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Il Serpente Prudente – L’aceto vecchio della pubblica amministrazione

n. 20 (06/02/2017)

“L’aceto vecchio della pubblica amministrazione

L’appuntamento della settimana scorsa di questa rubrica è stato dedicato al lavoro per le pubbliche amministrazioni italiane. Il discorso, che ho cercato di fare, era però incentrato sulla generalità del lavoro pubblico, considerato che le questioni e i problemi grosso modo sono gli stessi, tanto se si lavora per un comune di centoventi abitanti, tanto se si lavora presso il ministero degli interni. Il titolo della scorsa settimana, il quale richiamava le parole di Gesù in Marco sul mettere il vino nuovo in otri nuovi, era Il vino nuovo della pubblica amministrazione.

Tuttavia, questa settimana, alcuni fatti accaduti proprio in terra sorana dimostrano la sbalorditiva capacità (soprattutto) delle amministrazioni locali a contraddire l’insegnamento evangelico. Anzi, la tendenza – la quale, sia scritto a caratteri cubitali, non è solo di Sora, bensì di qualsiasi buco urbanizzato d’Italia – è proprio quella di versare l’aceto vecchio negli otri più vecchi che si hanno. Il che detto in altre parole significa: fare esattamente le stesse identiche cose sbagliate, ingiuste e del tutto inopportune che si facevano prima, con le stesse modalità e lo stesso stile.

Altro che seconda repubblica: noi siamo passati dalla prima a quella numero zero! Tutt’al più, se c’è una differenza è data dal fatto che almeno i politicanti d’accatto della prima repubblica avevano sviluppato quell’inconfondibile savoir faire, grazie al quale erano capaci di far passare le peggiori fregature come i più grandi favori resi al popolo.

Oggi, invece, i politici di ogni colore, di ogni livello e di ogni latitudine, hanno maturato la consapevolezza per cui tutto è permesso, tutto è concesso, tutto è legittimo e opportuno. Ed, infatti, improntano il loro comportamento alla più sfacciata deregolamentazione, senza badare nemmeno più alla forma degli atti (non di rado addirittura abbellitti da sgrammaticature varie).

La scelleratezza di questi comportamenti è facilmente verificabile: i risultati del pessimo atteggiamento della politica (soprattutto) locale sono sotto gli occhi di tutti. Tutti a gridare che non ci sono soldi per comprare, per esempio, dell’asfalto per tappare un po’ di buche per strada; però, poi, magicamente ecco spuntare soldi come funghi per pagare “posizioni organizzative” ai funzionari dell’ente.

Direte, cosa sono le posizioni organizzative? Tutti i comuni sono dotati di piante organiche, cioè dei documenti in cui viene deciso (dalla politica) di quanti dipendenti si ha bisogno per poter amministrare correttamente una città, e di quali particolari specializzazioni essi devono essere muniti. Ovviamente, si tratta di decisioni che subiscono sostanziali variazioni a seconda del colore politico della giunta di turno, delle simpatie per questo o per quel dipendente, delle promesse fatte a questo o quell’amico su una sistemazione, e del tempo che passa. Va da sé che quarant’anni fa, non essendoci tutte le fantastiche invenzioni burocratiche come l’autocertificazione, c’era bisogno di un maggior numero di dipendenti all’anagrafe, mentre oggi ne bastano meno della metà.

I lavoratori di un comune si dividono in categorie giuridiche, che vanno dalla A (quella più bassa), alla D (che, in buona sostanza, è quella cui appartengono i funzionari). I funzionari, cioè i più alti in grado nei comuni di medie dimensioni – ovvero la maggioranza dei comuni italiani – possono essere investiti della posizione organizzativa (solo a quelli proprio antipatici antipatici, non gliela si attribuisce). Di quest’ultima una definizione tecnica è: «incarico individuato all’interno dei servizi, che prevede lo svolgimento di funzioni di direzione di unità organizzative complesse, caratterizzate da elevato grado di autonomia gestionale ed organizzativa».

In parole povere, l’attribuzione della posizione organizzativa è solo un elegante escamotage (che la legge allegramente permette) per distribuire un po’ di soldi extra a gente che in fin dei conti non fa né più né meno le stesse cose (con il medesimo grado di responsabilità giuridica) per cui è già pagata con uno stipendio. E anche nell’indennità prevista per l’attribuzione della posizione organizzativa ci sono dei minimi e dei massimi, individuati non tanto in base a titoli o a capacità, bensì in base al grado di amicizia, simpatia e stima personale che di quel funzionario ne hanno sindaco e assessori vari.

Pongo una domanda ai miei lettori: come si diventa funzionari nei comuni della gaia repubblichetta in cui vivamo? Quanti di voi hanno risposto “per concorso” sono degli ingenui idealisti, e a loro consiglio di aprire bene gli occhi, dal momento che, essendo i funzionari comunali i dipendenti a più stretto contatto con gli organi politici, è ovvio che i politici cercano di sceglierseli tra gli amici degli amici più amici.

Certo, ci sono funzionari che hanno vinto dei concorsi (chi scrive è proprio uno di quelli), ma sono generalmente quelli che se la passano meno bene (anche in termini retributivi). Tuttavia, tanti (troppi) sono coloro che vengono nominati ad personam dai sindaci. Ma state tranquilli, non c’è nessun abuso: l’art. 110 del Testo unico degli Enti Locali conferisce questa facoltà. Del resto, non bisogna dimenticare mai che la legge la fanno i politici e, quando nelle leggi scrivono regole che loro stessi devono osservare, cercano di farle quanto più elastiche è possibile.

Il punto veramente tragico lo si tocca quando in un ufficio comunale, tanto per fare un esempio l’Ufficio della Polizia Locale (ogni riferimento a Sora, è puramente casuale), già è presente una figura di funzionario (con posizione organizzativa), il quale magari nel tempo ha dimostrato anche di saper svolgere bene il suo compito istituzionale, e non potendo mandarlo via (perché si tratta di un dipendente a tempo indeterminato), si decide di affiancargli un altro funzionario a tempo determinato. La motivazione, la cui banalità rasenta veramente la presa in giro dell’intelligenza altrui, è che in questo modo si “razionalizza” il lavoro dei vari uffici.

Ovviamente, qui non si vuole certo entrare nel merito delle scelte, né tanto meno si vuole sindacare sulle qualità e capacità tecniche dei prescelti. Ancora meno la mia intenzione è quella di dar luogo a polemiche sulle modalità selettive con cui essi sono stati individuati. Abbiamo chiarito poc’anzi che è proprio la legge, approvata da un parlamento e promulgata da un presidente della repubblica, con tanto di benedizione della corte costituzionale, a contenere in sé ogni possibile e immaginabile strada per evitare lo svolgimento di un concorso. A questo punto, possiamo ben dire che sono sprovveduti quei politici che non ne approfittano!

Peccato che quegli amministratori locali, prima di avventurarsi in queste scelte, dovrebbero chiarire ai cittadini cosa c’era di irrazionale nell’organizzazione e nel lavoro di prima, e soprattutto perché per razionalizzare il lavoro c’è bisogno di spendere altri soldi pubblici, pagando per uno stesso lavoro due stipendi (e due posizioni organizzative) anziché uno…

Vincenzo Ruggiero Perrino