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Il Serpente Prudente – Fede e Fiducia

n. 17 (16/01/2017)

“Fede e fiducia

Qualche settimana fa, trovandomi a conversare con il mio più caro amico – che ringrazio per l’occasione di riflessione che mi ha fornito – ci siamo reciprocamente scambiati opinioni su quale sia il senso della fede che noi diciamo di professare. Ho creduto opportuno condividere con i lettori di questa rubrica gli esiti di quelle riflessioni.

Con ogni evidenza, comprendere esattamente di cosa parliamo quando pronunciamo la parola “fede” è fondamentale per il vero cristiano. Con altrettanta evidenza, per quanti affermano con approssimazione e superficialità il proprio essere cristiani, la questione invece rileva in modo più marginale, potendo disinvoltamente confondere concetti e questioni.

Ed, infatti, il concetto di fede sovente viene confuso, anzi, per meglio dire, viene limitato al concetto di “fiducia”. Invece, mi pare piuttosto chiaro che la fede e la fiducia siano due dimensioni sottilmente diverse, benché la fede comprenda anche la fiducia.

Bisogna riconoscere che i (sempre più pochi) sacerdoti, presi dai tanti impegni a cui cercano volenterosamente di far fronte, non sempre spiegano con sufficiente chiarezza questa differenza. Spesso si sente dire dai pulpiti che avere fede in Dio significa a Lui affidarsi, confidando che nella Sua infinita misericordia sappia come far girare nel verso giusto il mondo e gli umani, disponendo tempi, modi e luoghi delle azioni.

Insomma, sembra quasi che fede in Dio equivalga né più né meno all’avere completa fiducia che Lui, in un modo o nell’altro, faccia funzionare le cose, ritagliando per noi altri un comodo ruolo di irresponsabilità, del tipo: “Sono venuto a messa, prego che la tale cosa vada bene, e quindi ora tocca a te, Dio, fare in modo che quella cosa vada bene, perché io ho posto la mia fiducia nella tua benevolenza”.

Ebbene, l’atteggiamento della fiducia è piuttosto ovvio: la cosa più normale per un figlio è avere fiducia nel padre, affidarsi alla sua guida, alla sua comprensione, alla sua compassione. E, tutto sommato, è anche un modo di vivere il rapporto con Dio che non richiede un particolare sforzo né di volontà, né intellettuale. Però, è anche una dimensione esistenziale che, proprio per la sua “semplicità” non può essere confusa con la vera fede, che richiede invece, un impegno un po’ più consapevole e profondo, o meglio un’attiva partecipazione dell’uomo nell’azione divina. Diversamente, tutta la questione si esaurirebbe in un “ho fiducia in Dio, lascio fare a lui, senza assumere alcuna responsabilità”.

Credo che si possano citare almeno due episodi evangelici, che forniscono un’ottima traccia per capire cos’è la vera fede, che, è bene ripetere, include senza dubbio una componente di fiducia, ma altrettanto indubbiamente non può con quella essere confusa.

Il primo ce lo racconta Luca (17, 6), e può spiegare che fede non è solo fiducia. Gesù, intervenuto a scacciare un demonio da un ragazzo (impresa nella quale i discepoli non erano riusciti), li ammonisce, dicendo: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe». È evidente che Gesù non sta dicendo ai suoi discepoli: “Abbiate fiducia in me, che vi tiro fuori dai pasticci”. Sicuramente per andargli dietro per mezza Palestina, con i pericoli che questo comportava, avevano fiducia in Lui. E del resto, se Egli voleva indicare un mero atteggiamento di fiducia in Dio, avrebbe detto: “Se avete fiducia in me quanto un granello di senape, preghereste me di dire al gelso, eccetera”.

Dunque, la vera fede, anche in una misura minima, permette al credente di poter autonomamente dire al gelso di piantarsi nel mare. Il che fa pendant con quanto Gesù altrove (Gv. 14, 12) afferma: «Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi».

È bene tuttavia precisare che la vera fede non serve a fare prodigi e magie del tipo appunto di spostare le cose come farebbe Silvan. La vera fede è l’atteggiamento di chi, con piena e libera consapevolezza, accetta la condizione esistenziale di chi cammina per la Via che conduce alla Verità e dunque vive con pienezza la Vita. È dunque l’atteggiamento di chi “sa” e non solo “spera” che l’osservare la Parola e fare le stesse cose che ha fatto Gesù, sia la strada giusta. Le cose grandi che farà chi ha fede non sono certo spostare le montagne, o far apparire dal nulla un forziere pieno di dobloni d’oro: sono piuttosto opere intese a vivere con pienezza gli insegnamenti di amore e misericordia di Gesù.

Il secondo episodio, che ancor meglio chiarisce quale deve essere l’atteggiamento dell’uomo che ha vera fede, è in Luca (15, 11-32), ossia nella cosiddetta “parabola del figliol prodigo”. Usualmente, nella percezione popolare, l’attenzione è focalizzata sull’atteggiamento del padre nei confronti del figlio, che prima sperpera la sua parte di eredità e poi, pentitosi, ritorna a casa. Però, per capire quale sia la consapevolezza che è alla base della vera fede, bisogna rileggere quel che il padre dice all’altro figlio, quello che fa l’offeso.

Il padre gli dice: «Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua». Dunque, chi ha fede “sa” (e non si limita semplicemente a “sperarlo”), in virtù del rapproto che lega un figlio che vive sempre insieme al padre, che ogni cosa del padre è sua. Del resto, quale figlio nella casa del padre si comporta da ospite, confidando nel fatto che il suo anfitrione lo tratti bene, o gli permetta di accendere la televisione o di prendere un bicchiere d’acqua? Non si comporterà piuttosto da padrone nella casa di suo padre, dispondendo dei beni del padre come fossero i suoi?

Ecco, possiamo concludere che la fede è avere la certezza (e non solo la fiducia) di essere figli di un Padre, che chiede solo di avere verso il prossimo lo stesso atteggiamento di misericordiosa compassione, che gli ha nei confronti di ciascuno, e in tal modo poter compiere le stesse opere che Egli compie.

Vincenzo Ruggiero Perrino