa la pubblica amministrazione. E una volta stabiliti i compiti che l’apparato pubblico deve adempiere, dotarsi di un numero adeguato di personale adeguatamente preparato per quelle mansioni.

Ovviamente queste sono scelte “politiche”. E ce li vedete voi quei buoni a nulla dei nostri parlamentari a fare una riforma – questa sì veramente epocale? Siamo seri: dall’Unità di Italia ad oggi, la pubblica amministrazione (ripeto ad ogni livello e di ogni settore) è stata né più né meno che il refugium peccatorum, per tanti amici, amanti, figli e compari, che sono stati invitati a partecipare alla spartizione del denaro pubblico, senza preoccuparsi troppo di doveri e compiti. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Le varie riforme succedutesi dai primi anni Novanta fino ad oggi, sono la palese contraddizione di una saggia riflessione di Gesù, ricordataci da Marco (2, 21-22): «Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi».

Abbiamo sentito parlare migliaia di volte di “trasparenza”, “economicità”, “efficacia”. Ma quale trasparenza vedete voi in un paese dove spesso e volentieri i superpagatissimi posti dirigenziali vengono affidati per scelta personale del sindaco o del presidente di turno, senza un bando di concorso? Quale economicità si può scorgere laddove approvando un bilancio si dirottano fondi su opere assolutamente inutili e impossibili come il ponte sullo stretto di Messina, senza tener conto che le strade che dovrebbero condurre al fantomatico ponte sono più pericolose della pista che i cowboy facevano attraversando il Gran Canyon? Quale efficacia c’è in una pubblica amministrazione che prima finge di raccogliere le lamentele del popolo circa la sicurezza e poi piuttosto che mettere un po’ più di poliziotti in strada, li manda a fare da autisti a prefetti e ministri, oppure allo stadio a sorvegliare i tifosi? Ma che se le guidino da soli le loro auto blu i ministri, e che si giochino a porte chiuse le partite!

Ma niente paura, i nostri esilaranti politici (nostri degni rappresentanti) da tempo hanno trovato la soluzione a tutto il problema: fare riforme che restano solo sulla carta, incolpando di questo i dipendenti fannulloni (ma, in effetti, di fannulloni ce ne sono tanti, basti pensare ai ricorrenti scandali di chi timbra il cartellino e se ne va poi in giro per i fatti suoi). Tuttavia, dimenticano un piccolo dettaglio: i fannulloni che oggi si vogliono gettare in pasto ai leoni, il posto lo hanno preso proprio grazie a quei politicanti che adesso, non sapendo più a chi addossare le colpe, se la prendono con i loro amici, amanti, figli, compari.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Neve terremotata

n. 18 (23/01/2017)

“Neve terremotata

L’informazione della settimana scorsa è stata quasi monopolizzata dalla notizia delle nuove scosse di terremoto, verificatesi più o meno nelle stesse zone già colpite lo scorso agosto. Come se non bastasse, i disagi legati alla sismicità sono stati viepiù amplificati da un inclemente ondata di maltempo, che ha letteralmente sepolto paesi e città, creando una situazione al limite del sostenibile.

In un Paese come il nostro, dove si fa a gara a chi fa più sensazionalismo (senza mai andare veramente al cuore dei problemi per risolverli in maniera più o meno definitiva, o almeno per arginarne gli effetti in prospettiva futura), la notizia più clamorosa di tutte è stata quella della valanga che ha spazzato via l’Hotel Rigopiano, a Farindola, in provincia di Pescara. La macchina dei soccorsi, pur efficaci tanto da salvare diversi ospiti, è stata accusata di scarsa tempestività (vorrei vederli io i sapientoni accusatori a muoversi con metri di neve a sbarrare la strada); sui commenti dei nostri degenerati rappresentanti politici è meglio stendere un velo pietoso.

A scanso di equivoci, esprimo subito il mio cordoglio per le innocenti vittime dell’accaduto. Tuttavia, dal punto di vista di questa rubrica, tutta la vicenda ha reso chiaro, se mai ce ne fosse veramente bisogno, che gli italiani sono il popolo che, più di ogni altro nel mondo, riesce con una sistematicità quasi maniacale ad osservare l’ammonimento di Gesù, riportato in Luca 16, 9: “procuratevi amici con la disonesta ricchezza”. Infatti, penso sia ben palese la catastrofe culturale della nostra disgraziata repubblichetta: giornalisti che non sanno informare; politici che non hanno idea di come si amministra; imprenditori che badano solo al proprio tornaconto, in nome del quale sono pronti a qualsiasi abuso; giudici che non riescono più a fare giustizia. Tutti bravi a chiacchierare, e nessuno che ha la benché minima intenzione di fare niente di buono, pur riuscendo ad ottenere il massimo vantaggio personale dal “non saper fare”.

Accertare se la valanga, che ha travolto l’hotel, sia in qualche modo da collegare al terremoto compete a geologi e sismologi. Dico solo che la distanza temporale di circa tre ore tra le scosse (l’ultima forte delle quali risale alle 14.33) e la valanga (verosimilmente verificatasi intorno alle 17.20, cioè una ventina di minuti prima dell’invio dell’SMS con la richiesta di aiuto) rende alquanto improbabile l’ipotesi che a innescare la valanga sia stato proprio il terremoto, che, per quanto forte, era localizzato ad una certa distanza. Piuttosto verosimile, invece, è l’ipotesi che la valanga si sarebbe verificata a prescindere dal terremoto, quale conseguenza delle abbondanti nevicate che hanno flagellato l’Appennino durante i giorni scorsi.

I geologi dell’Università di Chieti-Pescara hanno spiegato che l’Hotel Rigopiano è stato investito da un’enorme colata di detriti, che ha acquisito forza e velocità notevoli sotto la pressione della neve abbondante. In altre parole: tutto è iniziato come una slavina, la quale cadendo ha raccolto rocce e alberi, cominciando a scorrere su una superficie debole, prendendo velocità a contatto con la neve, che ha fatto da “lubrificante”.

A dirla tutta, nella zona dove sorgeva l’hotel le grosse valanghe non sono una novità. Qualcuno ha ricordato che già nel 1936 c’era stata un’analoga rovinosa valanga. Inoltre, le immagini orografiche chiariscono inequivocabilmente che l’albergo sia stato costruito sotto un canalone di montagna, che si restringe pericolosamente proprio in prossimità della struttura, in un punto dove un’eventuale valanga raggiunge inevitabilmente velocità elevate.

Ora, a tragedia avvenuta, gli esperti, sottolineando la pericolosità della posizione dell’albergo, parlano di “abuso edilizio”, sentenziando che in un posto del genere non si doveva costruire. E, sicuramente, concluse le operazioni di soccorso, i magistrati della Procura competente territorialmente apriranno qualche decina di fascicoli, per individuare e assicurare alle sapienti mani della giustizia i responsabili di questo scempio. Il che – ça va sans dire – non riporterà in vita le vittime, né ristabilirà l’equilibrio ambientale scombussolato. Tutte cose che si potevano tranquillamente evitare, usando una virtù ormai perduta: il buon senso.

La storia recente dell’hotel è stata interessata da un processo per corruzione, conclusosi con l’assoluzione di tutti gli imputati “perché il fatto non sussiste”. L’ipotesi della pubblica accusa era quella del reato di corruzione a carico di vari politicanti locali, in cambio di un voto favoreole per sanare l’occupazione abusiva di suolo pubblico relativamente all’ampliamento della struttura. Struttura che, nei primi anni Settanta, era poco più di un casolare (che sorgeva in una zona adibita a pascolo di bestiame, e compresa in un’area naturalistica protetta), il quale, magicamente, nel 2007 era diventato ciò che era fino alle cinque del pomeriggio del 18 gennaio.

Per la Procura, «l’autorizzazione a sanatoria si basava sul presupposto che detta occupazione non costituisse abuso edilizio per mancata, definitiva trasformazione del suolo». Una scempiaggine che i politicanti hanno affermato sulla scorta non solo della «promessa di un versamento di denaro destinato al finanziamento del partito», ma anche in seguito ad una serie di «assunzioni preferenziali per i propri protetti». Grazie alla proverbiale lentezza della nostra giustizia, i reati – dichiarati in ogni caso insussistenti – erano comunque prescritti dallo scorso aprile, col favoloso risultato che, benché vi siano stati dei morti, e con ogni “naturale” evidenza quell’ecomostro lì non poteva starci, nessuno potrà fare appello!

E meno male che ci autodefiniamo patria del diritto! A me pare che siamo solo un popolo di incoscienti, campioni del mondo di disonestà intellettuale, i quali, per quattro soldi, deturpano ogni cosa, oltretutto mettendo assurdamente a repentaglio la propria stessa esistenza, e, nell’evenienza, gridando contro la “madre natura assassina”.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Fede e Fiducia

n. 17 (16/01/2017)

“Fede e fiducia

Qualche settimana fa, trovandomi a conversare con il mio più caro amico – che ringrazio per l’occasione di riflessione che mi ha fornito – ci siamo reciprocamente scambiati opinioni su quale sia il senso della fede che noi diciamo di professare. Ho creduto opportuno condividere con i lettori di questa rubrica gli esiti di quelle riflessioni.

Con ogni evidenza, comprendere esattamente di cosa parliamo quando pronunciamo la parola “fede” è fondamentale per il vero cristiano. Con altrettanta evidenza, per quanti affermano con approssimazione e superficialità il proprio essere cristiani, la questione invece rileva in modo più marginale, potendo disinvoltamente confondere concetti e questioni.

Ed, infatti, il concetto di fede sovente viene confuso, anzi, per meglio dire, viene limitato al concetto di “fiducia”. Invece, mi pare piuttosto chiaro che la fede e la fiducia siano due dimensioni sottilmente diverse, benché la fede comprenda anche la fiducia.

Bisogna riconoscere che i (sempre più pochi) sacerdoti, presi dai tanti impegni a cui cercano volenterosamente di far fronte, non sempre spiegano con sufficiente chiarezza questa differenza. Spesso si sente dire dai pulpiti che avere fede in Dio significa a Lui affidarsi, confidando che nella Sua infinita misericordia sappia come far girare nel verso giusto il mondo e gli umani, disponendo tempi, modi e luoghi delle azioni.

Insomma, sembra quasi che fede in Dio equivalga né più né meno all’avere completa fiducia che Lui, in un modo o nell’altro, faccia funzionare le cose, ritagliando per noi altri un comodo ruolo di irresponsabilità, del tipo: “Sono venuto a messa, prego che la tale cosa vada bene, e quindi ora tocca a te, Dio, fare in modo che quella cosa vada bene, perché io ho posto la mia fiducia nella tua benevolenza”.

Ebbene, l’atteggiamento della fiducia è piuttosto ovvio: la cosa più normale per un figlio è avere fiducia nel padre, affidarsi alla sua guida, alla sua comprensione, alla sua compassione. E, tutto sommato, è anche un modo di vivere il rapporto con Dio che non richiede un particolare sforzo né di volontà, né intellettuale. Però, è anche una dimensione esistenziale che, proprio per la sua “semplicità” non può essere confusa con la vera fede, che richiede invece, un impegno un po’ più consapevole e profondo, o meglio un’attiva partecipazione dell’uomo nell’azione divina. Diversamente, tutta la questione si esaurirebbe in un “ho fiducia in Dio, lascio fare a lui, senza assumere alcuna responsabilità”.

Credo che si possano citare almeno due episodi evangelici, che forniscono un’ottima traccia per capire cos’è la vera fede, che, è bene ripetere, include senza dubbio una componente di fiducia, ma altrettanto indubbiamente non può con quella essere confusa.

Il primo ce lo racconta Luca (17, 6), e può spiegare che fede non è solo fiducia. Gesù, intervenuto a scacciare un demonio da un ragazzo (impresa nella quale i discepoli non erano riusciti), li ammonisce, dicendo: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe». È evidente che Gesù non sta dicendo ai suoi discepoli: “Abbiate fiducia in me, che vi tiro fuori dai pasticci”. Sicuramente per andargli dietro per mezza Palestina, con i pericoli che questo comportava, avevano fiducia in Lui. E del resto, se Egli voleva indicare un mero atteggiamento di fiducia in Dio, avrebbe detto: “Se avete fiducia in me quanto un granello di senape, preghereste me di dire al gelso, eccetera”.

Dunque, la vera fede, anche in una misura minima, permette al credente di poter autonomamente dire al gelso di piantarsi nel mare. Il che fa pendant con quanto Gesù altrove (Gv. 14, 12) afferma: «Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi».

È bene tuttavia precisare che la vera fede non serve a fare prodigi e magie del tipo appunto di spostare le cose come farebbe Silvan. La vera fede è l’atteggiamento di chi, con piena e libera consapevolezza, accetta la condizione esistenziale di chi cammina per la Via che conduce alla Verità e dunque vive con pienezza la Vita. È dunque l’atteggiamento di chi “sa” e non solo “spera” che l’osservare la Parola e fare le stesse cose che ha fatto Gesù, sia la strada giusta. Le cose grandi che farà chi ha fede non sono certo spostare le montagne, o far apparire dal nulla un forziere pieno di dobloni d’oro: sono piuttosto opere intese a vivere con pienezza gli insegnamenti di amore e misericordia di Gesù.

Il secondo episodio, che ancor meglio chiarisce quale deve essere l’atteggiamento dell’uomo che ha vera fede, è in Luca (15, 11-32), ossia nella cosiddetta “parabola del figliol prodigo”. Usualmente, nella percezione popolare, l’attenzione è focalizzata sull’atteggiamento del padre nei confronti del figlio, che prima sperpera la sua parte di eredità e poi, pentitosi, ritorna a casa. Però, per capire quale sia la consapevolezza che è alla base della vera fede, bisogna rileggere quel che il padre dice all’altro figlio, quello che fa l’offeso.

Il padre gli dice: «Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua». Dunque, chi ha fede “sa” (e non si limita semplicemente a “sperarlo”), in virtù del rapproto che lega un figlio che vive sempre insieme al padre, che ogni cosa del padre è sua. Del resto, quale figlio nella casa del padre si comporta da ospite, confidando nel fatto che il suo anfitrione lo tratti bene, o gli permetta di accendere la televisione o di prendere un bicchiere d’acqua? Non si comporterà piuttosto da padrone nella casa di suo padre, dispondendo dei beni del padre come fossero i suoi?

Ecco, possiamo concludere che la fede è avere la certezza (e non solo la fiducia) di essere figli di un Padre, che chiede solo di avere verso il prossimo lo stesso atteggiamento di misericordiosa compassione, che gli ha nei confronti di ciascuno, e in tal modo poter compiere le stesse opere che Egli compie.

Vincenzo Ruggiero Perrino

Il Serpente Prudente – Una querelle

n. 16 (09/01/2017)

“Una querelle

Chiudendo la “puntata” della settimana scorsa, formulavo un augurio affinché il 2017 fosse l’anno della responsabilizzazione, nel senso che ciascuno si sentisse più responsabile per il prossimo, in modo da creare un nuovo senso di comunità, per poter veramente ripartire. Le (poco incoraggianti) notizie di questa settimana mi hanno confermato che il grosso limite del nostro tempo è proprio quello di una mancanza di responsabilità. Anzi, di male in peggio, ognuno cerca di scaricare le proprie manchevolezze sull’altro, cercando in tal modo di presentarsi agli occhi di tutti come un agnellino innocente, magari vittima sacrificale, frainteso da tutti e vilipeso nonostante le sue nobili intenzioni.

Fateci caso: è un meccanismo che noi italiani brava gente abbiamo sviluppato fino alla perfezione. Una squadra di calcio, anche prima in classifica, perde una partita che sulla carta avrebbe vinto? Mica è colpa degli undici deficienti che corrono dietro al pallone a suon di milioni di euro! No, è colpa dell’allenatore. Manco ci fosse lui in campo a sbagliare i tiri.

Una mamma (è successo a Vibo Valentia) muore tre giorni dopo il parto? Mica è colpa di qualche medico malaccorto! No, è il destino crudele che ha fatto sorgere complicazioni inaspettate. Come se partorire non fosse la cosa più naturale di questo mondo.

Quasi la metà dei giovani è senza lavoro? Mica è colpa di una dissennata politica economica e bancaria, che in nome della quadratura dei bilanci fa in modo che i pochi privilegiati restino tali a discapito della massa! No, è l’austerità voluta dall’Unione Europea e dalla Germania. Oppure, sono gli immigrati che sono venuti qui a prendere le nostre case e il nostro lavoro, e ad approfittare dei nostri sussidi (che è il messaggio che praticamente tutti i giorni viene fatta passare dalla becera trasmissione di Maurizio Belpietro, Dalla vostra parte).

E gli immigrati in qualche modo c’entrano in quel che sto per dire. Il vero capolavoro, questa settimana, lo abbiamo raggiunto nella querelle che ha visto contrapposti esponenti di due “nobili” categorie che il mondo intero ci invidia, i politici e gli intellettuali. Non per dire, ma nel settantennio di repubblica, abbiamo sfornato degli autentici “number one”; anzi spesso in un’unica persona si potevano agevolmente individuare tanto i tratti del politico, quanto quelli dell’intellettuale. A dirla tutta, eccezion fatta per alcuni dell’una e dell’altra categoria (che non a caso sono più apprezzati fuori che in casa propria), è tutto un melting pot della più sconcertante vuotezza.

Il fatto, credo (e spero), è noto ai più: durante una sparatoria di camorra nel centro storico di Napoli sono stati feriti tre immigrati e una bambina di dieci anni. I colpi sono stati esplosi per “punire” un ambulante extracomunitario che non voleva pagare il pizzo al clan di zona.

Analizzando e commentando questo episodio lo scrittore Roberto Saviano, che ha fatto della “camorra” – pur declinandola in varie forme e sotto varie sfaccettature – il suo principale cavallo di battaglia, in un’intervista ha sostanzialmente detto che: “gli arresti non fermano la camorra, ci sono sempre nuovi affiliati”; “questa città non è cambiata. Illudersi di risolvere problemi strutturali urlando al turismo o alle feste di piazza è da ingenui. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore diventa connivenza”; “il sindaco è in carica da sei anni, ma parla come se si fosse appena insediato”; “la sinistra radical napoletana ragiona da ultrà: se critichi stai tifando contro”; “Angelino Alfano ha inviato l’esercito per ragioni di facciata politica”; “chi invita a distogliere lo sguardo da questa realtà mi fa paura quasi quanto le paranze che sparano”. Insomma, una ridda di cose ripetute decine e decine di volte, come sempre limitandosi ad un’analisi (pur precisa e puntuale), ma senza fornire alcuna ricetta cocreta sul da farsi per, non dico debellare, ma almeno arginare il fenomeno criminale.

A queste dichiarazioni ha, ovviamente, replicato il sindaco Luigi De Magistris: “Saviano si arricchisce sulla pelle della città, e per questo non potrà mai ammettere che a Napoli le cose stanno cambiando”; “non faccio più il magistrato per aver contrastato mafie e corruzioni fino ai vertici dello Stato. Non ti ho visto al nostro fianco”; “se utilizzassi le tue categorie mentali dovrei pensare che tu auspichi l’invincibilità della camorra per non perdere il ruolo che ti hanno e ti sei costruito. E probabilmente non accumulare tanti denari”; “a Napoli i problemi sono ancora tanti, nonostante i numerosi risultati raggiunti senza soldi e contro il sistema, ma non è possibile che Saviano non si sia reso conto di quanto sia cambiata Napoli”; “caro Saviano, vuoi vedere che sei nulla di più che un personaggio divenuto suscettibile di valutazione economica e commerciale? Un brand che tira se tira una certa narrazione”.

Entrambe le posizioni, mi pare chiaro, celano una sostanziale svalutazione del napoletano medio. L’una perché, sottolineandone sempre e solo le negatività (e di fatto trascurando le cose positive), lo dipinge come una persona incapace di migliorare, e oltretutto non fornisce alcuna valida “cura” al problema; l’altra perché, facendo vanto delle positività, non le attribuisce allo sforzo di tutte le componenti sociali, ma solo alla propria azione politica individuale.

Penso sia chiaro a chi abbia letto gli interventi di questa rubrica, che la mia opinione sui politici nostrani non è proprio delle migliori. E la “sparata” di De Magistris, ancor più deludente se si pensa che proviene da un ex magistrato “anticamorra” come lui si è autodefinito, dimostra, in tutta la sua banalità, la caratura mediocre del nostro ceto politico, anche quando proviene da un passato un po’ meno opaco. Un politico autentico neanche avrebbe perso un’ora della sua giornata per scrivere un post su facebook per controbattere a cose che non ritiene veritiere, ma avrebbe impiegato quel tempo per “fare” qualcosa contro la criminalità, anziché “parlare” contro chi a sua volta “parla” contro la criminalità!

Per altro verso, io credo che un intellettuale debba sicuramente prendere il bisturi e puntarlo laddove c’è l’infezione, questo è fuori discussione. Ma, se è sacrosanto quello che dice Saviano, e cioè che non si può chiedere che di una città vengano decantate solo le cose buone nascondendo quelle cattive, è altrettanto inutile parlare sempre e solo delle cose negative senza valorizzare adeguatamente il lavoro e la fatica delle centinaia di migliaia di napoletani che ogni giorno si comportano onestamente o cercano di vivacizzare culturalmente la città. Indicare solo il nero, non mette in evidenza il bianco, e viceversa.

Come al solito sia l’uno che l’altro contendente hanno dimostrato di aver dimenticato una lezione importante, che in queste pagine ho già citato altre volte: dire sì sì, no no. Invece, i politici e gli intellettuali nostrani spesso pretendono di voler sconfinare in altre spiegazioni, in altre dimostrazioni, in altre questioni, che non risolvono il merito di qualsivoglia problema, e alla fine inducono tutti quelli che quel problema lo subiscono o ne fanno parte, solo a pericolosissimi atteggiamenti di noia e di assuefazione.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – L’anno della responsabilizzazione

n. 15 (02/01/2017)

“L’anno della responsabilizzazione

È passato Natale; è passato Capodanno, e già da oggi tanti staranno riprendendo il loro normale tran tran quotidiano. Abbiamo comprato e ricevuto regali (perdendo di vista che il vero regalo da fare era farsi un po’ più prossimi gli uni verso gli altri); abbiamo o siamo stati invitati a cene luculliane (dove è più quello che resta nei piatti, che quello che si mangia); abbiamo giocato a carte o a tombola (magari prendendo troppo sul serio quello che dovrebbe essere un semplice momento di divertimento); e ci siamo dovuti sorbire, più o meno su tutti i canali, quei servizi televisivi, che cercano di riepilogare quello che è successo nell’anno appena trascorso.

Ebbene cosa è successo nel 2016? Tanti nomi della cultura e dello spettacolo ci hanno definitivamente lasciato: tra i musicisti e cantanti David Bowie, Keith Emerson, Greg Lake, Leonard Cohen, George Michael, Prince; tra gli artisti del cinema Bud Spencer, Franco Citti, Silvana Pampanini, Ettore Scola e Gene Wilder; tra quelli di teatro Giorgio Albertazzi, Paolo Poli, Anna Marchesini e Dario Fo; tra le personalità della moda Marta Marzotto; tra gli intellettuali e scrittori Umberto Eco; tra i leader politici Fidel Castro.

Ciecamente e senza alcuna reale preparazione abbiamo gettato alle ortiche due anni di lavori parlamentari, sancendo la vittoria del “no” al referendum, facendo cadere il governo, e autoinfliggendoci nuove lungaggini per varare una legge elettorale, che, in mano a quei buffoni che ogni giorno dicono di rappresentarci, sembra sempre più un miraggio lontano.

Abbiamo inquinato a più non posso; abbiamo consumato a più non posso; abbiamo sfruttato terra, cielo e mare a più non posso. Abbiamo fatto crescere il PIL dello 0,5%, il che ha fatto giubilare imprenditori e politici, perché ormai, come ripetono da una decina di anni, “la ripresa è dietro l’angolo” (visto che languiamo sempre nella stessa situazione di mediocrità, a questo punto, mi chiedo dove sia l’angolo!).

Con la noncuranza e l’approssimazione emotiva che caratterizza i nostri tempi abbiamo assistito a disumanità di ogni tipo: attacchi terroristici (da ultimo quello di Berlino), bombardamenti (con centinaia di bambini massacrati ad Aleppo e in ogni altra parte del pianeta), omicidi di un’efferatezza che nemmeno Diabolik li concepirebbe (mi riferisco al caso dell’anestesista di Saronno e della sua amante), una vera e propria carneficina di donne (uccise da quegli stessi uomini che avevano giurato loro amore eterno).

Più o meno quotidianamente abbiamo parlato male della stessa persona alla quale al momento dello scambio della pace in chiesa abbiamo farisaicamente stretto la mano; abbiamo offeso, ingiuriato, vilipeso il prossimo in mille occasioni, con una naturalità tale che ormai nemmeno ci facciamo più caso; abbiamo disatteso, con quella stessa “spontaneità”, le più banali norme del vivere civile (fosse anche buttando la plastica nel cassonetto del vetro, o l’alluminio insieme ai rifiuti umidi; oppure parcheggiando in divieto di sosta, pretendendo pure di avere ragione con la guardia di turno, perché “tanto fanno tutti così”).

Eppure, ci emozioniamo ad ascoltare canzoni che parlano di amore e di pace; ci piace vedere film strappalacrime dove l’eroe solitario salva il mondo dalla catastrofe di turno; mandiamo al primo posto nella classifica dei libri più letti, quelli in cui si raccontano storie di passioni e di amori.

Questo proprio non me lo spiego: con tutto il parlare che si fa di amore e pace, anziché nella barbarie che ci circonda, dovremmo vivere in un mondo dove tutti non fanno altro che intrecciare corone di fiori, e vivere la vita in comunione, accontentandoci dei frutti della terra. Invece, è evidente che c’è qualcosa che non va, se consideriamo che gli stessi politicanti che parlano di pace, poi nel bilancio dello Stato hanno inserito una voce di spesa di 32 miliardi di euro per gli armamenti! Se quei 32 miliardi di euro li dividevamo per i circa 60 milioni di italiani, eravamo un po’ più contenti tutti quanti! E, invece, li sperperiamo in fucili, bombe e carri armati, manco fossimo Rambo! Ma anche nella quotidianità le cose non vanno diversamente: parliamo di amore e di pace e poi siamo sgarbati, scontrosi, astiosi gli uni con gli altri.

E, a parer mio, ciò che non va è proprio l’aver completamente perso di vista il senso di far parte di una collettività, di vivere in comunione gli uni con gli altri, la voglia di intessere relazioni autentiche con l’altro. Ciascuno vive come se fosse il solo padrone del mondo, micragnosamente attaccato ai propri piccoli e grandi privilegi, disinteressato a ciò che accade all’altro, pretendendo di avere solo diritti e nessun dovere. È un po’ la storia di Caino che tenta di giustificars dicendo: “Sono forse il guardiano di mio fratello?” (Gn. 4, 9).

Ebbene, io credo che se ognuno si sentisse responsabilizzato nei confronti del prossimo le cose andrebbero meglio. Voglio credere che quegli operatori di pace, che Gesù dice beati perché saranno chiamati figli di Dio, abbiano proprio questo compito nel mondo di oggi. Non tanto sbandierare vuoti proclami del consueto volemose bene, ma proprio sentirsi in prima persona responsabili per il loro fratello, e responsabilizzare i loro fratelli verso gli altri ancora.

Credo che sia l’unica strada per uscire da qualsiasi impasse: economica, politica, ambientale, culturale. Perciò, se c’è un augurio per il 2017 che comincia, è che questo sia un anno in cui ciascuno si riscopra responsabile per il proprio fratello, affinché tutti possano ricominciare a sentirsi parte di una vera collettività.

Se il 2016 è stato – giustamente – l’anno della misericordia (e su quella divina, non mi pare che ci possano essere dubbi di sorta: un altro dio meno misericordioso da tempo ci avrebbe incenerito per punirci di tutto il disprezzo che mostriamo nei confronti del creato e delle creature tutte), facciamo del 2017 l’anno della responsabilizzazione di ognuno.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Offerte Natalizie

n. 14 (19/12/2016)

“Offerte natalizie

Ormai Natale è alle porte, e, poco più in là, già si intravedono le luci del nuovo anno. Generalmente questo è il periodo dell’anno in cui si fanno bilanci e soprattutto si propongono le buone intenzioni. Infatti, si tirano le somme su quello che si è fatto nei mesi precedenti, e si gettano le basi per quello che si vorrà fare per i prossimi. Tuttavia quasi per tutti, né i bilanci appaiono particolarmente soddisfacenti, né le buone intenzioni riescono a superare il loro stato concretizzandosi poi realmente. In ogni caso, tutti perdono di vista il vero senso delle feste, che non dovrebbe essere quello di ripensare alle cose vecchie (i bilanci), o alle cose che verranno (i progetti futuri), quanto piuttosto quello di procurarsi occhi nuovi per poter guardare nel profondo delle cose, per poter mirare all’autenticità dei rapporti.

Per i cristiani il Natale dovrebbe essere un’occasione di incontro e di riflessione sulla Parola che si incarna e diventa umanità. Per i non cristiani, o quelli che tali si dicono giusto per salvare un certo perbenismo borghese, queste festività dovrebbero almeno essere un momento di riposo e di serenità. Invece, finiscono per essere, tanto per gli uni quanto per gli altri, giorni come tutti gli altri, con la sola differenza che si spende di più e si consuma di più, perché il sistema del lavoro ha concepito la “tredicesima” proprio per far girare di più l’economia e il denaro.

La tiritera, per la quale il Natale – al pari di qualsiasi altra ricorrenza del calendario – è diventata una festa consumistica e null’altro, è nota a tutti. Ed è proprio qui che i conti non tornano: se tutti sanno che il Natale ha perso il suo spirito di autenticità e a nessuno pare star bene che sia diventato quello che è diventato, perché nessuno fa niente affinché sia tutto come dovrebbe essere? Perché in fondo, a noi umani piace lamentarci delle cose che non ci stanno bene, ma poi alla fine ce le teniamo così come sono, un po’ per accidia, un po’ per comodo, un po’ per abitudine.

Così, anche se ne possediamo uno perfettamente funzionante, ci facciamo abbindolare dal Bruce Willis o dal Giorgio Panariello di turno e corriamo a comprare un nuovo smartphone, perché magari fa tendenza, o perché offrono una promozione che ci permette di risparmiare qualche centesimo al mese, o perché hanno fatto passare talmente tante volte il messaggio che sei non hai uno smartphone non sei nessuno e sei fuori dal mondo, che, se anche non ti piace o non ti serve, te lo compri ugualmente!

Più che in altre circostanze, i centri commerciali sono talmente affollati che bisogna veramente raccomandarsi a qualche santo per trovare un po’ di posto per parcheggiare. Le offerte natalizie non si contano: lo stesso prodotto che il 10 dicembre abbiamo pagato x euro ora costa qualche decina di centesimi in meno a patto che se ne comprimo due o tre pezzi.

Dentro i negozi ci vedi tanta di quella gente, che, in maniera piuttosto simile gli uni agli altri, riempie carrelli di ogni ben di Dio, e fa spese di ogni genere e di ogni importo, specialmente per quel che riguarda il cibo. Sì, perché se c’è una cosa che durante queste feste veramente non può mancare è il cibo, le grandi abbuffate. Ormai a far concorrenza alle feste in famiglie, è subentrata un’altra tradizione, quella cioè che i ristoranti organizzano dei grandi veglioni di Natale e di Capodanno, in cui si mangia, si balla, ci si diverte, tutti insieme, con gente delle quali neanche si conosce il nome.

In altre parole: le feste natalizie sono diventate un po’ il paradigma della nostra vita di tutti i giorni. Ci si lamenta che le cose “non sono più com’erano una volta”, senza muovere un dito affinché le cose tornino all’antico splendore (che poi come si fa a dire qual era lo spirito del Natale cento e più anni fa?); ci si affanna alla ricerca di un divertimento e di un finto benessere che sembrano dare più preoccupazioni che spensieratezza; ci si concentra su cose assolutamente non essenziali, perdendo di vista l’autenticità delle relazioni; ci si dedica all’effimero senza nemmeno lontanamente cogliere l’essenza delle cose.

Allora mi chiedo, se Natale dev’essere esattamente come tutti gli altri giorni, che senso ha festeggiarlo? Che senso ha colorare di rosso il numero 25 sul calendario, se poi ci si deve comportare esattamente con lo stesso spirito con cui ci si comporta il 19 luglio o il 3 marzo?

Cosa fare? Non ho questa risposta, e se anche l’avessi non so quanti, me compreso, avrebbero la volontà di metterla in pratica. Però, in Colossesi (2, 17) c’è scritto che le feste e i sabati sono l’ombra di cose a venire, cioè profezia di avvenimenti futuri. Questo vuol dire che i veri cristiani devono santificare le vere feste istituite da Dio (come del resto ha fatto anche Gesù nel suo cammino terreno).

Infatti, una festa si celebra, si santifica, non si trascorre come un giorno qualsiasi, facendo grosso modo le stesse cose che si fanno in tutti gli altri giorni dell’anno. Questo vale anche per le domeniche: tanti, anziché riposarsi e passare un giorno spensierato con amici e parenti, si mettono a fare lavori in casa, a fabbricare, a zappare, perché magari in settimana non ne hanno il tempo!

L’assenza del vero spirito del vivere la festa comporta una visione sfocata della volontà di Dio, e ovviamente comporta quello che dicevo all’inizio e cioè che poi alla fine nessuno è veramente contento.

Ciò detto, colgo l’occasione per porgere ai lettori di questa rubrica i miei auguri di un sereno e vero Natale e di un buon anno nuovo.

Il serpente prudente va in vacanza e tornerà, con la consueta periodicità settimanale, lunedì 2 gennaio.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – n. 13

n. 13 (12/12/2016)

“C’è ancora religione

Qualche giorno fa, convinto di potermi divertire fino alle lacrime, dato che il cast quello prometteva, ho visto l’ultima fatica cinematografica interpretata da Claudio Bisio, Angela Finocchiaro e Alessandro Gassman, intitolata Non c’è più religione.

Dico subito che il divertimento c’è stato, ma in misura alquanto modesta. E dico anche che la partenza del film autorizzava a pensare a ben altri sviluppi: un cartello all’inizio, con la scusa di invitare gli spettatori a spegnere o a silenziare i propri celluari (buona creanza che, escluso il sottoscritto, non ha praticamente nessuno), avvertiva che per ognuno di noi nascono 0,65 figli, ma ciascuno possiede 2,83 cellulari. Insomma, la natalità è assicurata dalla nascita dei figli degli immigrati.

La situazione non sembra fare né caldo né freddo a nessuno, considerato che basta guardare cinque minuti di televisione per vedere una decina di spot di promozioni e offerte di cellulari (più un’altra decina di pubblicità di nuove automobili), e niente che parli di figli o famiglie (escludendo le pubblicità di cioccolatini e merendine, che mostrano famiglie più false dei soldi del Monopoli).

A dirla tutta, i tanto vilipesi immigrati assicurano a noi altri tante altre cose: per esempio, a nostro esclusivo vantaggio fanno lavori, in condizioni che manco gli schiavi avrebbero tollerato, che la nostra mentalità piccolo borghese rifiuta addirittura di considerare lavori. Ci assicurano anche svago e divertimento: pensate che il tanto seguito campionato di calcio ha senso definirlo “italiano” solo perché si disputa nella gaia Penisola, ma per il resto è giocato per lo più da calciatori immigrati da altri Stati e Paesi (a suon di milioni di euro).

Comunque, l’esile commedia cinematografica, pur partendo dall’allarmante dato statistico di cui sopra, prende poi un’altra piega, che ne giustifica il titolo. La storia parte dall’organizzazione del presepe vivente su una piccola isola del Mediterraneo. Non nascendo più bambini su quell’isola – l’ultimo è ormai un adolescente grassottello che non entra più nella mangiatoia – il sindaco (Bisio), tornato a casa dopo una disastrosa carriera politica al Nord, deve escogitare una soluzione per trovare al più presto un neonato da mettere nella mangiatoia. Così, il politico fa di tutto per convincere Suor Marta (Finocchiaro) e gli altri isolani ad accettare l’offerta dalla comunità araba, che sta dall’altra parte dell’isola ed è capeggiata da Marietto (Gassman) convertitosi all’Islam per amore, di un loro bambino per il ruolo di Gesù neonato.

Gli arabi, pongono una serie di condizioni per il “prestito” del bimbo: vogliono che quelli dell’isola condividano con loro il Ramadan; vogliono usare la chiesa per pregare Allah; fino a organizzare il presepe secondo una presunta tradizione araba dettata nel Corano. Gli isolani, convinti dal loro politico (laico), accettano tutte le condizioni, pur di poter fare il presepe che attirerà folle di turisti e darà un po’ di respiro all’esangue economia locale. Ci sarà poi un finale (poco) sorprendente, che scompagina ulteriormente le premesse fin qui dette.

Il racconto del film ci dice sostanzialmente che: in nome del dio denaro si può addivenire a qualsiasi compromesso, anche per quel che riguarda la propria religione e le proprie tradizioni; chi si fa tramite di questi compromessi è sempre la politica; il popolo li accetta più o meno supinamente; nella maggior parte dei casi anche gli uomini e le donne di fede, per non apparire poco accoglienti rispetto a chi professa una religione diversa, si rendono disponibili a qualche “ritocco” del proprio credo, ibridandolo con quello dell’altro, in nome di una specie di religione universale del volemose bene. Allucinante, vero? Eppure è proprio quello che succede nella realtà di tutti i giorni!

Se da una commedia ci si poteva legittimamente aspettare una satira un po’ meno politically correct di questa situazione, il punto è che l’idea che si ha di dialogo interreligioso è assolutamente sbagliata. Dialogare non vuol dire “io detto le condizioni per farmi accettare da te”. Non è stato così nemmeno quando i predicatori andavano a convertire i popoli lontani, figuriamoci se può essere così ora! Invece, nella mentalità comune, che il film rispecchia con estrema fedeltà, il musulmano (ma il discorso vale per chiunque sia “diverso”, anche religiosamente parlando) viene per dettare le proprie regole, e noi, in nome di un bene migliore e superiore (legato in qualche modo sempre all’economia e al denaro), accettiamo.

Io credo che nemmeno i musulmani in particolare e gli immigranti in generale vogliano questo. Dialogare è innanzitutto conoscere: quanti di quelli che quotidianamente vogliono insegnarci la convivenza con gli stranieri, sanno veramente quello di cui parlano? Quanti hanno letto non dico il Corano, ma almeno qualche pezzetto di Vangelo? Soltanto ponendo alla base una sincera e autentica conoscenza dell’altro lo si potrà accettare, con i pregi e i difetti che lo caratterizzano.

Ovviamente la cosa deve essere reciproca: il cristiano deve conoscere il mondo del musulmano e viceversa, altrimenti il gioco non funziona e si ricade nei trabocchetti e nei ricattucci per scongiurare una presunta discriminazione religiosa. Quindi non è vero che “non c’è più religione”. Ce n’è, ma a patto di intendersi veramente sul senso di questa parola, che non è una svendita della propria storia e cultura, ma un modo per accogliere l’altro nel rispetto e nella conoscenza reciproca del proprio vissuto.

La polemica sull’immigrazione chiarisce bene cosa succede quando sparisce la politica: destra, sinistra, centro non hanno nessuna visione della società, nessuna idea, nessuna conoscenza, e dunque nessun vero programma. Sono caricature e null’altro, e costano pure un sacco di denaro. Allora tutto è rimesso al popolo: conoscere per capire; capire per apprezzare; apprezzare per convivere pacificamente, senza compromessi e ibridazioni.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Sì… no… mah…

n. 12 (05/12/2016)

“Sì… no… mah…

Nel momento in cui scrivo, non si sa ancora se al referendum abbia vinto il sì o il no. Poco male. Come ho accennato in qualche puntata precedente, io penso che il desolante scenario, quotidianamente offertoci dalla nostra classe politica, fatta di personaggi veramente mediocri e imbarazzanti (ma tutto sommato degni rappresentanti della stragrande maggioranza degli italiani), cambierà molto poco sia nell’uno che nell’altro caso.

Partiamo da un punto fondamentale: la Costituzione del 1948 (già cambiata in molte sue parti in diverse occasioni – quindi perché tutto ‘sto scandalo adesso?) come del resto tutte le altre leggi ordinarie, i decreti, e tutti i tre poteri dello Stato funzionano bene, quando e se li si vuol far funzionare. Il problema non è quello che c’è scritto in una legge, ma chi lo scrive, e soprattutto chi poi dovrebbe osservarla quella legge. Che è il grosso problema degli italiani.

L’ipocrita idiozia di chi ha sbraitato fino all’altro ieri che, in caso di vittoria del sì, il popolo perderebbe parte della sua sovranità, può essere agevolmente zittita, ricordando che il popolo non ha mai avuto veramente alcuna voce in capitolo, mai e poi mai. I politicanti d’accatto che ci hanno governato nella prima e (ancor più) nella seconda repubblica, non hanno fatto altro che sfruttare la dabbenaggine dell’italiano medio, abbindolandolo in ogni modo possibile e immaginabile.

Pensate: qualche anno fa, abbiamo votato tipo plebiscito affinché l’acqua tornasse in gestione pubblica, e cosa è successo? Assolutamente nulla! E poi mi vengono a dire che se vincesse il sì, perdiamo la sovranità? Noi veniamo continuamente raggirati dalla politica, e ora anche dall’antipolitica, e andiamo avanti felici e contenti, inconsapevoli della catastrofe economica e sociale a cui siamo esposti, grazie a questi sapientoni che dicono di rappresentarci!

Agli eminenti professori costituzionalisti, gran parte dei quali, credo più per dovere professionale che non per intima convinzione, si sono schierati per il no, ricordo che tanti principi fondamentali del nostro stato vengono quotidianamente calpestati e brutalmente vilipesi sotto gli occhi di tutti (tanto per fare un esempio la tanto invocata trasparenza della Pubblica Amministrazione, che discende dall’art. 97 della Costituzione), eppure non mi pare di aver mai sentito la loro voce alzarsi tanto forte…

Tornando al referendum, per convincersi dell’amarissima (e costosissima) verità che alla fine cambierà ben poco, basta rivedere il modo in cui si è prima preparata la riforma, e poi si è sottoposta al referendum confermativo.

La riforma è stata scritta e discussa nell’apposita commissione e dopo due anni (ventiquattro mesi: ci si potevano abbondantemente fare due figli e mettere in cantiere un terzo!) è stata votata dal parlamento. Giusto perché non è stata raggiunta la maggioranza dei 2/3 alle votazioni delle due camere, si è dovuto indire il referendum confermativo. Altrimenti, il popolo sovrano – con buona pace di chi ne invoca una presunta diminuzione di potere – manco veniva minimamente coinvolto. Perché nelle cosiddette democrazie occidentali funziona così: il popolo elegge i suoi rappresentanti, e loro fanno le riforme, senza ma e senza forse. Se il popolo sconfessa quello che stabiliscono i rappresentanti che ha eletto c’è qualcosa di intimamente contraddittorio, no?

Comunque, una tirata d’orecchi va tanto a chi si è schierato con il sì, quanto a chi si è schierato per il no. I primi perché sono andati incautamente dicendo che la riforma non è la migliore che poteva essere fatta: un’affermazione che si commenta da sé, visto e considerato che ci hanno lavorato per due anni (lautamente pagati). A questo punto, potevano prendersi altri sei mesi e magari farla un po’ meglio, ed evitare così di esporsi a critiche (giuste o meno che siano state).

I secondi – quelli del no, altrettanto lautamente pagati – dov’erano quando quelli del sì scrivevano la riforma? Non sedevano forse nella stessa commissione parlamentare a discutere con quelli? Embé, non sapevano dire allora cosa non andava? C’era bisogno di fare tanta caciara dopo? In fin dei conti la riforma in parlamento non avrà raggiunto i 2/3, ma ha pur sempre raggiunto la maggioranza assoluta dei voti (50%+1). Se la matematica non è un’opinione – e per fortuna che almeno lei non lo è – da dove sono spuntati tutti quelli che dopo si sono sgolati a dirci che bisognava votare no?

Ora qualcuno di loro va dicendo che se vince il no, si siederanno tutti (vinti e vincitori) ad un tavolo, per scrivere una riforma più bella, più giusta, ancora più nuova. Ma stiamo scherzando? E noi buttiamo altri due anni (e magari anche più) dietro questi mentecatti?

E alla fine, dire sì o dire no a chi lo demandiamo? Al popolo sovrano che praticamente non sa altro che quello che gli si è voluto far sapere da una parte e dall’altra, cioè che sono poche sciocchezzuole (in particolare quelle sulla nuova composizione del senato) rispetto all’intera mole della riforma, che è ben più complessa e articolata. Cioè, a noi è toccato dire sì o no ad una cosa che poteva essere meglio di com’è, e che se non passa lascia tutto più o meno come è stato dal 1948 ad oggi.

C’è un piccolo dettaglio che tutti tacciono, quelli del sì e quelli del no: che tutto il referendum costa (al pari di ogni altra votazione) milioni di euro, che magari potevano servire per incentivare un po’ l’economia, o per esempio rendere meno disperata la situazione della sanità.

Pensate che popolo di deficienti siamo: se vince il sì, abbiamo sciupato milioni per una cosa che poteva venire meglio, per stessa ammissione di chi il sì lo ha sostenuto; se vince il no, abbiamo sciupato milioni per far rimanere le cose esattamente come stavano prima!

Mah…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Imparare a morire

n. 11 (28/11/2016)

“Imparare a morire

Ci avete fatto caso? Il rapporto con “nostra sora morte corporale” degli uomini di questo tempo si è attestato su un duplice versante. Da una parte c’è chi vuole morire a tutti i costi, tanto da invocare un proprio “diritto a morire”, a rifiutare le cure per se e per i suoi, in nome di una presunta dignità umana. Cosa ci sarà di dignitoso nel morire di propria spontanea volontà non mi è tanto chiaro, nemmeno quando si è ridotti a poco più di un vegetale.

Da un’altra parte ci sono invece quelli che non si rassegnano alla naturale evidenza che è da sempre il minimo comune denominatore di qualsiasi forma di vita, e cioè che prima o poi bisogna morire. E allora ecco che ci si è inventati una soluzione, al momento ancora in odore di fantascienza (ancorché largamente sperimentata): l’ibernazione.

Se prendiamo un qualsiasi dizionario, scopriamo che la parola “ibernazione” deriva dal latino “hibernare”, cioè “ritirarsi per svernare”, e in biologia indica la riduzione al minimo delle funzioni vitali per favorire la sopravvivenza. Diciamo che può essere assimilata al letargo negli animali.

In realtà la pratica viene utilizzata in via preventiva già da un po’: in particolari interventi chirurgici (specie cardiologici), si abbassa artificialmente la temperatura del corpo; oppure gli organi da trapiantare vengono conservati a temperature molto basse (ma non al punto di congelamento); invece l’ibernazione in azoto liquido (più correttamente definibile come crioconservazione), è usata per la conservazione di spermatozoi ed embrioni umani (cosa che in realtà era già stata pensata alla fine del Settecento).

Ibernare un corpo umano intero è il frutto della fantasia narrativa degli scrittori di fantascienza: il trucco è ibernare un individuo prima che muoia, per evitarne la morte, generalmente per un male incurabile, e tenerlo sotto ghiaccio finché non si trovi una cura per quel male, trovata la quale, lo si risveglia, lo si cura, e quello campa un altro pochino.

Gli scienziati, però, anziché dedicarsi a come rendere migliore la vita degli uomini, hanno pensato bene di rendere reale l’espediente letterario dell’ibernazione, con una sottile ma significativa differenza: si conservano cadaveri e non corpi ancora vivi…

Attualmente ci sono tre società in tutto il mondo che effettuano un servizio di ibernazione di cadaveri; presso di esse ci sono circa 300 corpi, che vengono conservati nell’azoto liquido, alla modica cifra di circa duecentomila euro (ottantamila per chi vuole preservare dalla corruzione del sepolcro solo la proprio testa…). Codesti scienziati (ammesso che abbia senso chiamarli così) sostengono che in un futuro (chissà se prossimo o remoto) dovrebbe essere possibile sviluppare una tecnologia in grado di ripristinare completamente le funzioni vitali dei corpi ibernati, non determinando la durata del congelamento un invecchiamento cellulare. In altre parole, anche se uno resta congelato trent’anni, al risveglio avrebbe sempre l’età di quando è stato congelato. Tuttavia, per i taccagni disposti a sborsare solo ottantamila euro per conservare unicamente la testa, non è chiaro come faranno a riattaccarla al corpo, che nel frattempo sarà un mucchietto di polvere…

Ora, al di là del dato giuridico, che affronterò tra un attimo, faccio una riflessione logica, che parte anche dai fatti di cronaca di questi giorni, nei quali una 14enne inglese, affetta da una malattia incurabile, ha fatto istanza alla Suprema Corte per essere autorizzata a farsi ibernare dopo morta. Infatti, passata a miglior vita la ragazzina, i giudici di Sua Maestà hanno acconsentito all’ibernazione.

In primo luogo, che senso ha morire prima e poi farsi ibernare? Per quanto vogliano impegnarsi i nostri sedicenti scienziati, immagino sia alquanto difficile trovare un sistema scientificamente valido per far risuscitare qualcuno. Non a caso, a parte i miracoli di Gesù, in nessuna cronaca conservata ci è giunta notizia di qualcuno che è ritornato in vita dopo essere stato dichiarato biologicamente morto. E la cosa vale tanto per gli umani, quanto per ogni altra forma di vita animale o vegetale.

In secondo luogo, ammesso che un giorno si renda possibile ibernare un corpo vivo (e conservarlo senza gli svantaggi attualmente denunciati da scienziati più coscienziosi, tipo che le cellule comunque si rovinano restando lungo tempo ad una tanto prolungata temperatura bassa), e conservarlo in attesa che sia trovata una cura per il male che lo ha colpito, quando lo si risveglierà dopo 30-40 anni, che vita potrà mai vivere quella persona? Tutti i suoi amici saranno probabilmente morti o comunque invecchiati; l’assetto sociale e politico del suo Paese potrà essere cambiato drasticamente; non è detto che nel frattempo non si sia sviluppato qualche altro male incurabile, che lo colpirà; con quali soldi pagherà la cura, considerato che nel frattempo non ha lavorato e quindi guadagnato?

Eticamente, ci si chiede se sia giusto o meno dedicarsi ad una pratica del genere. Se lo si fa per conservare un cadavere, in una forma diversa ma concettualmente simile a quella che usavano i faraoni che si facevano mummificare, non mi pare ci siano tanti problemi. Già conservare un corpo vivo – cosa che al momento credo sia non solo impossibile, ma anche vietata – la prospettiva cambia…

Giuridicamente, che roba è? Sono da considerarsi vivi o morti? Chi pagherebbe le tasse per questa gente? Sarebbero – un po’ come i nascituri – titolari di qualche diritto successorio? Se il corpo si distrugge per un qualsiasi motivo, la società è perseguibile per vilipendio di cadavere? E se la società fallisce, i cadaveri vanno in una fossa comune?

Insomma: l’ibernazione (di cadaveri o gente moribonda) crea più problemi di quanti non ne risolva, e oltretutto costa un occhio della testa. Perciò, tanto a quelli che vogliono morire a tutti i costi, quanto a quelli che non vogliono morire a nessun costo, dico: ma piuttosto che stare a rovinarsi le giornate pensando alla morte, ma perché non pensano a campare un po’ meglio? Quanto ci è dato da vivere? Venti, trenta, settanta, centodieci anni? Bene, quanto che sia il tempo da vivere, almeno facciamo in modo che sia una vita dignitosa ed onesta e non angustiata da ogni sorta di negatività. Altrimenti, che diamine racconteremo quando saremo all’altro mondo?

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Dio è un Alieno

n. 10 (21/11/2016)

“Dio è un alieno!

Cercando su youtube qualche video divertente per sorridere un po’, mi sono imbattuto, in maniera del tutto casuale, in alcuni filmati su presunti misteri legati agli alieni: sciocchezze da film di fantascienza di ultima categoria. Tuttavia, qualche filmato mi ha incuriosito più di altri. Mi riferisco a quelli di interviste e conferenze di un ricercatore (sedicente) indipendente, sicuramente ottimo ebraista (non a caso, fino ad un certo periodo, era traduttore per la casa editrice San Paolo), che si chiama Mauro Biglino. Visto il primo video, sono andato alla ricerca degli altri – e sono diverse decine – perché la tesi che questo studioso propone è talmente incredibile da poter sembrare, ai tanti utenti poco informati e poco smaliziati, quasi verosimile!

In soldoni Biglino sostiene che: la Bibbia non è un libro sacro; in essa il termine “dio” nemmeno viene mai scritto e colui che si presenta come YHWH sarebbe uno dei tanti Elohim (che è un plurale e non un singolare) che sono venuti sulla terra da un non meglio precisato punto dell’universo; Adamo ed Eva non sarebbero altro che il frutto di esperimenti genetici condotti sugli ominidi preistorici da questi Elohim alieni, che “realizzarono” l’uomo impiantando nelle scimmiette il loro DNA; l’arca dell’alleanza sarebbe un congegno tipo ricetrasmittente, con il quale YHWH – che alla fine era un capo militare in guerra contro i suoi stessi conterranei alieni – comunicava dalla sua astronave gli ordini impartiti a Mosé & c., che erano una sorta di generali del suo esercito; Sodoma e Gomorra sono state distrutte utilizzando armi laser azionate da navi spaziali; i cherubini sono alieni guerrieri; e in generale ogni qual volta si parla della “gloria” di Dio ci si riferisce a qualche arma micidiale (il cui poter sembra talvolta non controllabile nemmeno da YHWH) che queste creature non umane userebbero contro gli umani; i “carri” sui quali appaiono o vanno via altro non sono che astronavi.

Innanzitutto, la teoria di Biglino – che rinverdisce altre simili ipotesi divulgate soprattutto in America qualche decennio fa (molto nota è la teoria per la quale, quando Ezechiele parla del carro di fuoco e degli angeli che ne uscirono, stia raccontando di un incontro ravvicinato del terzo tipo) – va presa come tale, cioè come una mera ipotesi. Tuttavia, non può essere semplicemente liquidata come una delle tante baggianate di cui è affollato il web, per almeno due ragioni. La prima: Biglino non è un improvvisato dell’ultim’ora, ma una persona di cultura alta, e non a caso documenta le sue ipotesi con tanto di traduzioni dall’ebraico masoretico (avallate, pare, anche da rabbini di alto rango); la seconda: lette in una chiave complessiva, tutte le sue proposte ermeneutiche si legano in uno schema coerente (e coerente anche con i racconti mitologici di altre culture, non ultimi anche Iliade e Odissea), al quale, apparentemente, sembra non possa muoversi alcuna critica. Infine, non si deve dimenticare la premessa dalla quale Biglino parte, e cioè “facciamo finta che la Bibbia non parli per metafore, ma racconti fatti realmente accaduti”.

E allora, “facciamo finta che Biglino abbia ragione”.

Gli Elohim (attenzione: Biglino dice che sono esseri mortali) sono venuti da un altro pianeta (non meglio identificato) a colonizzare la Terra; hanno modificato geneticamente gli ominidi (attenzione: Biglino parla dell’homo abilis, vissuto circa due milioni e mezzo di anni fa), affinché servissero i loro “creatori”; e poi, per ragioni che non si comprendono, avrebbero cominciato a spartirsi la terra in varie regioni, ognuna delle quali controllata da un Eloì di riferimento (per la Palestina, YHWH), e cominciato a guerreggiare tra loro. Echi di queste guerre sono nella Bibbia (da cui manca effettivamente il Libro delle guerre di Yahweh, citato da Numeri 21,14), ma anche nei testi sacri vedici, nei poemi omerici, e in una miriade di rappresentazioni figurative delle civiltà antiche.

Tuttavia, tra l’homo abilis e l’epoca delle narrazioni che conterrebbero questi fatti passano milioni di anni! Perciò, o gli Elohim vivono milioni di anni (il che non può essere perché hanno praticamente il nostro DNA, e guarda caso avevano anche lo stesso DNA delle scimmie, e sono mortali!), o tra quelli che modificarono geneticamente Adamo ed Eva due milioni e mezzo di anni fa e quelli che hanno distrutto Sodoma e Gomorra tremila anni fa circa, ce n’erano diversi che si chiamavano tutti YHWH. Non è più logico dire che gli autori biblici indicavano Dio con un plurale semplicemente perché, dovendo quel concetto contenere “tutto” e avendo le civiltà antiche (compresi i romani, cronologicamente più vicini a noi) scarsa capacità di astrazione dei concetti, lo potevano intendere meglio con un plurale che con un singolare?

Inoltre: è da supporre che il pianeta dal quale questa gente sia venuta, non debba essere granché lontano da noi, considerato che questi vanno e vengono con una certa frequenza, poiché li vediamo apparire e sparire a ciclo continuo (magari è prossimo un loro ritorno). E Gesù sarebbe uno dei tanti di questa gente, apparentemente morto in croce, e poi richiamato sulla sua astronave sotto gli occhi di tutti i galilei sbigottiti (dopo Gesù, anche Dante, a detta di un altro studioso, avrebbe avuto contatti con questa gente, e in particolare il racconto del Paradiso altro non è che un resoconto, in forma di metafore, di questo incontro). Dunque, questi alieni, per poter andare e venire, devono essere vicini: peccato che tra i pianeti del sistema solare non ce n’è nessuno abitato – men che meno da esseri tanto evoluti da saper modificare geneticamente delle scimmie – e la stella a noi più vicina (Proxima Centauri, che dista solo quattro anni luce) non abbia pianeti orbitanti. Quindi: o questa gente si può spostare nello spazio interstellare con la stessa facilità con cui noi andiamo da Frosinone a Roma, o sono venuti qui e non se ne sono mai andati (e quando non li vediamo è solo perché se ne stanno nascosti da qualche parte).

Ancora: nella Bibbia effettivamente si parla dei giganti, che, unendosi alle figlie degli uomini, hanno generato esseri mitici ed eroici. Biglino afferma che Mosé e gli altri potevano perfettamente riconoscere un eloì, dal momento che aveva una struttura fisica diversa da quella degli altri. C’è da credere che fossero loro i “giganti”, da cui sono nati esseri straordinari (non a caso vissuti centinaia e centinaia di anni). Com’è dunque possibile che essi abbiano nel frattempo adattato le loro forme a quelle delle loro vili creature servitrici? Gesù – che come abbiamo detto altro non è che uno di quelli –, a giudicare dai racconti evangelici e (soprattutto) dalle forme dell’uomo della Sindone (anche qui, “facciamo finta che sia un reperto vero”), aveva le fattezze di un normale uomo del suo tempo. Dunque: dobbiamo ritenere che degli esseri alieni, altamente evoluti tanto da viaggiare in breve tempo a distanze interstellari e da individuarci nello spazio, colonizzarci, modificarci geneticamente, vivere milioni di anni, piuttosto che portare le loro creature a più alti livelli di sapienza e di struttura fisica, abbiano preferito diventare essi stessi come le loro creature. Ma anche un bambino capisce che questo è credibile tanto quanto un ricco imprenditore che voglia vivere con lo stesso misero stipendio che paga ai suoi operai!

Biglino dice pure che gli uomini dell’antichità (per esempio gli egizi o i sumeri) avevano straordinarie conoscenze astronomiche. Perciò, non può essere vero che essi credessero a divinità dalla forma di cane (tipo Anubi), o di gatto. Quelle divinità non erano tali, ma erano Elohim alieni.

In realtà le “straordinarie conoscenze scientifiche” dei popoli antichi erano il frutto di un’osservazione empirica della realtà: si consideri che il sacerdote babilonese che calcolava i tempi della prossima eclisse di sole, lo faceva senza avere distrazioni di sorta come rumori di macchine, luci abbaglianti come i lampioni in strada, confusione di idee generata da internet. E, comunque, perché questi alieni, tanto evoluti da fare più viaggi interstellari per venirci a trovare, non hanno perso cinque minuti per spiegare ai nostri antenati che è la Terra a girare intorno al Sole e non il contrario, come quegli antichi popoli fermamente hanno creduto per millenni?

E, le credenze soprannaturali erano il frutto della medesima osservazione della realtà: un cadavere sepolto in terra e consumatosi, è evidente che richiama alla mente l’immagine di un osso spolpato da un cane o da uno sciacallo, per cui è ovvio che il dio della morte degli egizi avesse la testa di un cane che strappa via la carne dall’osso…

Del resto, anche noi oggi possediamo conoscenze scientifiche che ci permetterebbero di vivere come pascià, senza muovere un dito dalla mattina alla sera. Eppure investiamo le risorse a fare la guerra, in nome di quelle stesse divinità che altro non sono che alieni. Non è altrettanto stupido?

Sicuramente, la nostra conoscenza dei fatti storici che vengono raccontati nei testi antichi (biblici o meno che siano) è fortemente compromessa dalla frammentarietà delle informazioni, ma ritenere che per millenni siamo stati fatti oggetto di continue visite di esseri alieni (per i quali la Terra era il cartellone di un grande gioco da tavolo di guerra, tipo “Risiko”) è pazzesco, se non altro perché essi avrebbero dovuto dimorare da qualche parte qui da noi, e invece non ci sono tracce dei loro palazzi (che, date le loro dimensioni non umane, dovevano per forza di cosa essere giganteschi), né hanno mai dimenticato qualche pezzo di ricambio delle loro astronavi, né vi sono raffigurazioni chiare ed inequivocabili (come invece possediamo di tanti altri fatti della vita di quel tempo) che li ritraggano.

Che vi siano altre forme di vita nell’universo è probabile, ma non è certo. E altrettanto probabile che anche queste altre creature, come noi qui, si chiedono se esistono altri essere viventi. Ma, è sicuro che anche per loro sorga e tramonti un sole, anche per loro valgano le leggi della fisica, e quindi molto probabilmente anche loro debbano fare i conti con la sopravvivenza materiale legata al nutrimento. Figuriamoci se possono mai sciupare le loro risorse e il loro tempo a venire a cercare noi, ammesso che abbiano gli strumenti per individuarci e trovarci!

E, infine, sempre facendo finta che Biglino colga il vero, resta aperta una domanda: ammesso che YHWH non è Dio, ma un alieno, chi ha creato YHWH?

Vincenzo Ruggiero Perrino