n. 14 (19/12/2016)
“Offerte natalizie”
Ormai Natale è alle porte, e, poco più in là, già si intravedono le luci del nuovo anno. Generalmente questo è il periodo dell’anno in cui si fanno bilanci e soprattutto si propongono le buone intenzioni. Infatti, si tirano le somme su quello che si è fatto nei mesi precedenti, e si gettano le basi per quello che si vorrà fare per i prossimi. Tuttavia quasi per tutti, né i bilanci appaiono particolarmente soddisfacenti, né le buone intenzioni riescono a superare il loro stato concretizzandosi poi realmente. In ogni caso, tutti perdono di vista il vero senso delle feste, che non dovrebbe essere quello di ripensare alle cose vecchie (i bilanci), o alle cose che verranno (i progetti futuri), quanto piuttosto quello di procurarsi occhi nuovi per poter guardare nel profondo delle cose, per poter mirare all’autenticità dei rapporti.
Per i cristiani il Natale dovrebbe essere un’occasione di incontro e di riflessione sulla Parola che si incarna e diventa umanità. Per i non cristiani, o quelli che tali si dicono giusto per salvare un certo perbenismo borghese, queste festività dovrebbero almeno essere un momento di riposo e di serenità. Invece, finiscono per essere, tanto per gli uni quanto per gli altri, giorni come tutti gli altri, con la sola differenza che si spende di più e si consuma di più, perché il sistema del lavoro ha concepito la “tredicesima” proprio per far girare di più l’economia e il denaro.
La tiritera, per la quale il Natale – al pari di qualsiasi altra ricorrenza del calendario – è diventata una festa consumistica e null’altro, è nota a tutti. Ed è proprio qui che i conti non tornano: se tutti sanno che il Natale ha perso il suo spirito di autenticità e a nessuno pare star bene che sia diventato quello che è diventato, perché nessuno fa niente affinché sia tutto come dovrebbe essere? Perché in fondo, a noi umani piace lamentarci delle cose che non ci stanno bene, ma poi alla fine ce le teniamo così come sono, un po’ per accidia, un po’ per comodo, un po’ per abitudine.
Così, anche se ne possediamo uno perfettamente funzionante, ci facciamo abbindolare dal Bruce Willis o dal Giorgio Panariello di turno e corriamo a comprare un nuovo smartphone, perché magari fa tendenza, o perché offrono una promozione che ci permette di risparmiare qualche centesimo al mese, o perché hanno fatto passare talmente tante volte il messaggio che sei non hai uno smartphone non sei nessuno e sei fuori dal mondo, che, se anche non ti piace o non ti serve, te lo compri ugualmente!
Più che in altre circostanze, i centri commerciali sono talmente affollati che bisogna veramente raccomandarsi a qualche santo per trovare un po’ di posto per parcheggiare. Le offerte natalizie non si contano: lo stesso prodotto che il 10 dicembre abbiamo pagato x euro ora costa qualche decina di centesimi in meno a patto che se ne comprimo due o tre pezzi.
Dentro i negozi ci vedi tanta di quella gente, che, in maniera piuttosto simile gli uni agli altri, riempie carrelli di ogni ben di Dio, e fa spese di ogni genere e di ogni importo, specialmente per quel che riguarda il cibo. Sì, perché se c’è una cosa che durante queste feste veramente non può mancare è il cibo, le grandi abbuffate. Ormai a far concorrenza alle feste in famiglie, è subentrata un’altra tradizione, quella cioè che i ristoranti organizzano dei grandi veglioni di Natale e di Capodanno, in cui si mangia, si balla, ci si diverte, tutti insieme, con gente delle quali neanche si conosce il nome.
In altre parole: le feste natalizie sono diventate un po’ il paradigma della nostra vita di tutti i giorni. Ci si lamenta che le cose “non sono più com’erano una volta”, senza muovere un dito affinché le cose tornino all’antico splendore (che poi come si fa a dire qual era lo spirito del Natale cento e più anni fa?); ci si affanna alla ricerca di un divertimento e di un finto benessere che sembrano dare più preoccupazioni che spensieratezza; ci si concentra su cose assolutamente non essenziali, perdendo di vista l’autenticità delle relazioni; ci si dedica all’effimero senza nemmeno lontanamente cogliere l’essenza delle cose.
Allora mi chiedo, se Natale dev’essere esattamente come tutti gli altri giorni, che senso ha festeggiarlo? Che senso ha colorare di rosso il numero 25 sul calendario, se poi ci si deve comportare esattamente con lo stesso spirito con cui ci si comporta il 19 luglio o il 3 marzo?
Cosa fare? Non ho questa risposta, e se anche l’avessi non so quanti, me compreso, avrebbero la volontà di metterla in pratica. Però, in Colossesi (2, 17) c’è scritto che le feste e i sabati sono l’ombra di cose a venire, cioè profezia di avvenimenti futuri. Questo vuol dire che i veri cristiani devono santificare le vere feste istituite da Dio (come del resto ha fatto anche Gesù nel suo cammino terreno).
Infatti, una festa si celebra, si santifica, non si trascorre come un giorno qualsiasi, facendo grosso modo le stesse cose che si fanno in tutti gli altri giorni dell’anno. Questo vale anche per le domeniche: tanti, anziché riposarsi e passare un giorno spensierato con amici e parenti, si mettono a fare lavori in casa, a fabbricare, a zappare, perché magari in settimana non ne hanno il tempo!
L’assenza del vero spirito del vivere la festa comporta una visione sfocata della volontà di Dio, e ovviamente comporta quello che dicevo all’inizio e cioè che poi alla fine nessuno è veramente contento.
Ciò detto, colgo l’occasione per porgere ai lettori di questa rubrica i miei auguri di un sereno e vero Natale e di un buon anno nuovo.
Il serpente prudente va in vacanza e tornerà, con la consueta periodicità settimanale, lunedì 2 gennaio.
Vincenzo Ruggiero Perrino
