n. 2 (26/09/2016)
“Le olimpiadi del privilegio”
La cronaca, nazionale e locale, sembra quasi monopolizzata da un argomento in particolare: l’“oltraggioso” rifiuto che il neo-sindaco di Roma (il termine “sindaca”, con il quale la Raggi indica se stessa, è un oltraggio alla lingua italiana) ha opposto alla proposta di organizzare nella capitale i giochi olimpici del 2024.
I motivi di “scandalo”, addotti da imprenditori, politici di parte avversa e rappresentanti del CONI (si vocifera che questi ultimi, certi che avrebbero “vinto” la battaglia e che fosse scelta Roma come città ospite, abbiano già speso non so quanti milioni di euro…) riguardano sostanzialmente aspetti economici. Pare, a loro dire, che, se si organizzassero le olimpiadi a Roma, si creerebbero una montagna di posti di lavoro, l’economia, capitolina e non, ripartirebbe alla grande, e ci sarebbero investimenti per miliardi di euro. Tutto questo al netto dei soldi che ci verrebbero dal flusso turistico che si azionerebbe quando i giochi poi si svolgerebbero. Insomma, un vero miracolo!
A margine si noti che solo in Italia poteva succedere che, per stabilire se candidarsi o meno ad ospitare i giochi olimpici – che nell’antichità erano considerati di tale sacralità da sospendere perfino le guerre, e da noi sono diventate nientemeno che l’unico sistema per far ripartire l’economia – la discussione degenerasse in tal modo, concentrando le riflessioni sempre e soltanto sul vile denaro e sviando l’attenzione da problemi ben più seri e ben più gravi. Ma tant’è…
Ora, non è oggetto di queste riflessioni entrare nel merito politico della scelta della Città di Roma. Ancora meno utile è parlare della risibile proposta di spostare i giochi olimpici nelle altre quattro città capoluogo laziali – ma vi immaginate la maratona fatta a Frosinone sul viadotto Biondi, che sono buoni tre anni che è inagibile, manco ci fosse precipitato sopra un meteorite? Però, restano ferme due cose importanti.
La prima: non è vero che per far ripartire Roma e in generale l’Italia bisogna organizzare eventi mastodontici. A Milano l’organizzazione dell’EXPO, non solo non ha fatto ripartire la città, ma ha anzi fatto venire alla luce intrallazzi e corruttele varie per una roba che è costata tantissimo e fatto rientrare pochissimo. Per non parlare delle cattedrali nel deserto che sono rimaste a carico dei milanesi per il tempo a venire.
La seconda: se veramente gli imprenditori e i politici avessero intenzione di creare tutti questi posti di lavoro, perché aspettare il 2024? Ci sono tante opere iniziate da tempi biblici – una su tutte la ormai mitologica Salerno-Reggio Calabria – la cui conclusione è ben più lontana del 2024!
In verità, l’Italia (e in maniera forse un po’ meno urgente l’Europa e il Resto del Mondo) ripatirà veramente solo in un caso: se tutti impareranno a cedere i piccoli e grandi privilegi ricevuti negli anni di vacche grasse e torneranno a sentirsi nuovamente parte di una collettività. Infatti, ora ciascuno chiede che vengano colpiti i privilegi altrui e non i propri. E le prediche sulla necessità di essere solidali provengono sempre da gruppi di potere che beneficiano di trattamenti di favore.
Ciò detto, la riflessione vera è un’altra, e, come spesso accade, taciuta anche dall’altra illustre classe di tuttologi italiani: i giornalisti. Tutti blaterano degli straordinari vantaggi (o svantaggi) economici legati alle olimpiadi, e alla figuraccia internazionale che abbiamo fatto nel rifiutarne l’organizzazione, ma nessuno si preoccupa di verificare qual è lo stato di salute dello sport, quello vero (quindi escludiamo il calcio, che oggi come oggi almeno nella gaia republichetta, non si può considerare più sport, bensì puro intrattenimento spettacolare, con un giro di denaro da fare invidia anche a zio Paperone).
Nessuno dice a nessuno che comuni, province e regioni (per tacere dello Stato) destinano sempre meno fondi per lo sport, e spesso ragazzi talentuosi e volenterosi sono costretti ad allenarsi in strutture precarie e mal attrezzate, o a dover sborsare fior di quattrini per poter praticare uno sport, e sognare magari una medaglia olimpica.
Su tutta la querelle torna utile ricordare l’ammonimento che leggiamo in Marco (12, 38-40): «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Se dipendesse da me, tuttavia, darei una condanna ancor più severa a quanti, per accidia e disinteresse, chiusi in un gretto individualismo e dimentichi di appartenere ad una collettività, quegli “scribi” li eleggono nei posti chiave dell’amministrazione, o permettono loro di pontificare riguardo a cosa sia giusto privilegiare da un punto di vista degli investimenti economici… E, cioè, a noi tutti, incapaci di farci amministrare da persone con qualche idea intelligente ed onesta, e di affidare le sorti dell’economia a imprenditori leali e scrupolosi e non accecati da una sete spasmodica di guadagno.
Vincenzo Ruggiero Perrino
