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Il Serpente Prudente – Il tempo della fede

n. 34 (19/06/2017)

“Il tempo della fede”

Chi ha modo di seguire costantemente le puntate di questa rubrica avrà avuto modo di notare alcuni punti chiave del discorso. In particolare ho cercato di insistere sul fatto che il senso della fede cristiana – cioè proprio della parola “fede” – è qualcosa di diverso da quello che comunemente gli viene attribuito, e cioè quello di “affidamento” o “fiducia”. Ho cercato di spiegare, basandomi sulla mia (modesta) conoscenza della Parola, che un punto su cui Gesù insiste particolarmente è il “fare”, e quindi una dimensione concreta e tangibile della fede.

Da questa considerazione iniziale sono poi venute le riflessioni sul “cosa” fare (cioè il comportamento del giusto e autentico cristiano, che ho tentato di riassumere nelle puntate dedicate alle esortazioni quaresimali al digiuno, all’elemosina e alla preghiera) e sull’importanza di una scelta di sostanza (e quindi di responsabilità), più che di carattere formale (e quindi di attribuzione della responsabilità al solo Dio).

Infine, un paio di puntate sono state dedicate alle figure che il cristiano dovrebbe avere a riferimento e a modello della sua condotta, e cioè la Madonna e i santi, oggetto troppo spesso di un’idolatria, che non serve a nulla se non ad arricchire astuti speculatori.

Tutto questo “vivere autenticamente la fede” fin qui delineato deve essere necessariamente iscritto in una coordinata imprescindibile: il tempo. Potrebbe sembrare una considerazione oziosa, e invece non lo è. Tanti, forti di un’equivocatissima interpretazione della misericordia divina, sono convinti che fino all’ultimo secondo della propria vita possano redimersi e volare direttamente in paradiso.

Che poi è un po’ quello che sembra essere successo al cosiddetto buon ladrone: una vita di ruberie e furti vari, tanto da finire in croce – è bene avvertire che la crocifissione, il supplicium servile, era la morte a cui andavano incontro schiavi fraudolenti verso i padroni e gentaglia dedita appunto a rapine e furti – e poi una parolina buona spesa in croce e il paradiso è assicurato. Tant’è che l’ironia popolare ha spesso indicato in quest’azione un ultimo incredibile furto, appunto quello della salvezza eterna.

Io mi permetto di pensare che le cose stiano un tantino diversamente. Fermo restando che nella sua onnipotenza Dio può tutto, e quindi anche salvare il più infimo dei peccatori che nell’ultimo istante della sua vita mostri un minimo cedimento alla sua corazza di turpitudine, mi pare abbastanza fanciullesco pensare che Dio chiuda gli occhi su una vita di nefandezze, e, in virtù della sua misericordia, si accontenti di un gesto estremo di conversione.

Anche perché la conversione è qualcosa che deve accompagnare la vita dell’uomo, non chiuderla. Sarebbe praticamente perfetto: faccio quello che mi pare e piace, poi dieci minuti prima di morire mi converto; Dio si accontenta; mi perdona e io volo nell’alto dei cieli. Questo schemino presuppone la completa deresponsabilizzazione dell’uomo e una sorta di ingenua condiscendenza divina!

Invece, che le cose stiano diversamente Gesù lo spiega piuttosto inequivocabilmente in almeno due episodi.

Il primo è quello della parabola della cosiddetta “pecorella smarrita”, che ben chiarisce, nel rapporto uomo-Dio, quale sia il ruolo di quest’ultimo. È chiarissimo che Dio è disposto a mettersi a cercare la pecora smarrita, a fare notte finché non la trova. Ed è altrettanto evidente che gli è possibile trovarla a condizione che quella si lasci trovare. Se la pecora si fosse andata a nascondere in qualche posto sperduto e inaccessibile, il pastore sarebbe tornato indietro lasciandola al suo destino.

Quindi: Dio cerca l’uomo anche “a tempo indeterminato” (che certo non può essere “dieci minuti prima di morire”), ma l’uomo deve essere disponibile a farsi trovare, cioè almeno a comprendere il valore della parola e della fede, e a sforzarsi di viverla coerentemente.

Il secondo episodio è quello dell’adultera che stanno per lapidare e che Gesù salva con la fulminante battuta “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, che invece del rapporto uomo-Dio, chiarisce il ruolo dell’uomo. Normalmente l’esegesi anche domenicale si ferma appunto a questa frase di indubbia presa. In realtà l’episodio si conclude con l’ammonimento alla donna: “vai e non peccare più”.

Quindi: Dio perdona la colpa, ma l’uomo non deve per questo sentirsi autorizzato a sbagliare “a tempo indeterminato”, perché tanto “poi Dio,che è misericordioso, mi assolve sempre”…

Le stesse vite di tanti santi testimoniano un passato di negligenze di varia gravità. Tuttavia, una volta imboccata la strada della conversione (cioè di vivere autenticamente la fede di cui ho parlato altre volte), non l’hanno abbandonata più. E vivendo una fede autentica, anche gli errori diventano occasioni di prova della fede, piuttosto che veri e propri peccati.

Un quadro del genere sconsiglia vivamente di aspettare l’ultimo momento della vita per pentirsi e avere il perdono, considerando che la fede si vive nel tempo presente della quotidianità, e non a conclusione di essa. Bisogna pensare che Dio è misericordioso, mica un fessacchiotto che crede ad un pentimento in extremis! Se Gesù promette il paradiso al buon ladrone non è perché quello, vistosi in croce, ha calato l’asso del pentimento dalla manica; piuttosto è da credere che già durante la vita abbia avuto sempre remore nel fare ciò che magari l’indigenza lo costringeva a fare (ricordate che la crocifissione era la pena dei reietti della società).

Come avrete notato, dall’inizio di giugno Il serpente prudente ha cambiato periodicità. Infatti, per tutti i mesi estivi – e quindi fino alla metà di settembre – la rubrica, pur pubblicata sempre di lunedì, avrà cadenza bisettimanale. Perciò, arrivederci a tra quindici giorni!

Vincenzo Ruggiero Perrino