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Il Serpente Prudente – Beatamente degni

n. 36 (17/07/2017)

“Beatamente degni”

Scorrendo le pagine del vangelo, non è difficile accorgersi del fatto che se c’è un filo rosso che lega le varie parabole e i “detti” di Gesù, esso andrebbe rintracciato nel costante riferimento ad una nuova forma di dignità dell’uomo.

Con un particolare importantissimo: la dignità, sulla quale Gesù fonda costantemente i suoi discorsi, assume delle sfumature completamente inedite nel panorama intellettuale del tempo in cui egli predicava, ma si rivela sorprendentemente inattuale anche oggi. In altre parole, sono passati duemila anni, ma gli uomini e le donne – cristiani o meno che siano – ancora non hanno saputo raggiungere la dignità di essere umani alla quale essi sono chiamati.

Il motivo è semplice fino all’ovvietà: l’uomo ha costruito tutta una serie di false apparenze di dignità, di sovrastrutture sociali, economiche, culturali, da nascondere a se stesso il senso più autentico e profondo della vita umana. E la cosa quasi divertente è che, prima ci si ingabbia in queste proiezioni assurde, e poi ci si lamenta pure che non si sta bene!

Chi si stia chiedendo qual è questo senso autentico della vita umana, può aprire a caso una qualsiasi pagina del vangelo, leggerla con il giusto taglio critico, e lo capisce immediatamente. La vera dignità umana risiede nell’aderire con fede al messaggio “nuovo” di Gesù: quella fede sulla quale più volte questa rubrica si è soffermata. Qui possiamo aggiungere che la sola fiducia – quel vago senso di deresponsabilizzazione dell’uomo, che vorebbe quasi che Dio si sostituisse a lui nelle scelte, col quale spesso si confonde la fede – sia del tutto antitetica alla dignità a cui l’uomo è chiamato.

Per meglio comprendere questa conquista della dignità attraverso una concreta azione individuale e personale, si può partire dall’etimologia della parola. “Dignità” viene dal latino “dignus”, che correttamente dovremmo tradurre con “meritevole”. Il corrispondente vocabolo greco è ἀξίωμα  (“assioma”). In matematica, un assioma è una verità evidente che non necessita di dimostrazione. Dunque: la dignità umana è un assioma: non ha bisogno di essere dimostrata, ma semplicemente riconosciuta dall’atteggiamento e dal comportamento proprio di chi è “meritevole e degno”.

Su di essa – naturalmente parliamo della “vera” dignità – si dovrebbe fondare ogni aspetto della società civile. Tuttavia oggi, come accennavamo poc’anzi, sono in voga altri modelli di dignità, che, lungi dall’essere assiomatici, presuppongono anzi una continua dimostrazione verso gli altri. Oggi ci si riempie la bocca della parola “dignità” a tutti i livelli. Noi italiani, infallibili nelle parole molto più che nei fatti, lo abbiamo finanche scritto nella Costituzione repubblicana, nella quale, l’art. 3, in maniera perentoria ed inequivocabile riconosce «pari dignità sociale» a tutti i cittadini. Peccato che, nella realtà dei fatti, sia sotto gli occhi di tutti quanto, proprio quelle istituzioni che dovrebbero assicurare la pari dignità sociale, in realtà non fanno altro che assumere quotidianamente atteggiamenti di aperto vilipendio della dignità altrui.

Non va certo meglio in ambito religioso. Sul punto invito i lettori di questa rubrica a dare uno sguardo ad un video su youtube relativo ad un “esperimento sociale”, in cui un attore finge di essere un mendicante davanti al Duomo di Napoli, chiedendo non soldi ma la possibilità di usare il bagno per potersi lavare la faccia e magari radersi la barba. Su centoventi persone fermate, appena due si offrono di dargli aiuto (e tra questi due, non figura il sacerdote al quale l’attore pure chiede aiuto)…

Vero è che nel corso dei secoli ogni popolo ha adottato parametri affatto diversi di dignità, stabilendo gerarchie sociali e regole. Il teologo domenicano Timothy Radcliffe scrive che «tutte le società rendono visibili certe persone e ne fanno scomparire altre. Nella nostra società sono ben visibili i politici e le star del cinema, i cantanti e i calciatori, che si presentano continuamente in pubblico, sui cartelli pubblicitari e sugli schermi televisivi. Ma rendiamo invisibili i poveri. Essi non compaiono nelle liste elettorali. Non hanno volto né voce».

Possiamo dire che la dignità di ci si parla oggi non si accompagna tanto all’aggettivo “umana”, quanto piuttosto ad altre formule legate al ruolo sociale e al ceto economico di ciascuno. Eco, perché accanto a persone “dignitose”, “meritevoli” di rispetto, si fa sempre più largo la pretesa dignità che poggia su disvalori, più o meno esibiti e spettacolarizzati, per garantirsi privilegi e benefici.

Se in ambito laico la dignità, per dirla con Aristotele, «non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli», ed è propria quindi di chi agisce per meritare onori e credibilità, per un cristiano essa è quella qualità che rende gli uomini il sale della terra. Infatti, Matteo ricorda l’ammonimento di Gesù sul fare attenzione a non perdere il proprio “sapore” di uomini, perché, al pari del sale divenuto insipido,  anche l’uomo senza sapore a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato (Mt 5, 13).

Cosa fare per avere sapore e quindi assurgere alla “nuova” dignità evangelica? Matteo lo spiega poco prima (5, 1-12): il comportamento delle beatitudini, che è una delle numerose estrinsecazioni ed esemplificazioni offerte dalla predicazione di Gesù a chiarimento di quel concetto di fede, che più volte è stato al centro di questa rubrica.

È evidente che il mite, il povero di spirito, l’afflitto, l’operatore di pace, sono tutte persone che “fanno” e non dimostrano assolutamente nulla; vivono la loro qualità senza sbandierarla ai quattro venti per essere riconosciuti tali. Ancor meno dimostra chi si comporta secondo lo spirito di quella, che in una delle prime puntate di questa rubrica, definii l’ottava beatitudine: “Beati quelli che non hanno niente da dire, e nonostante questo restano in silenzio”.

In questi tempi senza sapore, però, vi è un comportamento che l’uomo di fede ha quasi l’obbligo di assumere, per partecipare attivamente alla vita del suo tempo, imprimendo o almeno cercando di imprimere una svolta virtuosa all’ambiente sociale in cui vive ed opera. Come diceva don Tonino Bello, bisogna non soltanto “consolare gli afflitti”, ma anche “affliggere i consolati”, e cioè scardinare quelle convinzioni che poggiano su falsi valori e anestetizzanti parvenze di verità. Bisogna sempre sforzarsi di avere una visione costruttivamente critica della fede, dei comportamenti di chi pensa di agire con fede, di chi ritiene di aver conquistato una dignità che in realtà tale non è. Solo così potremmo dirci beatamente degni delle promesse di Cristo.

Vincenzo Ruggiero Perrino