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Il Serpente Prundente – L’Essenziale

n. 38 (04/09/2017)

“L’essenziale”

Cari lettori, dopo la pausa del mese di agosto, riprende con cadenza settimanale la rubrica de Il serpente prudente, per condividere con voi qualche riflessione costruttivamente critica sulla lezione biblica (più spesso evangelica), e sul complesso culturale di cui si sostanzia la fede cristiana.

Un paio di domeniche fa la liturgia proponeva una lettura tratta dal vangelo di Matteo (16, 13-20). Si tratta del noto episodio in cui Gesù, in un primo momento, chiede ai suoi amici: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Ascoltate le pressoché deludenti risposte che gli vengono riferite, Gesù si spinge oltre e chiede: «Ma voi, chi dite che io sia?».

A questa domanda segue la folgorante risposta di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Risposta per la quale Gesù lo definisce “beato”, poiché questa Verità di fede gli è stata rivelata direttamente dal Padre che è nei cieli. Il che, ça va sans dire, conferma ancora una volta che la fede, quella vera di cui abbiamo parlato un bel po’ di volte nel corso delle puntate passate, è un dono di Dio. Un dono – si badi bene – che viene fatto alla generalità delle persone, senza che esse dimostrino specifiche qualità o particolari caratteristiche.

Il punto importante è, però, un altro: la disponibilità di Pietro non solo ad accettare quel dono, ma a professarlo e a viverlo. Infatti, egli mostra un tale convincimento nelle parole con le quali risponde, che Gesù immediatamente lo pone come “primus inter pares”, come la pietra sulla quale verrà edificata tutta la chiesa, come il baluardo contro il quale nemmeno le potenze degli inferi potranno prevalere.

Insomma: l’episodio è un’ulteriore conferma del fatto che chi vive un’autentica fede può veramente compiere le stesse opere che compie Gesù. Infatti, a Pietro viene dato il potere per cui ogni cosa che egli legherà in terra sarà legata nei cieli, e ogni cosa che scioglierà in terra sarà sciolta anche nei cieli.

Tuttavia, il fatto che Pietro sia stato tanto pronto dall’accogliere e vivere il dono della fede, non lo mette al riparo dalla tentazione di vivere secondo gli uomini e non secondo Dio. Infatti, proprio nella lettura evangelica di ieri, sempre Matteo ci racconta del rimprovero severo che Gesù gli rivolge nel momento in cui, avendo Egli cominciato a dire ai suoi apostoli che dovrà molto soffrire, Pietro gli dice sostanzialmente che nulla del genere gli dovrà mai accadere. Il che, ci fa capire che, sì, la fede è un dono e la sua professione è una scelta, ma non è nulla di definitivo ed assoluto, bensì una scelta che si deve rinnovare ad ogni bivio della vita.

Perché un semplice pescatore potè accogliere in modo così completo il dono della fede e diventare appunto la “pietra” per eccellenza della nascente chiesa di Gesù? A modesto parere di chi scrive, questo fu possibile perché egli fece un uso saggio della sua intelligenza critica – cosa che farà nuovamente più avanti nel racconto, e cioè quando comprenderà il suo errore nell’aver rinnegato Gesù, e anziché impiccarsi come Giuda, farà ammenda del suo comportamento.

Pietro, a differenza della gente della quale gli apostoli riferiscono le opinioni intorno al Figlio dell’uomo, non si limita alle apparenze. Infatti, era facile per chiunque dire che Gesù potesse essere la reincarnazione di qualche antico profeta o del contemporaneo Giovanni. Per sostenere una cosa simile era sufficiente vedere il suo stile di vita e il modo che aveva di parlare, o ascoltare le cose che diceva. Tutti sarebbero stati capaci di affermare che Egli altri non era che qualcuno dei profeti tornato per scuotere un po’ di coscienze, e preparare il popolo alla venuta del Messia.

L’apostolo Pietro, invece, guarda all’essenziale: capisce che Gesù non può essere solo la reincarnazione di qualcuno che è venuto già (e che non avrebbe alcun senso far tornare nuovamente sulla terra). Capisce che Egli è qualcosa di più e di meglio, appunto il Figlio del Dio vivente. In altre parole, Pietro guarda all’essenziale.

In verità i racconti evangelici ci informano che anche altri personaggi del tempo seppero cogliere, chi più chi meno, questa Verità. Un esempio, lo rintracciamo nell’episodio in cui Gesù si ferma ospite a casa dei suoi amici Marta, Maria e Lazzaro. In quell’occasione, mentre Maria preferì l’essenziale, e cioè stare ad ascoltare la parola di Gesù, Marta si dedicava alle faccende di casa, guadagnandosi il bonario rimprovero di Gesù, che invece la invitava a scegliere la parte migliore, quella che non le sarebbe mai stata tolta.

Di questi tempi, in cui l’essenziale è sempre più nascosto da una spessa patina di cose inutili e superflue, delle quali si potrebbe fare tranquillamente a meno senza alcun danno, questi ammonimenti tornano utili. Spesso, la nostra esistenza quotidiana è non solo caratterizzata, ma addirittura vincolata e imprigionata da oggetti, riti, fatti, che ci impediscono di avere la mente libera da condizionamenti di sorta per poter cogliere l’essenza delle cose migliori. Anzi, possiamo ben dire che anche lo stesso stile con cui si vive la nostra tanto sbandierata cristianità è incrostato da tante ruggini e appesantito da cose che poco o nulla c’entrano con la Verità, al punto che spesso chi tenta un approccio intelligentemente critico verso la parola di Dio è guardato addirittura con sospetto (quasi come se osasse scardinare regole date per assolute, ma che assolute non sono).

Guardiamoci intorno: nel mondo di oggi, nella quasi totalità dei casi, i rapporti umani vengono limitati ad un misero scambio di messaggi su whatsapp; l’informazione viene acquisita su siti che danno o versioni anestetizzate della verità, oppure forniscono falsificazioni della verità; l’esternazione di una considerazione, anche su fatti gravi o comunque importanti, viene fatta tramite un tweet; o ancora, un litigio si consuma non con un confronto personale, al limite anche ruvido o manesco, bensì con un “ti tolgo l’amicizia su facebook”.

Questa diffusa inautenticità colpisce un po’ tutti, cristiani e non. Infatti, se Gesù più volte richiama noi tutti alla ricerca di ciò che può essere utile a costituirsi un tesoro nei cieli, anche sul fronte laico, le menti più attente hanno sempre cercato di sposatre l’attenzione su ciò che nella vita è veramente importante. Non a caso, Pier Paolo Pasolini scriveva con straordinaria precisione: «Le cose superflue rendono superflua la vita». E, poiché la vita una sola è, bisognerebbe invece depurarla dalle cose vuote e sterili, e viverla per cogliere l’essenziale (e sforzarsi di fare questo ad ogni incrocio che incontriamo nella vita).

Vincenzo Ruggiero Perrino