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Il Serpente Prudente – La decima beatitudine

n. 4 (10/10/2016)

La decima beatitudine

Basta fare zapping in televisione – e ora la “magnifica” invenzione del digitale terrestre mette a disposizione anche dei più pigri ricercatori di novità catodiche centinaia di canali – per accorgersi che tra le proposte più gettonate (escludendo le decine di programmi in cui si pretende di insegnare a tutti come si cucina) ci sono quei talk show nei quali, in un salotto più o meno arredato con gusto pacchiano, si discute e si discetta di qualsiasi cosa, dai gravi accadimenti dell’attualità alle più ignobili frivolezze.

Non che la cosa sia recente: già nei gloriosi anni Ottanta qualcuno aveva ben pensato che gli italiani, popolo accidioso per eccellenza, avessero bisogno di opinionisti che gli dicessero come andava il mondo, e quali erano, appunto, le opinioni da avere su questo o quell’accadimento. Quando invece bisognava insegnare al popolo il modo per farsi delle opinioni da sé, ma questa è un’altra storia…

E la cosa, in effetti, ha funzionato egregiamente, se pensiamo alla devastazione culturale, morale e sociale in cui viviamo, e se pensiamo che quei salottini pieni di sfaccendati finto-intellettualoidi sono aumentati esponenzialmente, e sono disponibili su qualsiasi canale, in qualsiasi giorno, a qualsiasi ora. E tra questi tuttologi si annoverano personalità in ogni campo dello scibile umano: dalle scienze alla filosofia, dalla letteratura all’ecologia, dall’arte allo sport, senza escludere (anzi privilegiando) la politica e la morale.

Siamo al cospetto di gente che crede di sapere tutto e quindi su tutto pontifica, e guai a dubitare della loro verità. È grazie a costoro che sappiamo quanto lustro possono portare alla republichetta nostrana alcune opere pubbliche che anche l’uomo di Neanderthal avrebbe giudicato completamente inutili. È grazie a costoro che abbiamo imparato quanto sia importante individuare se un calciatore si trova davvero in fuorigioco e quindi se l’arbitro ha fatto bene o meno a dare per buono un gol. Ed è sempre grazie a questi galantuomini dell’intelletto che sappiamo che sì, ci si può definire credenti, ma si può al contempo essere “non praticanti” (che è una cosa balorda tanto quanto dire “ho fame, ma non mangio”).

Insomma, siamo nell’epoca in cui tutti sanno tutto e possono parlare di tutto, specie in televisione (ma la cosa, mutatis mutandis, vale per qualsiasi consesso umano). Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un relativismo in cui tutto è permesso, anche dire che i maschi non sono più maschi e le femmine non sono più femmine, che la legge la possiamo cambiare a piacimento e a convenienza, che quelli che ci sparano addosso in metropolitana commettono atrocità inqualificabili, ma noi siamo unti dal Signore se andiamo a bombardare i loro bambini e le loro donne.

L’Italia, e in maniera magari un po’ più diluita il resto del mondo, sono oppressi da una cappa di voci e parole che si incontrano e si scontrano quotidianamente, creando nient’altro che una cacofonia inutile a risolvere alcunché.

L’occasione che la maggior parte delle persone perde ogni giorno, supponendo che la propria opinione sia indispensabili agli altri, è solo quella di restare zitti. Invece, la banalizzazione operata dalla televisione e dalla strisciante sottocultura del niente ha convinto che tutti siano in grado di pensare e parlare su tutto. Niente di più sbagliato.

Si veda, per esempio, il candidato repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump. Prescindendo dalla cordiale antipatia che la sua stessa tozzezza fisica comunica, probabilmente Trump è la persona meno indicata a guidare un Paese come gli USA, proprio perché è figlio della cultura, volgarmente e meschinamente piccoloborghese, per la quale basta aver messo da parte un po’ di soldi (e, per una inconfutabile regola non scritta, chi accumula tanto denaro lo fa sempre perché ha capito come farsi amici con la disonesta fortuna), per cui automaticamente si è diventati capaci, intelligenti e sapienti.

Invece, basta vedere le sue deliranti e oltraggiose dichiarazioni contro le donne, tanto squallide da far prendere le distanze anche dal suo stesso vice, per capire che Trump è nient’altro che un miserabile parvenu a cui io personalmente non affiderei nemmeno l’amministrazione di un condominio, figurarsi quella degli Stati Uniti!

È appena il caso di aggiungere che Trump, ovviamente, non è il solo. La stragrande maggioranza dei nostri stessi parlamentari si pongono sulla sua medesima falsariga: incapaci, indifendibili, orrendamente incolti.

Uno dei poeti cinematografici che la smemorata e ingrata Italia ha relegato nell’oblio, Federico Fellini, concludeva il suo ultimo film La voce della luna (1989) con la frase: «Se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire».

Qualche tempo prima, un grande ingegno tardo-ottocentesco, Oscar Wilde, scriveva con il suo sferzante sarcasmo: «Beati quelli che non hanno niente da dire, e nonostante questo restano in silenzio».

Mi piace pensare che quando Giovanni scrisse l’ottavo capitolo dell’Apocalisse, in cui annota che «si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora», voleva ricordare ai suoi allocutori proprio quest’inedita “decima beatitudine”, che Gesù tra le righe suggerisce con tutta la sua predicazione: l’umiltà di rimanere in silenzio, perché spesso le cose che si dicono con tanta saccenza non fanno altro che creare divisione e regresso tra gli uomini.

Vincenzo Ruggiero Perrino