n. 13 (12/12/2016)
“C’è ancora religione”
Qualche giorno fa, convinto di potermi divertire fino alle lacrime, dato che il cast quello prometteva, ho visto l’ultima fatica cinematografica interpretata da Claudio Bisio, Angela Finocchiaro e Alessandro Gassman, intitolata Non c’è più religione.
Dico subito che il divertimento c’è stato, ma in misura alquanto modesta. E dico anche che la partenza del film autorizzava a pensare a ben altri sviluppi: un cartello all’inizio, con la scusa di invitare gli spettatori a spegnere o a silenziare i propri celluari (buona creanza che, escluso il sottoscritto, non ha praticamente nessuno), avvertiva che per ognuno di noi nascono 0,65 figli, ma ciascuno possiede 2,83 cellulari. Insomma, la natalità è assicurata dalla nascita dei figli degli immigrati.
La situazione non sembra fare né caldo né freddo a nessuno, considerato che basta guardare cinque minuti di televisione per vedere una decina di spot di promozioni e offerte di cellulari (più un’altra decina di pubblicità di nuove automobili), e niente che parli di figli o famiglie (escludendo le pubblicità di cioccolatini e merendine, che mostrano famiglie più false dei soldi del Monopoli).
A dirla tutta, i tanto vilipesi immigrati assicurano a noi altri tante altre cose: per esempio, a nostro esclusivo vantaggio fanno lavori, in condizioni che manco gli schiavi avrebbero tollerato, che la nostra mentalità piccolo borghese rifiuta addirittura di considerare lavori. Ci assicurano anche svago e divertimento: pensate che il tanto seguito campionato di calcio ha senso definirlo “italiano” solo perché si disputa nella gaia Penisola, ma per il resto è giocato per lo più da calciatori immigrati da altri Stati e Paesi (a suon di milioni di euro).
Comunque, l’esile commedia cinematografica, pur partendo dall’allarmante dato statistico di cui sopra, prende poi un’altra piega, che ne giustifica il titolo. La storia parte dall’organizzazione del presepe vivente su una piccola isola del Mediterraneo. Non nascendo più bambini su quell’isola – l’ultimo è ormai un adolescente grassottello che non entra più nella mangiatoia – il sindaco (Bisio), tornato a casa dopo una disastrosa carriera politica al Nord, deve escogitare una soluzione per trovare al più presto un neonato da mettere nella mangiatoia. Così, il politico fa di tutto per convincere Suor Marta (Finocchiaro) e gli altri isolani ad accettare l’offerta dalla comunità araba, che sta dall’altra parte dell’isola ed è capeggiata da Marietto (Gassman) convertitosi all’Islam per amore, di un loro bambino per il ruolo di Gesù neonato.
Gli arabi, pongono una serie di condizioni per il “prestito” del bimbo: vogliono che quelli dell’isola condividano con loro il Ramadan; vogliono usare la chiesa per pregare Allah; fino a organizzare il presepe secondo una presunta tradizione araba dettata nel Corano. Gli isolani, convinti dal loro politico (laico), accettano tutte le condizioni, pur di poter fare il presepe che attirerà folle di turisti e darà un po’ di respiro all’esangue economia locale. Ci sarà poi un finale (poco) sorprendente, che scompagina ulteriormente le premesse fin qui dette.
Il racconto del film ci dice sostanzialmente che: in nome del dio denaro si può addivenire a qualsiasi compromesso, anche per quel che riguarda la propria religione e le proprie tradizioni; chi si fa tramite di questi compromessi è sempre la politica; il popolo li accetta più o meno supinamente; nella maggior parte dei casi anche gli uomini e le donne di fede, per non apparire poco accoglienti rispetto a chi professa una religione diversa, si rendono disponibili a qualche “ritocco” del proprio credo, ibridandolo con quello dell’altro, in nome di una specie di religione universale del volemose bene. Allucinante, vero? Eppure è proprio quello che succede nella realtà di tutti i giorni!
Se da una commedia ci si poteva legittimamente aspettare una satira un po’ meno politically correct di questa situazione, il punto è che l’idea che si ha di dialogo interreligioso è assolutamente sbagliata. Dialogare non vuol dire “io detto le condizioni per farmi accettare da te”. Non è stato così nemmeno quando i predicatori andavano a convertire i popoli lontani, figuriamoci se può essere così ora! Invece, nella mentalità comune, che il film rispecchia con estrema fedeltà, il musulmano (ma il discorso vale per chiunque sia “diverso”, anche religiosamente parlando) viene per dettare le proprie regole, e noi, in nome di un bene migliore e superiore (legato in qualche modo sempre all’economia e al denaro), accettiamo.
Io credo che nemmeno i musulmani in particolare e gli immigranti in generale vogliano questo. Dialogare è innanzitutto conoscere: quanti di quelli che quotidianamente vogliono insegnarci la convivenza con gli stranieri, sanno veramente quello di cui parlano? Quanti hanno letto non dico il Corano, ma almeno qualche pezzetto di Vangelo? Soltanto ponendo alla base una sincera e autentica conoscenza dell’altro lo si potrà accettare, con i pregi e i difetti che lo caratterizzano.
Ovviamente la cosa deve essere reciproca: il cristiano deve conoscere il mondo del musulmano e viceversa, altrimenti il gioco non funziona e si ricade nei trabocchetti e nei ricattucci per scongiurare una presunta discriminazione religiosa. Quindi non è vero che “non c’è più religione”. Ce n’è, ma a patto di intendersi veramente sul senso di questa parola, che non è una svendita della propria storia e cultura, ma un modo per accogliere l’altro nel rispetto e nella conoscenza reciproca del proprio vissuto.
La polemica sull’immigrazione chiarisce bene cosa succede quando sparisce la politica: destra, sinistra, centro non hanno nessuna visione della società, nessuna idea, nessuna conoscenza, e dunque nessun vero programma. Sono caricature e null’altro, e costano pure un sacco di denaro. Allora tutto è rimesso al popolo: conoscere per capire; capire per apprezzare; apprezzare per convivere pacificamente, senza compromessi e ibridazioni.
Vincenzo Ruggiero Perrino
