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La Pastorale Digitale intervista S.E. Mons. Marcello Semeraro

Eccellenza buongiorno e grazie per la Sua disponibilità. Per prima cosa volevamo porgerle i migliori auguri per la nuova nomina a Membro della Segreteria per le Comunicazioni. Ci può illustrare i piani e programmi di questo nuovo ed importante organo istituito da Papa Francesco con “Motu Proprio” del 27 giugno 2015.

La riforma che il Papa ha intenzione di realizzare nella Chiesa si basa fondamentalmente su di un processo di avvicinamento alla persona, per farsi prossimo ai nostri contemporanei, specialmente a quelli più lontani, più bisognosi, “le periferie esistenziali”! Una formula che gli è cara, parla di “cultura dell’incontro”. Il processo di cui si parla richiede, dunque, una comprensione più profonda della cultura di oggi, che è il “luogo” dove questo uomo abita. Anche la costituzione di un Segreteria per la comunicazione si colloca in tale orizzonte culturale. Infatti, il Motu proprio con cui la si istituisce inizia richiamando l’attenzione su «l’attuale contesto comunicativo», cioè su questo “luogo dell’uomo contemporaneo”, e marca il centro della riforma con un obiettivo chiaro: «In tal modo il sistema comunicativo della Santa Sede risponderà sempre meglio alle esigenze della missione della Chiesa». Queste due frasi possono essere lette come un programma per il nuovo dicastero. La questione è fare sì che tutto l’assetto comunicativo della Sede Apostolica, costituito in un nuovo ente (dove convergono le nove istituzioni che fino a questo momento in qualche maniera si sono occupate di comunicazione), possa fare fronte in modo adeguato alle inedite e accresciute necessità comunicative della Chiesa, chiamata a svolgere la sua missione in un mondo culturalmente nuovo. Non si tratta, perciò, nel nostro caso di una riforma economico-organizzativa, ma di una riforma essenzialmente pastorale, dal disegno chiaramente ecclesiologico. In questo periodo iniziale si va costruendo l’architettura dell’edificio, con attenzione a non disperdere le risorse, anzi a ottimizzare quelle già esistenti: c’è dunque tutto un impegnativo lavoro organizzativo ed economico; l’essenza, però, è pastorale e il centro è la missione.

Papa Francesco nei suoi discorsi utilizza fortemente riferimenti al modo ed alla cultura digitale. I nuovi media in particolare internet ed i social possono essere un dono di Dio, come ci ha ricordato Papa Francesco nel Messaggio per la XLVIII Giornata delle Comunicazioni Sociali del 2014 ma in quanto tali spetta all’uomo farne il corretto uso. Quali a suo avviso le opportunità offerte dalla rete e quali i maggiori pericoli?

Il primo aspetto da sottolineare è la realtà culturale contemporanea della quale, lo vogliamo o non, fa parte in modo inscindibile il “mondo digitale”. Questa connessione è un dato di fatto e non dipende da una scelta della Chiesa; anzi, come diceva Benedetto XVI, è un mondo nel quale la gente ci abita da tempo. È urgente, pertanto, che la Chiesa comprenda l’esistenza di una nuova cultura, di una nuova realtà e, come ripeteva sempre il papa Benedetto nei suoi messaggi per la Giornata Mondiale della Comunicazioni Sociali, di un nuovo continente con i suoi abitanti, i nativi digitali. Tutto questo fermento culturale in atto richiede una nuova evangelizzazione proprio come nei tempi apostolici «come allora…così ora», si legge nel Messaggio 2009. L’opportunità offerta dalla rete è quella di una missione innovativa, per andare a incontrare le persone là dove sostano per lunghi periodi, mentre si scambiano affetti, pensieri; dove, paradossalmente, possono sentirsi vicini coloro stanno lontano e lontani quelli che sono vicini. Queste dinamiche relazionali attraverso la rete, in tempo reale, non sono un mero e banale “cambio tecnologico”. Toccando gli aspetti relazionali dell’uomo, esse diventano una questione fondamentalmente antropologica, e quindi centralmente ecclesiale. Si tratta, allora, di una cultura che offre una grande opportunità per portare l’Annuncio fino agli estremi confini della terra!

Le sue potenzialità possono certamente dare origine a situazioni problematiche, causate da un utilizzo scorretto dei mezzi. Non si deve, però, pensare a un pericolo legato esclusivamente al digitale, perché esso riguarda, in realtà, tutta la vita dell’uomo, coinvolgendo la responsabilità personale nell’utilizzo corretto dei doni e degli strumenti che si hanno a disposizione. Qualsiasi realtà umana, infatti, diventa pericolosa, quando non è utilizzata nel giusto contesto, secondo le modalità e fini che le sono proprie, o con un obiettivo totalmente diverso al proprio. Così è anche la rete: in sé è un dono che ci consente di raggiungere le persone ed evangelizzarle, rimanendo con loro, accompagnandole facendo loro sperimentare la tenerezza e la misericordia di Dio. Pericoli? Può succedere, ad esempio, che qualcuno, abusando di queste tecnologie, rimanga intrappolato in una “finzione” che gli impedisce di discernere la realtà, diventando succube di un mondo virtuale. È un fenomeno di cui siamo quotidianamente testimoni, che va dalla rete del terrorismo allo sdoppiamento di personalità, al cyberbullismo, ecc. La sfida, però, è proprio qui: che questi doni possano veicolare la Misericordia di Dio e servano per raggiungere con la presenza dell’amore cristiano le più estreme periferie esistenziali.

La Pastorale Digitale ha da poco ricevuto una prima definizione sulla Rivista “Orientamenti Pastorali” edita dal COP (Centro di Orientamento Pastorale): “Pastorale Digitale è quell’uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare della Chiesa nel continente digitale. È esperienza di presenza che non si riduce a condividere risorse digitali, ma che attiva «storie» di relazione autentica superando il dualismo online-offline; è riflessione, fondata teologicamente e attenta alle scienze umane, per una presenza nei new media che sa di vangelo; è promozione di criteri per un uso dei media digitali che fa crescere «l’umano»; è promozione di sviluppo di applicativi. La pastorale digitale va inquadrata nell’ambito più ampio della pastorale delle comunicazioni sociali: essa, quindi, non è una pastorale «altra» ma una declinazione della presenza e dell’impegno ecclesiale nel suo complesso.” Quali ritiene nel suo ministero di Vescovo le applicazioni della Pastorale Digitale? Progetti per i prossimi anni come Diocesi di Albano?

 

Come Vescovo di una Chiesa particolare ritengo che laddove l’uomo si trova, abita, scambia affetti, pensieri e intreccia relazioni (nella fattispecie il continente digitale), lì la Chiesa dev’essere presente, pronta ad ascoltare, a intercettare domande, problemi, paure, speranze e aspirazioni. Si tratta di un nuovo spazio per l’azione pastorale, allo stesso livello della catechesi in preparazione ai sacramenti, dell’incontro in parrocchia, della visita agli ammalati nelle loro case o in quelle di cura, della visita alle famiglie specialmente per la benedizione pasquale, della celebrazione delle nozze ecc. Si tratta, in definitiva, di cogliere dei “luoghi d’incontro”. Diversamente potrà succederci di parlare senza che il popolo di Dio ci capisca, perché ci avverte lontani, fuori dalle loro case, dalla loro vita vissuta. L’impegno per una pastorale digitale è conseguente. Al riguardo aggiungerei che la pastorale digitale non è da intendere come un territorio per specialisti, ma per tutti coloro che si occupano di evangelizzazione. Le nostre omelie, ad esempio, devono necessariamente avere presente il mutato contesto comunicativo. In questa prospettiva, diventa chiaro pure il ruolo fondamentale della Segreteria per la Comunicazione affinché la Verità di sempre, il messaggio evangelico (Gesù che è lo stesso ieri, oggi e sempre) sia annunciato all’uomo d’oggi, che ha una sua modalità culturale, un linguaggio che gli sono propri; dei criteri di comprensione, una maniera di pensare, di esprimersi molto diversi rispetto al passato anche recente. La pastorale digitale non può trascurare questi aspetti di novità che ci domandano di ripensare il modo di proporre l’omelia, la confessione, la catechesi, il dialogo con chi è ancora fuori del tempio. Se oggi noi parliamo come se ci rivolgessimo a donne e uomini dei primi secoli dell’era cristiana, o del Medioevo, non ci capirebbe nessuno.

 

 

Firenze 2015 ci ha lasciato in eredità un metodo quello della sinodalità. Un recente lavoro di tesi a cavallo tra l’ingegneria della Conoscenza e la pastorale ha evidenziato l’importanza dell’ascolto delle opinioni religiose della gente nel web che oggi più che strumento è ambiente. Cosa ne pensa?

La sinodalità della Chiesa è dimensione estremamente importante. Nello scorrere dei tempi la Chiesa l’ha vissuta in forme e intensità diversificate. Oggi, però, con papa Francesco e sentita specialmente come eredità del Vaticano II, ha assunto un’importanza che non si può più ignorare. In un importante discorso pronunciato il 17 ottobre 2015 per il 50mo anniversario di istituzione del Sinodo dei Vescovi Francesco ha spiegato che «una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare “è più che sentire”. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare». È una prospettiva nella quale mi ritrovo in pieno, anche a fronte di chi intende primariamente la sinodalità come luogo di decisioni! Francesco, invece pone in primo piano l’ascolto reciproco! Ora, in ambito ecclesiale e nel linguaggio della tecnologia la rete può essere considerata il corrispettivo della sinodalità. In questo senso, possiamo affermare che gli aspetti teologici, ecclesiologici, da sempre presenti nella Chiesa, trovano nella cultura contemporanea un terreno fertile e fecondo per potersi sviluppare. Risulta altrettanto vero che la cultura contemporanea può trovare nella ricchezza della comunione, nella sinodalità della Chiesa, un luogo dove essere capita e quindi meglio evangelizzata e illuminata dal Signore. La sinodalità, perciò, è una prassi da sviluppare in tutta la sua ricchezza e poliedricità, perché a livello di evangelizzazione, nuova cultura, comunicazione, ecc. essa ci aiuta a capire che la Verità è qualcosa che si cerca e si vive insieme con gli altri. La costruzione della cultura, della vita e del cammino verso Dio è realtà nella quale ciascuno ha la propria responsabilità e tutti siamo invitati a conoscere la parte d’impegno che ci riguarda.

 

È ipotizzabile un osservatorio della Pastorale Digitale nel Lazio?

 

La domanda supera qui il mio ambito personale e impegna la responsabilità dell’intero episcopato locale e di specifiche figure pastorali regionali. Per darle una risposta potrei esprimere l’auspicio che collettivamente l’episcopato laziale voglia esplicitamente impegnarsi anche su questo fronte. Nell’ambito dei media c’è già un importante impegno nella pubblicazione domenicale di Lazio7 col quotidiano Avvenire. Personalmente ritengo che sia necessario iniziare a strutturare un osservatorio per intercettare domande e necessità in questo inedito territorio della pastorale ordinaria. Urgenti, ad esempio, pare la costituzione di spazi formativi per il Clero al fine di fare meglio conoscere il “linguaggio digitale” e questo non perché tutti debbano fare comunicazione digitale, ma perché tutti possano capire meglio l’uomo contemporaneo e perché tutti abbiamo un linguaggio e un discorso che possa meglio raggiungere l’uomo d’oggi, dal confessionale all’omelia.

Intervista a cura di Riccardo Petricca