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Serata di beneficenza al castello Boncompagni-Viscogliosi ad Isola del Liri

Aprendo il programma della serata al castello si legge “Grazie,per aver sostenuto l’Associazione Heal, e il nostro  progetto #AccorciamoLeDistanze”.

La serata si è tenuta il 22 giugno con l’evento ”LiriCa”, e grazie al prezioso sostegno di tutti i partecipanti, i fondi raccolti sono stati devoluti al progetto #AccorciamoLeDistanze.

Il progetto, ideato dal comitato scientifico ”HEAL”,  prevede la creazione di un portale che avrà la funzione di gestire in ”telemedicina”, alcuni aspetti della malattia neuro-oncologica a distanza, cioè il più vicino possibile al domicilio dei piccoli malati. Tutto ciò, permetterebbe ai piccoli pazienti del reparto oncologico del Bambin Gesù, di curarsi praticamente a casa, e spostarsi solo in caso di vera necessità, evitando viaggi così stressanti per tutta la famiglia, per non parlare del minor costo economico.

I reparti di Oncologia degli ospedali di Sora e Frosinone, con le associazioni ”NUOVA MENTE” e ”IRIS”, collaborano con l’ Ospedale Bambin Gesù, fin dalla nascita di questo progetto.

Grazie alla Famiglia Viscogliosi, il meraviglioso spettacolo si è potuto svolgere in una location a dir poco suggestiva, nel bellissimo Castello Boncompagni-Viscogliosi, nel Salone delle Rondinelle, i quali affreschi rappresentano tutti i territori posti sotto il dominio del Ducato di Sora ai tempi di Giacomo Boncompagni e Costanza Sforza.

La serata è stata presentata da Piergiorgio Sperduti e i protagonisti sono stati dei veri talenti, a partire dal Maestro Sandro Gemmiti, che ci ha deliziati con le note del suo pianoforte, e poi Maria Katzarava e Rocio Tamez, entrambe ci hanno regalato un repertorio lirico a dir poco favoloso, con assoli e duetti.

Si ringraziano per il Patrocinio la Pro Loco di Isola del Liri e l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale.

Gianna Reale

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Il Serpente Prudente – Il tempo della fede

n. 34 (19/06/2017)

“Il tempo della fede”

Chi ha modo di seguire costantemente le puntate di questa rubrica avrà avuto modo di notare alcuni punti chiave del discorso. In particolare ho cercato di insistere sul fatto che il senso della fede cristiana – cioè proprio della parola “fede” – è qualcosa di diverso da quello che comunemente gli viene attribuito, e cioè quello di “affidamento” o “fiducia”. Ho cercato di spiegare, basandomi sulla mia (modesta) conoscenza della Parola, che un punto su cui Gesù insiste particolarmente è il “fare”, e quindi una dimensione concreta e tangibile della fede.

Da questa considerazione iniziale sono poi venute le riflessioni sul “cosa” fare (cioè il comportamento del giusto e autentico cristiano, che ho tentato di riassumere nelle puntate dedicate alle esortazioni quaresimali al digiuno, all’elemosina e alla preghiera) e sull’importanza di una scelta di sostanza (e quindi di responsabilità), più che di carattere formale (e quindi di attribuzione della responsabilità al solo Dio).

Infine, un paio di puntate sono state dedicate alle figure che il cristiano dovrebbe avere a riferimento e a modello della sua condotta, e cioè la Madonna e i santi, oggetto troppo spesso di un’idolatria, che non serve a nulla se non ad arricchire astuti speculatori.

Tutto questo “vivere autenticamente la fede” fin qui delineato deve essere necessariamente iscritto in una coordinata imprescindibile: il tempo. Potrebbe sembrare una considerazione oziosa, e invece non lo è. Tanti, forti di un’equivocatissima interpretazione della misericordia divina, sono convinti che fino all’ultimo secondo della propria vita possano redimersi e volare direttamente in paradiso.

Che poi è un po’ quello che sembra essere successo al cosiddetto buon ladrone: una vita di ruberie e furti vari, tanto da finire in croce – è bene avvertire che la crocifissione, il supplicium servile, era la morte a cui andavano incontro schiavi fraudolenti verso i padroni e gentaglia dedita appunto a rapine e furti – e poi una parolina buona spesa in croce e il paradiso è assicurato. Tant’è che l’ironia popolare ha spesso indicato in quest’azione un ultimo incredibile furto, appunto quello della salvezza eterna.

Io mi permetto di pensare che le cose stiano un tantino diversamente. Fermo restando che nella sua onnipotenza Dio può tutto, e quindi anche salvare il più infimo dei peccatori che nell’ultimo istante della sua vita mostri un minimo cedimento alla sua corazza di turpitudine, mi pare abbastanza fanciullesco pensare che Dio chiuda gli occhi su una vita di nefandezze, e, in virtù della sua misericordia, si accontenti di un gesto estremo di conversione.

Anche perché la conversione è qualcosa che deve accompagnare la vita dell’uomo, non chiuderla. Sarebbe praticamente perfetto: faccio quello che mi pare e piace, poi dieci minuti prima di morire mi converto; Dio si accontenta; mi perdona e io volo nell’alto dei cieli. Questo schemino presuppone la completa deresponsabilizzazione dell’uomo e una sorta di ingenua condiscendenza divina!

Invece, che le cose stiano diversamente Gesù lo spiega piuttosto inequivocabilmente in almeno due episodi.

Il primo è quello della parabola della cosiddetta “pecorella smarrita”, che ben chiarisce, nel rapporto uomo-Dio, quale sia il ruolo di quest’ultimo. È chiarissimo che Dio è disposto a mettersi a cercare la pecora smarrita, a fare notte finché non la trova. Ed è altrettanto evidente che gli è possibile trovarla a condizione che quella si lasci trovare. Se la pecora si fosse andata a nascondere in qualche posto sperduto e inaccessibile, il pastore sarebbe tornato indietro lasciandola al suo destino.

Quindi: Dio cerca l’uomo anche “a tempo indeterminato” (che certo non può essere “dieci minuti prima di morire”), ma l’uomo deve essere disponibile a farsi trovare, cioè almeno a comprendere il valore della parola e della fede, e a sforzarsi di viverla coerentemente.

Il secondo episodio è quello dell’adultera che stanno per lapidare e che Gesù salva con la fulminante battuta “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, che invece del rapporto uomo-Dio, chiarisce il ruolo dell’uomo. Normalmente l’esegesi anche domenicale si ferma appunto a questa frase di indubbia presa. In realtà l’episodio si conclude con l’ammonimento alla donna: “vai e non peccare più”.

Quindi: Dio perdona la colpa, ma l’uomo non deve per questo sentirsi autorizzato a sbagliare “a tempo indeterminato”, perché tanto “poi Dio,che è misericordioso, mi assolve sempre”…

Le stesse vite di tanti santi testimoniano un passato di negligenze di varia gravità. Tuttavia, una volta imboccata la strada della conversione (cioè di vivere autenticamente la fede di cui ho parlato altre volte), non l’hanno abbandonata più. E vivendo una fede autentica, anche gli errori diventano occasioni di prova della fede, piuttosto che veri e propri peccati.

Un quadro del genere sconsiglia vivamente di aspettare l’ultimo momento della vita per pentirsi e avere il perdono, considerando che la fede si vive nel tempo presente della quotidianità, e non a conclusione di essa. Bisogna pensare che Dio è misericordioso, mica un fessacchiotto che crede ad un pentimento in extremis! Se Gesù promette il paradiso al buon ladrone non è perché quello, vistosi in croce, ha calato l’asso del pentimento dalla manica; piuttosto è da credere che già durante la vita abbia avuto sempre remore nel fare ciò che magari l’indigenza lo costringeva a fare (ricordate che la crocifissione era la pena dei reietti della società).

Come avrete notato, dall’inizio di giugno Il serpente prudente ha cambiato periodicità. Infatti, per tutti i mesi estivi – e quindi fino alla metà di settembre – la rubrica, pur pubblicata sempre di lunedì, avrà cadenza bisettimanale. Perciò, arrivederci a tra quindici giorni!

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Le scelte pigre

n. 33 (05/06/2017)

“Le scelte pigre”

Ieri il calendario liturgico ci ha fatto festeggiare la Pentecoste, ovvero la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli. Un po’ ovunque la festività è stata anticipata da veglie di preghiera, attraverso le quali si è invocato l’arrivo appunto della Terza persona della Trinità.

Se per millenni teologi, filosofi e intellettuali vari si sono confrontati con la Trinità, hanno dovuto per forza di cose gettare la spugna di fronte allo Spirito Santo. Che, delle tre persone, è proprio quella più sfuggente e “misteriosa”. Infatti, se di Gesù abbiamo resoconti più o meno dettagliati da parte degli evangelisti, e se il Padre più di qualche volta ha fatto personalmente capolino nelle narrazioni dell’Antico Testamento, dello Spirito Santo, a conti fatti, non sappiamo granché.

Nel Credo diciamo che “ha parlato per mezzo dei profeti”; nella Genesi sappiamo che “aleggiava sulle acque”; per lo più si manifesta sottoforma di vento, di alito, e – nel brano evangelico della Pentecoste – sotto forma di lingue di fuoco. La difficoltà a cogliere pienamente “chi” sia lo Spirito Santo emerge anche dalle raffigurazioni che di esso hanno fatto i migliori pittori della storia dell’arte.

Gesù dice che lo Spirito “vi condurrà alla verità tutta intera”, che a ben vedere significa che a Lui tocca il compito più complicato, ovvero “ricordare” ai cristiani come si vive autenticamente la propria fede. Un compito che svolge in maniera silenziosissima, tanto che potremmo dire, alla maniera modo popolare, “sega ma non fa rumore”.

Quando si accede al sacramento della cresima, si ricevono i sette doni dello Spirito: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. Doni, dei quali, il vero cristiano dovrebbe far uso in maniera quasi automatica, mentre invece, appare evidente che difficilmente i cristiani di oggi se ne servono come dovrebbero.

Come ho più volte avuto modo di accennare in queste puntate, vivere autenticamente la propria fede è un impegno che consegue ad una scelta. Va da sé che “scegliere” comporta un “fare”, e non subire passivamente qualcosa che cade dall’alto. In altre parole, lo Spirito sì scende su di noi, ci offre pure i suoi sette doni, ma usarli o meno (e come usarli) è una scelta che dipende solo ed esclusivamente da chi riceve i doni. Il che costituisce il vero punto dolente della questione.

Infatti, la maggior parte dei cristiani di oggi vive la propria fede con disinvolta noncuranza. Siamo tutti fedeli nel partecipare ad una messa che, in questo modo, diventa una cosa meccanica come dover fare benzina ogni volta che si accende la spia rossa sul cruscotto; tutti fedeli nel celebrare feste a suon di regali e spese varie; tutti fedeli magari anche nel lasciare qualche spicciolo di elemosina ai mendicanti sui sagrati.

Vi sembra che tutto questo significhi usare la sapienza, l’intelletto, o avere timore di Dio?

Tuttavia, è bene precisare una cosa. La pigrizia (ma sarebbe meglio chiamarla accidia) con cui si vivono le scelte che si pretende di aver fatto nella vita, è comune a tutti gli uomini e le donne di questo tempo, e non soltanto ai cristiani o sedicenti tali. Oltretutto, lo smodato uso dei ritrovati del progresso tecnologico ha, negli ultimi tempi, acuito questa caratteristica. Infatti, le varie app, internet, facebook, e quant’altro, usati nel modo irresponsabile con cui vengono usati dal 90% della gente, danno solo l’illusione di padroneggiare informazioni e cose, delle quali invece non si ha né si vuole avere la benché minima conoscenza. Sono i social che vomitano a ritmo continuo informazioni e notizie; quando invece dovrebbe essere l’esatto contrario: dovrebbero essere la persone a cercare di saperne di più su qualsiasi cosa.

Anche quanti si professano atei, in realtà non hanno la benché minima idea di cosa stiano professando, al punto che l’ateismo di oggi – ben lontano dal rigore intellettuale di un Voltaire o di altri illuministi – significa solo un generico rifiuto di quelle stesse regole che altri invece farisaicamente seguono ogni domenica.

Siamo, insomma, nel tempo della pigrizia intellettuale e della mancanza di curiosità. Ci si trascina apaticamente da un sentimento all’altro, da un’esperienza all’altra, senza mai andare al fondo delle cose, senza mai avere lo stimolo a cercare qualcosa di più profondo dell’apparenza.

Prendiamo i giovani e giovanissimi: stanno costantemente con un cellulare in mano dalla mattina alla sera; anche se camminano fianco a fianco si parlano con messaggi di whatsapp; se devono litigare lo fanno togliendosi l’amicizia su facebook. E, attenzione, parliamo della generazione che anagraficamente dovrebbe essere più curiosa e avere più entusiasmo verso ciò che non conosce.

Perciò, se c’è un dono che il cristiano di oggi dovrebbe invocare dallo Spirito Santo è la curiosità. Cioè, avere la voglia di andare a fondo alla verità, di voler essere veramente disponibile a farsi guidare alla “verità tutta intera”, di voler vivere con attivo protagonismo il proprio “essere cristiano”, con quello spirito critico e la libertà propri di chi non accetta passivamente scelte calate dall’alto.

In fondo – e con questo mi riallaccio a quanto scritto nelle ultime due puntate – è questo ciò che hanno fatto la Madonna e i Santi: si sono lasciati guidare alla verità, ma non per forza di inerzia, ma con libero convincimento, con entusiasmo, con la curiosità di capirci qualcosina in più.

Vincenzo Ruggiero Perrino