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Il Serpente Prudente – Come si guarda il mondo

n. 9 (14/11/2016)

“Come si guarda il mondo

E così Donald Trump è diventato il presidente degli Stati Uniti, scompaginando le conclusioni dei sondaggi, secondo i quali invece era in vantaggio la Clinton. La quale, in tal modo, perde (almeno per questa volta) la possibilità di diventare il primo presidente donna.

Mi sembra superfluo insistere, come spesso si fa in Italia, sul valore dei sondaggi, che in molte occasione hanno fatto cilecca. E non penso sia il caso di ritornare su quanto già detto in altre puntate di questa rubrica riguardo alle qualità vere o presunte delle donne. Sui motivi per cui anche le grandi masse operaie abbiano tributato un tale successo ad un tizio che ha apertamente parlato contro immigrati e minoranze varie, e che non proviene certamente dal ceto dei lavoratori, sarà motivo di indagine di sociologi e politologi.

Quello che invece mi preme sottolineare è come la “spettacolarizzazione” della politica – fenomeno che da tipicamente americano è stato poi allegramente importato anche da noi, che in quanto a sobrietà siamo buoni ultimi nel mondo – sia il mezzo ideale per far passare dei messaggi pericolosi, un po’ fine a se stessi. Infatti, durante la sua campagna elettorale, Trump ha sparato a zero contro tutto e tutti, cercando in maniera teatrale (maniera che lui conosce alla perfezione, essendo stato per lungo tempo frequentatore di ring di wrestling, che per antonomasia è lo “sport della finzione”) di scrollarsi di dosso il buonismo e dando la sua versione del “pane al pane e vino al vino”.

Tuttavia, tra una gaffe e l’altra, e soprattutto tra una sparata grossa e l’altra (che anche un bambino di prima elementare capirebbe essere detta tanto per dire), Trump è diventato presidente, e magicamente, appena è stato proclamato tale, ha subito cambiato i suoi toni, passando dalle infuocate arringhe contro questo e quello, a parlare di “presidente di tutti” e ritornando, sostanzialmente, al volemose bene (rivolto finanche a quelli che lo contestano).

Volemose bene che, non è superfluo dirlo, premia sempre e garantisce grandi soddisfazioni politiche ed economiche. La storia italiana in particolare e quella mondiale in generale è ricca di esempi in tal senso, cominciando dal dividi et impera di romana memoria, che altro non era che un volemose bene in salsa latina. Il guaio è che a forza di guardare il mondo con gli occhi del volemose bene, non ci si accorge più delle differenze, talvolta sostanziali, né degli errori, né delle furfanterie, né di nulla. Tutto diventa preoccupantemente uguale. Non a caso, negli ultimi decenni, la scelta che si propone agli elettori non è tra un candidato (presunto) buono e un candidato (presunto) cattivo. No, la scelta è tra il peggio e il meno peggio!

E cosa c’è di peggio di uno che invoca il volemose bene trenta secondi dopo essere stato eletto, quando prima sparava a zero su tutto e tutti, per accattivarsi la simpatia degli elettori? Uno che dice: “volemose bene, ma volete più bene a me”. Mi spiego: Juncker, che è il presidente della Commissione Europea, vale a dire il presidente di quel mostro che agli europei propone la sua ricetta a base di tagli e controtagli e di austerità, salvo spendere denari su denari per mantenere i propri membri e realizzare opere delle quali nessuno capisce il senso e l’utilità, ha detto: «Corriamo il rischio di perdere due anni aspettando che Trump termini di fare il giro del mondo che non conosce». E rincarando la dose: «Bisognerà che gli spieghiamo in cosa consiste l’Unione europea e come funziona».

Fermo restando che le cose che Trump dice su migranti e americani non bianchi sono abominevoli, c’è da dire che anche Juncker, piuttosto che perdersi in chiacchiere, dovrebbe avere la cortesia di spiegare anche a noi altri in cosa consiste l’UE e come funziona. E soprattutto qual è il suo senso, oltre a quello di creare un grande calderone economico-finanziario (non a caso lui è lussemburghese…), dove i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Trump non conosce il mondo, è vero: ha avuto il cocco pulito e pronto dal papà imprenditore del mattone, e i soldi del padre gli pagano qualsiasi capriccio, fosse pure quello di diventare presidente dell’America. Ma Juncker nemmeno conosce il mondo: non penso che sappia qual è la trafila che un giovane italiano neolaureato deve fare per trovare lavoro, sentendosi dire che per quel posto (per il quale l’università ha preteso prepararlo dietro il pagamento di laute tasse) ci vogliono tot anni di esperienza; non penso che sappia cosa succede negli ospedali dove si muore di parto o per baggianate imperdonabili; non penso che sappia come si appaltano le opere pubbliche che poi crollano miseramente al suolo; non penso che sappia che in Italia la linea ferroviaria è simile alle giostre del luna park, in cui funzionano e fanno divertire solo quelle che costano di più.

Tanto l’uno quanto l’altro conoscono solo il lato bello del mondo, quello di coloro che si assicurano i primi posti ai banchetti. Di tutt’altra pasta invece Francesco, il papa, che si muove secondo un’altra logica, che infatti riscuote un successo (anche in chiave civile e politica), che tutti gli altri possono soltanto sognare. La logica è, sì, quella del volersi bene, ma nella sostanza delle cose, non nell’apparenza, come pretendono di fare tanto Trump, quanto Juncker e tutti gli altri “padroni del mondo”. Non a caso, il papa ha rinunciato a una miriade di cose superflue, pur di venire incontro agli ultimi e ai poveri.

Ecco: se veramente Trump e Juncker conoscessero il mondo, dovrebbero rinunciare ai privilegi (che oltretutto non hanno alcun valido fondamento nemmeno in astratto) di ruolo, e dovrebbero dara il buon esempio sull’accontentarsi del necessario senza rincorrere un superfluo che chiude gli occhi sul mondo, quello vero.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Punizioni divine e responsabilità umane

n. 8 (07/11/2016)

“Punizioni divine e responsabilità umane

Dimentico dell’ammonimento di Gesù sul misurare le proprie parole, limitandosi a sì sì, no no, padre Giovanni Cavalcoli ha fatto succedere un “terremoto” mediatico. Andando in onda sull’emittente radiofonica Radio Maria – che conta poco meno di un migliaio di ripetitori ed è diffusa in quasi sessanta Paesi del mondo – il prelato ha affermato (e successivamente ha confermato il suo pensiero) che i terremoti verificatisi in questi giorni sono un castigo scatenato da Dio per punire le unioni civili.

Sicuramente è un mio limite intellettivo, ma non mi è mica chiaro perché Dio, per punire le unioni civili, abbia dovuto scatenare proprio un terremoto. Non era più ovvio che per punire le unioni civili, faceva bruciare per autocombustione tutti i registri di stato civile d’Italia, in modo che non si poteva annotare da nessuna parte l’avvenuta unione? Oppure, non era più semplice (e anche divertente) che, per punire le unioni civili, faceva innamorare uno dei due “uniti” di una persona dell’altro sesso (magari lanciando una freccia come Cupido)?

Quelli di Radio Maria si sono affrettati a smentire le dichiarazioni del sacerdote, di carattere assolutamente personale e non condivise dalla redazione, che anzi ne ha preso saggiamente le distanze. Anche perché, i detrattori della Chiesa sembra non aspettino altro, per poi poter lanciare i propri “dotti” strali contro tutto ciò che è in odor di religione e di sacro, facendo, come sempre si fa, di tutta l’erba un sol fascio.

Ora: se questa baggianata fosse stata detta duemila-tremila anni fa, padre Giovanni avrebbe fatto carriera e sarebbe diventato sommo sacerdote, visto e considerato che tutti, nell’epoca precristiana, erano convinti che il bene materiale e il male materiale fossero l’indice per eccellenza per misurare la benevolenza o la malevolenza di Dio. E questo lo pensavano non soltanto i monoteisti ebrei, ma in generale tutte le culture antiche, compresi greci e romani (che difficilmente ricorrevano a concetti astratti per spiegare le cose, ma a ben più pragmatiche valutazioni), credevano che malattie, carestie, povertà colpissero quelli che gli dei non avevano particolarmente in simpatia, mentre lusso, ricchezza e buona salute erano il premio per coloro che gli dei amavano.

Tuttavia, per sfortuna di padre Cavalcoli le sue idee sono arrivate con un ritardo di qualche millennio, tempo durante il quale un certo Gesù ha spiegato in maniera piuttosto chiara ed inequivocabile che il Padre non se ne sta certo lì per i cieli a giudicare giorno per giorno ciò che si fa quaggiù, per inviare castighi ai cattivi e premi ai buoni.

Si potrebbe quasi dire: “magari fosse così”. In tal modo basterebbe che una decine di pie vecchiette pregassero per debellare la fame nel mondo e verrebbero senz’altro accontentate. Oppure, basterebbero un paio di buone azioni e Dio ci farebbe vincere il primo premio della lotteria. Così, per contro, per qualsiasi azione malvagia o empia Dio dovrebbe affacciarsi dalle nuvole e incenerire i cattivi di turno. A quel punto piuttosto che Padre, lo dovremmo chiamare Zeus.

Invece, è ben chiaro che il giudizio divino verrà dopo la morte e non prima, e che la misericordia divina presupponga la possibilità per l’uomo di redimersi anche nell’ultimo istante della propria vita terrena. D’altronde, se padre Cavalcoli rilegesse con attenzione la parabola della pecorella smarrita, si accorgerebbe che il pastore fa festa con gli amici per aver trovato e salvato la pecora perduta. Se fosse vero che Dio mandi i suoi castighi per le nostre azioni sulla terra, il pastore, piuttosto che fare festa con gli amici, trovata la pecora, la scannava sul posto e se la mangiava, punendola per avergli fatto fare tutta quella strada per cercarla!

A mio modesto avviso, Dio se ne sta lì in attesa che l’uomo, con il suo libero arbitrio, chieda il Suo aiuto per correggere gli eventuali errori della sua condotta, e di conseguenza per comportarsi secondo quella che è la Sua volontà e secondo quella che è la Sua Parola. In fondo, tanto difficile nemmeno è: se uno mette in pratica quello che Gesù ha detto durante la sua predicazione non può temere il giudizio dopo la morte. Che poi, alla fin fine, non è che ci viene chiesto di fare chissà che di complicato: amare il Signore come se stessi, amare il prossimo come se stessi. Né più né meno.

Invece, molto più complicato è comportarsi male: un costruttore disonesto che vuol risparmiare sui materiali, e costruire una casa che non regga ad un terremoto, deve fare decine di conti, corrompere questo o quell’assessore o funzionario comunale, deve non far accorgere le maestranze della scarsa qualità dei materiali impiegati, deve sperare che al momento del collaudo le mura reggano. Insomma, una faticaccia!

Ma gli italiani preferiscono piuttosto sudare sette camicie per architettare e realizzare un’azione sbagliata, invece che seguire il semplicissimo e facilissimo comandamento di Gesù. Mah, contenti loro! Però, poi, piangono e sbraitano contro il cielo quando le case costruite male, magari truccando appalti e pagando tangenti, crollano addosso alle loro famiglie e figli. Oppure, quando per incuria e disinteresse lasciano che un viadotto su una superstrada si rovini fino a crollare al suolo, uccidendo automobilisti ignari. Oppure, quando intere montagne franano e seppelliscono case e persone, perché sono stati alterati gli equilibri ambientali, con dissennati tagli di piante o costruzioni che hanno compromesso la stabilità del terreno.

Ecco: in quei casi, mica è colpa dell’uomo che ha saccheggiato natura e ambiente. No, è colpa di Dio che ha mandato un castigo. Ebbene io dico: se è Dio a mandare il castigo, a maggior ragione, quale persona di normale intelligenza va a svegliare il can che dorme? A questo punto, tanto vale comportarsi comunque bene seguendo il comandamento di Gesù sull’amore, in modo da evitare castighi e punizioni e da ottenere benefici anche in questa vita.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Problemi e notizie: lo stile italiano

n. 7 (31/10/2016)

“Problemi e notizie: lo stile italiano”

Da che esistono i quotidiani, i giornalisti sembrano fare a gara a chi fornisca la notizia che maggiormente attira l’attenzione, per poter vendere un gran numero di copie. È capitato pure che, a volte, che i fatti venivano preconfezionati ad arte per poter fare notizia (è quel fenomeno che va sotto il nome di macchina del fango). In ogni caso, sempre e comunque, la cifra stilistica dei giornalisti, per lo più superficiali o ripetitivi, è quella della mediocrità (anche linguistica, e a volte grammaticale) più sconcertante.

La televisione prima e internet e i social network dopo non hanno fatto altro che amplificare quel modo di operare, fino all’alineazione più totale. Fateci caso: quando succede qualche fatto, soprattutto se grave, gli si concede spazio a tutte le ore del giorno. Sui quotidiani, quel fatto prende pagine e pagine, con gli immancabili interventi di opinionisti prezzolati; in televisione, a volte, si interrompe il programma in onda per fornire aggiornamenti sulla situazione; su internet, i vari utenti si affrettano a mettere post sempre freschi per informare il resto del mondo, o a pubblicare commenti su commenti.

Nel migliore dei casi, l’attenzione della gente su quel fatto dura fintanto che dura l’interesse (commerciale) di giornali, televisioni e social network per quel fatto. Dopo di che, chi è stato vittima di quel fatto, resta solo a cavarsela con le conseguenze.

Questo tipo di atteggiamento della nostra informazione è figlio di un diffuso sentimento di lontananza, che è sicuramente qualcosa che è nella natura umana, ma che gli italiani hanno sviluppato fino alla perfezione, e cioè: un problema diventa veramente un problema soltanto quando mi tocca direttamente; se non mi tocca direttamente – e quindi è un problema altrui – non è un problema, o al più lo è finché me lo dice la televisione o facebook.

Prendiamo la questione terremoti. Certo, nell’immediatezza del fatto, tutti hanno dimostrato grande solidarietà ad Amatrice e agli altri centri colpiti; gli aiuti sono arrivati da tutte le parti d’Italia; tutti si sono inventati ogni modo per poter fare qualcosa per le popolazioni colpite. Ma dopo? Già ora, soppiantata da notizie di cavalcavia che crollano sulle auto in transito, di altri terremoti lontani e vicini, di manovre sulle pensioni, di gente che muore per banalissime operazioni di routine, di immigrati che sbarcano in cerca di chissà quale Eldorado, la tragedia di Amatrice già sta diventando per noi altri meno tragica. Per quella povera gente è adesso che cominciano i veri problemi, con la ricostruzione (e l’Italia è la regina del mondo quando si tratta di spartire i fondi per le ricostruzioni post terremoto…), il ritorno alla vita che si svolgeva prima della scossa, l’ambizione alla normalità che conoscevano.

La discutibile informazione italiota è figlia dello scollamento sociale e del senso di non appartenenza degli italiani, ma a sua volta è madre di due conseguenze.

La prima: tutto fa notizia. Proprio ieri, scorrendo il sito internet di un noto e diffuso quotidiano italiano per avere qualche informazione sul terremoto di Norcia, ho notato che sì, la notizia del sisma era la prima in alto nel sito, ma immediatamente dopo c’era Renzi che sponsorizzava il referendum costituzionale, e di fianco a Renzi, il risultato degli anticipi di serie A.

La chiesa di San Benedetto che stava lì da secoli ed ora è crollata vale tanto quanto un “sì” o un “no” tracciato su una scheda elettorale, e quanto un gol segnato o subito. Ed infatti, nella percezione quotidiana un ragazzo che si schianta a centocinquanta km/h, la nonnina che compie cento anni, o il tabaccaio che ha venduto il gratta&vinci milionario si equivalgono, perché tutte le cose vengono vissute con quella pacifico disinteresse di fondo che appunto si riserva alle cose che non ci toccano direttamente.

La seconda conseguenza: quando succede una cosa, se ne fornisce notizia (con lo stile detto prima), ma del problema non si cercano i veri responsabili, né si adottano soluzioni che impediscano un nuovo insorgere del problema. Piuttosto, si cerca il capro espiatorio a cui dare la colpa.

In questo gli italiani meriterebbero il premio Nobel. Qualsiasi questione non viene mai affrontata nel merito, ma si cerca semplicemente il Cireneo a cui gettare addosso la croce. I terremoti di queste settimane, o il viadotto sulla Milano-Lodi, ma anche cose più antiche come i tanti episodi di corruzione, la dicono lunga: mica si pone un rimedio al problema, cercando di investire su costruzioni più sicure e fatte con scrupolo. No, in Italia prima si versano un po’ di lacrime di coccodrillo; subito dopo, si fa un dibattito televisivo con opinionisti, giornalisti, sedicenti esperti, coinvolgendo esponenti dei ministeri, delle regioni, delle province, dei comuni e di qualsivoglia altro potere; questi vanno in scena, rinfacciandosi reciprocamente un po’ di vere o presunte responsabilità; poi trovano un paio di dirigenti da sacrificare sull’altare dell’opinione pubblica; e tutto resta com’era e si continua a costruire come e peggio di prima, così che al prossimo crollo il teatrino può ricominciare come e meglio di prima.

Cosa resta? Soltanto cercare di seguire il buon pastore, piuttosto che dar credito alla voce di mercenari, irresponsabili e cattivi, che sono i primi a scappare quando qualcosa va storto.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Tutto è bello, tutto è buono

n . 6 (24/10/2016)

Tutto è bello, tutto è buono

Qualche settimana fa, scrivendo riguardo all’uso distorto che spesso si fa delle parole, concludevo dicendo che una pericolosa caratteristica del comportamento degli uomini e delle donne di questi decenni tristi e vuoti è il buonismo. O, se si vuol dirlo all’inglese, che fa più tendenza, del politically correct.

In questi giorni ho riflettuto meglio, giungendo alla conclusione che bisogna fare chiarezza su un punto: il buonismo, la correttezza ostentata e vacua, la riverenza formale verso regole che per “tradizione” si pretende osservare superficialmente senza “vivere” nella sostanza quello che si professa con le chiacchiere, sono sempre stati caratteristiche degli uomini di tutti i tempi.

Il gioco in fondo è piuttosto semplice: si stabilisce una regola, che magari inizialmente può anche avere un contenuto sostanziale utile alla felicità degli uomini; con il passare del tempo, l’osservanza della regola data (che non è mai, da che mondo è mondo, un’osservanza uguale per tutti: ci sono sempre stati quelli che si ritenevano o venivano ritenuti al di sopra della regola che essi stessi avevano formulato), venendo meno lo spirito iniziale, finiva per diventare un vuoto esercizio di stile; nella sostanza il reale intendimento di chi osserva la regola è quello di fare probabilmente l’esatto contrario, o comunque disattendere quello che la regola stessa dice.

Ce ne offre un clamoroso esempio Marco, quando racconta (7, 1-13) che, radunatisi intorno a Gesù un po’ di farisei e di scribi venuti da Gerusalemme, gli chiedevano conto del perché i discepoli si permettevano di prendere cibo con mani non lavate.

La risposta di Gesù spiattella a quegli ipocriti come stanno le cose: «Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Voi invece dicendo: Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, annullando così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».

Gesù, inoltre, riferisce anche che cose simili accadevano già al tempo di Isaia, e cioè ottocento anni prima della sua venuta in terra. Infatti, il profeta scriveva che il popolo onora Dio con le labbra, ma non con il cuore, poiché insegnavano dottrine che sono precetti di uomini.

Quindi, l’apparenza priva di sostanza (o, peggio, diametralmente opposta alla sostanza), quel dire bene di tutto e tutti finché ci torna comodo e tutti gli altri fanno altrettanto con noi altri, tipico comportamento di oggi, in realtà non è un’esclusiva dell’oggi, ma ha da sempre connotato il comportamento umano.

Tuttavia, tipico dell’oggi è un corollario a quell’ipocrita buonismo in voga già ai tempi di Isaia. Infatti, oggi non soltanto si tende a mascherare le proprie reali intenzioni con la vuota e meschina osservanza di precetti a cui non seguono i fatti (siano anche quelli della più semplice “buona educazione”), ma addirittura siamo arrivati a ritenere qualsiasi precetto buono e giusto, anche quelli che sono in aperta contraddizione con quelli che si pretende osservare.

In nome di una coesistenza pacifica – che è tale solo nella testa di chi la enuncia – si pensa che ogni cosa sia bella, buona e giusta, in un continuo relativismo delle proprie idee, le quali vengono continuamente revisionate alla luce dei casi della vita. Invece, dovrebbe essere l’esatto contrario: se sono fermamente convinto di una mia idea, cerco di fare in modo che la mia vita vada secondo la mia idea, e non che la mia idea si adatti alla vita che altri vogliono impormi!

Invece, per tanti, sotto qualsiasi bandiera ideologica e religiosa, spesso quella ideologia e quella religione possono tranquillamente subire una lieve modifica, una lieve aggiustatura per funzionare in qualsiasi circostanza imposta dalla storia e dal tempo.

Prendiamo il comunismo cinese: i dirigenti del P.C.C. mica dicono “applichiamo il Capitale di Marx e collettivizziamo i redditi di affaristi senza scrupoli che in nome del dio denaro sfruttano operai e contadini”. No, per non cedere ai loro privilegi di casta, preferiscono dire: “il Capitale di Marx è il nostro credo; operai, contadini, soldati e studenti, uomini e donne sono tutti uguali, ma arricchirsi è glorioso”.

Prendiamo il fondamentalisti dell’ISIS: nel Corano (5, 32), in un contesto in cui si ammoniscono i nemici di Allah (in sostanza i politeisti e gli ebrei), si scrive: “Chiunque uccida un uomo (islamico), sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità”. I fondamentalisti, che dovrebbero combattere i nemici di Allah e del Suo Messaggero, invece in nome di Allah, non si tirano indietro a scannare anche i loro stessi compagni di fede, che è una cosa di tale assurdità che veramente dovrebbe scendere Allah dal cielo e incenerirli.

Prendiamo i cattolici: per almeno quarant’anni al governo italiano c’è stato saldamente e con poteri quasi assoluti un partito che professava idee cristiane. È evidente che il consenso quasi assoluto che quel partito riscuoteva ad ogni elezione veniva per forza di cosa dal mondo cattolico. Eppure nel momento in cui tributavano il maggior successo elettorale, quegli stessi elettori cattolici non seppero essere coerenti con le proprie idee andando a votare favorevolmente tanto al referendum sull’aborto che a quello sul divorzio.

Il concetto di “tradizione” è sempre ambiguo; apparentemente si riferisce al passato, in realtà è sempre una creazione retrospettiva: chiamiamo infatti tradizione ciò che possiamo agevolmente cambiare quando cambia il vento, o quando ci viene più comodo osservarne un’altra di tradizione…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Giullari e menestrelli

5 (17/10/2016)

Giullari e menestrelli

Mentre nella gaia repubblichetta ci si trastulla se votare “no” oppure “sì” ad un referendum, il dibattito sul quale assomiglia sempre più ad una sceneggiata di quart’ordine, quasi fosse un modo per sviare l’attenzione da più gravi e serie questioni (una su tutte la sicurezza delle persone nelle zone a rischio terremoti), la settimana è stata caratterizzata da due notizie, per un certo verso speculari: la morte di Dario Fo e il premio Nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan.

I giornali italiani, che normalmente si beano di queste trovate fataliste, hanno visto nel duplice accadimento una sorta di passaggio di testimone del premio più ambito del mondo da un vecchio giullare ad un altrettanto vecchio menestrello. Entrambi, però, artisti non solo di gran fama, ma anche artisti veri, genuini e coerenti con l’idea di arte fino al punto di reinventarsi ogni volta, ad ogni spettacolo e ad ogni concerto.

La morte del nostro Fo – uomo di teatro (e non solo) dalla lunghissima carriera, che ha attraversato praticamente tutto il Novecento e oltre, cercando di spiegare a sé e agli altri tutte le grandi e piccole contraddizioni politiche, sociali ed estetiche del mondo – ha dato luogo alla consueta ridda di commenti di quelli che si credono ben informati, o di quelli che finalmente, non potendo più replicare il diretto interessato, possono togliersi il sassolino dalla scarpa.

Tra questi ultimi come non ricordare almeno il commento di “ser” Renato da Venezia (parliamo di Brunetta, che sembra un personaggio uscito da qualche novella di Boccaccio, per quanto è irreale), già incredibile ministro di qualche governo di un’altra assurdità politica chiamata Berlusconi, che non ha trovato niente di meglio da dire che «Con me è stato razzista per via della mia altezza».

Ora: prescindendo che la considerazione sull’altezza è nient’altro che la verità, io credo che il piccolo (e non mi riferisco all’altezza) Brunetta avrebbe dovuto, da vero uomo quale vuol far credere di essere, affrontare la questione del presunto razzismo di Fo, quando questi era ancora vivo, chiederne le ragioni, pretendere spiegazioni ed eventualmente le scuse. Troppo comodo tirare fuori la questione adesso che quell’altro non può più sbeffeggiarlo (come sempre Fo faceva con gli ometti del potere).

Sul versante dei ben informati, come sempre accade quando scompare una persona nota, ecco che tutti escono allo scoperto, tutti a dichiararsi compagni da una vita, tutti pronti a raccontare aneddoti di tanto tempo fa, poco importa se veri o meno, in una celebrazione del defunto che è esattamente quello che la gente vuole sempre: non la verità, ma una versione tranquillizzante della verità.

Tutti a fare gli amiconi di una persona che, dalla fine degli anni Sessanta alla metà degli anni Ottanta, è stata osteggiata finanche da quelli della sua stessa parte politica, probabilmente perché troppo coerente nei fatti con le idee che professava. Ben ha detto il figlio Jacopo che in vita lo hanno ostacolato in tutti i modi e ora da morto tutti vogliono celebrarlo. Probabilmente le uniche persone che hanno tutti il diritto di dirsi “amici” di Fo sono la gente comune, quelli che erano operai negli anni Settanta, e che andavano a vedere i suoi spettacoli, partecipando attivamente per cambiare in meglio la società.

Sorprendentemente (si fa per dire), nessun giornale ha riportato nemmeno una parola di qualche storico del teatro, che di Fo conosce veramente il percorso di vita e di arte. Tutti hanno scritto le solite cose trite e ritrite sulle origini del suo teatro dai racconti dei fabulatori, sul suo impegno politico da vero comunista (non come tanti che lo erano solo per apparire contro, senza veramente esserlo), il suo essere stato ostracizzato dalla Rai democristiana.

Poteva essere invece più utile spiegare, giacché pochi lo sanno, perché il suo modo di fare teatro è stato tanto importante da meritargli il premio Nobel, e spiegare che in fondo parlare di giullare e di menestrello è sostanzialmente la stessa cosa. Mentre, appare evidente anche ad un cieco che Dario Fo (il giullare) e Bob Dylan (il menestrello) non potrebbero essere più diversi!

E veniamo alla seconda questione: il premio Nobel per la letteratura assegnato ad un cantautore. Alcuni sono stati d’accordo altri no, come è normale e come era accaduto anche nel 1997 in occasione del conferimento del premio a Fo. «Che c’entra un uomo di teatro con la letteratura?», fu detto. E oggi: «Che c’entra un cantautore con la letteratura?».

Premesso che a porre la questione non sono tanto gli autori americani (alcuni dei quali, anzi, si sono galantemente congratulati con il “collega” Dylan), bensì soprattutto scrittori italiani (l’unico in odore di Nobel, Sebastiano Vassalli, è purtroppo deceduto qualche tempo fa, lasciando a scornarsi un gruppetto di modesti raccontatori provincialotti che in Svezia probabilmente non sanno nemmeno che esistono), in fondo guardando all’antichità, poesia, musica, declamazione scenica e danza erano manifestazioni di un’unica ispirazione di natura divina.

Abbiamo numerose testimonianze che attestano che i versi venivano spesso accompagnati da musica, venivano spesso recitati a teatro a guisa di monologhi, venivano spesso arricchiti da movimenti coreografici. Quindi, Dylan (che oltretutto era nella lista dei papabili da diversi anni), cantando i suoi versi, effettivamente non fa altro che rinverdire una tradizione plurimillenaria.

Il punto semmai è un altro. Il premio Nobel della letteratura, secondo le volontà testamentarie del suo istitutore, dovrebbe essere assegnato ha chi abbia “prodotto il lavoro di tendenza idealistica più notevole”: si parla di “lavoro” non di “libro”. Perciò, da un punto squisitamente giuridico bene fa l’Accademia di Svezia a premiare anche chi usa altri tipi di scrittura che non siano quelli tradizionali della narrativa. Perché non premiare chi scrive con le immagini, con i disegni, con i colori?

Tuttavia, il premio andrebbe assegnato a qualcuno meno attempato, per permettergli con i soldi del premio di continare a ricercare nuove forme espressive. Dylan ha 75 anni, e il meglio della sua genialità compositiva lo ha già dato da tempo. Perciò, se proprio non si poteva fare a meno di polemizzare con questo premio, si sarebbe dovuto piuttosto puntare il dito sul fatto che il premio Nobel (un po’ come l’Oscar speciale per il cinema) è da tempo diventato un premio alla carriera e non alla produzione del lavoro di tendenza idealistica più notevole.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – La decima beatitudine

n. 4 (10/10/2016)

La decima beatitudine

Basta fare zapping in televisione – e ora la “magnifica” invenzione del digitale terrestre mette a disposizione anche dei più pigri ricercatori di novità catodiche centinaia di canali – per accorgersi che tra le proposte più gettonate (escludendo le decine di programmi in cui si pretende di insegnare a tutti come si cucina) ci sono quei talk show nei quali, in un salotto più o meno arredato con gusto pacchiano, si discute e si discetta di qualsiasi cosa, dai gravi accadimenti dell’attualità alle più ignobili frivolezze.

Non che la cosa sia recente: già nei gloriosi anni Ottanta qualcuno aveva ben pensato che gli italiani, popolo accidioso per eccellenza, avessero bisogno di opinionisti che gli dicessero come andava il mondo, e quali erano, appunto, le opinioni da avere su questo o quell’accadimento. Quando invece bisognava insegnare al popolo il modo per farsi delle opinioni da sé, ma questa è un’altra storia…

E la cosa, in effetti, ha funzionato egregiamente, se pensiamo alla devastazione culturale, morale e sociale in cui viviamo, e se pensiamo che quei salottini pieni di sfaccendati finto-intellettualoidi sono aumentati esponenzialmente, e sono disponibili su qualsiasi canale, in qualsiasi giorno, a qualsiasi ora. E tra questi tuttologi si annoverano personalità in ogni campo dello scibile umano: dalle scienze alla filosofia, dalla letteratura all’ecologia, dall’arte allo sport, senza escludere (anzi privilegiando) la politica e la morale.

Siamo al cospetto di gente che crede di sapere tutto e quindi su tutto pontifica, e guai a dubitare della loro verità. È grazie a costoro che sappiamo quanto lustro possono portare alla republichetta nostrana alcune opere pubbliche che anche l’uomo di Neanderthal avrebbe giudicato completamente inutili. È grazie a costoro che abbiamo imparato quanto sia importante individuare se un calciatore si trova davvero in fuorigioco e quindi se l’arbitro ha fatto bene o meno a dare per buono un gol. Ed è sempre grazie a questi galantuomini dell’intelletto che sappiamo che sì, ci si può definire credenti, ma si può al contempo essere “non praticanti” (che è una cosa balorda tanto quanto dire “ho fame, ma non mangio”).

Insomma, siamo nell’epoca in cui tutti sanno tutto e possono parlare di tutto, specie in televisione (ma la cosa, mutatis mutandis, vale per qualsiasi consesso umano). Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un relativismo in cui tutto è permesso, anche dire che i maschi non sono più maschi e le femmine non sono più femmine, che la legge la possiamo cambiare a piacimento e a convenienza, che quelli che ci sparano addosso in metropolitana commettono atrocità inqualificabili, ma noi siamo unti dal Signore se andiamo a bombardare i loro bambini e le loro donne.

L’Italia, e in maniera magari un po’ più diluita il resto del mondo, sono oppressi da una cappa di voci e parole che si incontrano e si scontrano quotidianamente, creando nient’altro che una cacofonia inutile a risolvere alcunché.

L’occasione che la maggior parte delle persone perde ogni giorno, supponendo che la propria opinione sia indispensabili agli altri, è solo quella di restare zitti. Invece, la banalizzazione operata dalla televisione e dalla strisciante sottocultura del niente ha convinto che tutti siano in grado di pensare e parlare su tutto. Niente di più sbagliato.

Si veda, per esempio, il candidato repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump. Prescindendo dalla cordiale antipatia che la sua stessa tozzezza fisica comunica, probabilmente Trump è la persona meno indicata a guidare un Paese come gli USA, proprio perché è figlio della cultura, volgarmente e meschinamente piccoloborghese, per la quale basta aver messo da parte un po’ di soldi (e, per una inconfutabile regola non scritta, chi accumula tanto denaro lo fa sempre perché ha capito come farsi amici con la disonesta fortuna), per cui automaticamente si è diventati capaci, intelligenti e sapienti.

Invece, basta vedere le sue deliranti e oltraggiose dichiarazioni contro le donne, tanto squallide da far prendere le distanze anche dal suo stesso vice, per capire che Trump è nient’altro che un miserabile parvenu a cui io personalmente non affiderei nemmeno l’amministrazione di un condominio, figurarsi quella degli Stati Uniti!

È appena il caso di aggiungere che Trump, ovviamente, non è il solo. La stragrande maggioranza dei nostri stessi parlamentari si pongono sulla sua medesima falsariga: incapaci, indifendibili, orrendamente incolti.

Uno dei poeti cinematografici che la smemorata e ingrata Italia ha relegato nell’oblio, Federico Fellini, concludeva il suo ultimo film La voce della luna (1989) con la frase: «Se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire».

Qualche tempo prima, un grande ingegno tardo-ottocentesco, Oscar Wilde, scriveva con il suo sferzante sarcasmo: «Beati quelli che non hanno niente da dire, e nonostante questo restano in silenzio».

Mi piace pensare che quando Giovanni scrisse l’ottavo capitolo dell’Apocalisse, in cui annota che «si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora», voleva ricordare ai suoi allocutori proprio quest’inedita “decima beatitudine”, che Gesù tra le righe suggerisce con tutta la sua predicazione: l’umiltà di rimanere in silenzio, perché spesso le cose che si dicono con tanta saccenza non fanno altro che creare divisione e regresso tra gli uomini.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Questione di parole

n. 3 (03/10/2016)

Questione di parole

Si sa, l’epoca in cui viviamo è quella del buonismo trionfante. Differenza non da poco, anziché “buoni” siamo diventati “buonisti”. Il che è una cosa alquanto pericolosa, perché sotto la patina di lezioso perbenismo, con la quale copriamo ogni nostro comportamento verso il prossimo, si celano il più delle volte intenzioni e pensieri che vanno nella direzione esattamente opposta a quella che manifestiamo a parole.

Le parole: appunto quelle sono la spia più evidente del buonismo più deleterio. Per dare ad intendere che oggi le donne sono pari agli uomini, abbiamo “femminilizzato” una serie di parole che qualsiasi vocabolario riporta unicamente come sostantivi maschili. Un esempio su tutti: “sindaco” è la parola per indicare il primo cittadino di un comune, tanto se sia egli un uomo, quanto se sia ella una donna. Invece, a Roma, per darle maggiore dignità ed enfasi, ci siamo inventati la “sindaca”.

La stessa cosa accade, per fare un altro esempio, nelle aule dei tribunali, dove sono magicamente apparse le “avvocatesse”, che contendono il ruolo agli “avvocati”. Fortuna vuole che ci siano parole che terminano con la “e” (per esempio: giudice), per le quali sarebbe più arduo fare un distinguo tra maschile (che di solito termina per “o”) e femminile (generalmente finente con “a”). Altre, pur essendo maschili, terminano per “a” (per esempio: commercialista).  Tuttavia, è alquanto strano che nessuno ancora abbia pensato che un medico donna possa essere indicato come “medica”. E mi chiedo quali parole dovranno essere inventate per indicare i professionisti di tutti gli altri “generi” che si profilano all’orizzonte…

Come se poi, chiamare “sindaca” un sindaco donna, o “avvocatessa” un avvocato donna, conferisse alle suddette capacità ulteriori, che invece il sostantivo maschile non possa dare loro, o le facesse diventare persone migliori, più buone… Come se basta cambiare una “o” in “a”, perché ci si comporti effettivamente e sostanzialmente nei confronti di una donna nello stesso modo in cui ci si comporta nei confronti di un uomo.

Invece, come accennavamo all’inizio, la questione delle parole serve unicamente a mascherare la realtà dei fatti: e cioè che le donne, pur essendo sancita quella parità che troviamo scritta in qualsiasi legge o provvedimento amministrativo italiano (anzi mondiale), non sono uguali agli uomini né lo saranno mai. E non si tratta soltanto del comportamento che si ha generalmente nei loro confronti, con atteggiamenti spesso di noncuranza, quando non di aperto vilipendio della loro dignità. Le donne hanno qualità e capacità in tutto e per tutto simili a quelle dei maschi, e ne hanno altre del tutto diverse; così come sono mancanti di qualità e capacità che invece sono patrimonio esclusivo degli uomini.

E questo è ciò che le femministe di ogni tempo non hanno mai voluto capire: uomini e donne possono anche essere uguali per certe cose, ma per tutt’altre cose sono profondamente diversi, e non basta certo scrivere su qualche atto normativo che “siamo tutti uguali” o inventarsi assurdi neologismi femminilizzati, perché di colpo quella fandonia diventa verità.

Tuttavia, basterebbe far cadere la pellicola di buonismo con cui rivestiamo il nostro abituale atteggiamento, e comportarsi semplicemente bene verso chiunque, maschio o femmina che sia, e non ci sarebbe nemmeno bisogno di andar sbandierando a destra e sinistra che siamo tutti uguali!

Ma la questione delle parole non si esaurisce certo in un semplice procedimento di maschili e femminili in chiave buonista. Nella nostra gaia repubblichetta, siamo riusciti a confutare perfino Aristotele, che sosteneva che “la forma è sostanza”. Invece, da noi si cambia forma, spesso anche drasticamente, pur di lasciare sempre inalterata la sostanza. Cambiamo nomi alle cose, affinché esse restino esattamente quelle che sono (e garantiscano i privilegi che garantivano quando le chiamavamo in tutt’altro modo). È evidente che chiamare “operatore ecologico” uno spazzino, all’interessato non conferisce certo maggiore dignità professionale, né alla pubblica spesa comporta un alleggerimento, eppure vuoi mettere la soddisfazione di sentirsi chiamare in quel modo, mentre si raccoglie l’immondizia di incivili cittadini?

In questa chiave vanno lette anche tutta una serie di presunte riforme (che lasciano nella sostanza sempre tutto inalterato), come quella – tra le più recenti e meno all’evidenza dell’opinione pubblica – di sciogliere il Corpo Forestale dello Stato e farne trasmigrare gli appartenenti tra i carabinieri. Sorvolando sull’assurdità tutta italiana della miriade di corpi militari (o paramilitari) che abbiamo (dove tutti fanno tutto, con la pirandelliana conseguenza che nessuno fa niente, o quasi), che senso ha cambiare nome alle guardie forestali e chiamarle carabinieri?

Egli ex-forestali continueranno a svolgere le medesime mansioni di prima, soltanto smettendo le divise grigioverdi e indossando quelle nere con i pantaloni bordati di rosso. Dove sarebbe il tanto sbandierato risparmio, se poi quelli devono prendere ugualmente il loro stipendio (magari con qualche indennità maggiorata)? Anzi per assurdo ci sarebbe un aggravio di spesa, se non altro perché bisognerà comprare a tutti gli ex-forestali le divise nuove da carabinieri!

Dunque, le parole sono importanti, e bisogna saperle usare nel modo giusto. Ecco perché torna utile ricordare il sacrosanto ammonimento di Gesù, ricordato in Matteo 5, 37: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno», che poi, è il parlare di chi si comporta da “buono” e non da “buonista”, comportamento che spesso cela effettivamente intenzioni maligne.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – “Le olimpiadi del privilegio”

n. 2 (26/09/2016)

Le olimpiadi del privilegio

La cronaca, nazionale e locale, sembra quasi monopolizzata da un argomento in particolare: l’“oltraggioso” rifiuto che il neo-sindaco di Roma (il termine “sindaca”, con il quale la Raggi indica se stessa, è un oltraggio alla lingua italiana) ha opposto alla proposta di organizzare nella capitale i giochi olimpici del 2024.

I motivi di “scandalo”, addotti da imprenditori, politici di parte avversa e rappresentanti del CONI (si vocifera che questi ultimi, certi che avrebbero “vinto” la battaglia e che fosse scelta Roma come città ospite, abbiano già speso non so quanti milioni di euro…) riguardano sostanzialmente aspetti economici. Pare, a loro dire, che, se si organizzassero le olimpiadi a Roma, si creerebbero una montagna di posti di lavoro, l’economia, capitolina e non, ripartirebbe alla grande, e ci sarebbero investimenti per miliardi di euro. Tutto questo al netto dei soldi che ci verrebbero dal flusso turistico che si azionerebbe quando i giochi poi si svolgerebbero. Insomma, un vero miracolo!

A margine si noti che solo in Italia poteva succedere che, per stabilire se candidarsi o meno ad ospitare i giochi olimpici – che nell’antichità erano considerati di tale sacralità da sospendere perfino le guerre, e da noi sono diventate nientemeno che l’unico sistema per far ripartire l’economia – la discussione degenerasse in tal modo, concentrando le riflessioni sempre e soltanto sul vile denaro e sviando l’attenzione da problemi ben più seri e ben più gravi. Ma tant’è…

Ora, non è oggetto di queste riflessioni entrare nel merito politico della scelta della Città di Roma. Ancora meno utile è parlare della risibile proposta di spostare i giochi olimpici nelle altre quattro città capoluogo laziali – ma vi immaginate la maratona fatta a Frosinone sul viadotto Biondi, che sono buoni tre anni che è inagibile, manco ci fosse precipitato sopra un meteorite? Però, restano ferme due cose importanti.

La prima: non è vero che per far ripartire Roma e in generale l’Italia bisogna organizzare eventi mastodontici. A Milano l’organizzazione dell’EXPO, non solo non ha fatto ripartire la città, ma ha anzi fatto venire alla luce intrallazzi e corruttele varie per una roba che è costata tantissimo e fatto rientrare pochissimo. Per non parlare delle cattedrali nel deserto che sono rimaste a carico dei milanesi per il tempo a venire.

La seconda: se veramente gli imprenditori e i politici avessero intenzione di creare tutti questi posti di lavoro, perché aspettare il 2024? Ci sono tante opere iniziate da tempi biblici – una su tutte la ormai mitologica Salerno-Reggio Calabria – la cui conclusione è ben più lontana del 2024!

In verità, l’Italia (e in maniera forse un po’ meno urgente l’Europa e il Resto del Mondo) ripatirà veramente solo in un caso: se tutti impareranno a cedere i piccoli e grandi privilegi ricevuti negli anni di vacche grasse e torneranno a sentirsi nuovamente parte di una collettività. Infatti, ora ciascuno chiede che vengano colpiti i privilegi altrui e non i propri. E le prediche sulla necessità di essere solidali provengono sempre da gruppi di potere che beneficiano di trattamenti di favore.

Ciò detto, la riflessione vera è un’altra, e, come spesso accade, taciuta anche dall’altra illustre classe di tuttologi italiani: i giornalisti. Tutti blaterano degli straordinari vantaggi (o svantaggi) economici legati alle olimpiadi, e alla figuraccia internazionale che abbiamo fatto nel rifiutarne l’organizzazione, ma nessuno si preoccupa di verificare qual è lo stato di salute dello sport, quello vero (quindi escludiamo il calcio, che oggi come oggi almeno nella gaia republichetta, non si può considerare più sport, bensì puro intrattenimento spettacolare, con un giro di denaro da fare invidia anche a zio Paperone).

Nessuno dice a nessuno che comuni, province e regioni (per tacere dello Stato) destinano sempre meno fondi per lo sport, e spesso ragazzi talentuosi e volenterosi sono costretti ad allenarsi in strutture precarie e mal attrezzate, o a dover sborsare fior di quattrini per poter praticare uno sport, e sognare magari una medaglia olimpica.

Su tutta la querelle torna utile ricordare l’ammonimento che leggiamo in Marco (12, 38-40): «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

Se dipendesse da me, tuttavia, darei una condanna ancor più severa a quanti, per accidia e disinteresse, chiusi in un gretto individualismo e dimentichi di appartenere ad una collettività, quegli “scribi” li eleggono nei posti chiave dell’amministrazione, o permettono loro di pontificare riguardo a cosa sia giusto privilegiare da un punto di vista degli investimenti economici… E, cioè, a noi tutti, incapaci di farci amministrare da persone con qualche idea intelligente ed onesta, e di affidare le sorti dell’economia a imprenditori leali e scrupolosi e non accecati da una sete spasmodica di guadagno.

Vincenzo Ruggiero Perrino