n. 26 (20/03/2017)
“Esortazioni quaresimali: 2) il vero digiuno”
Come accennato nella puntata di lunedì scorso, con l’approssimarsi della Pasqua, vorrei riflettere insieme con i lettori sulle tre esortazioni pasquali alla preghiera, al digiuno e all’elemosina. La volta passata ho cercato di riassumere un po’ di idee sul senso della preghiera, da intendersi più come dialogo (e quindi con momenti di ascolto, oltre che di discussione), che non come attività monologante (con richieste di stampo do ut des). Oggi, cercherò di dire qualcosa sul digiuno.
Analogamente a quanto avviene per la preghiera, la pratica del digiuno – complice un’equivocata interpretazione secolare veicolata anche dai pulpiti – è stata e tuttora è largamente fraitesa, venendo per lo più limitata ad una scrupolosa osservanza di una regola dietetica. Del resto la quaresima cade grosso modo all’inizio della primavera, e quale occasione migliore per evitare di mangiare questo o quel cibo, unendo l’utile al dilettevole in vista della non lontana “prova costume”?
Infatti, ricordo bene che da piccolo, soprattutto per il mese mariano, chi più chi meno si impegnava a tener fede ai cosiddetti “fioretti”, che avevano tutti a che fare con l’alimentazione. C’era, così, chi per l’intero mese di maggio non mangiava dolci e gelati, chi invece si privava della pizza, chi delle patatine. Ricordo che una volta, un mio conoscente si nutrì di pane ed acqua per tutti i trentuno giorni del mese!
Nella storia della chiesa, tanti santi, a cominciare da Francesco d’Assisi, praticavano spesso e volentieri l’astinenza dal cibo. E, se guardiamo indietro nella storia dell’umanità, scopriamo che il digiuno terapeutico non è una pratica moderna: già Platone, Socrate e Plutarco lo praticavano perché ritenevano che migliorasse le loro prestazioni fisiche e mentali; gli arabi e gli egiziani lo consigliavano come cura per tutte le malattie.
In generale, nelle tradizioni religiose ed esoteriche il digiuno è visto come una tecnica utile per riconnettersi al divino. E pare addirittura che anche la laicissima scienza ne abbia dimostrato la grande efficacia: basta non mangiare per 24 ore, per innescare dei processi benefici in tutto il corpo, dal cervello al cuore e fino a fermare la crescita del cancro. Prestigiosi scienziati americani hanno confermato che un semplice digiuno di 24 ore, meglio se ripetuto periodicamente, fa aumentare la resistenza del corpo, consuma più colesterolo, riduce il numero delle cellule adipose e, non ultimo, diminuisce il rischio di diabete e malattie del cuore e può arrestare il cancro.
Tuttavia, ancorché benefico per il corpo, non necessariamente il digiuno – inteso come astinenza dal cibo – è benefico per lo spirito. Vero è che Gesù fu condotto nel deserto per essere tentato dal diavolo, e dopo aver digiunato 40 giorni e 40 notti alla fine ebbe fame (Mt. 4, 1-2). Il tentatore gli disse: «Se sei figlio di Dio fa che queste pietre siano pane». Egli rispose: «Non di pane soltanto vivrà l’uomo». Per logica, è possibile affermare che non rinunciando al solo pane si salverà l’uomo! E, infatti, è sempre Matteo che ricorda (15, 11) l’ammonimento di Gesù: «Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!».
Su questa preziosissima traccia possiamo allora capire qual è il senso del vero digiuno (che, ovviamente, non può essere disgiunto dalla pratica della vera preghiera), fermo restando che, se tradizioni e da ultimo anche la scienza ci consigliano di rinunciare a qualcosa da mangiare, male non facciamo a nutrirci in maniera più sana.
Per esempio: piuttosto che rinunciare alla pizza o ai gelati, ci si potrebbe sforzare di astenersi dal giudicare gli altri (pratica nella quale, me in testa, siamo particolarmente specializzati), e cercare invece di capire le ragioni degli altri e provare ad avere con loro un confronto costruttivo.
Ci si potrebbe astenere dall’avere comportamenti arroganti e offensivi verso i colleghi di lavoro, e cercare di sopportare le manchevolezze altrui (che alla fine non sono mai più gravi delle nostre).
Un atteggiamento che oggi va per la maggiore (a cominciare da chi scrive) è quello di essere sempre scontenti, lagnosi e soprattutto scoraggiati, come se chissà quali irrecuperabili sciagure ci siano piovute tra capo e collo. Piuttosto, sarebbe un ottimo digiuno quello di mostrare gratitudine per quel poco di buono che si riesce a combinare quotidianamente (che non è il puro e semplice guardare il bicchiere mezzo pieno, bensì un rimboccarsi le maniche e cercare di cambiare quello che è in nostro potere cambiare, confidando nell’aiuto di Dio).
Spesso, soprattutto ascoltando le notizie riguardanti i nostri degni rappresentanti politici, ci mostriamo risentiti e arrabbiati dei privilegi di cui godono loro. Ecco: un buon digiuno sarebbe quello di ammettere che, in fin dei conti, dal portiere del palazzo al presidente della repubblica, dal parcheggiatore abusivo al capo cosca mafioso, tutti, ma proprio tutti, abbiamo i nostri privilegi ai quali restiamo attaccati saldamente, chiedendo che siano sempre gli altri a riunciare ai propri.
Ancora: un altro proficuo digiuno (salutare anche per la salute del corpo oltre che dello spirito) è quello di astenersi dal preoccuparsi del domani: tutti, anziché vivere l’oggi (e affrontare i problemi dell’oggi), vivono sempre proiettati verso i problemi del giorno dopo, con la conseguenza che non risolvono né i problemi più vicini, né quelli più lontani. E può anche capitare che ci prefiguriamo scenari fastidiosi, problematici o irrisolvibili, che poi si rivelano essere soltanto sciocchezzuole che non richiedono più di un quarto d’ora di tempo.
Un digiuno che farebbe bene a tanti potrebbe essere quello di astenersi dagli atteggiamenti di superiorità, come se il destino dell’umanità dipendesse sempre e soltanto da noi, come se nessun altro fosse capace di fare quello che facciamo noi. Bisognerebbe invece assumere un comportamento più umile: tanto, in ufficio, in famiglia, tra gli amici e finanche tra i nemici, se non ci fossimo noi, si andrebbe avanti ugualmente, perché se una cosa non la facciamo noi la potrebbe tranquillamente fare qualche altro.
Insomma: bisognerebbe imparare a vivere il digiuno non come pratica privativa, ma come pratica propositiva, cercando di evitare quei comportamenti usuali e facendo qualcosa di diverso e di migliore, che normalmente non facciamo mai. Altrimenti, nel migliore dei casi saremmo dei buoni farisei e scribi, che continuano ad osservare superficialmente una regola, ma che continuano a mettere il vino nuovo in recipienti vecchi…
Vincenzo Ruggiero Perrino
