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Il Serpente Prudente – Imparare a morire

n. 11 (28/11/2016)

“Imparare a morire

Ci avete fatto caso? Il rapporto con “nostra sora morte corporale” degli uomini di questo tempo si è attestato su un duplice versante. Da una parte c’è chi vuole morire a tutti i costi, tanto da invocare un proprio “diritto a morire”, a rifiutare le cure per se e per i suoi, in nome di una presunta dignità umana. Cosa ci sarà di dignitoso nel morire di propria spontanea volontà non mi è tanto chiaro, nemmeno quando si è ridotti a poco più di un vegetale.

Da un’altra parte ci sono invece quelli che non si rassegnano alla naturale evidenza che è da sempre il minimo comune denominatore di qualsiasi forma di vita, e cioè che prima o poi bisogna morire. E allora ecco che ci si è inventati una soluzione, al momento ancora in odore di fantascienza (ancorché largamente sperimentata): l’ibernazione.

Se prendiamo un qualsiasi dizionario, scopriamo che la parola “ibernazione” deriva dal latino “hibernare”, cioè “ritirarsi per svernare”, e in biologia indica la riduzione al minimo delle funzioni vitali per favorire la sopravvivenza. Diciamo che può essere assimilata al letargo negli animali.

In realtà la pratica viene utilizzata in via preventiva già da un po’: in particolari interventi chirurgici (specie cardiologici), si abbassa artificialmente la temperatura del corpo; oppure gli organi da trapiantare vengono conservati a temperature molto basse (ma non al punto di congelamento); invece l’ibernazione in azoto liquido (più correttamente definibile come crioconservazione), è usata per la conservazione di spermatozoi ed embrioni umani (cosa che in realtà era già stata pensata alla fine del Settecento).

Ibernare un corpo umano intero è il frutto della fantasia narrativa degli scrittori di fantascienza: il trucco è ibernare un individuo prima che muoia, per evitarne la morte, generalmente per un male incurabile, e tenerlo sotto ghiaccio finché non si trovi una cura per quel male, trovata la quale, lo si risveglia, lo si cura, e quello campa un altro pochino.

Gli scienziati, però, anziché dedicarsi a come rendere migliore la vita degli uomini, hanno pensato bene di rendere reale l’espediente letterario dell’ibernazione, con una sottile ma significativa differenza: si conservano cadaveri e non corpi ancora vivi…

Attualmente ci sono tre società in tutto il mondo che effettuano un servizio di ibernazione di cadaveri; presso di esse ci sono circa 300 corpi, che vengono conservati nell’azoto liquido, alla modica cifra di circa duecentomila euro (ottantamila per chi vuole preservare dalla corruzione del sepolcro solo la proprio testa…). Codesti scienziati (ammesso che abbia senso chiamarli così) sostengono che in un futuro (chissà se prossimo o remoto) dovrebbe essere possibile sviluppare una tecnologia in grado di ripristinare completamente le funzioni vitali dei corpi ibernati, non determinando la durata del congelamento un invecchiamento cellulare. In altre parole, anche se uno resta congelato trent’anni, al risveglio avrebbe sempre l’età di quando è stato congelato. Tuttavia, per i taccagni disposti a sborsare solo ottantamila euro per conservare unicamente la testa, non è chiaro come faranno a riattaccarla al corpo, che nel frattempo sarà un mucchietto di polvere…

Ora, al di là del dato giuridico, che affronterò tra un attimo, faccio una riflessione logica, che parte anche dai fatti di cronaca di questi giorni, nei quali una 14enne inglese, affetta da una malattia incurabile, ha fatto istanza alla Suprema Corte per essere autorizzata a farsi ibernare dopo morta. Infatti, passata a miglior vita la ragazzina, i giudici di Sua Maestà hanno acconsentito all’ibernazione.

In primo luogo, che senso ha morire prima e poi farsi ibernare? Per quanto vogliano impegnarsi i nostri sedicenti scienziati, immagino sia alquanto difficile trovare un sistema scientificamente valido per far risuscitare qualcuno. Non a caso, a parte i miracoli di Gesù, in nessuna cronaca conservata ci è giunta notizia di qualcuno che è ritornato in vita dopo essere stato dichiarato biologicamente morto. E la cosa vale tanto per gli umani, quanto per ogni altra forma di vita animale o vegetale.

In secondo luogo, ammesso che un giorno si renda possibile ibernare un corpo vivo (e conservarlo senza gli svantaggi attualmente denunciati da scienziati più coscienziosi, tipo che le cellule comunque si rovinano restando lungo tempo ad una tanto prolungata temperatura bassa), e conservarlo in attesa che sia trovata una cura per il male che lo ha colpito, quando lo si risveglierà dopo 30-40 anni, che vita potrà mai vivere quella persona? Tutti i suoi amici saranno probabilmente morti o comunque invecchiati; l’assetto sociale e politico del suo Paese potrà essere cambiato drasticamente; non è detto che nel frattempo non si sia sviluppato qualche altro male incurabile, che lo colpirà; con quali soldi pagherà la cura, considerato che nel frattempo non ha lavorato e quindi guadagnato?

Eticamente, ci si chiede se sia giusto o meno dedicarsi ad una pratica del genere. Se lo si fa per conservare un cadavere, in una forma diversa ma concettualmente simile a quella che usavano i faraoni che si facevano mummificare, non mi pare ci siano tanti problemi. Già conservare un corpo vivo – cosa che al momento credo sia non solo impossibile, ma anche vietata – la prospettiva cambia…

Giuridicamente, che roba è? Sono da considerarsi vivi o morti? Chi pagherebbe le tasse per questa gente? Sarebbero – un po’ come i nascituri – titolari di qualche diritto successorio? Se il corpo si distrugge per un qualsiasi motivo, la società è perseguibile per vilipendio di cadavere? E se la società fallisce, i cadaveri vanno in una fossa comune?

Insomma: l’ibernazione (di cadaveri o gente moribonda) crea più problemi di quanti non ne risolva, e oltretutto costa un occhio della testa. Perciò, tanto a quelli che vogliono morire a tutti i costi, quanto a quelli che non vogliono morire a nessun costo, dico: ma piuttosto che stare a rovinarsi le giornate pensando alla morte, ma perché non pensano a campare un po’ meglio? Quanto ci è dato da vivere? Venti, trenta, settanta, centodieci anni? Bene, quanto che sia il tempo da vivere, almeno facciamo in modo che sia una vita dignitosa ed onesta e non angustiata da ogni sorta di negatività. Altrimenti, che diamine racconteremo quando saremo all’altro mondo?

Vincenzo Ruggiero Perrino