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Il Serpente Prudente – Rassegna stampa: diritti civili?

n. 24 (06/03/2017)

“Rassegna stampa: diritti civili?”

Durante la settimana scorsa i giornali e le televisioni hanno portato nelle case degli italiani notizie di vario genere, tutte unite da un filo rosso, quello della sostanziale disinformazione, travestita da ostentata voglia di far sapere a tutti come stanno “veramente” le cose. Disinformazione che tocca il suo clou quando si affronta un argomento che sembra stare a cuore proprio a tutti: i cosiddetti diritti civili. Perciò, non dispiaccia ai lettori di questa rubrica se per una volta, piuttosto che concentrarci su un unico argomento, cercheremo di fare una panoramica dei fatti.

Leggo sull’illuminato e illuminante quotidiano locale “La Provincia” di domenica 26 febbraio che, a Roccasecca, l’unione di due giovani gay è stata siglata dall’ufficiale dell’anagrafe, fornendo al resto d’Italia un “esempio di civiltà”. L’occhiello dell’articolo dice che «la vicenda è stata esaustivamente affrontata sui social dagli stessi protagonisti. Secondo indiscrezioni anche il sindaco si sarebbe congratulato coi neo sposi”. Poi, l’autore del pezzo dichiara soddisfatto che «la cittadina di San Tommaso ha vissuto un momento di avanguardia etica e sociale». I giornalisti, si sa, amano salire sempre sul carro del vincitore: oggi va di moda parlare in favore dei gay, manco fossero dei perseguitati, e quindi ogni passo che si fa verso di loro rappresenta un’avanguardia etica. Invece, dare una sede dignitosa ad una classe di bambini per fare lezione a scuola, quella è trascurabile ordinarietà (a meno che non ci sia tra quelli un bambino gay!).

Sorvolando sul fatto che la storia d’amore di questi due ragazzi è stata sbandierata da essi stessi sui social network, come se si trattasse di aver scoperto la cura contro chissà quale rara malattia mortale – quando invece l’amore andrebbe “semplicemente” vissuto nel quotidiano senza troppe chiacchiere e senza troppe sovraesposizioni mediatiche – io non capisco perché il diritto civile di due gay venga sbandierato con più clamore dello stesso identico diritto civile di due etero.

Sono convinto che il valore etico di una persona prescinda tranquillamente dal modo in cui ha scelto di vivere la propria sessualità (a meno che tramite essa non arrechi offesa o pregiudizio al prossimo): ci sono persone pessime tanto tra gli omosessuali che tra gli etero (anzi a dirla tutta, essendo numericamente di più gli etero, di conseguenza le persone cattive sono per lo più ascrivibili tra queste).

Proprio in ragione di questa considerazione, e assodato che i cittadini sono uguali senza alcun tipo di distinzione, e hanno pari diritti e doveri (o almeno così abbiamo scritto nella nostra “bellissima” Costituzione), non capisco perché il matrimonio tra due maschi deve far più notizia di un matrimonio tra un maschio e una femmina? Siamo uguali? Ebbene che sia dato lo stesso spazio anche al matrimonio tra Tizio e Caia e non solo tra Tizio e Caio.

Del resto di questi tempi di superficialità e di facile disincanto, a fare notizia non dovrebbe essere tanto la celebrazione del matrimonio, quanto il fatto che il matrimonio duri più di un certo numero di mesi! E questo vale tanto per gli omo, quanto per gli eterosessuali.

Un altro diritto civile che larghe minoranze invocano per tutti è quello dell’eutanasia. La notizia di DJ Fabo, che è stato accompagnato in Svizzera affinché gli venisse praticata l’eutanasia, ha fatto piuttosto scalpore. Morto il ragazzo, che da qualche anno viveva in condizioni di assoluta cecità ed era tetraplegico a seguito di un incidente stradale, si è riaperto il dibattito sulla necessità di fare una legge ad hoc per la “fine vita”.  Come se, per fare una legge, deve per forza morire qualcuno e la cosa deve finire ovviamente in televisione.

Perché – è appena il caso di dirlo – non crediate che ad aver avuto la “morte felice” siano stati solo DJ Fabo, Englaro o Welby: probabilmente ogni giorno, in insospettabili ospedali italiani, qualcuno, familiare o sanitario che sia, stanco di veder ridotto ad un mezzo vegetale un paziente, stacca la spina. Con la sola differenza che sono morti silenziose e discrete, che evitano il canale mediatico.

Ora, come sempre, qualcuno dirà che bisogna fare una legge per morire dignitosamente; i vescovi diranno che non se ne parla proprio; i parlamentari, più attenti al loro magna magna, daranno una botta alla botte e una al cerchio; bu e ba per qualche settimana, e poi di nuovo silenzio.

Piuttosto, invece di pensare a morire dignitosamente, bisognerebbe educare la gente, laica o credente che sia, a vivere dignitosamente, che non vuol dire solo avere un lavoro e una paga dignitosa, ma comportarsi con dignità nei confronti di se stesso e del prossimo. E per vivere dignitosamente non serve una legge, ma un sistema di civiltà e consapevolezza autentica di ciò che si dice di credere e ciò che si fa, il quale per ora a me sembra drammaticamente sommerso da vuote chiacchiere.

Dopo domani è la festa della donna: su questa festa, mutatis mutandis, valgano le stesse considerazioni di reale parità che dicevo riguardo a gay e etero.

Sul supplemento domenicale de “Il Sole 24 Ore” di ieri apprendo che la Rivoluzione d’ottobre del 1917 trova un suo prodromo proprio nelle proteste femministe delle donne russe, che, a buon ragione, possiamo dire che innescarono le lotte che portarono all’instaurazione del socialismo in Russia.

Che le donne debbano essere pari agli uomini nei diritti e nei doveri è cosa sacrosanta. Tuttavia, tutta questa parità (che oltretutto resta in gran parte solo sulla carta) serva solo a far assomigliare le donne agli uomini. Somiglianza che si coglie soprattutto nei difetti e non tanto nei pregi. Invece, oggi più che mai la società necessità di donne che non abbiano tanto bisogno di scimmiottare i maschi per veder riconosciuta la loro importanza civile, quanto piuttosto di donne autenticamente coscienti del loro ruolo, tanto da portare la società ad una vera rivoluzione.

Infine, tra tanti diritti civili, ne vorrei invocare anche io uno, a nome di tutti i miei conterranei napoletani. Possiamo fare una legge per togliere la penna di mano a sedicenti giornalisti, che come lo scellerato Vittorio Feltri su “Libero” del 2 marzo, non potendosela più prendere con gli immigrati (sui quali hanno scritto già ogni agghicciante nefandezza possibile), riprende il vecchio mantra contro i napoletani, mettendo insieme cronaca (il presunto assenteismo sul lavoro), politica (le beghe degli ultimi giorni), sport (se perdono a calcio attaccano l’arbitro) e soliti luoghi comuni?

Vincenzo Ruggiero Perrino