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Il Serpente Prudente – La crocifissione, nuova epifania

n. 29 (10/04/2017)

“La crocifissione, nuova epifania”

Il brano evangelico di ieri, Domenica delle Palme, proponeva, com’è tradizione, la lunga narrazione degli eventi che riguardano le ultime ore di Gesù sulla terra. Più precisamente il racconto (quest’anno era il turno della versione di Matteo) parte dall’ingresso in Gerusalemme fino alla sistemazione nel sepolcro del corpo, ormai senza vita, di Gesù, piamente deposto da Giuseppe di Arimatea.

Nel mezzo, com’è noto, succede un po’ di tutto: l’ultima cena con i Dodici, la sofferenza del Getsemani, il tradimento e l’arresto di Gesù, i sommari e sgangherati processi davanti a Caifa e agli altri sommi sacerdoti, un processo un po’ meno parziale (ma pur sempre dall’esito infausto) davanti a Pilato, una visitina da Erode (che sembra però confondere Gesù con prestigiatore di fiera da paese), la flagellazione e la crocifissione. Infine, Gesù, dopo essere stato pure schernito perché ha salvato gli altri e non riesce a salvare se stesso, muore e viene posto nel sepolcro.

Immagino che i primi ascoltatori e i primi lettori di questi fatti dovettero recepirli nella maniera che sappiamo: i pagani la presero per una cosa stolta, i giudei per una cosa scandalosa. In effetti, non è casuale che i capi del Sinedrio abbiano chiesto a Pilato una condanna a morte per crocifissione. Avrebbero potuto far uccidere Gesù in qualsiasi altro modo. Ma storicamente parlando la crocifissione era il supplizio di schiavi e malfattori (infatti altri due vengono uccisi così insieme con Gesù), cioè degli ultimi reietti del mondo antico.

Questo, nella bislacca mente di Caifa & C., doveva segnare anche la damnatio memoriae di Gesù. Insomma, un po’ una cosa del tipo: “non solo ce lo togliamo dai piedi con le sue continue accuse alla nostra falsità, ma lo condanniamo anche a non essere ricordato da nessuno”. Già, perché nell’intera letteratura latina, gli stessi scrittori – a parte qualche rara eccezione – non parlano mai di crocifissione, proprio perché era ritenuta una morte talmente infamante, che infangava perfino colui che ne scriveva.

Invece, le cose sono andate un pochino diversamente. Infatti, fin da un attimo dopo che Gesù è spirato, succede ben altro che la dannazione all’oblio che Caifa e i suoi compari credevano di ottenere. E questo credo sia il punto più importante dell’intera narrazione della Passione.

I quattro evangelisti sono concordi nel riferire che, appena Gesù muore, il velo del tempio si squarcia, e la terra comincia a tremare. È fondamentale un particolare: di fronte a tutto quel cataclisma, il centurione che montava la guardia alle croci con i suoi soldati commenta: “Davvero costui era Figlio di Dio!”.

Questo dettaglio – a mio giudizio di fondamentale importanza – costituisce la nuova e definitiva epifania del Signore, al pari di quella che riguardò i Magi e i pastori qualche tempo dopo la nascita di Gesù, e costituisce anche un motivo di riflessione per noi oggi su chi e come può ottenere il dono della fede.

È guardando a questi due momenti epifanici e all’atteggiamento di Caifa & C., che possiamo capire ancora una volta qual è l’atteggiamento della vera fede. Di sicuro non è quello di Caifa, il quale, per credere in Gesù ha bisogno dell’”esibizione” della sua divinità. Caifa è come quelli che dicono “io credo, se ottengo”. Infatti, con estrema chiarezza il sommo sacerdote dice che se Gesù scendesse dalla croce, egli e i suoi sodali crederebbero in lui.

Il che è ancora una volta un giocare di rimando, come fa il fratello maggiore del figliol prodigo. Ma, paradossalmente, se Gesù avesse accontentato Caifa e si schiodava dalla croce e magari scendeva a terra facendo pure un triplo salto mortale, avrebbe smentito la sua natura divina. Infatti, Dio non sta lì per esaudire le richieste più o meno sciocche che gli vengono fatte. Era vero duemila anni fa ed è vero ancora oggi: all’uomo che vuol credere è chiesto uno sforzo, in ragione del libero arbitrio di cui gli è stato fatto dono. In altre parole, per credere bisogna che ci sia un atto di volontà dell’uomo, non di Dio!

Ed è proprio quello che accade ai pastori e ai magi una trentacinquina di anni prima, e poi al centurione nei giorni della Passione. Dio si manifesta ed essi, in piena e totale libertà accettano di credere in lui e di vivere secondo la fede che hanno in lui. Di certo, l’angelo che appare ai pastori, la stella che appare ai magi, o il terremoto che spaventa il centurione non hanno costretto nessuno di loro a credere e a professare una fede. È stata una loro libera scelta.

Vi è pure un altro aspetto importante, e cioè che la fede non è esclusiva di nessuno, ma è per chiunque. Chiunque voglia accettare l’epifania del Signore. Infatti, i primi a cui Dio si manifesta sono gli umili e i poveri (i pastori di Betlemme). Ma non solo essi hanno diritto a fare la loro scelta: anche chi persegue la strada della conoscenza letteraria e scientifica (i magi) può, per quella via, giungere alla vera fede. Ma l’epilogo della vita di Gesù, con la folgorante intuizione del centurione, ci fa capire che anche uno che fino a quel momento è stato estraneo alla fede può riceverla in dono.

La cosa essenziale, in tutti e tre i casi, è la volontà di mettersi in gioco e vivere secondo la scelta fatta. Diversamente, saremo solo dei buoni Caifa, che chiedono il numero di magia per avere la prova dell’esistenza di Dio. Peccato che se avessimo la prova, noi diventeremmo solo dei burattini privi di libero arbitrio, che vivono in un’eterna recita fine a se stessa.

In conclusione, colgo l’occasione per fare ai lettori di questa rubrica i miei auguri di una buona Pasqua.

Il serpente prudente si prende una piccola pausa e tornerà, con la consueta periodicità settimanale, lunedì 24 aprile.

Vincenzo Ruggiero Perrino