SACRA FAMIGLIA
di Vincenzo Ruggiero Perrino
Episodio 3
Mercato di Nazareth, anno 1 a. C.
«Che bella giornata, oggi!», esclama Maria, mentre lei e sua cugina Elisabetta escono per andare a comprare qualcosa al mercato nella piazza del paese.
Insieme con loro ci sono anche i rispettivi figli, Gesù e Giovanni, per i quali è giorno di festa e quindi non sono andati a scuola.
«Che pacchia senza dover andare a scuola, eh?», fa notare Giovanni a Gesù.
«Già», ridacchia l’altro.
«Solo che, anziché accompagnare le nostre madri al mercato, potevamo andare a giocare con gli altri bambini in riva al lago».
«Ma no, sono sicuro che non ci annoieremo nemmeno al mercato. E poi, quando saremo più grandi, avremo tante di quelle cose da fare su quelle rive…».
«Cioè?».
«Tra una trentina d’anni ti sarà tutto più chiaro».
«Mi ripeti sempre ‘sta cosa che tra trent’anni mi sarà tutto più chiaro!».
«E allora?».
«Vorrei che mi spiegassi adesso».
«Hai fretta?».
«No, no…».
«Bene. Quando sarà il momento, capirai quello che voglio dire».
«Se lo dici tu…», e Giovanni conclude con un’alzata di spalle.
Allora, Gesù, accortosi che il cugino un po’ c’è rimasto male perché avrebbe voluto una spiegazione più esauriente, gli tira uno scapaccione dietro la testa e comincia a correre avanti.
«Se ti prendo, ti faccio vedere io!», e anche Giovanni comincia a correre dietro al cugino, per restituirgli il colpo.
«Ragazzi! Non correte che la strada è tutta polverosa!», li rimprovera bonariamente Elisabetta. La quale, poi, rivolta a Maria esclama:
«Speriamo che oggi i venditori abbiano abbassato un po’ i prezzi della loro mercanzia. Ti ricordi quanto abbiamo pagato le cose che abbiamo comprato l’altra volta?».
«Già, hai ragione. Ma qui, con chiunque di questi venditori parli, ti dicono che c’è la crisi, che i prezzi devono essere per forza alti, considerato che anche per loro procurarsi la roba da vendere è diventato più difficile e più costoso».
«Di questo passo dove andremo a finire? Noi, bene o male, riusciamo ancora a tirare avanti perché Zaccaria, con il suo ruolo di sacerdote, riesce ancora ad avere delle buone ricompense per i suoi uffici sacri».
«Anche noi ce la caviamo ancora benino. Diciamo che finché il lavoro al cantiere di Sepphoris dura, non dovremmo avere problemi».
«Avevo sentito dire che a Sepphoris i lavori si erano un po’ fermati…».
«Tu sai che Giuseppe è nella squadra che lavora alla ricostruzione del teatro. In effetti, un po’ per il cattivo tempo, un po’ perché per qualche settimana non sono arrivate le pietre per continuare il lavoro, gli operai sono stati tutti fermi».
«E come avete fatto?».
«Io avevo detto di usare un po’ dei soldi di quella piccola rendita che abbiamo, grazie all’oro che ci avevano portato in dono quei sapienti venuti da Oriente, quando nacque Gesù. Ma lui non ha voluto sentire ragioni. Ha detto che quell’oro serve per gli studi del ragazzo».
«E, dunque, come vi siete arrangiati?».
«Gli ho anche detto “chiediamo un aiuto a mamma e papà”, ma quel testone mi ha detto “non se ne parla proprio!”. E così si è inventato un secondo lavoro».
«Cioè?».
«Venditore ambulante di frittelle!».
«Mica male come idea!».
«Certo, solo che a me poi tocca lavare tutte le sere i suoi vestiti maleodoranti di frittura!».
«Dai, non lamentarti, alla fine ha saputo inventarsi un’idea redditizia».
«Figurati. Una delle ragioni per cui l’ho sposato è proprio perché è un uomo pieno di buona volontà».
«Però, in tutta questa crisi, vorrei sapere i nostri governanti, da Erode ai romani, che diamine combinano».
Nella discussione, si intromette Giovanni, che, rinunciato a rincorrere Gesù, che nel frattempo li ha preceduti ai primi banchi del mercato, dice:
«Ma’, ma che vuoi che gli importi a Erode se tu paghi qualche spicciolo in più la roba che compri? A lui tutto arriva gratis fino a tavola!».
«Giovanni! Ma chi te le insegna certe cose?».
«Ce l’ha detto il maestro a scuola! Dice che a lui gli danno una paga da fame, mentre a palazzo sguazzano nel benessere!», e corre anche lui verso i banchi del mercato.
«Beh, in fondo il ragazzo non ha mica torto», chiosa Maria.
Le donne si accostano ad alcuni venditori che offrono prodotti dei loro campi.
«Mi raccomando, ragazzi, non allontanatevi troppo. Io e Elisabetta stiamo qui per comprare qualcosa da mangiare», dice quella a Gesù e Giovanni.
«Sì, ma’, facciamo un giro più in là».
Gironzolando tra i banchi, l’attenzione dei due ragazzini viene richiamata da grida e schiamazzi. Naturalmente, la loro curiosità ha la meglio sugli avvertimenti e le raccomandazioni di Maria, e così si avvicinano di più per vedere cosa succede.
Nei pressi del banco di un pubblicano, i due ragazzi vedono un uomo a terra, mentre l’altro – l’esattore delle tasse – lo percuote con una specie di bastone, intimandogli di pagare quello che deve a Cesare.
«Devi pagare!», gli grida con rabbia.
«Ma, ti ho dato tutto quello che avevo», si giustifica l’altro, cercando di evitare i colpi che quello gli sferra con il bastone.
La gente, che intanto passa di là, non si intromette, per evitare noie con le autorità. Infatti, molti, pur disprezzando i pubblicani, che da ebrei lavorano per conto dei romani mettendosi contro i loro stessi connazionali, fanno buon viso a cattivo gioco. Nel privato li criticano, ma non hanno il coraggio di dire pubblicamente quello che pensano. Così, quando a qualcuno capita di essere in difficoltà per pagare le tasse, non trova nessuno disposto a mettersi dalla sua parte.
«Ha fatto bene l’esattore!», afferma una voce alle spalle di Gesù e Giovanni, mentre il malcapitato viene portato via da due guardie accorse per arrestarlo.
«E tu chi sei?», chiede Giovanni, voltandosi e notando che a parlare è stato un altro ragazzino, che era lì nei pressi.
«Mi chiamo Levi», si presenta.
«Come puoi dire che ha fatto bene?», chiede Gesù.
«Le tasse vanno pagate, secondo quello che prescrive la legge», dice dandosi il tono di chi la sa lunga.
«Ma quel poverino mica ha detto che non vuole pagare. Tuttavia, se ha già dato tutti i soldi che aveva in tasca, che altro deve cacciare?».
«Tutti la stessa scusa usano. Sicuramente avrà imboscato i suoi soldi da qualche parte, come fanno tutti quelli che non vogliono pagare le tasse!».
«Sbaglio, o tu sei a favore degli esattori delle tasse?».
«Certo! Da grande anche io diventerò un esattore delle tasse: sarò ricco e vivrò nel lusso e nelle comodità. Mica come quel pezzente!».
Allora Gesù fissa lo sguardo negli occhi di Levi e gli dice: «Pensi che se anche diventi l’uomo più ricco di Israele, i soldi che guadagni ti garantiranno la salute, la salvezza della tua anima, o il rispetto del tuo popolo?».
«Che c’entra?».
«A che serve fare tanti soldi? Avresti solo la preoccupazione di doverli nascondere per paura che ti entrano i ladri in casa e ti rubino tutto!».
«Metterei delle guardie».
«Sì, e poi magari sarebbero proprio loro a derubarti! Non è meglio accontentarsi del giusto e vivere dignitosamente? Penso che, se tutti si accontentassero del giusto per vivere, da Erode fino all’ultimo uomo di Israele, vivremmo tutti meglio e saremmo tutti più felici!».
«Sentitelo il saputello!».
«Non puoi certo negare che se passi la vita ad accumulare ricchezze, che vantaggio te ne verrebbe, se poi devi preoccuparti di mettere guardie a ogni porta della tua casa? E considera pure che, anche se tu avessi tutte le ricchezze del mondo, mica le potresti portare con te, una volta morto!».
Levi non riesce a replicare niente, se non un generico: «Ma guarda i poveri come vengono trattati!».
«I poveri sono sempre bistrattati, e anche tra duemila anni a Roma ci saranno governanti che sguazzeranno nel benessere e gente che tira avanti a fatica ogni giorno. Ma, comunque, non è una buona ragione per non fare qualcosa di utile per il prossimo».
«Chi è il prossimo?», la domanda viene fatta quasi all’unisono da Giovanni e Levi.
«Ve lo spiegherò tra una trentina d’anni».
«Ancora con questa storia?», dice Giovanni, e poi aggiunge rivolto a Levi: «Non ci far caso, Gesù dice a tutti ‘sta cosa che tra trent’anni capiremo e lui spiegherà!».
«Gesù?», fa Levi, quasi a chiedere conferma del nome.
«È il mio nome», risponde lui, «e questo è mio cugino Giovanni».
«Va bene. Penserò a quello che mi hai detto. Ora, però, devo andare che mi aspettano a casa». E così, mentre Levi tutto pensieroso se ne torna a casa, Gesù e Giovanni rintracciano le rispettive madri.
«Pensi che lo rivedremo mai, quello strano ragazzo?», chiede Giovanni.
«Sì, tra una trentina d’anni, penso di sì…», risponde Gesù.
«Non ti sopporto più!», quasi grida l’altro.
«Prendimi se ci riesci!», allora, Gesù gli molla un altro scapaccione dietro la testa e comincia a correre avanti.
«Se ti prendo ti faccio vedere io, e non tra trent’anni, ma subito!».
[marzo 2016]


