SACRA FAMIGLIA – Episodio 10
SACRA FAMIGLIA
di Vincenzo Ruggiero Perrino
Episodio 10
Nazareth, anno 1 a. C.
Da un po’ di tempo le lezioni nella scuola che frequentano anche Giovanni e Gesù hanno previsto una novità. Infatti, oltre alla lingua greca, i ragazzi devono imparare la lingua latina, in ossequio agli usi e costumi dei nuovi occupanti la regione d’Israele.
«Ahé, io già non capivo niente di greco, ora devo mettermi a imparare pure il latino!», commenta Giovanni, una volta usciti, sulla strada di ritorno verso casa.
«Dai, alla fine come lingue si assomigliano pure un po’: tutte e due hanno le declinazioni, e in tutte e due si usano una serie di frasi costruite in modo particolare. Io penso che non sarà tanto diverso dallo studiare greco», replica Gesù.
«La fai facile tu! Intanto, saranno buoni due mesi che facciamo ‘sta roba e io ancora non riesco a distingue rosae genitivo da rosae dativo!».
«Per forza! Sei vuoi distinguere così è impossibile: praticamente è la stessa parola. Solo che ha un significato diverso a seconda della frase in cui si trova».
«Ma dico io: Erode che sta a fare? Non può andare dai romani e dire: “Cari signori, venite qui a fare i padroni, ma almeno lasciateci parlare come ci pare e piace”?».
«Seee, figurati se quello farà mai una cosa del genere. Erode, come del resto tutti i potenti, è simile ai farisei, che sta comodo nel suo palazzo e vuole i saluti nelle piazze, ma è simile anche ai dottori della legge che caricano gli uomini di pesi insopportabili, guardandosi però bene dal toccare quei pesi anche solo con un dito!».
«Sono certo, che prima o poi, quell’uomo mi farà perdere la testa!», aggiunge Giovanni.
«Comunque, io credo che il popolo non sia tanto preoccupato per la questione della lingua latina… Capirai, ce li vedi tu gli anziani di Nazareth a parlare con rosa rosae, o con l’ablativo assoluto?», riprende Gesù.
«E di cosa, allora?».
«Del fatto, che i romani pretenderanno il pagamento di tasse sempre più alte… Di fronte al dio mammona, non c’è rosa rosae che tenga!».
«Già».
I due ragazzi attraversano la strada centrale del paese, per proseguire poi verso la periferia, e quindi verso casa. Facendo quella via, è necessario passare per la piazza del mercato, che, vista l’ora, sarà ancora in fermento, con venditori e clienti venuti dai dintorni per concludere qualche buon affare.
«Sbrighiamoci che è tardi ed ho una gran fame!», dice Giovanni.
«Aspetta un secondo…», dice Gesù, che con la coda dell’occhio ha notato qualcosa.
Infatti, non molto lontano da dove sono i due cugini, un paio di soldati romani stanno animatamente discutendo con un uomo, che a sua volta replica a gran voce a quanto gli dicono i due.
«Andiamo a vedere che sta succedendo laggiù», propone Gesù.
«Ma che ti importa?».
«Giovanni Giovanni, mi importa eccome…», dice quello, scuotendo la testa, e poi prosegue, iniziando a dire: «Ti sarà…».
Ma è l’altro cugino a terminare la frase: «… tutto più chiaro tra una trentina di anni… Ho capito. Andiamo a vedere, ma giusto due minuti e poi torniamo a casa, che ho fame!».
Così, i due si avvicinano al banco, dove, come di consueto accade si è fatto un capannello di persone, curiose di capire il motivo di quella disputa.
La pattuglia di soldati è formata da un uomo all’apparenza più grande di età dell’altro; dagli occhi intelligenti ma un po’ spenti; sembra avere molta autorevolezza; è chiaro che, tra i due, il “capo” sia lui. L’altro è poco più di un ragazzo; infatti ha una barbetta appena accennata; e sostanzialmente si limita ad eseguire le cose che gli vengono ordinate dal suo superiore, o, al più, ripete a gran voce quello che il comandante dice all’uomo del mercato.
«Per Giove! Vuoi capire che bisogna pagare la tassa annonaria, per stare qui al mercato?».
«Centurione, ma lo vuoi capire che ti ho dato praticamente tutto il guadagno che ho fatto oggi? Lo vedi anche tu che non ho più nemmeno uno spicciolo!».
«Voi ebrei vi credete furbi!».
«Ma no! Guarda», fa l’uomo rivoltando l’interno di un sacchetto, «nella mia borsa non c’è più nulla».
«Ehi Lucrezio, hai capito questo zoticone? Vuol prendersi gioco dei soldati di Roma! Ah ah ah!».
Il soldato più giovane ride anch’egli alle parole del centurione, e poi soggiunge: «Centurione, scommettiamo che costui nasconde i suoi soldi, sotto la sua veste?».
E, sguainata la spada, con un colpo taglia la cordicella che teneva legata la veste del venditore del mercato, che si apre; da una tasca nascosta cadono fuori un po’ di monete; mentre tutti i presenti in coro commentano con un “oh!” di sorpresa.
«Visto?».
«Potremmo arrestarti e farti condannare a morte per questo, lo sai?», dice il centurione.
Il venditore resta in silenzio a testa bassa. Allora, Gesù richiama l’attenzione di tutti dicendo:
«Ehi, centurione!».
Giovanni cerca di fermarlo: «Ma sei impazzito tutto in una volta? Che fai?».
«Aspè, lasciami dire!», e si avvicina al centurione.
Quello si volta verso il ragazzo: «Cosa vuoi tu, ragazzino?».
«Solo chiederti come ti chiami».
Il centurione resta un po’ interdetto, ma poi decide che può soddisfare la curiosità del ragazzo:
«Il mio nome è Ponzio Pilato. E tu, come ti chiami?».
«Io sono Gesù, e questo è mio cugino Giovanni».
«Volevi dirmi qualcos’altro?».
«Sì. Posso vedere una moneta di quelle che sono cadute di tasca al venditore disonesto?».
«Eccola».
Gesù prende la moneta e ne guarda entrambe le facce. Poi chiede ancora:
«Chi è questo qui che è ritratto sulla moneta?».
«Come chi è? È l’imperatore Cesare Ottaviano Augusto! Tu che sei un ragazzo non puoi sapere che Augusto è il padrone di gran parte del mondo, e a lui è necessario pagare i tributi».
«Infatti, io non metto in dubbio che sia giusto pagare i tributi…».
Allora il centurione Pilato si rivolge alla folla: «Avete sentito, bifolchi? Finanche un ragazzino l’ha capito che è giusto pagare i tributi…».
«Aspetta, non ho finito di dire», fa notare Gesù, e poi continua: «è giusto pagare i tributi, ma sarebbe anche giusto che con i soldi dei tributi i padroni del mondo facessero cose per il bene di tutto il popolo, no?».
«Augusto sa cosa fare dei soldi dei tributi!».
«Lo spero… Ma non sempre i potenti di turno usano in modo onesto e giusto i soldi che il popolo paga come tasse. Anzi, il più delle volte quei soldi servono soltanto a garantire loro maggiori agi e più vizi. Mentre il popolo non ha neanche il minimo necessario…».
«Il minimo necessario? Ma tu hai visto cosa ha fatto costui? Ha solo finto di non avere soldi, in realtà li aveva nascosti per non pagare il dovuto!».
«Infatti: ho detto che i governanti non devono esigere troppo, e quello che ottengono lo dovrebbero usare per fare opere per il bene di tutti; il popolo deve dare quello che è stabilito dare, senza truccare i guadagni, o aumentare a loro volta i prezzi per non perdere il loro ricavo!».
«Caro ragazzo, io sono centurione in questa zona da un po’ di tempo…», continua Pilato, ma viene interrotto da Lucrezio che si intromette nel discorso:
«Ma noi faremo carriera. Lui sicuramente un giorno diventerà il governatore di qualche regione di qui. Che so, la Galilea e la Giudea… Io spero di prendere il suo posto come centurione!».
«Lucrezio! Non interrompere il tuo superiore», lo rimprovera Pilato: «Dicevo, ragazzo, io sono centurione in questa zona da un po’ di tempo e ti posso garantire che le cose non sono mai andate come dici tu, e probabilmente anche tra duemila anni andranno ancora così, con i potenti che tiranneggiano il popolo, e il resto del popolo impegnato in una guerra tra poveri, per garantirsi il minimo indispensabile per vivere».
«Beh, il tuo collega ha detto che sicuramente un giorno tu diventerai governatore. Almeno tu, come governatore potrai fare diversamente dagli altri».
«Quando, e soprattutto se, diventerò governatore, io continuerò ad essere fedele all’imperatore… È il mio compito…», dice Pilato perentoriamente.
«Sai bene che non è questa la verità…».
«Quid est veritas?», chiede in latino Pilato, presumendo che il ragazzo non possa intenderlo.
«Est vir qui adest», gli replica Gesù, lasciando sorpreso e pensieroso il suo interlocutore.
Giovanni richiama l’attenzione del cugino: «Sarebbe ora di andare».
«Sì, andiamo».
Così, i due cugini si dirigono verso casa, mentre Pilato e Lucrezio finiscono di rimproverare il venditore disonesto.
«Pensi davvero che quel centurione un giorno diventerà governatore di questa zona?», chiede Giovanni.
«Probabilmente sì, così come l’altro, facendo carriera, da soldato semplice diventerà centurione… Ma del resto, queste cose ci saranno molto più chiare tra una trentina di anni…».
«Ancora con questa storia?».
«Facciamo una corsa verso casa. Chi arriva secondo paga pegno».
E, correndo correndo, i due cugini ritornano verso casa.
[ottobre 2016]
Il Serpente Prudente – Tutto è bello, tutto è buono
n . 6 (24/10/2016)
“Tutto è bello, tutto è buono”
Qualche settimana fa, scrivendo riguardo all’uso distorto che spesso si fa delle parole, concludevo dicendo che una pericolosa caratteristica del comportamento degli uomini e delle donne di questi decenni tristi e vuoti è il buonismo. O, se si vuol dirlo all’inglese, che fa più tendenza, del politically correct.
In questi giorni ho riflettuto meglio, giungendo alla conclusione che bisogna fare chiarezza su un punto: il buonismo, la correttezza ostentata e vacua, la riverenza formale verso regole che per “tradizione” si pretende osservare superficialmente senza “vivere” nella sostanza quello che si professa con le chiacchiere, sono sempre stati caratteristiche degli uomini di tutti i tempi.
Il gioco in fondo è piuttosto semplice: si stabilisce una regola, che magari inizialmente può anche avere un contenuto sostanziale utile alla felicità degli uomini; con il passare del tempo, l’osservanza della regola data (che non è mai, da che mondo è mondo, un’osservanza uguale per tutti: ci sono sempre stati quelli che si ritenevano o venivano ritenuti al di sopra della regola che essi stessi avevano formulato), venendo meno lo spirito iniziale, finiva per diventare un vuoto esercizio di stile; nella sostanza il reale intendimento di chi osserva la regola è quello di fare probabilmente l’esatto contrario, o comunque disattendere quello che la regola stessa dice.
Ce ne offre un clamoroso esempio Marco, quando racconta (7, 1-13) che, radunatisi intorno a Gesù un po’ di farisei e di scribi venuti da Gerusalemme, gli chiedevano conto del perché i discepoli si permettevano di prendere cibo con mani non lavate.
La risposta di Gesù spiattella a quegli ipocriti come stanno le cose: «Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Voi invece dicendo: Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, annullando così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».
Gesù, inoltre, riferisce anche che cose simili accadevano già al tempo di Isaia, e cioè ottocento anni prima della sua venuta in terra. Infatti, il profeta scriveva che il popolo onora Dio con le labbra, ma non con il cuore, poiché insegnavano dottrine che sono precetti di uomini.
Quindi, l’apparenza priva di sostanza (o, peggio, diametralmente opposta alla sostanza), quel dire bene di tutto e tutti finché ci torna comodo e tutti gli altri fanno altrettanto con noi altri, tipico comportamento di oggi, in realtà non è un’esclusiva dell’oggi, ma ha da sempre connotato il comportamento umano.
Tuttavia, tipico dell’oggi è un corollario a quell’ipocrita buonismo in voga già ai tempi di Isaia. Infatti, oggi non soltanto si tende a mascherare le proprie reali intenzioni con la vuota e meschina osservanza di precetti a cui non seguono i fatti (siano anche quelli della più semplice “buona educazione”), ma addirittura siamo arrivati a ritenere qualsiasi precetto buono e giusto, anche quelli che sono in aperta contraddizione con quelli che si pretende osservare.
In nome di una coesistenza pacifica – che è tale solo nella testa di chi la enuncia – si pensa che ogni cosa sia bella, buona e giusta, in un continuo relativismo delle proprie idee, le quali vengono continuamente revisionate alla luce dei casi della vita. Invece, dovrebbe essere l’esatto contrario: se sono fermamente convinto di una mia idea, cerco di fare in modo che la mia vita vada secondo la mia idea, e non che la mia idea si adatti alla vita che altri vogliono impormi!
Invece, per tanti, sotto qualsiasi bandiera ideologica e religiosa, spesso quella ideologia e quella religione possono tranquillamente subire una lieve modifica, una lieve aggiustatura per funzionare in qualsiasi circostanza imposta dalla storia e dal tempo.
Prendiamo il comunismo cinese: i dirigenti del P.C.C. mica dicono “applichiamo il Capitale di Marx e collettivizziamo i redditi di affaristi senza scrupoli che in nome del dio denaro sfruttano operai e contadini”. No, per non cedere ai loro privilegi di casta, preferiscono dire: “il Capitale di Marx è il nostro credo; operai, contadini, soldati e studenti, uomini e donne sono tutti uguali, ma arricchirsi è glorioso”.
Prendiamo il fondamentalisti dell’ISIS: nel Corano (5, 32), in un contesto in cui si ammoniscono i nemici di Allah (in sostanza i politeisti e gli ebrei), si scrive: “Chiunque uccida un uomo (islamico), sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità”. I fondamentalisti, che dovrebbero combattere i nemici di Allah e del Suo Messaggero, invece in nome di Allah, non si tirano indietro a scannare anche i loro stessi compagni di fede, che è una cosa di tale assurdità che veramente dovrebbe scendere Allah dal cielo e incenerirli.
Prendiamo i cattolici: per almeno quarant’anni al governo italiano c’è stato saldamente e con poteri quasi assoluti un partito che professava idee cristiane. È evidente che il consenso quasi assoluto che quel partito riscuoteva ad ogni elezione veniva per forza di cosa dal mondo cattolico. Eppure nel momento in cui tributavano il maggior successo elettorale, quegli stessi elettori cattolici non seppero essere coerenti con le proprie idee andando a votare favorevolmente tanto al referendum sull’aborto che a quello sul divorzio.
Il concetto di “tradizione” è sempre ambiguo; apparentemente si riferisce al passato, in realtà è sempre una creazione retrospettiva: chiamiamo infatti tradizione ciò che possiamo agevolmente cambiare quando cambia il vento, o quando ci viene più comodo osservarne un’altra di tradizione…
Vincenzo Ruggiero Perrino




