n. 16 (09/01/2017)
“Una querelle”
Chiudendo la “puntata” della settimana scorsa, formulavo un augurio affinché il 2017 fosse l’anno della responsabilizzazione, nel senso che ciascuno si sentisse più responsabile per il prossimo, in modo da creare un nuovo senso di comunità, per poter veramente ripartire. Le (poco incoraggianti) notizie di questa settimana mi hanno confermato che il grosso limite del nostro tempo è proprio quello di una mancanza di responsabilità. Anzi, di male in peggio, ognuno cerca di scaricare le proprie manchevolezze sull’altro, cercando in tal modo di presentarsi agli occhi di tutti come un agnellino innocente, magari vittima sacrificale, frainteso da tutti e vilipeso nonostante le sue nobili intenzioni.
Fateci caso: è un meccanismo che noi italiani brava gente abbiamo sviluppato fino alla perfezione. Una squadra di calcio, anche prima in classifica, perde una partita che sulla carta avrebbe vinto? Mica è colpa degli undici deficienti che corrono dietro al pallone a suon di milioni di euro! No, è colpa dell’allenatore. Manco ci fosse lui in campo a sbagliare i tiri.
Una mamma (è successo a Vibo Valentia) muore tre giorni dopo il parto? Mica è colpa di qualche medico malaccorto! No, è il destino crudele che ha fatto sorgere complicazioni inaspettate. Come se partorire non fosse la cosa più naturale di questo mondo.
Quasi la metà dei giovani è senza lavoro? Mica è colpa di una dissennata politica economica e bancaria, che in nome della quadratura dei bilanci fa in modo che i pochi privilegiati restino tali a discapito della massa! No, è l’austerità voluta dall’Unione Europea e dalla Germania. Oppure, sono gli immigrati che sono venuti qui a prendere le nostre case e il nostro lavoro, e ad approfittare dei nostri sussidi (che è il messaggio che praticamente tutti i giorni viene fatta passare dalla becera trasmissione di Maurizio Belpietro, Dalla vostra parte).
E gli immigrati in qualche modo c’entrano in quel che sto per dire. Il vero capolavoro, questa settimana, lo abbiamo raggiunto nella querelle che ha visto contrapposti esponenti di due “nobili” categorie che il mondo intero ci invidia, i politici e gli intellettuali. Non per dire, ma nel settantennio di repubblica, abbiamo sfornato degli autentici “number one”; anzi spesso in un’unica persona si potevano agevolmente individuare tanto i tratti del politico, quanto quelli dell’intellettuale. A dirla tutta, eccezion fatta per alcuni dell’una e dell’altra categoria (che non a caso sono più apprezzati fuori che in casa propria), è tutto un melting pot della più sconcertante vuotezza.
Il fatto, credo (e spero), è noto ai più: durante una sparatoria di camorra nel centro storico di Napoli sono stati feriti tre immigrati e una bambina di dieci anni. I colpi sono stati esplosi per “punire” un ambulante extracomunitario che non voleva pagare il pizzo al clan di zona.
Analizzando e commentando questo episodio lo scrittore Roberto Saviano, che ha fatto della “camorra” – pur declinandola in varie forme e sotto varie sfaccettature – il suo principale cavallo di battaglia, in un’intervista ha sostanzialmente detto che: “gli arresti non fermano la camorra, ci sono sempre nuovi affiliati”; “questa città non è cambiata. Illudersi di risolvere problemi strutturali urlando al turismo o alle feste di piazza è da ingenui. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore diventa connivenza”; “il sindaco è in carica da sei anni, ma parla come se si fosse appena insediato”; “la sinistra radical napoletana ragiona da ultrà: se critichi stai tifando contro”; “Angelino Alfano ha inviato l’esercito per ragioni di facciata politica”; “chi invita a distogliere lo sguardo da questa realtà mi fa paura quasi quanto le paranze che sparano”. Insomma, una ridda di cose ripetute decine e decine di volte, come sempre limitandosi ad un’analisi (pur precisa e puntuale), ma senza fornire alcuna ricetta cocreta sul da farsi per, non dico debellare, ma almeno arginare il fenomeno criminale.
A queste dichiarazioni ha, ovviamente, replicato il sindaco Luigi De Magistris: “Saviano si arricchisce sulla pelle della città, e per questo non potrà mai ammettere che a Napoli le cose stanno cambiando”; “non faccio più il magistrato per aver contrastato mafie e corruzioni fino ai vertici dello Stato. Non ti ho visto al nostro fianco”; “se utilizzassi le tue categorie mentali dovrei pensare che tu auspichi l’invincibilità della camorra per non perdere il ruolo che ti hanno e ti sei costruito. E probabilmente non accumulare tanti denari”; “a Napoli i problemi sono ancora tanti, nonostante i numerosi risultati raggiunti senza soldi e contro il sistema, ma non è possibile che Saviano non si sia reso conto di quanto sia cambiata Napoli”; “caro Saviano, vuoi vedere che sei nulla di più che un personaggio divenuto suscettibile di valutazione economica e commerciale? Un brand che tira se tira una certa narrazione”.
Entrambe le posizioni, mi pare chiaro, celano una sostanziale svalutazione del napoletano medio. L’una perché, sottolineandone sempre e solo le negatività (e di fatto trascurando le cose positive), lo dipinge come una persona incapace di migliorare, e oltretutto non fornisce alcuna valida “cura” al problema; l’altra perché, facendo vanto delle positività, non le attribuisce allo sforzo di tutte le componenti sociali, ma solo alla propria azione politica individuale.
Penso sia chiaro a chi abbia letto gli interventi di questa rubrica, che la mia opinione sui politici nostrani non è proprio delle migliori. E la “sparata” di De Magistris, ancor più deludente se si pensa che proviene da un ex magistrato “anticamorra” come lui si è autodefinito, dimostra, in tutta la sua banalità, la caratura mediocre del nostro ceto politico, anche quando proviene da un passato un po’ meno opaco. Un politico autentico neanche avrebbe perso un’ora della sua giornata per scrivere un post su facebook per controbattere a cose che non ritiene veritiere, ma avrebbe impiegato quel tempo per “fare” qualcosa contro la criminalità, anziché “parlare” contro chi a sua volta “parla” contro la criminalità!
Per altro verso, io credo che un intellettuale debba sicuramente prendere il bisturi e puntarlo laddove c’è l’infezione, questo è fuori discussione. Ma, se è sacrosanto quello che dice Saviano, e cioè che non si può chiedere che di una città vengano decantate solo le cose buone nascondendo quelle cattive, è altrettanto inutile parlare sempre e solo delle cose negative senza valorizzare adeguatamente il lavoro e la fatica delle centinaia di migliaia di napoletani che ogni giorno si comportano onestamente o cercano di vivacizzare culturalmente la città. Indicare solo il nero, non mette in evidenza il bianco, e viceversa.
Come al solito sia l’uno che l’altro contendente hanno dimostrato di aver dimenticato una lezione importante, che in queste pagine ho già citato altre volte: dire sì sì, no no. Invece, i politici e gli intellettuali nostrani spesso pretendono di voler sconfinare in altre spiegazioni, in altre dimostrazioni, in altre questioni, che non risolvono il merito di qualsivoglia problema, e alla fine inducono tutti quelli che quel problema lo subiscono o ne fanno parte, solo a pericolosissimi atteggiamenti di noia e di assuefazione.
Vincenzo Ruggiero Perrino
