5 (17/10/2016)
“Giullari e menestrelli”
Mentre nella gaia repubblichetta ci si trastulla se votare “no” oppure “sì” ad un referendum, il dibattito sul quale assomiglia sempre più ad una sceneggiata di quart’ordine, quasi fosse un modo per sviare l’attenzione da più gravi e serie questioni (una su tutte la sicurezza delle persone nelle zone a rischio terremoti), la settimana è stata caratterizzata da due notizie, per un certo verso speculari: la morte di Dario Fo e il premio Nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan.
I giornali italiani, che normalmente si beano di queste trovate fataliste, hanno visto nel duplice accadimento una sorta di passaggio di testimone del premio più ambito del mondo da un vecchio giullare ad un altrettanto vecchio menestrello. Entrambi, però, artisti non solo di gran fama, ma anche artisti veri, genuini e coerenti con l’idea di arte fino al punto di reinventarsi ogni volta, ad ogni spettacolo e ad ogni concerto.
La morte del nostro Fo – uomo di teatro (e non solo) dalla lunghissima carriera, che ha attraversato praticamente tutto il Novecento e oltre, cercando di spiegare a sé e agli altri tutte le grandi e piccole contraddizioni politiche, sociali ed estetiche del mondo – ha dato luogo alla consueta ridda di commenti di quelli che si credono ben informati, o di quelli che finalmente, non potendo più replicare il diretto interessato, possono togliersi il sassolino dalla scarpa.
Tra questi ultimi come non ricordare almeno il commento di “ser” Renato da Venezia (parliamo di Brunetta, che sembra un personaggio uscito da qualche novella di Boccaccio, per quanto è irreale), già incredibile ministro di qualche governo di un’altra assurdità politica chiamata Berlusconi, che non ha trovato niente di meglio da dire che «Con me è stato razzista per via della mia altezza».
Ora: prescindendo che la considerazione sull’altezza è nient’altro che la verità, io credo che il piccolo (e non mi riferisco all’altezza) Brunetta avrebbe dovuto, da vero uomo quale vuol far credere di essere, affrontare la questione del presunto razzismo di Fo, quando questi era ancora vivo, chiederne le ragioni, pretendere spiegazioni ed eventualmente le scuse. Troppo comodo tirare fuori la questione adesso che quell’altro non può più sbeffeggiarlo (come sempre Fo faceva con gli ometti del potere).
Sul versante dei ben informati, come sempre accade quando scompare una persona nota, ecco che tutti escono allo scoperto, tutti a dichiararsi compagni da una vita, tutti pronti a raccontare aneddoti di tanto tempo fa, poco importa se veri o meno, in una celebrazione del defunto che è esattamente quello che la gente vuole sempre: non la verità, ma una versione tranquillizzante della verità.
Tutti a fare gli amiconi di una persona che, dalla fine degli anni Sessanta alla metà degli anni Ottanta, è stata osteggiata finanche da quelli della sua stessa parte politica, probabilmente perché troppo coerente nei fatti con le idee che professava. Ben ha detto il figlio Jacopo che in vita lo hanno ostacolato in tutti i modi e ora da morto tutti vogliono celebrarlo. Probabilmente le uniche persone che hanno tutti il diritto di dirsi “amici” di Fo sono la gente comune, quelli che erano operai negli anni Settanta, e che andavano a vedere i suoi spettacoli, partecipando attivamente per cambiare in meglio la società.
Sorprendentemente (si fa per dire), nessun giornale ha riportato nemmeno una parola di qualche storico del teatro, che di Fo conosce veramente il percorso di vita e di arte. Tutti hanno scritto le solite cose trite e ritrite sulle origini del suo teatro dai racconti dei fabulatori, sul suo impegno politico da vero comunista (non come tanti che lo erano solo per apparire contro, senza veramente esserlo), il suo essere stato ostracizzato dalla Rai democristiana.
Poteva essere invece più utile spiegare, giacché pochi lo sanno, perché il suo modo di fare teatro è stato tanto importante da meritargli il premio Nobel, e spiegare che in fondo parlare di giullare e di menestrello è sostanzialmente la stessa cosa. Mentre, appare evidente anche ad un cieco che Dario Fo (il giullare) e Bob Dylan (il menestrello) non potrebbero essere più diversi!
E veniamo alla seconda questione: il premio Nobel per la letteratura assegnato ad un cantautore. Alcuni sono stati d’accordo altri no, come è normale e come era accaduto anche nel 1997 in occasione del conferimento del premio a Fo. «Che c’entra un uomo di teatro con la letteratura?», fu detto. E oggi: «Che c’entra un cantautore con la letteratura?».
Premesso che a porre la questione non sono tanto gli autori americani (alcuni dei quali, anzi, si sono galantemente congratulati con il “collega” Dylan), bensì soprattutto scrittori italiani (l’unico in odore di Nobel, Sebastiano Vassalli, è purtroppo deceduto qualche tempo fa, lasciando a scornarsi un gruppetto di modesti raccontatori provincialotti che in Svezia probabilmente non sanno nemmeno che esistono), in fondo guardando all’antichità, poesia, musica, declamazione scenica e danza erano manifestazioni di un’unica ispirazione di natura divina.
Abbiamo numerose testimonianze che attestano che i versi venivano spesso accompagnati da musica, venivano spesso recitati a teatro a guisa di monologhi, venivano spesso arricchiti da movimenti coreografici. Quindi, Dylan (che oltretutto era nella lista dei papabili da diversi anni), cantando i suoi versi, effettivamente non fa altro che rinverdire una tradizione plurimillenaria.
Il punto semmai è un altro. Il premio Nobel della letteratura, secondo le volontà testamentarie del suo istitutore, dovrebbe essere assegnato ha chi abbia “prodotto il lavoro di tendenza idealistica più notevole”: si parla di “lavoro” non di “libro”. Perciò, da un punto squisitamente giuridico bene fa l’Accademia di Svezia a premiare anche chi usa altri tipi di scrittura che non siano quelli tradizionali della narrativa. Perché non premiare chi scrive con le immagini, con i disegni, con i colori?
Tuttavia, il premio andrebbe assegnato a qualcuno meno attempato, per permettergli con i soldi del premio di continare a ricercare nuove forme espressive. Dylan ha 75 anni, e il meglio della sua genialità compositiva lo ha già dato da tempo. Perciò, se proprio non si poteva fare a meno di polemizzare con questo premio, si sarebbe dovuto piuttosto puntare il dito sul fatto che il premio Nobel (un po’ come l’Oscar speciale per il cinema) è da tempo diventato un premio alla carriera e non alla produzione del lavoro di tendenza idealistica più notevole.
Vincenzo Ruggiero Perrino
