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La Sacra Famiglia di Nazaret

SACRA FAMIGLIA di Vincenzo Ruggiero Perrino Ep. 17

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 17

Nazareth, anno 1 a. C.

La ristrutturazione del teatro di Sepphoris, grazie al lavoro di Giuseppe e dei suoi compagni costruttori, è ben avviata. Proprio oggi è arrivato un nuovo carico di pietre, che serviranno per completare la pavimentazione dell’orchestra. Gesù, che desidera vedere come procedono i lavori (e magari cominciare ad imparare un po’ i segreti del mestiere), ha accompagnato il padre.

«Forza ragazzi!», grida il capo cantiere, «oggi cominciamo a lastricare il pavimento. Mi raccomando, usate molta cautela affinché le pietre non vadano danneggiate».

Benché la giornata sia molto calda e afosa, Giuseppe e gli altri iniziano di buona lena a lavorare.

«Pa’, vi posso aiutare?», gli chiede il figlio.

«Chiedi al capocantiere».

Gesù va dal capo e chiede in che modo può rendersi utile. Quello prima lo guarda dalla testa ai piedi, poi scoppia a ridere.

«Che c’è da ridere?».

«Ragazzo, sei troppo piccolo e gracile per lavorare con noi».

«Come puoi dirlo?».

«Beh, basta guardarti: sei magrolino e non hai muscoli. Quelle pietre sono molto pesanti».

«Tu confidi troppo nella tua esperienza, e giudichi frettolosamente le cose che vedi, senza andare al fondo della verità!», replica Gesù.

«Vatti a mettere lì e stai buono!», conclude l’altro.

Ciò sentenziato, il capo cantiere va a sedersi all’ombra; Gesù gli sorride e va a mettersi da qualche parte, limitandosi a guardare gli altri che lavorano.

Dopo un po’ che gli operai stanno trasportando le pietre, e man mano le stanno sistemando a regola d’arte per lastricare il pavimento dell’orchestra del teatro, uno di quelli si accorge che una pietra forse è difettosa.

«Capo, vieni un attimo a vedere», grida, chiamando il suo superiore perché si renda conto.

«Per Giove, che succede?», chiede l’altro infastidito.

«Guarda questa pietra», risponde l’altro, mostrando una pietra più piccola delle altre, e quindi, a suo giudizio inservibile.

«Allora?».

«Allora non è buona per lastricare il pavimento, no?».

«E da me cosa vuoi?».

«Che devo farci?».

«Scartala e usane un’altra!», conclude l’altro seccamente, tornando a sedersi all’ombra.

Quello prontamente esegue. Giuseppe che ha visto tutta la scena, non condividendo quella scelta, si avvicina al compagno, e gli dice:

«Secondo me la potevamo usare lo stesso».

«Hai sentito il capo? Ho fatto solo quello che mi ha detto lui».

«È uno spreco scartare una pietra…».

Nel frattempo, senza farsi vedere da nessuno, Gesù ha recuperato quella pietra e l’ha portata in un angolo del cantiere, un po’ più distante da dove stanno lavorando tutti gli altri. Posta quella pietra a terra, ha cominciato a prendere altre pietre e a sistemarle in modo ordinato e preciso, usando quella come base. E mentre lavora fischietta allegramente.

Intanto, nella discussione sull’opportunità o meno di scartare la pietra, si intromette un altro operaio, che è evidentemente un forestiero, uno che viene da Oriente. Parla infatti in un greco molto stentato.

«Io crede che Giuseppe avere ragione».

«Qualcuno ha chiesto la tua opinione?», fa il primo operaio.

«Ehi, mica c’è bisogno di essere tanto sgarbato!», gli fa notare Giuseppe.

«Non impicciarti, Giuseppe. Questi orientali vengono qui, prendono il nostro lavoro e vogliono pure insegnarci il mestiere».

«Ma che dire tu?», chiede l’operaio straniero.

«La verità! Ci sono operai di Nazareth e di Sepphoris che non lavorano, e a voi altri invece hanno dato il lavoro», continua l’altro.

«Quelli che non lavorano è perché non hanno voglia di farlo…», ribatte Giuseppe.

«Io non avere rubato proprio niente! E tu essere una testa di legno se pensare che quella pietra non buona!», insiste lo straniero.

«Testa di legno a me?».

«Sì, tu, perché solo testa di legno può dire sciocchezze e non sapere distinguere pietra da pietra!», rincara la dose.

Al che, come spesso accade, prima si inizia con gli spintoni, poi con i ceffoni, e poi è un attimo che succede una rissa. Giuseppe e gli altri operai intervengono a separare i due litiganti. Ovviamente, anche il capo cantiere si alza dalla sedia sulla quale si era seduto. Con evidente fastidio, per essere stato nuovamente disturbato, si avvicina agli operai e comincia a gridare:

«Ehi voi! Si può sapere che diamine succede qui? Perché state litigando? Non vi basta il caldo che fa, per volervi stancare anche facendo la lotta?».

«Capo, questo straniero mi ha aggredito», comincia a dire il primo operaio.

«Non è vero!», protesta l’altro.

«Silenzio! Giuseppe, tu che sei quello più tranquillo qui, mi vuoi dire che cosa è successo?».

Allora Giuseppe riassume rapidamente le cose successe, di come tutto il discorso sia cominciato con la questione della pietra che era stata scartata, di come l’operaio straniero ritenesse che invece poteva essere utilizzata e di come l’altro lo avesse insultato dicendo che è uno venuto da chissà dove per rubare il lavoro agli uomini di Sepphoris e di Nazareth.

«Insomma, tutto questo per una semplice pietra?».

«Beh, non è solo questione della pietra, è anche per le insinuazioni e le offese riguardo alla provenienza dell’operaio straniero», precisa Giuseppe.

«Allora, vediamo un po’ come l’operaio straniero voleva usare la pietra che secondo me è da scartare», propone il capo. Poi, grida a qualcuno: «Riprendete quella pietra e portatela qui, così vediamo di cosa è capace lo straniero».

«La vado a prendere io», si offre l’operaio della lite, quello che per prima aveva detto che la pietra non era buona per essere usata.

Così, quello va nel punto dove l’aveva gettata, ma non la trova. Poi, alza gli occhi per guardare un po’ più in là e si accorge che Gesù ha appena completato una costruzione di pietre. In pratica ha fatto un modellino in miniatura del tempio di Gerusalemme, usando come base la pietra che quelli avevano gettato via.

«Ehi capo!», grida quello, senza staccare gli occhi dall’opera di Gesù.

«Che altro c’è ancora? Vuoi portare sì o no quella pietra?».

«Ehm… credo ci sia qualcosa che tu debba venire a vedere».

Spazientito, il capo si sposta dove l’altro è andato a cercare la pietra.

«Dunque?», gli chiede.

L’altro si limita ad indicare con il dito. Anche il capo non può far altro che rimanere stupito per quello che Gesù è riuscito a fare. Poi, lo chiama vicino a sé e gli chiede:

«Lo hai fatto tu da solo?».

«Sì, capo!», risponde Gesù, con il suo solito sorriso gioioso.

«Come diamine hai fatto?».

«Ho solo preso la pietra che voi costruttori avete scartato e l’ho usata come base. Poi, mentre eravate intenti a litigare, ho pensato di costruire un piccolo tempio di Gerusalemme, utilizzando altre piccole pietre».

«Avete visto?», dice il capo cantiere a tutti gli altri, «un ragazzino è stato capace di fare un bel lavoro in meno di un’ora. Voi invece, nello stesso tempo non avete fatto altro che litigare. Vergognatevi!».

«Un momento», fa Gesù, «anche tu non ti sei comportato bene. E tu sei il capo, e quindi dovresti usare maggiore giudizio dei tuoi operai. Anzi, dovresti essere sempre in mezzo a loro a controllare quello che fanno, e ad evitare che succedano battibecchi e risse, com’è successo poco fa».

«Ma… ma…», riesce solo a balbettare il capo.

«Un vero “capo” sta in mezzo ai suoi operai, li aiuta, evita litigi, e soprattutto non prende mai decisioni affrettate, solo per potersi andare a sedere all’ombra. La pietra che voi avete scartata, io l’ho usata come testata d’angolo, e tu per primo sei rimasto meravigliato per un modellino che ho costruito. Impara a guardare con occhi nuovi le cose, e a non dare giudizi affrettati, altrimenti poiché tu ritieni di avere la verità, i tuoi errori non ti saranno perdonati».

Giuseppe, intanto, si è avvicinato al figlio, ma, conoscendolo, preferisce restare in silenzio e lasciar fare e dire tutto a lui.

«E questo vale anche per l’altro operaio, che senza riflettere non solo ha gettato via la pietra, ma non ha nemmeno dato ascolto all’operaio straniero. Anzi, per giunta, lo ha anche offeso e insultato, solo perché è straniero. I pagani e i farisei si comportano così, con tanta superbia! Ma attenzione, il nostro Signore Dio guarderà le opere dei figli suoi. E io penso che di questo passo, molti verranno da Oriente e da Occidente e si metteranno a tavola con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, ma i figli del regno saranno gettati come voi avete gettato la pietra che vi sembrava non buona».

Gli operai stanno tutti a capo chino ad ascoltare le parole del ragazzo. Poi, il capo, con atteggiamento di pentimento, domanda:

«Che dobbiamo fare, allora?».

«Fate tesoro di quello che è accaduto oggi e di quello che vi ho detto, e non ripetete più l’errore… E, soprattutto, riprendete a lavorare, che altrimenti questo teatro non sarà mai pronto!», conclude Gesù, facendo un gran sorriso.

«Avete sentito? Al lavoro!», intima il capo, stavolta prendendo posto tra gli altri.

Così, tutti si rimettono a lavorare.

«Poi, quando siamo a casa mi spieghi come ci sei riuscito a fare quella piccola costruzione», dice Giuseppe al figlio mentre torna a lavoro.

«Pa’, non ti dare pensiero, tutto ti sarà più chiaro tra una trentina di anni…».

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Il Serprente Prudente – Di Madonne e santi – 2

n. 32 (29/05/2017)

“Di Madonne e santi – 2”

Nella scorsa puntata avevo cominciato ad abbozzare le linee di una riflessione sul culto della Madonna. In particolare, partendo dagli esiti delle indagini condotte dalla Commissione voluta da Benedetto XVI sulle apparizioni di Medjugorje e dalle dichiarazioni di Francesco sul caso, ho cercato di spiegare che il vero cristiano, quello che vive con autenticità la propria fede (intendendola come pieno e convinto compimento della volontà del Padre, più che come semplice a lui affidarsi), non ha bisogno che gli appaia la Madonna ogni giorno a dargli i compiti da fare a casa. Né c’è traccia nella rivelazione evangelica che qualcosa di simile fosse previsto. Ciò posto, nulla vieta di affidarsi all’intercessione di Maria, affiché con il suo concreto esempio di vita, fornisca un viatico al credente di oggi.

Un discorso simile si può fare per i santi.

Per cominciare, la prima domanda da porsi è: chi erano i santi? Né più e né meno che uomini e donne come noi altri. Se scorriamo le biografie di alcuni di loro, è facile scoprire che per lo più si trattava di comunissimi peccatori, dediti ad ogni tipo di piacere terreno, che però hanno avuto un particolare atteggiamento: posti di fronte ad una scelta, essi hanno preferito far spazio all’azione di Dio, piuttosto che continuare a scegliere la strada dell’edonismo o del vivere “fai da te”.

L’atteggiamento “santo” è, non tanto quello dell’infallibilità e della perfezione (che è un risvolto agiografico che in realtà non c’è), quanto piuttosto quello di permettere a Dio di compiere la sua volontà, mortificando la propria di volontà, o meglio facendola aderire (questo sì in maniera perfetta) alla volontà di Dio. In altre parole, i santi sono quegli uomini e quelle donne che hanno vissuto un’autentica esperienza di fede in Dio, non soltanto a lui affidandosi e in lui confidando (con preghiere, digiuni, e carità vari), ma anche operando concretamente secondo quello che leggevano nel vangelo.

Insomma, essi costituiscono un valido esempio, al pari della Madonna (ma, mutatis mutandis lo stesso discorso è possibile farlo per gli apostoli, che tutto erano fuorché perfetti: pensiamo a quello che combina Pietro fuori dal Sinedrio, mentre si svolge il processo farsa a Gesù…), di come si vive veramente e autenticamente la fede.

Invece, come ci si rivolge ai santi nella quotidianità? È noto che da tempi remotissimi, ogni centro urbanizzato, e in alcuni casi anche piccole frazioni di più grandi realtà cittadini, hanno eletto questo o quel santo a patrono e protettore. In occasione della ricorrenza liturgica di quel santo, da sempre si organizzano festeggiamenti, la cui fastosità in alcuni casi rasenta il delirio e una pericolosa deriva idolatrica.

Festeggiamenti di norma affidati a sedicenti comitati di parrocchiani, ai quali – come potevano mancare? – si sono aggiunti sindaci e onorevoli, tirati a lucido per il defilé processionale con tanto di fasce tricolori e stendardi del municipio, prevedono processioni con bande e majorette, fuochi d’artificio, coloratissime luminarie, bancarelle che vendono di tutto di più con mercatari che si contendono i posti migliori della piazza. Insomma, le feste per il santo patrono di un comune o anche di un quartiere sono diventate un carosello commerciale, che di religioso ormai conserva solo il nome.

Per non parlare del commercio e del giro di denaro che si giustifica in nome di santi, resi famosi dal compiaciuto aiuto di giornalisti e televisioni. Pensiamo a quello che è diventato “fare il pellegrinaggio da Padre Pio”, e a come san Pio è stato “venduto” in ogni modo possibile e immaginabile…

Spesso si entra in chiesa e ci si rivolge al santo di zona, quasi come se fosse un boss criminale, per ottenere una grazia o un miracolo, bypassando con sconcertante disinvoltura il vero padrone di casa… Altre volte, il santo di turno è quasi usato a mo’ di ostentazione di potere o per giustificare soprusi e vessazioni di ogni sorta: basti pensare a quanto registrato dalle cronache degli ultimi tempi, con statue che si “devono” fermare e girarsi rivolte alle abitazioni di mafiosi e di gentaglia di varie risme…

Insomma, un guazzabuglio a cui la Chiesa sta cercando negli ultimi tempi di mettere ordine, con un richiamo ad una sobrietà più in linea con la santità che si venera. Perché i santi e le madonne si venerano; l’unico che è da adorare è Dio. Mentre invece noi altri facciamo esattamente il contrario: adoriamo santi e madonne e Dio lo releghiamo in un angolo scuro, tirandolo fuori da lì solo per scaricargli addosso responsabilità e colpe, che in realtà sono solo nostre.

Vi è poi un altro aspetto. Ricordate il celebre sketch televisivo in cui Massimo Troisi e Lello Arena andavano a pregare ai piedi della statua di san Gennaro? Ebbene, in quella divertentissima scenetta, i due attori napoletani non facevano altro che incarnare il tipo medio di cristiano, che entra in chiesa, magari accende anche un cero, e invoca una grazia (nella scena quella di ricevere i numeri al lotto; nella vita reale, una vale l’altra). E guai a non ottenerla! Il santo perde immediatamente il requisito principale che gli ha guadagnato la simpatia del richiedente, cioè la sua disponibilità ad esaudire ogni richiesta (quasi come a dire “sei santo, mi devi fare la grazia”).

Io credo che non ci sia nessuna ragione plausibile, perché un sant’Antonio o una santa Teresa abbiano il dovere di fare un miracolo. Questo per due ordini di motivi. Innanzitutto, perché non credo che loro in vita abbiano ricevuto alcun miracolo dai santi che li hanno preceduti, quindi non vedo perché loro dovrebbero impegnarsi più di altri ad esaudire gli sciocchi desideri umani. Il solo vero miracolo che ha cambiato la loro vita è stato quello di comprendere qual era la via giusta da seguire.

In secondo luogo, i santi in vita non erano dei prestigiatori o dei maghi che facevano apparire e sparire le cose, o che schioccavano le dita e guarivano un moribondo. Se non l’hanno fatto in vita non c’è ragione perché lo facciano dall’aldilà. I miracoli documentati sono sempre un’azione di Dio, che opera per il tramite del santo.

Allora qualcuno potrebbe obiettare: ci stai dicendo che pregare i santi e la Madonna è inutile? Nient’affatto! La preghiera è utilissima, nella misura in cui serve ad ottenere di far luce sul concreto atteggiamento da tenere ogni giorno, e non per sciorinare degli AveGloria-Pater imparati a memoria come le canzoni di un qualsivoglia cantante. E soprattutto, pregare è utilissimo per capire che tutti siamo chiamati alla santità, intendendo con questo termine ciò che dicevo prima: non la perfezione assoluta, ma la capacità di avere una vera fede.

Ecco, bisognerebbe pregare i santi, chiedendogli di farci capire come hanno fatto loro ad imparare a seguire il suggerimento di Gesù: dite sì quando è sì, e dite no quando è no. Tutto il resto viene dal maligno.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Di Madonne e Santi

n. 31 (22/05/2017)

“Di Madonne e santi”

Il mio caro amico mi ricordava che recentemente sono successe due cose, offrendomi in tal modo lo spunto per le riflessioni che seguono, e che occuperanno anche la prossima puntata, dal momento che sono di particolare importanza e delicatezza.

Le due cose accadute sono: il centenario dell’apparizione della Madonna a Fatima (13 maggio 1917 – 13 maggio 2017) e le notizie (trapelate appena qualche giorno dopo l’anniversario) su quanto appurato dalla commissione di inchiesta su Medjugorje. L’oggetto di entrambe le questioni è lo stesso: le apparizioni (vere o presunte) della Madonna, e di riflesso il culto che noi altri riserviamo alla Madre di Dio.

Di ritorno da Fatima, interrogato dai giornalisti, Francesco è stato, come suo costume, molto chiaro: ha lodato il lavoro della commissione voluta da Benedetto XIV e presieduta da Ruini, ma soprattutto ha espresso severi dubbi sulle apparizioni più recenti: «Credo alla Madonna nostra Madre buona, non a quella capo di un ufficio telegrafico che detta al telegrafo ogni giorno a certa ora i suoi messaggi».

Il culto e la pietà mariana datano fin dal VII secolo. Tra l’XI e il XVI sec., la pietà mariana, liturgica e privata, si espande e si diffonde in ogni circolo vitale del tessuto ecclesiale: da abbazie e cattedrali, da chiese in città e in campagna, risuona concordemente la venerazione per la Madre di Dio e Regina di misericordia. Vescovi, abati e abbadesse, monaci e frati, preti e laici, ricchi e poveri, si uniscono in un solo grande coro a più voci che loda e supplica la Madre del Signore, sentita vicina a tutti coloro che, tra le prove del cammino, anelano all’incontro col Signore e Giudice della storia.

Perciò, il culto mariano non è certo invenzione della modernità. Tuttavia, nei tempi a noi vicini esso si è arricchito di un elemento, che talvolta rischia di trasformare la giusta venerazione in una fuorviante adorazione (sulla quale taluno potrebbe escogitare idee di sfruttamento in senso commerciale). E cioè, pare quasi che la Madonna, in preda ad un’irrequietezza un po’ insistente, venga continuamente a farci visita per spiegare bene ciò che da noi si vuole nell’alto dei cieli.

Ovviamente, queste note non vogliono nella maniera più assoluta negare (ma neanche confermare) la veridicità delle apparizioni. Del resto, su Fatima immagino non ci possano più essere dubbi di sorta; su Medjugorje, qualificatissimi prelati hanno detto la loro, stabilendo che le prime apparizioni sono plausibilmente reali, le altre quanto meno dubbie.

Il punto di vista dovrebbe semmai essere un altro.

Anche il lettore più superficiale dei vangeli noterà che i più vicini congiunti di Gesù, cioè Maria e (soprattutto) Giuseppe, rivestono un ruolo assolutamente marginale. Con riguardo alla Madre, se escludiamo la chiacchierata con Gabriele, il “fate come vi dice” delle nozze di Cana, e qualche altra discreta presenza accanto al figlio e sotto la croce, di lei non conosciamo assolutamente nulla (men che meno che abbia operato miracoli, poiché il vero miracolo che ha fatto lei è stata l’umile e taciturna coerenza con cui ha vissuto la sua fede totale in Dio). Tanto che per “sanare” quella mancanza, apparentemente inspiegabile, la devota fantasia di qualche primo cristiano ha dovuto inventarsi una serie di storielle, confluite poi nei vangeli apocrifi sull’infanzia di Gesù.

In realtà il silenzio di Maria (e quello speculare di Giuseppe) sono funzionali al fatto che protagonista di tutto sia Gesù, e più in particolare la parola che lui diffonde con tanta dedizione in ogni centro urbanizzato della Galilea del tempo, che gli capitasse di visitare. In altre parole, il vangelo rappresenta una sorta di delega perpetua alla Parola da parte di Dio. Quasi come a dire: «Figlioli cari, ve l’ho detto tramite i profeti; gliel’ho fatto scrivere nell’antico testamento; ho finanche fatto incarnare la seconda persona della Trinità – ovvero il Verbo – che ve l’ha ridetto e ve l’ha mostrato quello che dovete fare; adesso basta».

Tant’è che nell’episodio della parabola del “ricco epulone” (Lc 16, 19-31), si fa cenno proprio al fatto che per salvarsi i parenti del ricco epulone «hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli  […]. Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita».

Infatti, non è casuale che da Gesù in avanti, non ci siano stati più profeti, almeno non nel senso canonico del termine. Anzi, pare quasi che Dio si sia chiuso in un deliberato mutismo. Ci sono stati i santi – sui quali torneremo nella prossima puntata a completamento del discorso – che non erano però profeti, non “parlavano per conto di”, ma “agivano coerentemente secondo la Parola di”. Che è una cosa ben diversa.

Ma torniamo a Maria, la silenziosa madre di Dio. Perché una donna, che in vita e nell’accadere di tanti fatti prodigiosi e straordinari, è sempre stata quieta e appartata, ora, che è nella gloria del cielo, ogni giorno ad orari prestabiliti, deve scomodarsi a venire a ricordarci cose che sono state dette e ridette (e soprattutto mostrate nei fatti)? O, il che è anche peggio, mandare dei messaggi ulteriori, come se tutta la rivelazione non si fosse compiuta duemila anni fa?

Si potrebbe rispondere: perché Dio è misericordioso e pur di non veder persi i suoi figli manda la Madonna a fornire altre dritte (magari aggiornate ai tempi d’oggi) su come convertirsi e salvarsi. Eppure questo cozza con il libero arbitrio umano (“non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita”) e cozza con la “definitività” del messaggio evangelico, dopo il quale Gesù ha detto non ci sarà altro se non il suo ritorno per il giudizio finale. Né ha senso parlare di “aggiornamento”, perché quelle cose dette e fatte duemila anni fa sono più attuali che mai.

Oppure: è lei che autonomamente prende e parte, perché intende “suggerire” le strade per un sicura salvezza. Ma anche questo è poco plausibile, atteso che la strada è una e Gesù lo ha detto con chiarezza disarmante: “Io sono la Via”.

Dunque? Che la Madonna venga a farci visita di tanto in tanto non è incredibile, ma lo scopo non può essere che quello di porsi (quale del resto si pone con la sua silenziosa presenza accanto al figlio) come un esempio concreto del concreto modo di comportarsi, come da dire: “Ragazzuoli, datevi da fare, come ho fatto io”.

Altrettanto giusto è, per il ruolo cardine che ha avuto in tutta la storia della salvezza, tributarle la più alta venerazione, senza perdere però di vista che Maria è potuta diventare “la Madonna”, semplicemente perché ha vissuto la propria fede, senza troppi proclami e sbandieramenti di sorta, senza sgranare rosari mentre i vicini morivano di fame, senza portare in giro nessuna statua con banda musicale e fuochi d’artificio, senza aspettare che magari le apparisse di nuovo l’arcangelo Gabriele a ricordarle cosa doveva fare o come lo doveva fare, ma semplicemente compiendo con coerenza quanto il figlio ha detto di fare. Che poi è stato l’unico, imprescindibile, suggerimento che ha dato a noi altri duemila anni fa a Cana.

Di apparizioni con tanto di messaggi, il vero cristiano, quello che vuole maturare una fede tale da poter dire all’albero sradicati e vatti a piantare nel mare, e che come Maria vuole percorrere la Via verso la Vita e la Verità, proprio non dovrebbe proprio avere bisogno…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Forma e sostanza

n. 30 (15/05/2017)

“Forma e sostanza”

Dopo una pausa più lunga del previsto, il Serpente prudente riprende il suo cammino di provocatoria riflessione. Nelle più recenti puntate, avevo cercato di tracciare un percorso riferito all’autentico senso della fede che i cristiani dovrebbero coerentemente professare.

È evidente che non ci sarebbe bisogno nemmeno di starci a pensare, se tutti quelli che si dicono cristiani leggessero, comprendessero e applicassero ciò che Gesù dice con una chiarezza veramente disarmante. Tutto il quadruplice racconto evangelico è riccamente disseminato di esempi e di spiegazioni talmente semplici, che anche un bambino non troverebbe alcuna difficoltà a capirli. Infatti, la difficoltà è nel viverli nella quotidianità…

Il punto è che tanti si limitano ad una fede puramente formale. Aderiscono a precetti e regole di facciata; magari vanno a messa tutte le domeniche e recitano il rosario per ingraziarsi santi e madonne in vista di una guarigione miracolosa; stringono mani al segno della pace e lasciano la loro elemosina al mendicante che tende la mano sul sagrato. Tuttavia, se a loro venisse richiesto uno sforzo supplementare, qualcosa che incida nel profondo della loro sostanza di cristiani, ecco che con mille scuse si tirerebbero indietro.

È un po’ l’atteggiamento del giovane ricco che osservava tutti i comandamenti e tutta la legge di Mosé, ma quando Gesù gli chiede di rinunciare a tutti i suoi beni e proprietà, girò il cavallo e amareggiato se ne tornò a casa sua.

Considerato che il punto di partenza di questo discorso sulla fede è che essa non è il semplice affidamento fideistico nella potenza divina (atteggiamento che presupporrebbe un’esclusiva responsabilità divina, e un ruolo burattinesco per gli uomini), bensì è un modo attivo e concreto di porsi nei confronti di Dio e del prossimo, bisogna capire in concreto cosa fare.

Qualche indizio lo avevamo rintracciato riflettendo sulle esortazioni quaresimali. Ma tutto il vangelo è ricco di esempi. Intanto, Gesù stesso indica una strada concettualmente utile, sancendo due comandamenti (gli unici che lui impartisce ai suoi): ama Dio come te stesso, ama il prossimo come te stesso.

Detti così, possono sembrare mere dichiarazioni programmatiche. Perciò, Matteo (25, 31 e ss) si è preoccupato di esplicitare bene il senso di questo “amare come se stessi”. Nel citato passo evangelico, si prefigura il giudizio finale: Gesù siede sul trono circondato dai suoi angeli e separa pecore e capre. I primi (i giusti) li chiama benedetti, poiché lo hanno visto affamato e gli hanno dato da mangiare, assetato e gli hanno dato da bere, e così via. Quelli gli dicono “ma quando mai?”, e lui chiosa: “ogni volta che avete fatto questo ad uno di questi piccoli lo avete fatto a me”.

Viceversa i capri li chiama maledetti perché non hanno fatto nulla del bene che potevano fare. Pure quelli chiedono “ma quando mai?” (e si intuisce che il tono della domanda non è tanto quello della sorpresa, quanto piuttosto quello del voler accampare una scusa e una giustificazione), e anche qui la chiosa è la stessa. E così i primi se ne vanno alla gloria del paradiso, e i secondi al supplizio eterno.

Dunque, un primo motivo di riflessione è ancora una volta incentrato sulla piena, sostanziale e assoluta (nel senso di indipendente dalla volontà divina) responsabilità di scelta dell’uomo: è l’uomo che, in totale libertà, stabilisce se essere pecora (animale mansueto e disponibile a seguire il pastore) o capra (animale testardo e restio all’obbedienza). Questa dimensione di responsabilità umana si è persa nel mondo odierno dove ogni escamotage è buono per deresponsabilizzarsi nella sfera pubblica come nella sfera privata. Invece, nell’antichità era chiaro a chiunque, pagano o cristiano. Anche i romani, infatti, asserivano che quisque faber fortunae suae, cioè ognuno è artefice della propria sorte.

Essere pecore o capre è innanzitutto un atteggiamento interiore. Pecore (poi dopo vengono chiamati giusti) sono coloro che vivono la fede e “amano come se stessi” in maniera spontanea, senza alcun calcolo, come se fossero tutt’uno con i rapporti interpersonali che vivono. Capre sono quanti vivono in maniera farisaica la loro fede, per mera apparenza, rifiutando deliberatamente di impegnarsi in relazioni autentiche e sincere.

Il secondo passaggio è appunto sulla concretezza di questo “amare come se stessi”. L’elencazione è chiara: dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ecc.: quelli che noi chiamiamo opere di carità corporale. Ovviamente, il catalogo non è da prendersi alla lettera, né da considerarsi esaustivo. Affamato è anche chi ha bisogno di un consiglio su come regolarsi in un accadimento della vita; assetato è anche chi ha bisogno di un abbraccio per tirarsi su di morale; nudo è anche chi si trova coinvolto in dicerie e in accuse per cose che non ha mai commesso e viene additato da tutti come persona sgradita e da allontanare; incarcerato è anche chi è prigioniero di dipendenze di ogni tipo, dalla droga al gioco d’azzardo.

C’è una frase di Simone Weil che dice: “Mettere la verità prima della persona è l’essenza della bestemmia”. Ed è sostanzialmente quello che fanno i fanatici farisei di ogni religione: antepongono la vuota osservanza formale, all’autentico rispetto e amore per il prossimo e per Dio. Ed è per questo che, in generale, qualsiasi fedele di qualsiasi religione vivesse autenticamente il proprio credo (cioè mettesse la Verità con la V maiuscola prima della persona, il che equivale ad amare Dio e il prossimo come se stessi), nemmeno ci sarebbe tutto questo spargimento di sangue e questi proclami di guerre sante, che sono il frutto di una deliberata distorsione fatta ad uso e consumo proprio, ma con i quali né Dio, né Allah, né Zeus hanno mai c’entrato nulla…

Vincenzo Ruggiero Perrino