Blog

HomeIl Serpente PrudenteIl Serpente Prudente – Forma e sostanza

Il Serpente Prudente – Forma e sostanza

n. 30 (15/05/2017)

“Forma e sostanza”

Dopo una pausa più lunga del previsto, il Serpente prudente riprende il suo cammino di provocatoria riflessione. Nelle più recenti puntate, avevo cercato di tracciare un percorso riferito all’autentico senso della fede che i cristiani dovrebbero coerentemente professare.

È evidente che non ci sarebbe bisogno nemmeno di starci a pensare, se tutti quelli che si dicono cristiani leggessero, comprendessero e applicassero ciò che Gesù dice con una chiarezza veramente disarmante. Tutto il quadruplice racconto evangelico è riccamente disseminato di esempi e di spiegazioni talmente semplici, che anche un bambino non troverebbe alcuna difficoltà a capirli. Infatti, la difficoltà è nel viverli nella quotidianità…

Il punto è che tanti si limitano ad una fede puramente formale. Aderiscono a precetti e regole di facciata; magari vanno a messa tutte le domeniche e recitano il rosario per ingraziarsi santi e madonne in vista di una guarigione miracolosa; stringono mani al segno della pace e lasciano la loro elemosina al mendicante che tende la mano sul sagrato. Tuttavia, se a loro venisse richiesto uno sforzo supplementare, qualcosa che incida nel profondo della loro sostanza di cristiani, ecco che con mille scuse si tirerebbero indietro.

È un po’ l’atteggiamento del giovane ricco che osservava tutti i comandamenti e tutta la legge di Mosé, ma quando Gesù gli chiede di rinunciare a tutti i suoi beni e proprietà, girò il cavallo e amareggiato se ne tornò a casa sua.

Considerato che il punto di partenza di questo discorso sulla fede è che essa non è il semplice affidamento fideistico nella potenza divina (atteggiamento che presupporrebbe un’esclusiva responsabilità divina, e un ruolo burattinesco per gli uomini), bensì è un modo attivo e concreto di porsi nei confronti di Dio e del prossimo, bisogna capire in concreto cosa fare.

Qualche indizio lo avevamo rintracciato riflettendo sulle esortazioni quaresimali. Ma tutto il vangelo è ricco di esempi. Intanto, Gesù stesso indica una strada concettualmente utile, sancendo due comandamenti (gli unici che lui impartisce ai suoi): ama Dio come te stesso, ama il prossimo come te stesso.

Detti così, possono sembrare mere dichiarazioni programmatiche. Perciò, Matteo (25, 31 e ss) si è preoccupato di esplicitare bene il senso di questo “amare come se stessi”. Nel citato passo evangelico, si prefigura il giudizio finale: Gesù siede sul trono circondato dai suoi angeli e separa pecore e capre. I primi (i giusti) li chiama benedetti, poiché lo hanno visto affamato e gli hanno dato da mangiare, assetato e gli hanno dato da bere, e così via. Quelli gli dicono “ma quando mai?”, e lui chiosa: “ogni volta che avete fatto questo ad uno di questi piccoli lo avete fatto a me”.

Viceversa i capri li chiama maledetti perché non hanno fatto nulla del bene che potevano fare. Pure quelli chiedono “ma quando mai?” (e si intuisce che il tono della domanda non è tanto quello della sorpresa, quanto piuttosto quello del voler accampare una scusa e una giustificazione), e anche qui la chiosa è la stessa. E così i primi se ne vanno alla gloria del paradiso, e i secondi al supplizio eterno.

Dunque, un primo motivo di riflessione è ancora una volta incentrato sulla piena, sostanziale e assoluta (nel senso di indipendente dalla volontà divina) responsabilità di scelta dell’uomo: è l’uomo che, in totale libertà, stabilisce se essere pecora (animale mansueto e disponibile a seguire il pastore) o capra (animale testardo e restio all’obbedienza). Questa dimensione di responsabilità umana si è persa nel mondo odierno dove ogni escamotage è buono per deresponsabilizzarsi nella sfera pubblica come nella sfera privata. Invece, nell’antichità era chiaro a chiunque, pagano o cristiano. Anche i romani, infatti, asserivano che quisque faber fortunae suae, cioè ognuno è artefice della propria sorte.

Essere pecore o capre è innanzitutto un atteggiamento interiore. Pecore (poi dopo vengono chiamati giusti) sono coloro che vivono la fede e “amano come se stessi” in maniera spontanea, senza alcun calcolo, come se fossero tutt’uno con i rapporti interpersonali che vivono. Capre sono quanti vivono in maniera farisaica la loro fede, per mera apparenza, rifiutando deliberatamente di impegnarsi in relazioni autentiche e sincere.

Il secondo passaggio è appunto sulla concretezza di questo “amare come se stessi”. L’elencazione è chiara: dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ecc.: quelli che noi chiamiamo opere di carità corporale. Ovviamente, il catalogo non è da prendersi alla lettera, né da considerarsi esaustivo. Affamato è anche chi ha bisogno di un consiglio su come regolarsi in un accadimento della vita; assetato è anche chi ha bisogno di un abbraccio per tirarsi su di morale; nudo è anche chi si trova coinvolto in dicerie e in accuse per cose che non ha mai commesso e viene additato da tutti come persona sgradita e da allontanare; incarcerato è anche chi è prigioniero di dipendenze di ogni tipo, dalla droga al gioco d’azzardo.

C’è una frase di Simone Weil che dice: “Mettere la verità prima della persona è l’essenza della bestemmia”. Ed è sostanzialmente quello che fanno i fanatici farisei di ogni religione: antepongono la vuota osservanza formale, all’autentico rispetto e amore per il prossimo e per Dio. Ed è per questo che, in generale, qualsiasi fedele di qualsiasi religione vivesse autenticamente il proprio credo (cioè mettesse la Verità con la V maiuscola prima della persona, il che equivale ad amare Dio e il prossimo come se stessi), nemmeno ci sarebbe tutto questo spargimento di sangue e questi proclami di guerre sante, che sono il frutto di una deliberata distorsione fatta ad uso e consumo proprio, ma con i quali né Dio, né Allah, né Zeus hanno mai c’entrato nulla…

Vincenzo Ruggiero Perrino