n. 21 (13/02/2017)
“Epilessie dell’amore”
Il calendario ci informa che domani si festeggiano tanto i santi (e fratelli) Cirillo e Metodio (vissuti nel IX sec. ed evangelizzatori dei popoli Slavi), quanto san Valentino, vissuto tra il II e il III sec., e considerato patrono degli innamorati e protettore degli epilettici.
Non me ne vogliano i santi fratelli di Tessalonica, se questa puntata della rubrica la dedico ad una riflessione sull’amore, o meglio su quello che dovrebbe essere il vero senso dell’amore.
Diciamo subito che la festa di San Valentino, in qualità di santo benevolo verso gli innamorati, è piuttosto antica, risalendo al IV sec., quando gradualmente sostituì i riti pagani di fertilità, dedicati al dio Luperco e considerati in contrasto con la morale e l’idea di amore dei cristiani. Sarebbero stati poi i benedettini, custodi della basilica dedicata al santo a Terni, a diffondere questa tradizione.
Come ho già avuto modo di scrivere in altre circostanze, “amore” è una parola che ricorre frequentissimamente nella nostra quotidianità: tutti parlano/leggono/scrivono/cantano/discettano di amore (non solo i credenti), ma difficilmente qualcuno saprebbe esattamente definire il giusto atteggiamento e comportamento associabile a questo sentimento. Che, a mio modestissimo parere, appare essere largamente frainteso.
Di questo fraintendimento dobbiamo dire grazie al diffusissimo senso di superficialità e precarietà che aleggia su tutte le cose umane, e anche alle distorsioni imposte da una cultura che privilegia l’apparenza sull’essenza, la fugacità e la provvisorietà sulla durata, la brevità sull’impegno costante. Tanto che il più delle volte le due forme di protezione associate a San Valentino sembrano coincidere: si passa con tale facilità dall’essere innamorati di una persona all’essere innamorati di un’altra, che pare quasi una crisi epilettica!
Per iniziare, per una volta non parto dal dettato evangelico, al quale farò riferimento dopo, ma da una folgorante riflessione di uno dei massimi drammaturghi del Novecento, a me particolarmente caro, Bertolt Brecht. Questi scrive: «È una sciocchezza molto diffusa collocare l’amore al di sopra dell’amicizia e considerarlo inoltre come qualcosa di completamente diverso. L’amore tuttavia vale solo per l’amicizia che hai in sé, ed esclusivamente grazie a essa riesce sempre a ricrearsi. L’amore corrente viene servito solo quando fa difetto l’amicizia».
Credo che l’autore tedesco abbia colto straordinariamente bene il senso della questione. L’amicizia (ovviamente parlo dell’amicizia vera) è probabilmente l’unico sentimento umano ad avere un’essenza concreta, materiale, tangibile. Con un amico si condivide una parte importante del proprio io; gli si affidano talora pensieri e confidenze che nemmeno ad un marito o ad una moglie si confidano; gli si chiede un aiuto pratico nelle ambasce della vita; ci si scambia libri, dischi, cose; si prestano soldi; si divide un pezzo di pizza.
Soprattutto un amico è quella persona con la quale ti capita anche di litigare o discutere, ma sempre nel reciproco rispetto, e cercando di superare la questione, attraverso il dialogo e il confronto dialettico. Non è un caso che “l’amico/a” che si può avere la fortuna di incontrare nella vita è sempre e soltanto uno; gli altri – che magari pure consideriamo amici – sono sempre almeno un gradino più sotto di lui/lei.
Quanti fanno altrettanto con il proprio partner? Quante persone conoscete che vivono con amicizia il rapporto con la persona (o le persone) che dicono di amare? Io quasi nessuna. Anzi: il trend è quello di separarsi al primo insorgere di una difficoltà o di un’incomprensione, di mettere l’altro alla porta solo perché non ha fatto-detto-pensato quello che noi ci aspettavamo facesse-dicesse-pensasse, e in generale di lasciarsi, appena viene messa in discussione la maniera autoreferenziale con cui si è impostato un rapporto d’amore.
Il preoccupante aumento delle separazioni e dei divorzi – viepiù incoraggianti dalle semplificazioni burocratiche che la recente legislazione nazionale ha introdotto – è la spia più evidente che la società di oggi è portata a vivere i rapporti di coppia (o comunque i legami amorosi), piuttosto come una sorta di innamoramento continuo: appunto una continua crisi epilettica dell’amore.
Per quanto qualche lettore di questa rubrica possa arricciare il naso, a me pare di cogliere più di qualche assonanza tra la riflessione di Brecht, che era ateo e marxista, e alcune cose che Gesù dice ai suoi discepoli, in ordine alla componente di amicizia di cui deve sostanziarsi l’amore per il prossimo.
Infatti, ci racconta Giovanni (15, 9-17) che Egli, raccomandando ai suoi discepoli l’esercizio dell’amore poco prima dell’arresto e della condanna, impartisce loro un comandamento, “che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi”. Che detta così è un po’ il “non desiderare la roba d’altri”. Bello a dirsi, ma poi quanti veramente riescono a non invidiare il riccone di turno per i soldi che ha?
Perciò, se il discorso di Gesù si fosse concluso con il solo comandamento (che poi tale non è perché sembra piuttosto un consiglio che un vero e proprio “ordine”), sarebbe stato confinato in quello spazio di genericità, che è il marchio di fabbrica dell’umanità contemporanea, la quale pretende di racchiudere tutto in un tweet o in un’esclamazione, senza spiegare alcunché.
Invece, subito dopo, c’è la specificazione e la spiegazione del senso dell’amarsi gli uni gli altri: “dare la vita per i propri amici”. Infatti, Gesù dice ai suoi discepoli: “Voi siete miei amici […]. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi ho chiamato amici”.
Mi pare chiaro: nell’amore che gli uni devono avere verso gli altri, l’atteggiamento è (anche) quello dell’amicizia, che fa da motore e da carburante in un rapporto, che, diversamente, si insterilirebbe ben presto (come di solito infatti accade). E questo vale per l’amore verso un partner (che, spesso, si sostanzia di sola passione o attrazione), verso i figli (molto spesso frainteso con un oppressivo senso di protezione, o al contrario di malecelato disinteresse). E dovrebbe valere anche per l’amore che tanti dicono di avere verso il prossimo in genere e verso Dio.
Non a caso, il “trucco” per una vita felice è amare il prossimo e Dio come se stessi: in altre parole comportarsi con tra amici tanto con il prossimo quanto con Dio, del quale ci mostriamo rispettosi, vivendo (e non limitandoci a blaterare) i suoi insegnamenti…
Vincenzo Ruggiero Perrino
