Blog

HomeIl Serpente PrudenteIl Serpente Prudente – Scrivere e pensare

Il Serpente Prudente – Scrivere e pensare

n. 22 (20/02/2017)

“Scrivere e pensare”

Ad un certo punto del vangelo di Giovanni (8, 3-11), alcuni scribi e farisei, per cogliere in fallo Gesù e poterlo legittimamente accusare, gli portano innanzi un’adultera colta in flagrante, e chiedono a lui come “applicare” correttamente la legge di Mosè. Gesù, per tutta risposta, in prima battuta, si china e si mette a scrivere col dito per terra, cosa che continua a fare anche dopo aver dato la sua folgorante risposta, “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”. Solo quando tutti gli accusatori sono andati via, si rialza e parla alla donna, perdonandola, ma nel contempo ammonendola di non continuare a fare la vita fino ad allora condotta.

L’episodio, ancorché in maniera piuttosto marginale, conferma un dato storico piuttosto inoppugnabile, e cioè che Gesù sapeva scrivere. Questo, unitamente alla notizia riportata in Luca (4, 16) secondo la quale, Egli, dopo aver vinto le tentazioni diaboliche, entrato in sinagoga si mise a leggere il rotolo di Isaia, è derimente rispetto alla questione se Gesù fosse o meno in grado di leggere e scrivere.

Anzi, molti studiosi si sono interrogati su quali fossero le lingue che Gesù era in grado di parlare. Con buona sicurezza possiamo dire che sapeva parlare, oltre l’aramaico, anche il greco. Per esempio, è altamente verosimile che il colloquio con Pilato si sia svolto proprio in greco (atteso che nessun evangelista riferisce della presenza di interpreti o traduttori).

Giovanni, nel narrare l’episodio dell’adultera, omette di riferire cosa Gesù si fosse messo a scrivere col dito per terra. Tuttavia, questo resta l’unico momento in cui l’insegnamento, prettamente orale, di Gesù si interseca con la scrittura. Alcuni esegeti hanno provato a connettere quest’azione con quello che si legge in Geremia (17, 13): «Quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato il Signore, fonte di acqua viva». A mio parere, quella di Giovanni non è una dimenticanza casuale, e tra poco spiegherò perché.

È di qualche giorno fa, la polemica, partita da una lettera-appello firmata da seicento docenti universitari italiani, e indirizzata al governo, sul problema delle carenze di base degli studenti di casa nostra, che in buona sostanza non sanno scrivere correttamente in italiano. Nella lunghissima lista dei firmatari figurano personaggi appartenenti all’Accademia della Crusca, linguisti, rettori, docenti di letteratura, storici, addirittura matematici, economisti e costituzionalisti.

Il quadro è in effetti desolante: gli studenti universitari provengono da un percorso scolastico tale per cui scrivono male in italiano, leggono poco e faticano ad esprimersi oralmente. Lo scopo dell’iniziativa dei magnifici rappresentanti della cultura italiana è quello di stimolare il Parlamento a mettere in campo un piano di emergenza che rilanci lo studio della lingua italiana nelle scuole elementari e medie.

Il che equivale a mettere un lupo a guardia di un gregge! Infatti, è noto che i nostri degni rappresentanti, al pari dei rappresentati, hanno un livello culturale, e dunque anche di espressione in un italiano corretto, vergognosamente imbarazzante. Altro che paese di santi, poeti e navigatori. Siamo un paese di corrotti, ignoranti e sappiamo navigare su internet in un mare di immondizia virtuale!

Tuttavia, il punto è che leggere una lettera del genere, scritta da chi quella lingua dovrebbe preservarla, equivale a sentire un padre lamentarsi con una madre della maleducazione del loro figlio! Fermo restando che decenni di depauperamento socio-culturale e di svuotamento dei programmi scolastici hanno determinato nell’italiano medio la mancanza dei più elementari strumenti espressivi e anche cognitivi, è pur vero che, se lo scrivere correttamente e l’esprimersi correttamente non viene preservato nemmeno nelle università, la cosa comincia a diventare veramente grottesca.

Questo mi fa pensare che chi pone la questione della scrittura sia soprattutto determinato a cercare un colpevole, a cui attribuire la responsabilità della situazione denunciata. Anche questo modo di fare, come ho avuto più volte modo di scrivere su questa rubrica, è un marchio di fabbrica tipicamente nostrano, quello che poniamo in essere più spesso e volentieri.

Allora ecco che, tra gli accusati (i parlamentari), qualcuno cerca di risalire nel tempo alle indicazioni ministeriali che hanno determinato l’impoverimento della conoscenza della lingua italiana. In realtà, basterebbe riflettere sul fatto che ad un ragazzo che frequenta il ciclo di scuole medie inferiori e superiori la grammatica viene insegnata solo a spizzichi e bocconi (come del resto l’educazione civica, altra grande “scomparsa” dei programmi scolastici italiani), mentre ci si tuffa con entusiasmo a ideare PON, POF e PEREPE’, attraverso i quali si pretende di insegnare agli studenti il giornalismo, il teatro, la falegnameria, la ceramica, e tutte cose di cui si potrebbe fare tranquillamente a meno.

Però, se si togliessero queste inutili amenità – che i ragazzi dovrebbero imparare dopo aver appreso a leggere, scrivere e far di conto (com’era una volta) – come si farebbe a giustificare lo scupio di denaro pubblico che ogni anno avviene nelle scuole di ogni grado e di ogni latitudine per organizzare queste cose, pagare i professori e i cosiddetti “esperti” che li affiancano?

La ricerca del capro espiatorio – sport nazionale per eccellenza – è la scorciatoia preferita da chi è incline alla pigrizia mentale, e sono il vero emblema dell’intellettuale italiano. Che, peraltro, è incapace di proporre una soluzione alla situazione che ha contribuito a determinare, ovvero quella che nei rapporti OCSE viene definita “analfabetismo funzionale” (del quale vantiamo il triste primato di paese con la maggiore percentuale). E che, ovviamente, è dimentico del passo evangelico citato in apertura. Infatti, la dimenticanza di Giovanni nel riferire “cosa” scrive Gesù per terra (ovviamente ancora meno interessato è a dirci se lo scrive correttamente o meno), si spiega col fatto che, sicuramente scrivere correttamente è una cosa di grande importanza (e ci mancherebbe pure!), però, ben più importante è avere la capacità di ragionare e analizzare i fenomeni, e di saper dare le risposte giuste al momento giusto.

Cosa che, né gli intellettuali accademici, né, men che meno, i nostri assurdi parlamentari (cioè gli scribi e i farisei di oggi), sanno fare, nemmeno di fronte ad un problema come quello dei ragazzi che scrivono “cmq ho andato” e “xké e stato”.

Vincenzo Ruggiero Perrino