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Il Serpente Prudente – Questione di parole

n. 3 (03/10/2016)

Questione di parole

Si sa, l’epoca in cui viviamo è quella del buonismo trionfante. Differenza non da poco, anziché “buoni” siamo diventati “buonisti”. Il che è una cosa alquanto pericolosa, perché sotto la patina di lezioso perbenismo, con la quale copriamo ogni nostro comportamento verso il prossimo, si celano il più delle volte intenzioni e pensieri che vanno nella direzione esattamente opposta a quella che manifestiamo a parole.

Le parole: appunto quelle sono la spia più evidente del buonismo più deleterio. Per dare ad intendere che oggi le donne sono pari agli uomini, abbiamo “femminilizzato” una serie di parole che qualsiasi vocabolario riporta unicamente come sostantivi maschili. Un esempio su tutti: “sindaco” è la parola per indicare il primo cittadino di un comune, tanto se sia egli un uomo, quanto se sia ella una donna. Invece, a Roma, per darle maggiore dignità ed enfasi, ci siamo inventati la “sindaca”.

La stessa cosa accade, per fare un altro esempio, nelle aule dei tribunali, dove sono magicamente apparse le “avvocatesse”, che contendono il ruolo agli “avvocati”. Fortuna vuole che ci siano parole che terminano con la “e” (per esempio: giudice), per le quali sarebbe più arduo fare un distinguo tra maschile (che di solito termina per “o”) e femminile (generalmente finente con “a”). Altre, pur essendo maschili, terminano per “a” (per esempio: commercialista).  Tuttavia, è alquanto strano che nessuno ancora abbia pensato che un medico donna possa essere indicato come “medica”. E mi chiedo quali parole dovranno essere inventate per indicare i professionisti di tutti gli altri “generi” che si profilano all’orizzonte…

Come se poi, chiamare “sindaca” un sindaco donna, o “avvocatessa” un avvocato donna, conferisse alle suddette capacità ulteriori, che invece il sostantivo maschile non possa dare loro, o le facesse diventare persone migliori, più buone… Come se basta cambiare una “o” in “a”, perché ci si comporti effettivamente e sostanzialmente nei confronti di una donna nello stesso modo in cui ci si comporta nei confronti di un uomo.

Invece, come accennavamo all’inizio, la questione delle parole serve unicamente a mascherare la realtà dei fatti: e cioè che le donne, pur essendo sancita quella parità che troviamo scritta in qualsiasi legge o provvedimento amministrativo italiano (anzi mondiale), non sono uguali agli uomini né lo saranno mai. E non si tratta soltanto del comportamento che si ha generalmente nei loro confronti, con atteggiamenti spesso di noncuranza, quando non di aperto vilipendio della loro dignità. Le donne hanno qualità e capacità in tutto e per tutto simili a quelle dei maschi, e ne hanno altre del tutto diverse; così come sono mancanti di qualità e capacità che invece sono patrimonio esclusivo degli uomini.

E questo è ciò che le femministe di ogni tempo non hanno mai voluto capire: uomini e donne possono anche essere uguali per certe cose, ma per tutt’altre cose sono profondamente diversi, e non basta certo scrivere su qualche atto normativo che “siamo tutti uguali” o inventarsi assurdi neologismi femminilizzati, perché di colpo quella fandonia diventa verità.

Tuttavia, basterebbe far cadere la pellicola di buonismo con cui rivestiamo il nostro abituale atteggiamento, e comportarsi semplicemente bene verso chiunque, maschio o femmina che sia, e non ci sarebbe nemmeno bisogno di andar sbandierando a destra e sinistra che siamo tutti uguali!

Ma la questione delle parole non si esaurisce certo in un semplice procedimento di maschili e femminili in chiave buonista. Nella nostra gaia repubblichetta, siamo riusciti a confutare perfino Aristotele, che sosteneva che “la forma è sostanza”. Invece, da noi si cambia forma, spesso anche drasticamente, pur di lasciare sempre inalterata la sostanza. Cambiamo nomi alle cose, affinché esse restino esattamente quelle che sono (e garantiscano i privilegi che garantivano quando le chiamavamo in tutt’altro modo). È evidente che chiamare “operatore ecologico” uno spazzino, all’interessato non conferisce certo maggiore dignità professionale, né alla pubblica spesa comporta un alleggerimento, eppure vuoi mettere la soddisfazione di sentirsi chiamare in quel modo, mentre si raccoglie l’immondizia di incivili cittadini?

In questa chiave vanno lette anche tutta una serie di presunte riforme (che lasciano nella sostanza sempre tutto inalterato), come quella – tra le più recenti e meno all’evidenza dell’opinione pubblica – di sciogliere il Corpo Forestale dello Stato e farne trasmigrare gli appartenenti tra i carabinieri. Sorvolando sull’assurdità tutta italiana della miriade di corpi militari (o paramilitari) che abbiamo (dove tutti fanno tutto, con la pirandelliana conseguenza che nessuno fa niente, o quasi), che senso ha cambiare nome alle guardie forestali e chiamarle carabinieri?

Egli ex-forestali continueranno a svolgere le medesime mansioni di prima, soltanto smettendo le divise grigioverdi e indossando quelle nere con i pantaloni bordati di rosso. Dove sarebbe il tanto sbandierato risparmio, se poi quelli devono prendere ugualmente il loro stipendio (magari con qualche indennità maggiorata)? Anzi per assurdo ci sarebbe un aggravio di spesa, se non altro perché bisognerà comprare a tutti gli ex-forestali le divise nuove da carabinieri!

Dunque, le parole sono importanti, e bisogna saperle usare nel modo giusto. Ecco perché torna utile ricordare il sacrosanto ammonimento di Gesù, ricordato in Matteo 5, 37: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno», che poi, è il parlare di chi si comporta da “buono” e non da “buonista”, comportamento che spesso cela effettivamente intenzioni maligne.

Vincenzo Ruggiero Perrino