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Il Serpente Prudente – La presenza di Dio

n. 35 (03/07/2017)

“La presenza di Dio”

Una delle questioni più ricorrenti nel corso della storia è quella della “presenza” di Dio nelle vicende umane. Credo che un po’ tutti, confrontandosi con quanche problematica più o meno grave, abbiano avuto modo di riflettere su domande del tipo “dov’era Dio quando succedeva questa cosa?”.

Lo si è sentito dire, per esempio, in tanti film sulla shoah; lo si sente dire quando si vivono drammatiche esperienze di malattie gravi o incidenti che coivolgono giovani e giovanissimi; ma lo si sente pure dire per cose ben più banali come una sommessa andata male o un desiderio in qualche modo frustrato o non realizzato. Sostanzialmente la questione si riduce sempre ad una domanda fondamentale: se io mi comporto bene, perché mi succedono cose non buone o comunque Dio non ascolta le mie richieste?

Chi ha avuto modo di leggere le vecchie puntate di questa rubrica sa che una delle cose sulle quali ho maggiormente insistito è la dimensione concreta della fede cristiana. Perciò, dal punto di vista del serpente prudente la domanda poggia su un presupposto sbagliato e su una sostanziale confusione di ruoli. Ma procediamo con ordine.

Molto spesso, per non dire sempre, il “comportarsi bene”, che tanti ritengono essere il loro modo di vita, è in realtà una semplice assenza di azioni dichiaratamente negative. Un po’ una cosa del tipo: “Io non rubo, non uccido, non pronuncio il nome di Dio invano, quindi mi comporto bene”. Insomma, il bene che tanti sono convinti di fare consiste sostanzialmente in un “non fare il male”. Il che è solo una parte della verità.

Infatti, il bene che si dovrebbe compiere non può limitarsi ad un non comportarsi male. Sarebbe estremamente semplice e di fondo assomiglia tanto al comportamento di colui che ricevuti i talenti li va a sotterrare anziché ad investirli. Se rileggiamo attentamente quella parabola, colui che riceve i talenti e li sotterra, in effetti, non commette alcuna azione malvagia. Tuttavia, quando il padrone ritorna lo punisce proprio per il suo “non fare”.

Quindi: punto numero uno, fare del bene vuol dire agire, porre in essere un comportamento concreto e materiale.

Sul cosa fare, questa rubrica si è abbondantemente dilungata in numerose puntate, e non mi pare il caso di richiamare concetti già espressi. Diciamo solo che l’azione richiesta non è un’azione nell’ottica umana, bensì nell’ottica di una fedele adesione al progetto e alla volontà di Dio.

Bene, a questo punto la domanda diventerebbe: “se io compio la volontà di Dio, perché non mi succedono cose buone o Dio non esaudisce le mie richieste?”.

Tuttavia, anche in questo caso la questione è mal posta, perché poggia su una duplice disattenzione al dettato evangelico.

La prima: Gesù (tanto in Matteo quanto in Giovanni) dice «Qualunque cosa chederete nel mio nome, avendo fede, il Padre ve la darà». Sull’“avendo fede” rinvio alle puntante in merito.

Agostino d’Ippona poneva l’accento sul “nel mio nome”. Il nome di Gesù gli viene imposto (Mt, 1,21) «perché salverà il suo popolo dai loro peccati». Perciò solo chi chiede qualcosa riguardante la salvezza chiede nel nome di Cristo. Il che esclude tutte le richieste di vincita alla lotteria, ma anche tutte le richieste di salvare la vita di un innocente malato. Non caso, anche Giacomo scrive nella sua Lettera (4,3): «Chiedete e non ottenete, perché chiedete male».

Del resto chiedere di essere esauditi in un desiderio (fosse pure sorretto dalla più candida e sincera delle intenzioni), a fronte dell’aver fatto qualcosa di buono, sa tanto di do ut des, il che è fuori dalla logica divina (e in certi casi anche da quella umana). Tanto è vero che Gesù precisa che “il Padre ve la darà”, con il verbo è al futuro e non al presente, la qual cosa lascia intendere che il desiderio, osservate tutte le condizioni del caso, verrà esaudito in un tempo futuro.

E qui bisogna introdurre la seconda disattenzione. Nel dodicesimo capitolo di Luca, Gesù, dopo aver ammonito i suoi allocutori sul fatto di non preoccuparsi di ciò che mangeranno o di cosa indosseranno, li invita al cercare il Regno di Dio e tutto il resto verrà in aggiunta dato loro. Poi dice al versetto 33: «fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma».

Ne deduco che le “buone azioni” che si compiono in questa vita non hanno una finalità per questa vita. In altre parole, il bene che si compie non può essere merce di scambio da investire per ottenere l’esaudimento di una preghiera o di una richiesta. Bensì hanno valore solo nell’ottica futura di un tesoro inesauribile nei cieli.

Qualcuno potrebbe dire: “però molti che pregano Padre Pio ottengono la guarigione di qualche caro congiunto”. Sì, è vero. Ma questo non accade perché chi ha pregato e ottenuto sia stato più bravo di chi ha pregato e non ha ottenuto. Accade semplicemente perché la volontà di Dio e i suoi piani sono assolutamente imperscrutabili, e se Egli ha deciso in tal modo, non c’è spiegazione razionale che tenga. Non a caso, si parla di miracolo, proprio perché esce da una logica razionale.

Del resto, tutto il meccanismo della preghiera e dell’esaudimento ha un fine che è ben dichiarato nel vangelo: «perché il Padre sia glorificato nel Figlio», e non perché l’uomo sia accontentato nella sua richiesta.

Vincenzo Ruggiero Perrino