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Concerto di Renzo Arbore a Sora

Nella serata del 22 Luglio 2017, presso lo stadio ” G. Panico” di via trecce a Sora si è tenuto il memorabile concerto di RENZO ARBORE E ”L’ORCHESTRA ITALIANA”.

ARBORE è stato intervistato dal bravissimo presentatore TONINO BERNARDELLI, nonché membro della Pastorale Digitale della nostra Diocesi (DIOCESI SORA CASSINO AQUINO PONTECORVO), il mitico RENZO ARBORE ha confessato che il concerto sorano fungeva da prova generale, visto che già dal 23 sarebbe iniziato il grande tour in giro per l’Italia. Bernardelli poi ha sottolineato la grande presenza artistica nel nostro territorio, e ha suscitato in Arbore i ricordi nei confronti dell’amico VITTORIO DI SICA (nativo di Sora), tutto questo non solo nell’intervista prima del concerto, ma anche durante il concerto, quando il presentatore è salito sul palco per una bellissima chiacchierata con l’artista, il quale ha ricordato anche che non era la prima volta che si esibiva a Sora, ma già tempo fa, dopo il successo di ”quelli della notte” c’era stato un suo concerto, sempre ricordato con affetto.

Il concerto è stato un miscuglio di brani e storie, raccontate dallo stesso Arbore, il quale ha emozionato e non poco, il vasto pubblico accorso per l’evento. Per non parlare della bravura dei 15 maestri dell’ ”ORCHESTRA ITALIANA” sul palco con lui, sempre molto presenti nei concerti, e come ha ricordato lo stesso Arbore ”il mio è un concerto collettivo”.

Durante il concerto il Sindaco di Sora, Roberto De Donatis,  ha consegnato ad Arbore una targa ricordo a nome di tutta la città.

Oltre a Tonino Bernardelli, anche altri membri della Pastorale Digitale della nostra Diocesi hanno collaborato attivamente per la buona riuscita dell’evento: Ilaria Paolisso, come Addetto Stampa per il COMUNE DI SORA, e Francesco Marra, come Video Reporter per un noto TG della zona.

Ci auguriamo di rivedere presto un concerto così a Sora!

Gianna Reale

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Arpino, teatro all’aperto all’acropoli di Civitavecchia

Ancora una volta il corso di teatro d’arte “La valigia di Propsero”ha organizzato ad Arpino una grandissima rappresentazione teatrale.

Il giorno 20 Luglio 2017, nella bellissima scenografia naturale dell’ Acropoli di Civitavecchia in Arpino, sulla antica aia al di sotto della Torre, è stata rappresentata una commedia dell’arte in maschera ”pulcinellata”, dal titolo ”vita da polli”. Scritta dal Maestro ANTONIO FAVA e rappresentata da Paolo Diodato, Francesca Camilla D’Amico e Marcello Sacerdote,  facenti parte del ”MORE’ TEATRO” di Pescara e organizzato dal corso di teatro dell’arte ”LA VALIGIA DI PROSPERO” e dal suo direttore artistico Piergiorgio Sperduti, naturalmente il tutto organizzato  insieme alla città di Arpino (Cultura e pubblica istruzione) nella persona di Rachele Martino, e con la gentile ospitalità della FONDAZIONE UMBERTO MASTROIANNI, nella persona di Andrea Chietini.

Molti applausi e risate dal pubblico accorso e anche dai molti i bambini, molto interessati fino alla fine.

Al termine della rappresentazione la serata è finita con musica dal vivo e convivialità, grazie alla FONDAZIONE UMBERTO MASTROIANNI che ha organizzato una mostra sulla vita e le opere di Umberto Mastroianni.

La prossima rappresentazione teatrale avverrà nei suggestivi locali de ”IL CAVALIER D’ARPINO” nella serata del 28 luglio 2017.

Gianna Reale

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Il Serpente Prudente – Beatamente degni

n. 36 (17/07/2017)

“Beatamente degni”

Scorrendo le pagine del vangelo, non è difficile accorgersi del fatto che se c’è un filo rosso che lega le varie parabole e i “detti” di Gesù, esso andrebbe rintracciato nel costante riferimento ad una nuova forma di dignità dell’uomo.

Con un particolare importantissimo: la dignità, sulla quale Gesù fonda costantemente i suoi discorsi, assume delle sfumature completamente inedite nel panorama intellettuale del tempo in cui egli predicava, ma si rivela sorprendentemente inattuale anche oggi. In altre parole, sono passati duemila anni, ma gli uomini e le donne – cristiani o meno che siano – ancora non hanno saputo raggiungere la dignità di essere umani alla quale essi sono chiamati.

Il motivo è semplice fino all’ovvietà: l’uomo ha costruito tutta una serie di false apparenze di dignità, di sovrastrutture sociali, economiche, culturali, da nascondere a se stesso il senso più autentico e profondo della vita umana. E la cosa quasi divertente è che, prima ci si ingabbia in queste proiezioni assurde, e poi ci si lamenta pure che non si sta bene!

Chi si stia chiedendo qual è questo senso autentico della vita umana, può aprire a caso una qualsiasi pagina del vangelo, leggerla con il giusto taglio critico, e lo capisce immediatamente. La vera dignità umana risiede nell’aderire con fede al messaggio “nuovo” di Gesù: quella fede sulla quale più volte questa rubrica si è soffermata. Qui possiamo aggiungere che la sola fiducia – quel vago senso di deresponsabilizzazione dell’uomo, che vorebbe quasi che Dio si sostituisse a lui nelle scelte, col quale spesso si confonde la fede – sia del tutto antitetica alla dignità a cui l’uomo è chiamato.

Per meglio comprendere questa conquista della dignità attraverso una concreta azione individuale e personale, si può partire dall’etimologia della parola. “Dignità” viene dal latino “dignus”, che correttamente dovremmo tradurre con “meritevole”. Il corrispondente vocabolo greco è ἀξίωμα  (“assioma”). In matematica, un assioma è una verità evidente che non necessita di dimostrazione. Dunque: la dignità umana è un assioma: non ha bisogno di essere dimostrata, ma semplicemente riconosciuta dall’atteggiamento e dal comportamento proprio di chi è “meritevole e degno”.

Su di essa – naturalmente parliamo della “vera” dignità – si dovrebbe fondare ogni aspetto della società civile. Tuttavia oggi, come accennavamo poc’anzi, sono in voga altri modelli di dignità, che, lungi dall’essere assiomatici, presuppongono anzi una continua dimostrazione verso gli altri. Oggi ci si riempie la bocca della parola “dignità” a tutti i livelli. Noi italiani, infallibili nelle parole molto più che nei fatti, lo abbiamo finanche scritto nella Costituzione repubblicana, nella quale, l’art. 3, in maniera perentoria ed inequivocabile riconosce «pari dignità sociale» a tutti i cittadini. Peccato che, nella realtà dei fatti, sia sotto gli occhi di tutti quanto, proprio quelle istituzioni che dovrebbero assicurare la pari dignità sociale, in realtà non fanno altro che assumere quotidianamente atteggiamenti di aperto vilipendio della dignità altrui.

Non va certo meglio in ambito religioso. Sul punto invito i lettori di questa rubrica a dare uno sguardo ad un video su youtube relativo ad un “esperimento sociale”, in cui un attore finge di essere un mendicante davanti al Duomo di Napoli, chiedendo non soldi ma la possibilità di usare il bagno per potersi lavare la faccia e magari radersi la barba. Su centoventi persone fermate, appena due si offrono di dargli aiuto (e tra questi due, non figura il sacerdote al quale l’attore pure chiede aiuto)…

Vero è che nel corso dei secoli ogni popolo ha adottato parametri affatto diversi di dignità, stabilendo gerarchie sociali e regole. Il teologo domenicano Timothy Radcliffe scrive che «tutte le società rendono visibili certe persone e ne fanno scomparire altre. Nella nostra società sono ben visibili i politici e le star del cinema, i cantanti e i calciatori, che si presentano continuamente in pubblico, sui cartelli pubblicitari e sugli schermi televisivi. Ma rendiamo invisibili i poveri. Essi non compaiono nelle liste elettorali. Non hanno volto né voce».

Possiamo dire che la dignità di ci si parla oggi non si accompagna tanto all’aggettivo “umana”, quanto piuttosto ad altre formule legate al ruolo sociale e al ceto economico di ciascuno. Eco, perché accanto a persone “dignitose”, “meritevoli” di rispetto, si fa sempre più largo la pretesa dignità che poggia su disvalori, più o meno esibiti e spettacolarizzati, per garantirsi privilegi e benefici.

Se in ambito laico la dignità, per dirla con Aristotele, «non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli», ed è propria quindi di chi agisce per meritare onori e credibilità, per un cristiano essa è quella qualità che rende gli uomini il sale della terra. Infatti, Matteo ricorda l’ammonimento di Gesù sul fare attenzione a non perdere il proprio “sapore” di uomini, perché, al pari del sale divenuto insipido,  anche l’uomo senza sapore a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato (Mt 5, 13).

Cosa fare per avere sapore e quindi assurgere alla “nuova” dignità evangelica? Matteo lo spiega poco prima (5, 1-12): il comportamento delle beatitudini, che è una delle numerose estrinsecazioni ed esemplificazioni offerte dalla predicazione di Gesù a chiarimento di quel concetto di fede, che più volte è stato al centro di questa rubrica.

È evidente che il mite, il povero di spirito, l’afflitto, l’operatore di pace, sono tutte persone che “fanno” e non dimostrano assolutamente nulla; vivono la loro qualità senza sbandierarla ai quattro venti per essere riconosciuti tali. Ancor meno dimostra chi si comporta secondo lo spirito di quella, che in una delle prime puntate di questa rubrica, definii l’ottava beatitudine: “Beati quelli che non hanno niente da dire, e nonostante questo restano in silenzio”.

In questi tempi senza sapore, però, vi è un comportamento che l’uomo di fede ha quasi l’obbligo di assumere, per partecipare attivamente alla vita del suo tempo, imprimendo o almeno cercando di imprimere una svolta virtuosa all’ambiente sociale in cui vive ed opera. Come diceva don Tonino Bello, bisogna non soltanto “consolare gli afflitti”, ma anche “affliggere i consolati”, e cioè scardinare quelle convinzioni che poggiano su falsi valori e anestetizzanti parvenze di verità. Bisogna sempre sforzarsi di avere una visione costruttivamente critica della fede, dei comportamenti di chi pensa di agire con fede, di chi ritiene di aver conquistato una dignità che in realtà tale non è. Solo così potremmo dirci beatamente degni delle promesse di Cristo.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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SACRA FAMIGLIA di Vincenzo Ruggiero Perrino – Episodio 18

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 18

Sepphoris, anno 1 a. C.

Stamattina Gesù è andato a Sepphoris con Giuseppe. A differenza delle altre volte che ha accompagnato il padre nella città in cui egli è impiegato, non è rimasto al cantiere, ma è andato a fare visita ai nonni materni che vivono proprio lì. Ha passato una piacevolissima giornata con Gioacchino ed Anna; poi, dopo pranzo, ha salutato i due e si è incamminato verso il teatro della città dove Giuseppe sta lavorando. Così, insieme padre e figlio torneranno a casa.

Gesù passeggia per strada guardandosi intorno: Erode aveva deciso di ricostruire Sepphoris imitando lo stile delle più belle capitali dell’impero romano. Del resto, tutti sapevano che il re non voleva inimicarsi i nuovi padroni della Palestina, e pensava che ricostruire una città – oltretutto distrutta proprio dai romani – secondo le tecniche dei romani, era una buona idea.

Le case non assomigliavano per niente a quelle di Nazareth o degli altri piccoli villaggi dei dintorni: erano più grandi e meglio rifinite. Le persone erano vestite in maniera molto più sfarzosa. C’era un gran via vai di oratori, maestri, medici, dottori della legge, scribi. Insomma: a Sepphoris ci tenevano a mostrarsi più valenti che altrove. Gesù pensò che costoro ebrei lo erano ormai solo di nome, ma di fatto erano romani in tutto e per tutto!

Cammina cammina, il ragazzo nota un personaggio strano: indossa vesti più umili, ha i capelli lunghi e crespi, e cammina avanti e indietro sotto il portico di un palazzo. In una mano tiene un rotolo di pergamena tutto scarabocchiato con appunti; sembra che stia parlando da solo, agitando l’altra mano in aria.

Colpito da quel tipo Gesù gli si avvicina e lo saluta:

«Ciao!».

«Salute a te, ragazzo!», replica l’altro, dando l’impressione di essersi appena svegliato da un lungo sonno.

«Ti ho visto da lontano».

«Ti sarai chiesto “chi è quel matto che cammina e parla da solo”, giusto?».

«Beh non ho pensato proprio questo, ma mi ha incuriosito il tuo modo di fare. Qui tutti sembrano molto impegnati a mostrarsi migliori degli altri, nel vestire, nelle case, nelle proprie professioni. Tu invece mi sembri diverso dagli abitanti che finora ho incrociato per strada».

«Ti ringrazio, ragazzo! Io sono un filosofo. A differenza dei miei concittadini non mi curo del lusso, della ricchezza, o della gloria. A me interessa rispondere alle domande importanti della vita: cos’è l’uomo? Qual è il suo fine? Cosa vuole da noi il cielo?».

«Il tuo accento ti tradisce. Tu non sei giudeo, vero?».

«Sono giudeo, ma per molti anni sono stato ad Atene a studiare presso un importante maestro di filosofia. Quindi il mio accento è stato influenzato da un’altra parlata».

«Il maestro a scuola ci ha spiegato che la Grecia è la patria di tanti filosofi».

«Ha detto bene. E, come ti dicevo poc’anzi, i filosofi sono diversi da tutti gli altri».

«Sembra che tu sia orgoglioso di essere diverso dagli altri!».

«E infatti lo sono!».

«Perché?».

I due si siedono su una panca di legno che è sotto il porticato in modo da poter chiacchierare tranquillamente. Così, il filosofo risponde alla domanda di Gesù:

«Tu hai visto tutti queste persone che correvano dietro ai loro affari e alle loro cose materiali. Io invece mi disinteresso di queste cose, e mi concentro sul pensiero, sulle parole, cercando di comprendere i grandi misteri della vita».

«E sei riuscito a comprenderne qualcuno?».

«Finora no», replica quello con un’aria un po’ triste.

«Non sarà perché in fondo non c’è alcun grande mistero da scoprire?».

L’uomo sussulta ed esclama:

«Tu non sai quel che dici ragazzo!».

Gesù sorride e continua:

«Io penso che tu corra dietro ad un mistero che non c’è. Cosa può esserci di misterioso nella vita? Piuttosto che farsi tante domande, bisognerebbe che tu la vivessi la vita!».

«Quindi, secondo te, io sono nel torto e gli altri nel giusto, vivendo la loro vita di dissolutezze?».

«Non ho mica detto questo! È evidente che inseguire i beni materiali, il lusso, la ricchezza, la gloria, il potere, sono comportamenti che facilmente possono portare l’uomo fuori strada».

«Oh, almeno su questo punto siamo d’accordo!».

«Sì, ma anche condurre una vita isolata, addirittura facendosi vanto della propria solitudine, impiegando il proprio tempo a pensare a cose “misteriose”, che misteriose non sono, può portare l’uomo fuori strada».

«Io almeno una strada da percorrere la cerco gli altri no!».

«Il punto è proprio questo: la via è proprio la vita».

«Ragazzo mio, sei più complicato di me con le parole!».

«Ti spiego: tu pensi che la vita ti sia stata data per trovare una via e giungere alla verità, giusto?».

«Sì».

«Io credo che la vita sia la via che porta alla verità! Non ci sono altre vie, se non quella di vivere la vita per giungere alla verità».

«Ragazzo mio, le tue parole sono ricche di un senso nuovo».

«Le mie parole sono ricche del loro vero senso, un senso antico. Il problema è che le vostre parole sono spesso prive di un vero significato, perché le avete consumate usandole in maniera eccessiva e spesso inconsapevole. Per dire cose nuove, avete bisogno di rigenerare le vostre parole. Dovete restituire loro il senso che è loro proprio. Tu sai cos’è la manomissione?».

«Se non sbaglio è un termine giuridico dei romani».

«Esatto, è la pratica giuridica con cui il padrone rende finalmente la libertà al suo schiavo».

«E cosa c’entra?».

«Se vuoi veramente che la tua vita sia la via che ti porta alla verità, almeno “manometti” le tue antiche parole: rendile nuovamente libere di significare qualcosa».

«Non è semplice!».

«No, non lo è, perché per fare questo devi essere libero nella testa e soprattutto nel cuore».

«Ma qual è la strada da seguire? Come bisogna comportarci verso gli altri e verso il cielo?».

«Questa è una domanda intelligente! La risposta è scritta nella Legge».

«La Legge è piena di precetti e di regole, che nessuno segue se non per farsi bello agli occhi degli altri e per criticare le manchevolezze degli altri, senza nessuno spirito di autenticità!».

«E ci risiamo con le critiche agli altri. Pensa per te, piuttosto che pensare agli altri…».

«Alla fine se presti attenzione alle cose che sono scritte nella legge, tutto è riconducibile ad appena due regoline semplici semplici».

«Sentiamole», fa quello un po’ incredulo.

«La via da seguire nella vita, per giungere alla verità, è amare gli altri come si ama se stesso e amare Dio come si ama se stessi. Facile no?».

«Ma tu sei un ragazzino… Come fai a sapere queste cose? Io dopo anni di studio non ero mai arrivato ad un conclusione del genere!», esclama il filosofo, stupito da tanta intelligenza.

«Basta leggere ciò che è scritto da secoli. Se io non amo essere derubato, ingiuriato, ucciso, è chiaro che nemmeno un altro amerebbe essere derubato, ingiuriato o ucciso. Quindi se io non voglio che lo si faccia a me, nemmeno lo devo fare ad un altro! E così è per quel che riguarda Dio…».

Il filosofo abbassa la testa, pensieroso. Poi, dici quasi come un sussurro: «Infatti, bastava solo leggere ciò che è scritto, invece di perdere tanto tempo a pensare e a riflettere… Avrei dovuto vivere!».

«Su, su, niente è perduto. L’importante è che ora è tutto chiaro!», dice Gesù, sorridendo candidamente.

 Segue un lungo momento di silenzio. Il filosofo guarda Gesù negli occhi. Alla fine si alza in piedi ed esclama:

«Grazie, ragazzo mio! Ho imparato più cose da te in mezz’ora, che in tanti anni spesi alla scuola di filosofia ad Atene… E non so nemmeno come ti chiami!».

«Gesù».

«Bene, credo che in futuro sentirò parlare di Gesù come del più grande filosofo di tutti i tempi».

«Ma io non diventerò un filosofo…».

«Non mi dirai che vuoi diventare un avvocato o un affarista».

«No, diciamo che in un certo senso quello che farò avrà a che vedere con via, verità e vita…».

«Non sono sicuro di aver capito…».

«Tranquillo, amico mio, tutte queste cose ti saranno molto più chiare tra una trentina di anni…».

[giugno 2017]

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Il Serpente Prudente – La presenza di Dio

n. 35 (03/07/2017)

“La presenza di Dio”

Una delle questioni più ricorrenti nel corso della storia è quella della “presenza” di Dio nelle vicende umane. Credo che un po’ tutti, confrontandosi con quanche problematica più o meno grave, abbiano avuto modo di riflettere su domande del tipo “dov’era Dio quando succedeva questa cosa?”.

Lo si è sentito dire, per esempio, in tanti film sulla shoah; lo si sente dire quando si vivono drammatiche esperienze di malattie gravi o incidenti che coivolgono giovani e giovanissimi; ma lo si sente pure dire per cose ben più banali come una sommessa andata male o un desiderio in qualche modo frustrato o non realizzato. Sostanzialmente la questione si riduce sempre ad una domanda fondamentale: se io mi comporto bene, perché mi succedono cose non buone o comunque Dio non ascolta le mie richieste?

Chi ha avuto modo di leggere le vecchie puntate di questa rubrica sa che una delle cose sulle quali ho maggiormente insistito è la dimensione concreta della fede cristiana. Perciò, dal punto di vista del serpente prudente la domanda poggia su un presupposto sbagliato e su una sostanziale confusione di ruoli. Ma procediamo con ordine.

Molto spesso, per non dire sempre, il “comportarsi bene”, che tanti ritengono essere il loro modo di vita, è in realtà una semplice assenza di azioni dichiaratamente negative. Un po’ una cosa del tipo: “Io non rubo, non uccido, non pronuncio il nome di Dio invano, quindi mi comporto bene”. Insomma, il bene che tanti sono convinti di fare consiste sostanzialmente in un “non fare il male”. Il che è solo una parte della verità.

Infatti, il bene che si dovrebbe compiere non può limitarsi ad un non comportarsi male. Sarebbe estremamente semplice e di fondo assomiglia tanto al comportamento di colui che ricevuti i talenti li va a sotterrare anziché ad investirli. Se rileggiamo attentamente quella parabola, colui che riceve i talenti e li sotterra, in effetti, non commette alcuna azione malvagia. Tuttavia, quando il padrone ritorna lo punisce proprio per il suo “non fare”.

Quindi: punto numero uno, fare del bene vuol dire agire, porre in essere un comportamento concreto e materiale.

Sul cosa fare, questa rubrica si è abbondantemente dilungata in numerose puntate, e non mi pare il caso di richiamare concetti già espressi. Diciamo solo che l’azione richiesta non è un’azione nell’ottica umana, bensì nell’ottica di una fedele adesione al progetto e alla volontà di Dio.

Bene, a questo punto la domanda diventerebbe: “se io compio la volontà di Dio, perché non mi succedono cose buone o Dio non esaudisce le mie richieste?”.

Tuttavia, anche in questo caso la questione è mal posta, perché poggia su una duplice disattenzione al dettato evangelico.

La prima: Gesù (tanto in Matteo quanto in Giovanni) dice «Qualunque cosa chederete nel mio nome, avendo fede, il Padre ve la darà». Sull’“avendo fede” rinvio alle puntante in merito.

Agostino d’Ippona poneva l’accento sul “nel mio nome”. Il nome di Gesù gli viene imposto (Mt, 1,21) «perché salverà il suo popolo dai loro peccati». Perciò solo chi chiede qualcosa riguardante la salvezza chiede nel nome di Cristo. Il che esclude tutte le richieste di vincita alla lotteria, ma anche tutte le richieste di salvare la vita di un innocente malato. Non caso, anche Giacomo scrive nella sua Lettera (4,3): «Chiedete e non ottenete, perché chiedete male».

Del resto chiedere di essere esauditi in un desiderio (fosse pure sorretto dalla più candida e sincera delle intenzioni), a fronte dell’aver fatto qualcosa di buono, sa tanto di do ut des, il che è fuori dalla logica divina (e in certi casi anche da quella umana). Tanto è vero che Gesù precisa che “il Padre ve la darà”, con il verbo è al futuro e non al presente, la qual cosa lascia intendere che il desiderio, osservate tutte le condizioni del caso, verrà esaudito in un tempo futuro.

E qui bisogna introdurre la seconda disattenzione. Nel dodicesimo capitolo di Luca, Gesù, dopo aver ammonito i suoi allocutori sul fatto di non preoccuparsi di ciò che mangeranno o di cosa indosseranno, li invita al cercare il Regno di Dio e tutto il resto verrà in aggiunta dato loro. Poi dice al versetto 33: «fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma».

Ne deduco che le “buone azioni” che si compiono in questa vita non hanno una finalità per questa vita. In altre parole, il bene che si compie non può essere merce di scambio da investire per ottenere l’esaudimento di una preghiera o di una richiesta. Bensì hanno valore solo nell’ottica futura di un tesoro inesauribile nei cieli.

Qualcuno potrebbe dire: “però molti che pregano Padre Pio ottengono la guarigione di qualche caro congiunto”. Sì, è vero. Ma questo non accade perché chi ha pregato e ottenuto sia stato più bravo di chi ha pregato e non ha ottenuto. Accade semplicemente perché la volontà di Dio e i suoi piani sono assolutamente imperscrutabili, e se Egli ha deciso in tal modo, non c’è spiegazione razionale che tenga. Non a caso, si parla di miracolo, proprio perché esce da una logica razionale.

Del resto, tutto il meccanismo della preghiera e dell’esaudimento ha un fine che è ben dichiarato nel vangelo: «perché il Padre sia glorificato nel Figlio», e non perché l’uomo sia accontentato nella sua richiesta.

Vincenzo Ruggiero Perrino