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Il Serpente Prudente – L’anno della responsabilizzazione

n. 15 (02/01/2017)

“L’anno della responsabilizzazione

È passato Natale; è passato Capodanno, e già da oggi tanti staranno riprendendo il loro normale tran tran quotidiano. Abbiamo comprato e ricevuto regali (perdendo di vista che il vero regalo da fare era farsi un po’ più prossimi gli uni verso gli altri); abbiamo o siamo stati invitati a cene luculliane (dove è più quello che resta nei piatti, che quello che si mangia); abbiamo giocato a carte o a tombola (magari prendendo troppo sul serio quello che dovrebbe essere un semplice momento di divertimento); e ci siamo dovuti sorbire, più o meno su tutti i canali, quei servizi televisivi, che cercano di riepilogare quello che è successo nell’anno appena trascorso.

Ebbene cosa è successo nel 2016? Tanti nomi della cultura e dello spettacolo ci hanno definitivamente lasciato: tra i musicisti e cantanti David Bowie, Keith Emerson, Greg Lake, Leonard Cohen, George Michael, Prince; tra gli artisti del cinema Bud Spencer, Franco Citti, Silvana Pampanini, Ettore Scola e Gene Wilder; tra quelli di teatro Giorgio Albertazzi, Paolo Poli, Anna Marchesini e Dario Fo; tra le personalità della moda Marta Marzotto; tra gli intellettuali e scrittori Umberto Eco; tra i leader politici Fidel Castro.

Ciecamente e senza alcuna reale preparazione abbiamo gettato alle ortiche due anni di lavori parlamentari, sancendo la vittoria del “no” al referendum, facendo cadere il governo, e autoinfliggendoci nuove lungaggini per varare una legge elettorale, che, in mano a quei buffoni che ogni giorno dicono di rappresentarci, sembra sempre più un miraggio lontano.

Abbiamo inquinato a più non posso; abbiamo consumato a più non posso; abbiamo sfruttato terra, cielo e mare a più non posso. Abbiamo fatto crescere il PIL dello 0,5%, il che ha fatto giubilare imprenditori e politici, perché ormai, come ripetono da una decina di anni, “la ripresa è dietro l’angolo” (visto che languiamo sempre nella stessa situazione di mediocrità, a questo punto, mi chiedo dove sia l’angolo!).

Con la noncuranza e l’approssimazione emotiva che caratterizza i nostri tempi abbiamo assistito a disumanità di ogni tipo: attacchi terroristici (da ultimo quello di Berlino), bombardamenti (con centinaia di bambini massacrati ad Aleppo e in ogni altra parte del pianeta), omicidi di un’efferatezza che nemmeno Diabolik li concepirebbe (mi riferisco al caso dell’anestesista di Saronno e della sua amante), una vera e propria carneficina di donne (uccise da quegli stessi uomini che avevano giurato loro amore eterno).

Più o meno quotidianamente abbiamo parlato male della stessa persona alla quale al momento dello scambio della pace in chiesa abbiamo farisaicamente stretto la mano; abbiamo offeso, ingiuriato, vilipeso il prossimo in mille occasioni, con una naturalità tale che ormai nemmeno ci facciamo più caso; abbiamo disatteso, con quella stessa “spontaneità”, le più banali norme del vivere civile (fosse anche buttando la plastica nel cassonetto del vetro, o l’alluminio insieme ai rifiuti umidi; oppure parcheggiando in divieto di sosta, pretendendo pure di avere ragione con la guardia di turno, perché “tanto fanno tutti così”).

Eppure, ci emozioniamo ad ascoltare canzoni che parlano di amore e di pace; ci piace vedere film strappalacrime dove l’eroe solitario salva il mondo dalla catastrofe di turno; mandiamo al primo posto nella classifica dei libri più letti, quelli in cui si raccontano storie di passioni e di amori.

Questo proprio non me lo spiego: con tutto il parlare che si fa di amore e pace, anziché nella barbarie che ci circonda, dovremmo vivere in un mondo dove tutti non fanno altro che intrecciare corone di fiori, e vivere la vita in comunione, accontentandoci dei frutti della terra. Invece, è evidente che c’è qualcosa che non va, se consideriamo che gli stessi politicanti che parlano di pace, poi nel bilancio dello Stato hanno inserito una voce di spesa di 32 miliardi di euro per gli armamenti! Se quei 32 miliardi di euro li dividevamo per i circa 60 milioni di italiani, eravamo un po’ più contenti tutti quanti! E, invece, li sperperiamo in fucili, bombe e carri armati, manco fossimo Rambo! Ma anche nella quotidianità le cose non vanno diversamente: parliamo di amore e di pace e poi siamo sgarbati, scontrosi, astiosi gli uni con gli altri.

E, a parer mio, ciò che non va è proprio l’aver completamente perso di vista il senso di far parte di una collettività, di vivere in comunione gli uni con gli altri, la voglia di intessere relazioni autentiche con l’altro. Ciascuno vive come se fosse il solo padrone del mondo, micragnosamente attaccato ai propri piccoli e grandi privilegi, disinteressato a ciò che accade all’altro, pretendendo di avere solo diritti e nessun dovere. È un po’ la storia di Caino che tenta di giustificars dicendo: “Sono forse il guardiano di mio fratello?” (Gn. 4, 9).

Ebbene, io credo che se ognuno si sentisse responsabilizzato nei confronti del prossimo le cose andrebbero meglio. Voglio credere che quegli operatori di pace, che Gesù dice beati perché saranno chiamati figli di Dio, abbiano proprio questo compito nel mondo di oggi. Non tanto sbandierare vuoti proclami del consueto volemose bene, ma proprio sentirsi in prima persona responsabili per il loro fratello, e responsabilizzare i loro fratelli verso gli altri ancora.

Credo che sia l’unica strada per uscire da qualsiasi impasse: economica, politica, ambientale, culturale. Perciò, se c’è un augurio per il 2017 che comincia, è che questo sia un anno in cui ciascuno si riscopra responsabile per il proprio fratello, affinché tutti possano ricominciare a sentirsi parte di una vera collettività.

Se il 2016 è stato – giustamente – l’anno della misericordia (e su quella divina, non mi pare che ci possano essere dubbi di sorta: un altro dio meno misericordioso da tempo ci avrebbe incenerito per punirci di tutto il disprezzo che mostriamo nei confronti del creato e delle creature tutte), facciamo del 2017 l’anno della responsabilizzazione di ognuno.

Vincenzo Ruggiero Perrino