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SACRA FAMIGLIA di Vincenzo Ruggiero Perrino -Episodio 16

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 16

Nazareth, anno 1 a. C.

Gesù si è svegliato un po’ più tardi stamattina. È giorno di festa a scuola e quindi appena sarà pronto, insieme con Giovanni, andrà al lago a giocare con gli altri bambini. Avrebbe voluto accompagnare Giuseppe al cantiere di Sepphoris, ma il padre è partito all’alba, e la sera prima gli aveva detto di riposare e che sarebbe andato con lui un altro giorno.

«Ehilà, ben svegliato», lo saluta Maria.

«Buongiorno!», risponde lui, stropicciandosi gli occhi.

«Dormito bene?».

«Mica tanto… Ho avuto un brutto sogno».

«Ti va di raccontarmelo?».

«No, meglio di no…».

«Perché?», chiede la madre, assumendo un’espressione di preoccupazione mista a tristezza.

«Perché ho sognato di essere ucciso».

Maria è presa da un senso di sgomento. Poi, per sdrammatizzare dice:

«Non devi preoccuparti. Al mercato ho sentito due soldati romani che parlavano proprio dei sogni. Secondo loro, i sogni non sono altro che fantasie, prive di qualunque utilità pratica per il sognatore. Cioè, sono solo frutto della fantasia, che magari ti fa rivivere qualcosa che ti ha colpito durante la giornata».

Gesù, sapendo che la madre è turbata, replica: «Sì, mi sembra giusto. Per loro natura i sogni non si possono spiegare e portano messaggi difficili da interpretare. E non sempre i messaggi che portano si realizzano».

«Bene. Dai, vai a prepararti, che tra poco arriva Giovanni», conclude Maria.

Poco dopo, il cugino è giunto e Gesù si è preparato. Insieme, si dirigono verso il lago.

«Stanotte ho sognato di essere ucciso», gli confida Gesù, strada facendo.

«Ma dai! Racconta».

«No, meglio di no…».

«Vabbè, ma manco puoi dirmi che hai avuto un brutto sogno e poi non raccontarmelo».

«Secondo mamma, i sogni sono solo fantasie e non significano niente».

«Uhm… secondo me dovresti parlarne con qualcuno capace di interpretare i sogni, così ti spiega bene qual è il significato del tuo», suggerisce l’altro.

«Ma io so perfettamente cosa significa il mio sogno».

«E cosa significa?».

Segue una lunga pausa. Gesù assume un’aria riflessiva e poi, aprendosi in un largo sorriso replica al cugino:

«Quello che significa ti sarà più chiaro tra una trentina di anni!».

«Ci credi se ti dico che lo sapevo già che mi avresti risposto così?», ribatte Giovanni.

Insieme scoppiano a ridere.

Intanto, giunti nei pressi del lago, incontrano un po’ di bambini: ci sono Simone e suo fratello Andrea, e i figli del socio del loro padre, Giacomo e Giovanni. Poi, ci sono alcune bambine: Sara, Cleofa, Rebecca e Maddalena. E c’è anche un ragazzino da poco unitosi al solito gruppetto: si chiama Zenone, ed è il figlio di un ricco commerciante di origine greca.

«Salve, parvulos», saluta Gesù.

«Che fai, ora, ti metti a parlare la lingua dei nostri invasori?», sembra quasi rimproverarlo Giovanni.

Gli altri, invece, sembrano divertiti da quel modo inconsueto di salutare.

«Ragazzi, sono contento che ci siamo proprio tutti stamattina», commenta il fratello di Giacomo, che pure si chiama Giovanni, ed è il più piccolo della compagnia.

«Che facciamo?», chiede Sara.

Seguono un po’ di proposte su quale gioco fare. Alla fine, prende la parola il nuovo arrivato, il greco Zenone:

«Quando vivevo ancora a Salonicco, prima di trasferirmi qui, con i miei compagni facevamo un gioco».

«Quale?», chiedono un po’ tutti.

«Allora, uno di noi viene bendato e conta fino a cento…», esordisce il ragazzo.

«E se chi viene bendato non sa contare?», chiede Simone, scatenando l’ilarità di tutti.

«Uhm…», riflette l’altro, che non si aspettava una simile domanda, «facciamo che scegliamo qualcuno capace di contare fino a cento e ci togliamo dall’impaccio».

«Gesù è bravo a scuola. Lui sa contare fino a cento!», fa notare Rebecca.

«Sì, è vero», conferma Giovanni.

Gesù li guarda come per dire “ma perché proprio io?”, e poi rivolto a Zenone lo esorta a continuare la spiegazione del gioco. Così, quell’altro riprende:

«Dunque, uno viene bendato e conta fino a cento, mentre tutti gli altri corrono a nascondersi da qualche parte. Quando chi è bendato è arrivato a cento, si scioglie la benda e cerca di scoprire dove si sono nascosti gli altri. Il primo che viene scoperto dovrà a sua volta bendarsi e andare in cerca degli altri».

Sentita la spiegazione, tutti sono d’accordo fare quel gioco, e, ascoltato ciò che hanno poc’anzi detto Rebecca e Giovanni, il primo a dover essere bendato e a contare sarà Gesù.

Un po’ controvoglia si fa bendare e comincia a contare ad alta voce, mentre gli altri, chi da una parte chi dall’altra, vanno a nascondersi. Giacomo e Giovanni si nascondono dietro ad una barca, che la notte prima era stata tirata in secca; Simone e Andrea invece si nascondono dietro ad alcuni cespugli; le ragazze corrono un po’ più in là, dove ci sono degli alberi e si mettono ognuna dietro una pianta; Giovanni, il cugino di Gesù, va a mettersi dietro il muro di una casa che è poco più in là, e nella quale, data l’ora non c’è nessuno; Zenone, infine, si nasconde sopra il tetto di quella stessa casa.

«Ma, non sarà un po’ pericoloso stare lassù?», gli fa notare Giovanni.

«Cosa vuoi che succeda? Piuttosto, non parlare forte, altrimenti tuo cugino capisce subito che siamo qui e uno di noi due lo trova di sicuro!», risponde il ragazzo greco.

Arrivato a contare fino a cento, Gesù si toglie la benda e si guarda intorno. Tutti sono ben nascosti a quanto sembra, visto che gettando l’occhio non riesce a individuare nessuno. Notata la casa poco più in là, e pensando che possa costituire un buon nascondiglio, si dirige proprio in quella direzione.

Quando è dinanzi alla porta, si accorge che un filo di paglia dal tetto gli è caduto tra i capelli. Alza la testa e con la coda dell’occhio vede un’ombra sgattaiolare sulla terrazza. Stando attento a non fare rumore, si arrampica sul tetto, e s’accorge che, nascosto lassù, c’è Zenone.

«Eccoti lì, Zenone!», esclama a gran voce alle spalle del nuovo amico.

Quello, forse sorpreso dall’essere stato trovato, si volta di scatto, ma nel girarsi perde l’equilibrio e cade di sotto.

Gesù si precipita a vedere cosa gli è successo, e nel ridiscendere trova pure Giovanni, al quale dice: «Presto, Giovanni, corri a chiamare aiuto. Zenone è caduto dal tetto».

«Come è caduto?».

«Ero salito per vedere chi c’era e lui ha perso l’equilibro ed è caduto».

«Gliel’avevo detto che era pericoloso nascondersi sul tetto».

«Corri a chiamare suo padre», gli dice Gesù.

Zenone è lì riverso e non si muove. Gli altri bambini, usciti fuori dai rispettivi nascondigli, si avvicinano alla casa. Nessuno, però, ha il coraggio di avvicinarsi al corpo di Zenone, poiché tutti credono che sia morto. Poco dopo giungono anche il padre e la madre del ragazzo e cominciano a piangere e ad accusare Gesù di aver spinto di sotto il loro ragazzo.

«Come potete accusare Gesù di aver gettato giù Zenone?», chiede Giovanni.

Quelli, però, continuano a maltrattarlo, minacciando di chiamare le guardie perché arrestino Gesù.

«Ma, siamo solo bambini e stavamo giocando. Zenone è salito sul tetto per nascondersi ed è caduto», fanno notare un po’ tutti gli altri.

I genitori del ragazzo caduto non sentono ragioni. Giunte anche le guardie, i genitori seguitano a disperarsi per la morte del figlio, e ad incolpare Gesù dell’accaduto.

Allora, quello si avvicina al ragazzo per terra. Guarda tutti i presenti e dice ai genitori: «Mi avete accusato di un crimine senza nemmeno farmi dire una parola. Cosa fareste voi, se io vi accusassi senza ragione dinanzi a tutti e dinanzi al cielo?».

Essi tacciano.

«Io vi dico che Zenone non è morto».

Infatti, accovacciatosi sul ragazzo, lo scuote dicendogli: «Zenone, alzati e dì a costoro: sono io che ti ho gettato giù dal tetto?».

«Stupido, non vedi che è morto? Come pensi che possa risponderti?», lo insulta una delle guardie.

Ma Zenone apre gli occhi, si alza e si mette a sedere, guardandosi un po’ intorno. Si massaggia la testa che ha battuto nel cadere: «No, Gesù, non sei stato tu a buttarmi di sotto. Ho perso l’equilibrio e sono caduto».

I genitori e le guardie rimangono sbalorditi. Zenone si alza in piedi e si complimenta con Gesù, perché è stato bravo a capire dove lui si era nascosto. Poi, va dalla madre e dal padre che lo abbracciano e lo baciano. Infine, se ne ritornano con il figlio a casa. E anche le guardie vanno via, senza dire una parola.

«Gesù, tu sei sempre stato bravo con tutti, ma quelli ti volevano arrestare…», gli fa notare Simone.

Lui sorride e dice a tutti gli altri amici: «Fate tesoro di questo: cercate sempre la verità e non fermatevi all’apparenza. Questo lo fanno i pagani. Ma chi crede veramente nel Signore, cerca sempre e comunque la verità».

Avendo visto ciò che era accaduto, Giacomo e Giovanni, maledicono quella gente: «Che scenda un fuoco dal cielo e li consumi». Ma Gesù si volta verso di loro e li rimprovera: «No, amici. Chiedete piuttosto al Signore che dia loro la saggezza di comportarsi rettamente secondo la sua volontà e non maledite nessuno, nemmeno chi vi accusa ingiustamente».

Giovanni, per stemperare un po’ le cose, assume un’espressione buffa e ammiccante, ed esclama: «Tanto, tutte queste cose tra una trentina di anni vi saranno più chiare!».

La frase procura l’effetto sperato, perché Gesù per primo comincia a ridere, seguito da tutti gli altri. Poi, visto che la giornata è ancora lunga, riprendono a fare il gioco insegnato loro da Zenone, finché non viene l’ora di cena.