n. 25 (13/03/2017)
“Esortazioni quaresimali: 1) la vera preghiera”
Ieri è stata celebrata la seconda domenica di quaresima, periodo dell’anno che i cristiani autentici dovrebbero dedicare particolarmente a tre attività (le quali, a ven vedere, dovrebbero essere vissute nella quotidianità di tutti i giorni). Esse sono: la preghiera, il digiuno, l’elemosina. Si tratta di tre modi complementari di vivere in maniera responsabile la propria fede. E non a caso, concludendo la prima puntata dell’anno de Il serpente prudente, auguravo a me stesso e ai lettori che il 2017 potesse essere per ognuno l’anno della responsabilizzazione. Poiché questa rubrica vuole porsi (tra l’altro) come occasione di riflessione consapevole e calata nel vissuto di tutti i giorni, mi sembra opportuno focalizzare l’attenzione sulle tre esortazioni quaresimali, dedicando a ciascuna di essere una puntata.
In questa di oggi cercherò (ovviamente senza alcuna pretesa di completezza) di dire qualcosa sulla preghiera, anche sulla scorta di qualche riflessione condivisa con il mio migliore amico. Preghiera sulla quale penso ci sia più di qualche fraintendimento.
Diciamo subito che la preghiera è il principale strumento di dialogo che il cristiano ha con Dio. Un dialogo che non può in alcun modo e in alcuna misura porsi all’esterno di un rapporto di fede (concetto, anch’esso viepiù frainteso con la mera fiducia; sul punto si veda quanto scritto nella puntata n. 17). Se la vera fede non deve limitarsi ad un atteggiamento di passiva fiducia in Dio, quasi come se a lui toccasse fare tutto il lavoro e a noi solo di goderne i frutti o di patirne le punizioni, di conseguenza anche la preghiera non può essere limitata ad un mero sgranare rosari, o ad una serie di richieste nella trita formula del do ut des. Il che, invece, è quello a cui normalmente si vincola il nostro pregare.
In secondo luogo, la preghiera, in quanto dialogo, presuppone anche una fase di ascolto. Questa dimensione dell’ascolto presuppone una disponibilità da parte del cristiano che va oltre la pura e semplice fiducia (nel qual caso si limiterebbe ad un vago “sentire”). L’ascolto è un modo di “entrare” dentro la parola, per capirla innanzitutto e viverla pienamente. Non a caso, quando Gesù porta con sé Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte, e innanzi a loro viene trasfigurato ed essi lo vedono chiacchierare con Mosé ed Elia, ciò che dice la voce del Padre è appunto: “Ascoltatelo”.
Che per noi, vissuti dopo duemila anni, diventa, per ovvi motivi, un “leggetelo e comprendetelo”, cioè comportatevi allo stesso identico modo in cui lui fa e vi dice di fare. Tanti, anche in ragione dell’antichità di certi racconti, e anche a causa di millenni di arzigogolate spiegazioni che si è voluto trovare a questo o a quel passaggio evangelico, possono essere facilmente portati a credere che Gesù parli per astrazioni, per concetti filosofici di difficile interpretazione.
Niente di più inesatto. Anzi, con molta probabilità la Bibbia in generale e i Vangeli in particolare sono quanto di più materiale e pratico sia stato mai scritto. Non un manuale di precettistica, al pari delle nostre sgangherate leggi civili, ma un vero e proprio vademecum di situazioni di sconcertante attualità e concretezza.
Perciò, la preghiera non può ridursi ad un “ho fame, fammi trovare da mangiare”, oppure ad un “sono povero, fammi vincere la lotteria”, o ancora “non mi piace il mio lavoro, fammene trovare un altro”. E poi aspettare che il cibo, i soldi o il nuovo lavoro piovano dall’altro. Se Dio esaudisse questi monologanti desideri, senza che ci sia la minima consapevolezza di cosa si chiede, e senza che ci sia il minimo impegno concreto da parte dell’uomo, negherebbe di fatto il libero arbitrio di cui ha fatto dono all’umanità. E Lui stesso diventerebbe qualcosa di più simile ad un mago che non una divinità!
Del resto, non si può essere buoni cristiani praticando una preghiera, del tipo: «Visto che vengo tutte le domeniche a messa, fammi trovare un lavoro, oppure fammi vincere la lotteria, o fammi guarire dalla malattia». Anche gli scribi e i farisei praticavano una rigida osservanza formale della legge, eppure questa osservanza solo epidermica non gli evitò di essere oggetto delle severe parole di Gesù.
E noi oggi assomigliamo piuttosto a scribi e farisei che non a veri cristiani, incapaci come siamo di ascoltare e di saperci mettere in un atteggimento di vera preghiera, che non è tanto un chiedere, quando un rendersi disponbili a seguire la parola di Dio.
Non a caso, consapevole che non era facile per i suoi contemporanei comprendere il senso della vera preghiera, fu proprio Gesù ad insegnargli come pregare. E nella preghiera che lui insegnò si parla di “fare la tua volontà”; “rimmetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo”. Cioè anche nel “Padre nostro”, è evidente che Gesù non insegna una preghiera che contiene richieste, ma una preghiera che contiene una messa a disposizione, un’attività in prima persona nel senso di compiere la volontà di Dio, osservare ciò che Egli dice. Solo in tal caso, la nostra richiesta potrà trovare esaudimento.
Valga come esempio l’episodio (Lc. 11, 5-13) dell’uomo che si reca dall’amico a notte fonda per farsi prestare un po’ di pane. Ebbene, quello è un ottimo esempio pratico di “preghiera”, presupponendo che l’uomo deve comunque uscire di casa, andare dall’amico, bussare, sapere cosa chiedere, e soprattutto insistere perché gli dia ciò che chiede.
Dunque, la preghiera non è una mera richiesta, al pari di una domanda in carta da bollo, che ci verrà accolta o respinta a seconda del se l’abbiamo formulata correttamente o meno. Essa è piuttosto un “fare” qualcosa di concreto seguendo la volontà di Dio. Solo così, potremo dire al gelso “sradicati e vatti a piantare nel mare”.
Vincenzo Ruggiero Perrino
