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SACRA FAMIGLIA di Vincenzo Ruggiero Perrino – Episodio 15

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 15

Nazareth, anno 1 a. C.

Usciti da scuola, Gesù e Giovanni hanno deciso di far visita a Giuseppe, il quale, poiché il cantiere di Sepphoris resterà fermo per qualche settimana, ha ripreso di buona lena il suo secondo impiego: vendere frittelle per strada.

«Comunque, io penso che zio Giuseppe sia veramente in gamba… Cioè, non è come tutti quegli sfaccendati che perdono tempo quando non lavorano. Lui è riuscito ad inventarsi un secondo lavoro», esordisce Giovanni.

«Già, mio padre è forte! E devi dire che a vendere le frittelle guadagna più che a fare il costruttore a Sepphoris!», replica l’altro.

«Meglio così, no?».

«Direi!».

«E, poi, diciamola tutta: le frittelle che fa tuo padre sono proprio ottime!».

«Per questo la gente fa la fila per comprarle!».

Cammina cammina, i ragazzi giungono nella strada adiacente il mercato, dove Giuseppe ha piazzato il suo banchetto da venditore.

«Ecco!», esclama Gesù, «che ti dicevo? Guarda che fila che c’è già!».

I due si avvicinano al padre/zio, che nel vederli li saluta: «Ue’, ragazzi, già finita la lezione?».

«Sì, zio, una noia che non ti dico».

«Come mai da queste parti?».

«Pa’, che domande! Ci siamo detti “andiamo a vedere come procede il lavoro”, e siamo venuti qui!».

«Ah, ecco, e io che pensavo che volevate assaggiare una mia frittella… Mi sono sbagliato… Vorrà dire che quelle che volevo dare a voi, le venderò a questo signore…», dice, alludendo al primo della fila che aspetta di avere la sua frittella.

«Beh, zio, se ce ne fai assaggiare una, noi mica rifiutiamo!».

Giuseppe scoppia a ridere e porge una frittella ciascuno. Poi, mentre i ragazzi si siedono su delle pietre un po’ più in là, lui continua a servire i suoi clienti. Dopo un po’ di tempo, la fila è stata smaltita: tutti hanno avuto la loro frittella, la borsa con i soldi è piena, e adesso si può tornare a casa. Così, l’uomo comincia a mettere in ordine le sue cose; i ragazzi gli si avvicinano per aiutarlo.

Poco più in là, dall’altro lato della strada, uno storpio, vestito di stracci, si muove verso il terzetto con il suo passo claudicante, strisciando una gamba e appoggiandosi ad un lungo e nodoso bastone.

«Aspetta! Aspetta!», grida verso Giuseppe, agitando il braccio.

«Cosa succede?», chiede l’altro.

«Stai andando via?», domanda appena giunge vicino a Giuseppe.

«Sì. Ormai si è fatto tardi, e ho finito tutte le frittelle che avevo preparato».

«Maledico questa gamba che non funziona come dovrebbe, che mi ha fatto fare tardi!».

«Via, non mi sembra sia il caso di prendersela tanto. Domani sarò di nuovo qui e potrai mangiare una mia frittella», replica l’altro.

«Tu non puoi capire. Ho chiesto l’elemosina al mercato per un’intera giornata per poter comprare una tua frittella. E ora, dopo tanta fatica, dovrò restare digiuno fino a domani».

«Se l’avessi saputo sarei venuto io da te a portartene una».

«Lo so, tu non hai colpa. Io me la prendo con il cielo che mi ha fatto così!», dice l’altro, con un tono particolarmente arrabbiato, quasi come se sputasse veleno ad ogni parola.

Udite queste cose, Gesù interviene nel discorso.

«Cosa succede?», chiede.

«Ma ti pare il momento? Non vedi che è abbastanza arrabbiato?», gli fa notare Giovanni, cercando di trattenerlo per un braccio.

«Lascia, voglio soltanto parlare con lui».

Ascoltata la spiegazione dell’uomo, Gesù gli chiede: «Ma il Padre nostro che è nei cieli non ha voluto certo punirti, facendoti nascere con una gamba malata».

«Ah no? Ma non credo che vivere in queste condizioni sia un premio!», esclama l’altro in tono sarcastico.

«Dovresti semplicemente cercare di vivere al meglio che puoi, perché punizioni e premi verranno dopo la morte, non certo prima! Se tu fossi un attore, ti direi che in un certo senso questa è la parte che ti tocca interpretare, e devi farla bene, se vuoi che lo spettacolo abbia successo. E uno spettacolo ha successo o meno, dopo che è stato rappresentato».

«Ragazzo, ma mi vuoi forse prendere in giro?».

«Non mi permetterei mai».

«E ammesso pure che fosse come dici tu, desidererei, però, sapere perché, in questo “spettacolo”, proprio io debba fare il pezzente? Solo per me, la vita deve essere così tragica? E perché, per gli altri, invece tutte le cose devono andare bene? Non siamo forse tutti uguali davanti al tuo Dio? Perché, allora, la vita è tanto diseguale per ognuno, e a me è toccato vivere da miserabile e storpio? A me non sembra giusto che ad altri la vita dia maggiori gioie rispetto a me!».

A quel punto, Giuseppe e Giovanni guardano Gesù, quasi come se temessero che il loro figlio e cugino non riesca a replicare nulla a quell’uomo effettivamente tanto sfortunato, da non aver potuto avere nemmeno la gioia di gustare una frittella.

Invece, il ragazzo tira un bel respiro e poi comincia a dire: «Ti faccio un esempio, così per rendere meglio l’idea che ti voglio spiegare».

«Sentiamo».

«Se fossimo a teatro…».

«Di nuovo a teatro?».

«Sai, mio padre lavora proprio alla ricostruzione del teatro a Sepphoris, e si spacca la schiena e la mani per fare in modo che io possa crescere. E dunque il teatro è una cosa che conosco bene. E poi considera che il mondo è un po’ il teatro sul quale si affaccia lo sguardo del nostro Signore…».

Il mendicante annuisce senza replicare alcunché.

«In una rappresentazione è degno di lode sia colui che la parte fa del mendicante (che però si dedica a quella piccola parte con tutta la passione e il suo impegno), sia colui che rappresenta il re. Entrambi sono uguali nel meritare l’applauso del pubblico. L’importante è far bene la propria parte, indipendentemente da quale essa sia».

«Cioè?».

«Tu pensa a vivere secondo la volontà di Dio, e vedrai la tua ricompensa sarà pari a quella di un re o di uno scriba. E, affinché non tu non ti affigga ritenendo che Dio ti abbia voluto condannare, ti dico che, ai suoi occhi, il ruolo del re non è giudicato migliore, se il povero, con ogni impegno, avrà ben vissuto. Entrambi avranno la ricompensa per come hanno agito».

«Tu dici?».

«Dico dico. Nel teatro di Dio, il primo attore è pagato tanto quanto il trovarobe, e tanto quanto l’ultima comparsa senza nome. La cosa importante che devi tenere sempre a mente è che, quando calerà il sipario, Dio giudicherà il tuo impegno nel sostenere la parte che ti è stata data».

Segue un lungo silenzio. Giuseppe e Giovanni guardano ora Gesù, ora l’altro uomo. Alla fine questi esclama: «Grazie, ragazzo, per avermi detto queste cose. Forse, mi sono arrabbiato inutilmente. Anche perché alla fine, pur arrabbiandomi, non è che la mia gamba riprende a funzionare, o mi arricchisco e non sono più povero! Proverò a vivere meglio le mie giornate».

«Bravo!».

«Allora io vado. Domani tornerò per avere la mia frittella!», esclama finalmente tranquillo l’uomo.

«Va bene», riesce appena a dire Giuseppe, sorpreso del cambiamento di umore che le parole del figlio hanno provocato in quel poveretto.

«Ah dimenticavo. Io la mia frittella prima non l’ho mangiata. Tieni prendi la mia!», gli fa Gesù.

Quell’altro non riesce a spiccicare nemmeno una parola, ma prende dalle mani del ragazzino la frittella e comincia a piangere. Poi, ringraziatolo, se ne ritorna lentamente da dove era venuto.

«Figliolo, ma perché aspettare che quello si arrabbiasse e sbraitasse come ha fatto? Visto che non avevi mangiato la tua frittella, non potevi dargliela subito, così che non dovevamo sorbirci tutte le sue lagne?», chiede Giuseppe, mentre tutti e tre prendono la via del ritorno.

«No, altrimenti, domani avrebbe fatto altrettanto, se non peggio».

«Cioè?», gli chiede Giovanni.

«Era necessario fargli capire come stanno le cose, e fare in modo che capisse che il Signore non ce l’ha con lui. Solo così poteva fare pace con Dio».

Nipote e zio si guardano perplessi.

«Cosa c’è?», chiede Gesù.

«Non è mica tanto chiaro quello che hai detto, caro cugino!».

«Vabbè, diciamo che…».

Giuseppe e Giovanni lo interrompono e all’unisono finiscono la frase: «… tutto sarà più chiaro tra una trentina di anni!».

I tre scoppiano a ridere e proseguono la strada verso casa.