n. 23 (27/02/2017)
“Diritti e diritti”
Un mezzo putiferio ha suscitato la notizia che all’ospedale capitolino “San Camillo” siano stati previsti concorsi ai quali possono partecipare soltanto medici non obiettori. La circostanza ha rinfocolato il dibattito sull’interruzione volontaria di gravidanza, che nella nostra repubblichetta è disciplinato dalla legge 194 del 1978.
Sul punto, come generalmente avviene – e varie volte ne ho già scritto su questa rubrica – si è fatto un gran parlare, mettendo a fuoco soltanto una parte della questione. E, del resto, è possibile trovare ragioni apparentemente condivisibili tanto tra coloro che hanno salutato la trovata come luminoso faro di civiltà laica, tanto tra quanti hanno invece criticato la scelta dell’ospedale di Roma.
I primi hanno apprezzato lo sforzo di garantire, ancorché tardivamente, un servizio sanitario. Ed in effetti era da tempo che associazioni varie avevano invocato questi concorsi esclusivamente dedicati ai non obiettori, poiché in alcune strutture la percentuale di chi si rifiuta di praticare aborti è del 100 %. Attenzione: è la legge dello stato a richiedere che nelle strutture pubbliche ci sia personale non obiettore. Con la paradossale conseguenza che se una donna vuole o deve interrompere una gravidanza, potrebbe capitare in un ospedale dove nessun medico pratica aborti. Una tale situazione, oltretutto, genererebbe costi aggiuntivi per pagare le prestazione di questi medici abortisti, da far intervenire appositamente in circostanze del genere. Perciò, concludono costoro, bene ha fatto il “San Camillo” a bandire un concorso per assumere medici non obiettori: i lungimiranti dirigenti non vogliono far altro che garantire un sacrosanto diritto.
Se non fossimo in Italia, e non sapessimo come e per quali reali ragioni di clientela o di carriera vengano banditi veramente i concorsi pubblici, sembrerebbe quasi una cosa vera e lodevole!
Tra i secondi figurano, ça va sans dire, i vescovi della CEI e le associazioni pro famiglia e pro vita. Ciò che appare francamente sorprendente è che sembrano piuttosto contrari alla scelta del “San Camillo” anche l’imperturbabile ministro della Salute (secondo una cui indagine il numero di medici non obiettori risulta sufficiente per coprire ampiamente la domanda di interruzioni volontarie di gravidanza, e ben si potrebbe ricorrere ad una procedura di mobilità), e Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale (che, buttandola sul tecnicismo giuridico, ha posto problemi di legittimità su un concorso che esclude gli obiettori, anch’essi titolari di un diritto fondamentale riconosciuto alla persona, e che non possono essere discriminati in ragione dell’esercizio di un tale diritto).
Ancora si è detto: un bando siffatto potrebbe essere impugnato perché viola le norme di proporzionalità in materia di diritto al lavoro. Altri hanno obiettato che non possono essere considerati disciminatori quei concorsi che richiedono determinati requisiti professionali (in tal caso, la disponibilità a garantire un servizio sanitario).
Il problema allora sembra essere: come fare per garantire il diritto all’interruzione di gravidanza e contemporaneamente il diritto di obiezione di coscienza? La L. 194/1978 garantisce l’obiezione di coscienza, ma (fedele al granitico stile di non aurea mediocritas tutto italiano) si guarda bene dallo specificare come assicurare questa possibilità garantendo allo stesso tempo l’aborto. Rimanendo necessariamente vaga sui mezzi, la legge lascia spazio al disinteresse e all’approssimazione, e al bandire concorsi alla “come viene viene”.
L’assurdità tutta italiana è che questo concorso, mirando all’assunzione di chi oggi è non obiettore, postula che gli assunti non potranno in futuro cambiare idea, e diventare obiettori! E invece, cambiare idea è proprio una libertà di tale ampiezza da non poter essere costretta in un bando di concorso. E, poi, come detto poc’anzi, in Italia l’aborto è regolato da una legge, che volente o nolente va rispettata, benché vetusta e figlia di un pressappochismo politico, culturale e sociale, del quale oggi noi paghiamo tutte le nefandezze.
A mio avviso la questione non è tanto “aborto sì, aborto no”, incidendo su questa scelta questioni di ordine etico, difficilmente circoscrivibili da articoli e commi di una legge. Ho poc’anzi detto che un medico da obiettore può diventare non obiettore e viceversa a seconda degli accadimenti della sua vita. Così come una donna, un giorno determinata ad abortire, si ritrovi in ospedale e cambiare completamente idea.
Piuttosto, la questione andrebbe inquadrata in termini logici e culturali. E qui nascono i veri problemi, perché nella devastazione culturale perpetrata da un quarantennio di sgangherata ed ipocrita politica finto filo-clericale, si è portato avanti un discorso di svuotamento delle coscienze dell’italiano medio, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. Tanto da non capire che l’aborto è solo la comoda scappatoia di un altro aspetto della vita, che viene pacificamente taciuto da tutti, e cioè che in Italia manca nella maniera più incredibile possibile anche la più elementare forma di educazione alla sessualità e ad un degno modo di viverla.
In una società in cui la mercificazione dei corpi e delle persone è all’ordine del giorno – magari poi giustificandola con il fatto che “in Europa sono molto più avanti di noi sui diritti civili”, come se diritto civile fosse solo quello di garantire aborto ed eutanasia, e non anche quello di garantire, per esempio, ad un studente trasporti pubblici per andare a seguire le lezioni all’università – è naturale il baratto di valori, che portano a sopprimere una vita in nome della legge, e a voler trovare chi fa il lavoro sporco al posto nostro (il non obiettore nel caso di specie).
La legge sull’aborto venne varata in un periodo in cui in Italia vigeva il potere assoluto della Democrazia Cristiana. In altre parole i cattolicissimi italiani votavano i loro corruttibili amici per farsi sistemare in posti d’oro (giurando sull’adesione ad un credo, del quale in realtà non conoscevano nemmeno le regole fondamentali), però poi approvavano divorzio e aborto, in aperta contraddizione con quei valori che sbandieravano da pulpiti e comizi.
Ci vorrebbe più coerenza, tanto nel bandire un concorso per un posto pubblico, quanto nel vivere la propria sessualità in maniera dignitosa, quanto nel porre rimedio ai “guai” comessi senza volersene lavare le mani in nome di una legge o di un decreto.
Vincenzo Ruggiero Perrino
