n. 12 (05/12/2016)
“Sì… no… mah…”
Nel momento in cui scrivo, non si sa ancora se al referendum abbia vinto il sì o il no. Poco male. Come ho accennato in qualche puntata precedente, io penso che il desolante scenario, quotidianamente offertoci dalla nostra classe politica, fatta di personaggi veramente mediocri e imbarazzanti (ma tutto sommato degni rappresentanti della stragrande maggioranza degli italiani), cambierà molto poco sia nell’uno che nell’altro caso.
Partiamo da un punto fondamentale: la Costituzione del 1948 (già cambiata in molte sue parti in diverse occasioni – quindi perché tutto ‘sto scandalo adesso?) come del resto tutte le altre leggi ordinarie, i decreti, e tutti i tre poteri dello Stato funzionano bene, quando e se li si vuol far funzionare. Il problema non è quello che c’è scritto in una legge, ma chi lo scrive, e soprattutto chi poi dovrebbe osservarla quella legge. Che è il grosso problema degli italiani.
L’ipocrita idiozia di chi ha sbraitato fino all’altro ieri che, in caso di vittoria del sì, il popolo perderebbe parte della sua sovranità, può essere agevolmente zittita, ricordando che il popolo non ha mai avuto veramente alcuna voce in capitolo, mai e poi mai. I politicanti d’accatto che ci hanno governato nella prima e (ancor più) nella seconda repubblica, non hanno fatto altro che sfruttare la dabbenaggine dell’italiano medio, abbindolandolo in ogni modo possibile e immaginabile.
Pensate: qualche anno fa, abbiamo votato tipo plebiscito affinché l’acqua tornasse in gestione pubblica, e cosa è successo? Assolutamente nulla! E poi mi vengono a dire che se vincesse il sì, perdiamo la sovranità? Noi veniamo continuamente raggirati dalla politica, e ora anche dall’antipolitica, e andiamo avanti felici e contenti, inconsapevoli della catastrofe economica e sociale a cui siamo esposti, grazie a questi sapientoni che dicono di rappresentarci!
Agli eminenti professori costituzionalisti, gran parte dei quali, credo più per dovere professionale che non per intima convinzione, si sono schierati per il no, ricordo che tanti principi fondamentali del nostro stato vengono quotidianamente calpestati e brutalmente vilipesi sotto gli occhi di tutti (tanto per fare un esempio la tanto invocata trasparenza della Pubblica Amministrazione, che discende dall’art. 97 della Costituzione), eppure non mi pare di aver mai sentito la loro voce alzarsi tanto forte…
Tornando al referendum, per convincersi dell’amarissima (e costosissima) verità che alla fine cambierà ben poco, basta rivedere il modo in cui si è prima preparata la riforma, e poi si è sottoposta al referendum confermativo.
La riforma è stata scritta e discussa nell’apposita commissione e dopo due anni (ventiquattro mesi: ci si potevano abbondantemente fare due figli e mettere in cantiere un terzo!) è stata votata dal parlamento. Giusto perché non è stata raggiunta la maggioranza dei 2/3 alle votazioni delle due camere, si è dovuto indire il referendum confermativo. Altrimenti, il popolo sovrano – con buona pace di chi ne invoca una presunta diminuzione di potere – manco veniva minimamente coinvolto. Perché nelle cosiddette democrazie occidentali funziona così: il popolo elegge i suoi rappresentanti, e loro fanno le riforme, senza ma e senza forse. Se il popolo sconfessa quello che stabiliscono i rappresentanti che ha eletto c’è qualcosa di intimamente contraddittorio, no?
Comunque, una tirata d’orecchi va tanto a chi si è schierato con il sì, quanto a chi si è schierato per il no. I primi perché sono andati incautamente dicendo che la riforma non è la migliore che poteva essere fatta: un’affermazione che si commenta da sé, visto e considerato che ci hanno lavorato per due anni (lautamente pagati). A questo punto, potevano prendersi altri sei mesi e magari farla un po’ meglio, ed evitare così di esporsi a critiche (giuste o meno che siano state).
I secondi – quelli del no, altrettanto lautamente pagati – dov’erano quando quelli del sì scrivevano la riforma? Non sedevano forse nella stessa commissione parlamentare a discutere con quelli? Embé, non sapevano dire allora cosa non andava? C’era bisogno di fare tanta caciara dopo? In fin dei conti la riforma in parlamento non avrà raggiunto i 2/3, ma ha pur sempre raggiunto la maggioranza assoluta dei voti (50%+1). Se la matematica non è un’opinione – e per fortuna che almeno lei non lo è – da dove sono spuntati tutti quelli che dopo si sono sgolati a dirci che bisognava votare no?
Ora qualcuno di loro va dicendo che se vince il no, si siederanno tutti (vinti e vincitori) ad un tavolo, per scrivere una riforma più bella, più giusta, ancora più nuova. Ma stiamo scherzando? E noi buttiamo altri due anni (e magari anche più) dietro questi mentecatti?
E alla fine, dire sì o dire no a chi lo demandiamo? Al popolo sovrano che praticamente non sa altro che quello che gli si è voluto far sapere da una parte e dall’altra, cioè che sono poche sciocchezzuole (in particolare quelle sulla nuova composizione del senato) rispetto all’intera mole della riforma, che è ben più complessa e articolata. Cioè, a noi è toccato dire sì o no ad una cosa che poteva essere meglio di com’è, e che se non passa lascia tutto più o meno come è stato dal 1948 ad oggi.
C’è un piccolo dettaglio che tutti tacciono, quelli del sì e quelli del no: che tutto il referendum costa (al pari di ogni altra votazione) milioni di euro, che magari potevano servire per incentivare un po’ l’economia, o per esempio rendere meno disperata la situazione della sanità.
Pensate che popolo di deficienti siamo: se vince il sì, abbiamo sciupato milioni per una cosa che poteva venire meglio, per stessa ammissione di chi il sì lo ha sostenuto; se vince il no, abbiamo sciupato milioni per far rimanere le cose esattamente come stavano prima!
Mah…
Vincenzo Ruggiero Perrino
