n. 7 (31/10/2016)
“Problemi e notizie: lo stile italiano”
Da che esistono i quotidiani, i giornalisti sembrano fare a gara a chi fornisca la notizia che maggiormente attira l’attenzione, per poter vendere un gran numero di copie. È capitato pure che, a volte, che i fatti venivano preconfezionati ad arte per poter fare notizia (è quel fenomeno che va sotto il nome di macchina del fango). In ogni caso, sempre e comunque, la cifra stilistica dei giornalisti, per lo più superficiali o ripetitivi, è quella della mediocrità (anche linguistica, e a volte grammaticale) più sconcertante.
La televisione prima e internet e i social network dopo non hanno fatto altro che amplificare quel modo di operare, fino all’alineazione più totale. Fateci caso: quando succede qualche fatto, soprattutto se grave, gli si concede spazio a tutte le ore del giorno. Sui quotidiani, quel fatto prende pagine e pagine, con gli immancabili interventi di opinionisti prezzolati; in televisione, a volte, si interrompe il programma in onda per fornire aggiornamenti sulla situazione; su internet, i vari utenti si affrettano a mettere post sempre freschi per informare il resto del mondo, o a pubblicare commenti su commenti.
Nel migliore dei casi, l’attenzione della gente su quel fatto dura fintanto che dura l’interesse (commerciale) di giornali, televisioni e social network per quel fatto. Dopo di che, chi è stato vittima di quel fatto, resta solo a cavarsela con le conseguenze.
Questo tipo di atteggiamento della nostra informazione è figlio di un diffuso sentimento di lontananza, che è sicuramente qualcosa che è nella natura umana, ma che gli italiani hanno sviluppato fino alla perfezione, e cioè: un problema diventa veramente un problema soltanto quando mi tocca direttamente; se non mi tocca direttamente – e quindi è un problema altrui – non è un problema, o al più lo è finché me lo dice la televisione o facebook.
Prendiamo la questione terremoti. Certo, nell’immediatezza del fatto, tutti hanno dimostrato grande solidarietà ad Amatrice e agli altri centri colpiti; gli aiuti sono arrivati da tutte le parti d’Italia; tutti si sono inventati ogni modo per poter fare qualcosa per le popolazioni colpite. Ma dopo? Già ora, soppiantata da notizie di cavalcavia che crollano sulle auto in transito, di altri terremoti lontani e vicini, di manovre sulle pensioni, di gente che muore per banalissime operazioni di routine, di immigrati che sbarcano in cerca di chissà quale Eldorado, la tragedia di Amatrice già sta diventando per noi altri meno tragica. Per quella povera gente è adesso che cominciano i veri problemi, con la ricostruzione (e l’Italia è la regina del mondo quando si tratta di spartire i fondi per le ricostruzioni post terremoto…), il ritorno alla vita che si svolgeva prima della scossa, l’ambizione alla normalità che conoscevano.
La discutibile informazione italiota è figlia dello scollamento sociale e del senso di non appartenenza degli italiani, ma a sua volta è madre di due conseguenze.
La prima: tutto fa notizia. Proprio ieri, scorrendo il sito internet di un noto e diffuso quotidiano italiano per avere qualche informazione sul terremoto di Norcia, ho notato che sì, la notizia del sisma era la prima in alto nel sito, ma immediatamente dopo c’era Renzi che sponsorizzava il referendum costituzionale, e di fianco a Renzi, il risultato degli anticipi di serie A.
La chiesa di San Benedetto che stava lì da secoli ed ora è crollata vale tanto quanto un “sì” o un “no” tracciato su una scheda elettorale, e quanto un gol segnato o subito. Ed infatti, nella percezione quotidiana un ragazzo che si schianta a centocinquanta km/h, la nonnina che compie cento anni, o il tabaccaio che ha venduto il gratta&vinci milionario si equivalgono, perché tutte le cose vengono vissute con quella pacifico disinteresse di fondo che appunto si riserva alle cose che non ci toccano direttamente.
La seconda conseguenza: quando succede una cosa, se ne fornisce notizia (con lo stile detto prima), ma del problema non si cercano i veri responsabili, né si adottano soluzioni che impediscano un nuovo insorgere del problema. Piuttosto, si cerca il capro espiatorio a cui dare la colpa.
In questo gli italiani meriterebbero il premio Nobel. Qualsiasi questione non viene mai affrontata nel merito, ma si cerca semplicemente il Cireneo a cui gettare addosso la croce. I terremoti di queste settimane, o il viadotto sulla Milano-Lodi, ma anche cose più antiche come i tanti episodi di corruzione, la dicono lunga: mica si pone un rimedio al problema, cercando di investire su costruzioni più sicure e fatte con scrupolo. No, in Italia prima si versano un po’ di lacrime di coccodrillo; subito dopo, si fa un dibattito televisivo con opinionisti, giornalisti, sedicenti esperti, coinvolgendo esponenti dei ministeri, delle regioni, delle province, dei comuni e di qualsivoglia altro potere; questi vanno in scena, rinfacciandosi reciprocamente un po’ di vere o presunte responsabilità; poi trovano un paio di dirigenti da sacrificare sull’altare dell’opinione pubblica; e tutto resta com’era e si continua a costruire come e peggio di prima, così che al prossimo crollo il teatrino può ricominciare come e meglio di prima.
Cosa resta? Soltanto cercare di seguire il buon pastore, piuttosto che dar credito alla voce di mercenari, irresponsabili e cattivi, che sono i primi a scappare quando qualcosa va storto.
Vincenzo Ruggiero Perrino
