n. 18 (23/01/2017)
“Neve terremotata”
L’informazione della settimana scorsa è stata quasi monopolizzata dalla notizia delle nuove scosse di terremoto, verificatesi più o meno nelle stesse zone già colpite lo scorso agosto. Come se non bastasse, i disagi legati alla sismicità sono stati viepiù amplificati da un inclemente ondata di maltempo, che ha letteralmente sepolto paesi e città, creando una situazione al limite del sostenibile.
In un Paese come il nostro, dove si fa a gara a chi fa più sensazionalismo (senza mai andare veramente al cuore dei problemi per risolverli in maniera più o meno definitiva, o almeno per arginarne gli effetti in prospettiva futura), la notizia più clamorosa di tutte è stata quella della valanga che ha spazzato via l’Hotel Rigopiano, a Farindola, in provincia di Pescara. La macchina dei soccorsi, pur efficaci tanto da salvare diversi ospiti, è stata accusata di scarsa tempestività (vorrei vederli io i sapientoni accusatori a muoversi con metri di neve a sbarrare la strada); sui commenti dei nostri degenerati rappresentanti politici è meglio stendere un velo pietoso.
A scanso di equivoci, esprimo subito il mio cordoglio per le innocenti vittime dell’accaduto. Tuttavia, dal punto di vista di questa rubrica, tutta la vicenda ha reso chiaro, se mai ce ne fosse veramente bisogno, che gli italiani sono il popolo che, più di ogni altro nel mondo, riesce con una sistematicità quasi maniacale ad osservare l’ammonimento di Gesù, riportato in Luca 16, 9: “procuratevi amici con la disonesta ricchezza”. Infatti, penso sia ben palese la catastrofe culturale della nostra disgraziata repubblichetta: giornalisti che non sanno informare; politici che non hanno idea di come si amministra; imprenditori che badano solo al proprio tornaconto, in nome del quale sono pronti a qualsiasi abuso; giudici che non riescono più a fare giustizia. Tutti bravi a chiacchierare, e nessuno che ha la benché minima intenzione di fare niente di buono, pur riuscendo ad ottenere il massimo vantaggio personale dal “non saper fare”.
Accertare se la valanga, che ha travolto l’hotel, sia in qualche modo da collegare al terremoto compete a geologi e sismologi. Dico solo che la distanza temporale di circa tre ore tra le scosse (l’ultima forte delle quali risale alle 14.33) e la valanga (verosimilmente verificatasi intorno alle 17.20, cioè una ventina di minuti prima dell’invio dell’SMS con la richiesta di aiuto) rende alquanto improbabile l’ipotesi che a innescare la valanga sia stato proprio il terremoto, che, per quanto forte, era localizzato ad una certa distanza. Piuttosto verosimile, invece, è l’ipotesi che la valanga si sarebbe verificata a prescindere dal terremoto, quale conseguenza delle abbondanti nevicate che hanno flagellato l’Appennino durante i giorni scorsi.
I geologi dell’Università di Chieti-Pescara hanno spiegato che l’Hotel Rigopiano è stato investito da un’enorme colata di detriti, che ha acquisito forza e velocità notevoli sotto la pressione della neve abbondante. In altre parole: tutto è iniziato come una slavina, la quale cadendo ha raccolto rocce e alberi, cominciando a scorrere su una superficie debole, prendendo velocità a contatto con la neve, che ha fatto da “lubrificante”.
A dirla tutta, nella zona dove sorgeva l’hotel le grosse valanghe non sono una novità. Qualcuno ha ricordato che già nel 1936 c’era stata un’analoga rovinosa valanga. Inoltre, le immagini orografiche chiariscono inequivocabilmente che l’albergo sia stato costruito sotto un canalone di montagna, che si restringe pericolosamente proprio in prossimità della struttura, in un punto dove un’eventuale valanga raggiunge inevitabilmente velocità elevate.
Ora, a tragedia avvenuta, gli esperti, sottolineando la pericolosità della posizione dell’albergo, parlano di “abuso edilizio”, sentenziando che in un posto del genere non si doveva costruire. E, sicuramente, concluse le operazioni di soccorso, i magistrati della Procura competente territorialmente apriranno qualche decina di fascicoli, per individuare e assicurare alle sapienti mani della giustizia i responsabili di questo scempio. Il che – ça va sans dire – non riporterà in vita le vittime, né ristabilirà l’equilibrio ambientale scombussolato. Tutte cose che si potevano tranquillamente evitare, usando una virtù ormai perduta: il buon senso.
La storia recente dell’hotel è stata interessata da un processo per corruzione, conclusosi con l’assoluzione di tutti gli imputati “perché il fatto non sussiste”. L’ipotesi della pubblica accusa era quella del reato di corruzione a carico di vari politicanti locali, in cambio di un voto favoreole per sanare l’occupazione abusiva di suolo pubblico relativamente all’ampliamento della struttura. Struttura che, nei primi anni Settanta, era poco più di un casolare (che sorgeva in una zona adibita a pascolo di bestiame, e compresa in un’area naturalistica protetta), il quale, magicamente, nel 2007 era diventato ciò che era fino alle cinque del pomeriggio del 18 gennaio.
Per la Procura, «l’autorizzazione a sanatoria si basava sul presupposto che detta occupazione non costituisse abuso edilizio per mancata, definitiva trasformazione del suolo». Una scempiaggine che i politicanti hanno affermato sulla scorta non solo della «promessa di un versamento di denaro destinato al finanziamento del partito», ma anche in seguito ad una serie di «assunzioni preferenziali per i propri protetti». Grazie alla proverbiale lentezza della nostra giustizia, i reati – dichiarati in ogni caso insussistenti – erano comunque prescritti dallo scorso aprile, col favoloso risultato che, benché vi siano stati dei morti, e con ogni “naturale” evidenza quell’ecomostro lì non poteva starci, nessuno potrà fare appello!
E meno male che ci autodefiniamo patria del diritto! A me pare che siamo solo un popolo di incoscienti, campioni del mondo di disonestà intellettuale, i quali, per quattro soldi, deturpano ogni cosa, oltretutto mettendo assurdamente a repentaglio la propria stessa esistenza, e, nell’evenienza, gridando contro la “madre natura assassina”.
Vincenzo Ruggiero Perrino
