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Ghirlanda natalizia da MVPower – LA NOSTRA RECENSIONE!

Mancano ancora 11 mesi al natale, ma dobbiamo subito prepararci!! Per fortuna che MVPower ci dà una mano, realizzando una ghirlanda a tema natalizio con varie decorazioni ad un prezzo relativamente modico. Scopriamola insieme!

Confezione e contenuto

La confezione è interamente realizzata in cartone, essa è abbastanza anonima e la ghirlanda contenuta all’interno non è poi messa in modo ottimale, essa spinge verso l’apertura in modo prepotente, e questo inizialmente mi ha fatto un po’ dubitare sulla validità del prodotto!

Di fianco alla ghirlanda troviamo delle decorazioni aggiuntive come ad esempio 10 palline di media grandezza e di colore diverso, 10 pigne, 5 bacche e 5 bowknot (fiocchetti). La confezione risulta essere comunque non ottimale nel caso in cui questo prodotto deve essere regalato a qualcuno!

Caratteristiche e impressioni

La ghirlanda risulta essere lunga 270 cm e quindi ideale da mettere sopra una porta abbastanza ampia effetto festone o su di una scala. Il tutto è realizzato in filo di ferro internamente e in plastica esteriormente. Il verde dei filetti è molto realistico, gli stessi però si staccano abbastanza facilmente. I punti a favore sono molteplici, come ad esempio la flessibilità dei rami, la buona costruzione delle decorazioni e la presenza delle chappette agli estremi della ghirlanda per un alloggiamento più che ottimale! Belli i fiocchetti e le pigne in plastica, le palline hanno un effetto metallizzato ed un laccetto incluso per alloggiarle, sono presenti nei colori: oro(X2), argento(X2), blu(X2), rosso(X2), fucsia(X2).

Conclusione

Ne consigliano sicuramente l’acquisto dato il prezzo abbastanza modico a cui la ghirlanda è venduta, non ideale come idea regalo! La trovate su Amazon al prezzo di €24,99 con spedizione di circa due settimane con corriere espresso, affrettatevi!


Attualmente non disponibile 

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Il Serpente Prudente – Fede e Fiducia

n. 17 (16/01/2017)

“Fede e fiducia

Qualche settimana fa, trovandomi a conversare con il mio più caro amico – che ringrazio per l’occasione di riflessione che mi ha fornito – ci siamo reciprocamente scambiati opinioni su quale sia il senso della fede che noi diciamo di professare. Ho creduto opportuno condividere con i lettori di questa rubrica gli esiti di quelle riflessioni.

Con ogni evidenza, comprendere esattamente di cosa parliamo quando pronunciamo la parola “fede” è fondamentale per il vero cristiano. Con altrettanta evidenza, per quanti affermano con approssimazione e superficialità il proprio essere cristiani, la questione invece rileva in modo più marginale, potendo disinvoltamente confondere concetti e questioni.

Ed, infatti, il concetto di fede sovente viene confuso, anzi, per meglio dire, viene limitato al concetto di “fiducia”. Invece, mi pare piuttosto chiaro che la fede e la fiducia siano due dimensioni sottilmente diverse, benché la fede comprenda anche la fiducia.

Bisogna riconoscere che i (sempre più pochi) sacerdoti, presi dai tanti impegni a cui cercano volenterosamente di far fronte, non sempre spiegano con sufficiente chiarezza questa differenza. Spesso si sente dire dai pulpiti che avere fede in Dio significa a Lui affidarsi, confidando che nella Sua infinita misericordia sappia come far girare nel verso giusto il mondo e gli umani, disponendo tempi, modi e luoghi delle azioni.

Insomma, sembra quasi che fede in Dio equivalga né più né meno all’avere completa fiducia che Lui, in un modo o nell’altro, faccia funzionare le cose, ritagliando per noi altri un comodo ruolo di irresponsabilità, del tipo: “Sono venuto a messa, prego che la tale cosa vada bene, e quindi ora tocca a te, Dio, fare in modo che quella cosa vada bene, perché io ho posto la mia fiducia nella tua benevolenza”.

Ebbene, l’atteggiamento della fiducia è piuttosto ovvio: la cosa più normale per un figlio è avere fiducia nel padre, affidarsi alla sua guida, alla sua comprensione, alla sua compassione. E, tutto sommato, è anche un modo di vivere il rapporto con Dio che non richiede un particolare sforzo né di volontà, né intellettuale. Però, è anche una dimensione esistenziale che, proprio per la sua “semplicità” non può essere confusa con la vera fede, che richiede invece, un impegno un po’ più consapevole e profondo, o meglio un’attiva partecipazione dell’uomo nell’azione divina. Diversamente, tutta la questione si esaurirebbe in un “ho fiducia in Dio, lascio fare a lui, senza assumere alcuna responsabilità”.

Credo che si possano citare almeno due episodi evangelici, che forniscono un’ottima traccia per capire cos’è la vera fede, che, è bene ripetere, include senza dubbio una componente di fiducia, ma altrettanto indubbiamente non può con quella essere confusa.

Il primo ce lo racconta Luca (17, 6), e può spiegare che fede non è solo fiducia. Gesù, intervenuto a scacciare un demonio da un ragazzo (impresa nella quale i discepoli non erano riusciti), li ammonisce, dicendo: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe». È evidente che Gesù non sta dicendo ai suoi discepoli: “Abbiate fiducia in me, che vi tiro fuori dai pasticci”. Sicuramente per andargli dietro per mezza Palestina, con i pericoli che questo comportava, avevano fiducia in Lui. E del resto, se Egli voleva indicare un mero atteggiamento di fiducia in Dio, avrebbe detto: “Se avete fiducia in me quanto un granello di senape, preghereste me di dire al gelso, eccetera”.

Dunque, la vera fede, anche in una misura minima, permette al credente di poter autonomamente dire al gelso di piantarsi nel mare. Il che fa pendant con quanto Gesù altrove (Gv. 14, 12) afferma: «Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi».

È bene tuttavia precisare che la vera fede non serve a fare prodigi e magie del tipo appunto di spostare le cose come farebbe Silvan. La vera fede è l’atteggiamento di chi, con piena e libera consapevolezza, accetta la condizione esistenziale di chi cammina per la Via che conduce alla Verità e dunque vive con pienezza la Vita. È dunque l’atteggiamento di chi “sa” e non solo “spera” che l’osservare la Parola e fare le stesse cose che ha fatto Gesù, sia la strada giusta. Le cose grandi che farà chi ha fede non sono certo spostare le montagne, o far apparire dal nulla un forziere pieno di dobloni d’oro: sono piuttosto opere intese a vivere con pienezza gli insegnamenti di amore e misericordia di Gesù.

Il secondo episodio, che ancor meglio chiarisce quale deve essere l’atteggiamento dell’uomo che ha vera fede, è in Luca (15, 11-32), ossia nella cosiddetta “parabola del figliol prodigo”. Usualmente, nella percezione popolare, l’attenzione è focalizzata sull’atteggiamento del padre nei confronti del figlio, che prima sperpera la sua parte di eredità e poi, pentitosi, ritorna a casa. Però, per capire quale sia la consapevolezza che è alla base della vera fede, bisogna rileggere quel che il padre dice all’altro figlio, quello che fa l’offeso.

Il padre gli dice: «Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua». Dunque, chi ha fede “sa” (e non si limita semplicemente a “sperarlo”), in virtù del rapproto che lega un figlio che vive sempre insieme al padre, che ogni cosa del padre è sua. Del resto, quale figlio nella casa del padre si comporta da ospite, confidando nel fatto che il suo anfitrione lo tratti bene, o gli permetta di accendere la televisione o di prendere un bicchiere d’acqua? Non si comporterà piuttosto da padrone nella casa di suo padre, dispondendo dei beni del padre come fossero i suoi?

Ecco, possiamo concludere che la fede è avere la certezza (e non solo la fiducia) di essere figli di un Padre, che chiede solo di avere verso il prossimo lo stesso atteggiamento di misericordiosa compassione, che gli ha nei confronti di ciascuno, e in tal modo poter compiere le stesse opere che Egli compie.

Vincenzo Ruggiero Perrino

Il Serpente Prudente – Una querelle

n. 16 (09/01/2017)

“Una querelle

Chiudendo la “puntata” della settimana scorsa, formulavo un augurio affinché il 2017 fosse l’anno della responsabilizzazione, nel senso che ciascuno si sentisse più responsabile per il prossimo, in modo da creare un nuovo senso di comunità, per poter veramente ripartire. Le (poco incoraggianti) notizie di questa settimana mi hanno confermato che il grosso limite del nostro tempo è proprio quello di una mancanza di responsabilità. Anzi, di male in peggio, ognuno cerca di scaricare le proprie manchevolezze sull’altro, cercando in tal modo di presentarsi agli occhi di tutti come un agnellino innocente, magari vittima sacrificale, frainteso da tutti e vilipeso nonostante le sue nobili intenzioni.

Fateci caso: è un meccanismo che noi italiani brava gente abbiamo sviluppato fino alla perfezione. Una squadra di calcio, anche prima in classifica, perde una partita che sulla carta avrebbe vinto? Mica è colpa degli undici deficienti che corrono dietro al pallone a suon di milioni di euro! No, è colpa dell’allenatore. Manco ci fosse lui in campo a sbagliare i tiri.

Una mamma (è successo a Vibo Valentia) muore tre giorni dopo il parto? Mica è colpa di qualche medico malaccorto! No, è il destino crudele che ha fatto sorgere complicazioni inaspettate. Come se partorire non fosse la cosa più naturale di questo mondo.

Quasi la metà dei giovani è senza lavoro? Mica è colpa di una dissennata politica economica e bancaria, che in nome della quadratura dei bilanci fa in modo che i pochi privilegiati restino tali a discapito della massa! No, è l’austerità voluta dall’Unione Europea e dalla Germania. Oppure, sono gli immigrati che sono venuti qui a prendere le nostre case e il nostro lavoro, e ad approfittare dei nostri sussidi (che è il messaggio che praticamente tutti i giorni viene fatta passare dalla becera trasmissione di Maurizio Belpietro, Dalla vostra parte).

E gli immigrati in qualche modo c’entrano in quel che sto per dire. Il vero capolavoro, questa settimana, lo abbiamo raggiunto nella querelle che ha visto contrapposti esponenti di due “nobili” categorie che il mondo intero ci invidia, i politici e gli intellettuali. Non per dire, ma nel settantennio di repubblica, abbiamo sfornato degli autentici “number one”; anzi spesso in un’unica persona si potevano agevolmente individuare tanto i tratti del politico, quanto quelli dell’intellettuale. A dirla tutta, eccezion fatta per alcuni dell’una e dell’altra categoria (che non a caso sono più apprezzati fuori che in casa propria), è tutto un melting pot della più sconcertante vuotezza.

Il fatto, credo (e spero), è noto ai più: durante una sparatoria di camorra nel centro storico di Napoli sono stati feriti tre immigrati e una bambina di dieci anni. I colpi sono stati esplosi per “punire” un ambulante extracomunitario che non voleva pagare il pizzo al clan di zona.

Analizzando e commentando questo episodio lo scrittore Roberto Saviano, che ha fatto della “camorra” – pur declinandola in varie forme e sotto varie sfaccettature – il suo principale cavallo di battaglia, in un’intervista ha sostanzialmente detto che: “gli arresti non fermano la camorra, ci sono sempre nuovi affiliati”; “questa città non è cambiata. Illudersi di risolvere problemi strutturali urlando al turismo o alle feste di piazza è da ingenui. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore diventa connivenza”; “il sindaco è in carica da sei anni, ma parla come se si fosse appena insediato”; “la sinistra radical napoletana ragiona da ultrà: se critichi stai tifando contro”; “Angelino Alfano ha inviato l’esercito per ragioni di facciata politica”; “chi invita a distogliere lo sguardo da questa realtà mi fa paura quasi quanto le paranze che sparano”. Insomma, una ridda di cose ripetute decine e decine di volte, come sempre limitandosi ad un’analisi (pur precisa e puntuale), ma senza fornire alcuna ricetta cocreta sul da farsi per, non dico debellare, ma almeno arginare il fenomeno criminale.

A queste dichiarazioni ha, ovviamente, replicato il sindaco Luigi De Magistris: “Saviano si arricchisce sulla pelle della città, e per questo non potrà mai ammettere che a Napoli le cose stanno cambiando”; “non faccio più il magistrato per aver contrastato mafie e corruzioni fino ai vertici dello Stato. Non ti ho visto al nostro fianco”; “se utilizzassi le tue categorie mentali dovrei pensare che tu auspichi l’invincibilità della camorra per non perdere il ruolo che ti hanno e ti sei costruito. E probabilmente non accumulare tanti denari”; “a Napoli i problemi sono ancora tanti, nonostante i numerosi risultati raggiunti senza soldi e contro il sistema, ma non è possibile che Saviano non si sia reso conto di quanto sia cambiata Napoli”; “caro Saviano, vuoi vedere che sei nulla di più che un personaggio divenuto suscettibile di valutazione economica e commerciale? Un brand che tira se tira una certa narrazione”.

Entrambe le posizioni, mi pare chiaro, celano una sostanziale svalutazione del napoletano medio. L’una perché, sottolineandone sempre e solo le negatività (e di fatto trascurando le cose positive), lo dipinge come una persona incapace di migliorare, e oltretutto non fornisce alcuna valida “cura” al problema; l’altra perché, facendo vanto delle positività, non le attribuisce allo sforzo di tutte le componenti sociali, ma solo alla propria azione politica individuale.

Penso sia chiaro a chi abbia letto gli interventi di questa rubrica, che la mia opinione sui politici nostrani non è proprio delle migliori. E la “sparata” di De Magistris, ancor più deludente se si pensa che proviene da un ex magistrato “anticamorra” come lui si è autodefinito, dimostra, in tutta la sua banalità, la caratura mediocre del nostro ceto politico, anche quando proviene da un passato un po’ meno opaco. Un politico autentico neanche avrebbe perso un’ora della sua giornata per scrivere un post su facebook per controbattere a cose che non ritiene veritiere, ma avrebbe impiegato quel tempo per “fare” qualcosa contro la criminalità, anziché “parlare” contro chi a sua volta “parla” contro la criminalità!

Per altro verso, io credo che un intellettuale debba sicuramente prendere il bisturi e puntarlo laddove c’è l’infezione, questo è fuori discussione. Ma, se è sacrosanto quello che dice Saviano, e cioè che non si può chiedere che di una città vengano decantate solo le cose buone nascondendo quelle cattive, è altrettanto inutile parlare sempre e solo delle cose negative senza valorizzare adeguatamente il lavoro e la fatica delle centinaia di migliaia di napoletani che ogni giorno si comportano onestamente o cercano di vivacizzare culturalmente la città. Indicare solo il nero, non mette in evidenza il bianco, e viceversa.

Come al solito sia l’uno che l’altro contendente hanno dimostrato di aver dimenticato una lezione importante, che in queste pagine ho già citato altre volte: dire sì sì, no no. Invece, i politici e gli intellettuali nostrani spesso pretendono di voler sconfinare in altre spiegazioni, in altre dimostrazioni, in altre questioni, che non risolvono il merito di qualsivoglia problema, e alla fine inducono tutti quelli che quel problema lo subiscono o ne fanno parte, solo a pericolosissimi atteggiamenti di noia e di assuefazione.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Mini Drone da Aukey – LA NOSTRA RECENSIONE!

Avete mai utilizzato un drone? Io personalmente prima di ricevere questo prodotto no, data comunque la difficoltà evidente nel comandare questi strumenti volanti!

Sotto la nostra mente oggi c’è un mini drone realizzato da Aukey, dalle ottime caratteristiche e soprattutto molto facile da usare! Scopriamolo insieme.

Confezione, contenuto e caratteristiche

La confezione risulta essere realizzata in cartone, su di essa è presente un nastrino dove vengono dichiarate brevemente le caratteristiche e i dettagli sul prodotto contenuto!

La scatola è molto carina da vedere ed aprire, infatti basta sollevare la parte superiore per andare subito al contatto con il drone, lo stesso è accompagnato da un radiocomando, il cavo di ricarica e le eliche di ricambio! Non mancano ovviamente i soliti manuali d’uso con il cartoncino per la garanzia.71haoqvzl3l-_sl1500_

Il drone è realizzato in plastica e ha misure altamente ristrette, infatti abbiamo dimensioni pari a 4 cm per il lato, diagonale 5,5 cm e un altezza di 2 cm per un peso di 90 g. Grazie a queste caratteristiche da peso piuma, non ha alcun problema nel volteggiare nei cieli; non è comunque possibile installare videocamere sul drone a causa peso del quadricottero! Superiormente troviamo il badge della casa produttrice in giallo e quattro eliche accompagnate da piccoli LED che ci aiutano ad individuarlo in condizioni di scarsa illuminazione e a capire il posizionamento esatto per un decollo e gestione più ottimale!61hx01px3ll-_sl1500_

Lateralmente troviamo lo switch per l’accensione e l’ingresso per la ricarica mentre nella parte sottostante possiamo apprezzare quattro gommini in gomma posti sui lati che aiutano in caso di un atterraggio, così da evitare danni al drone. Il radiocomando ha una forma che ricorda un joystick e di conseguenza risulta ottima la maneggevolezza così come l’impugnatura e la pressione di ogni tasto! Sul telecomando troviamo due leve quali possono essere invertite, che hanno lo scopo di dare gas, alzare e far muovere il drone in tutte le posizioni. Sono rimasto favorevolmente colpito dalle molteplicità delle funzioni, come ad esempio il decollo e l’atterraggio premendo i tasti del trim centrale o ad esempio la possibilità di effettuare una capriola premendo la leva di destra! Sottolineo che il radiocomando funziona con due pile AAA non fornite nella confezione offerta da Aukey!61vsc5l0ltl-_sl1500_-1

Un altro fattore da non sottovalutare è la presenza delle eliche di ricambio, infatti durante i miei utilizzi mi è già capitato di sostituirne una; nonostante svariate cadute questo è l’unico danno riscontrato. Ricordo e soprattutto sottolineo che le stesse vanno sostituite ed installate in modo uguale; le verdi con le verdi e le bianche con le bianche! Il manuale utente risulta essere quasi fondamentale in questi casi, lo stesso pur presente in italiano non è comunque ben comprensibile dato che il tutto è stato tradotto con strumenti come google traduttore, ma meglio di niente! Unico difetto, se così lo vogliamo considerare, è la mancanza delle protezione per le eliche; fattore comunque trascurabile date le dimensioni del prodotto.

Funzionamento

Prima di far decollare il drone bisogna rispettare alcune accortezze che vi vado ad indicare.

Prima di tutto bisogna accendere il drone e posizionarlo su una superficie piana, così da stabilizzare il giroscopio per una gestione aerea migliore. Successivamente bisogna accendere il telecomando e collegarlo al drone mandando la leva prima in alto e poi in basso, il tutto è comunque segnalato da suoni e della luce rossa presente sul radiocomando. Non è ancora tempo di partire dato che bisogna prima indicare con quale leva muovere e con quale dare gas, questo varia al variare delle vostre preferenze e abitudini, siate voi mancini o destrosi; il tutto viene gestito dal trim posto in basso a destra. Ultimo passo ma non meno importante riguarda le nostre abilità di volo, infatti premendo il tasto della leva sinistra è possibile switchare tra tre diverse velocità, per utenti meno e più esperti.61coznkiail-_sl1500_

Siamo finalmente pronti per il decollo, basta premere la freccia in alto del trim centrale per far alzare il drone e farlo stabilizzare ad un quota relativamente bassa, che ci consente di gestirlo al meglio e alzarlo gradualmente!

L’atterraggio è un fattore molto importante per questi oggetti, lo stesso avviene in modo morbido e preciso premendo il tasto giù del trim centrale; ottima la gestione! Un fattore che mi ha favorevolmente colpito riguarda la capacità di atterrare autonomamente nel caso di batteria scarica o insufficiente per il volo! La batteria ha una durata che varia dai 5-7 minuti ed il tempo di ricarica si aggira intorno ai 20 minuti.71ixbfa1rl-_sl1500_

Conclusione

Questo prodotto risulta essere davvero ottimo per utenti alle prime armi, dopo circa un giorno si riesce ad utilizzarlo in modo ottimale anche raggiungendo il range massimo di 25 metri; la guida risulta essere molto stabilizzata e divertente! Potete acquistare questo prodotto su Amazon al modicissimo prezzo di €28,99 con la possibilità di spedizione gratuita e in un giorno per gli abbonati prime!


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Il Serpente Prudente – L’anno della responsabilizzazione

n. 15 (02/01/2017)

“L’anno della responsabilizzazione

È passato Natale; è passato Capodanno, e già da oggi tanti staranno riprendendo il loro normale tran tran quotidiano. Abbiamo comprato e ricevuto regali (perdendo di vista che il vero regalo da fare era farsi un po’ più prossimi gli uni verso gli altri); abbiamo o siamo stati invitati a cene luculliane (dove è più quello che resta nei piatti, che quello che si mangia); abbiamo giocato a carte o a tombola (magari prendendo troppo sul serio quello che dovrebbe essere un semplice momento di divertimento); e ci siamo dovuti sorbire, più o meno su tutti i canali, quei servizi televisivi, che cercano di riepilogare quello che è successo nell’anno appena trascorso.

Ebbene cosa è successo nel 2016? Tanti nomi della cultura e dello spettacolo ci hanno definitivamente lasciato: tra i musicisti e cantanti David Bowie, Keith Emerson, Greg Lake, Leonard Cohen, George Michael, Prince; tra gli artisti del cinema Bud Spencer, Franco Citti, Silvana Pampanini, Ettore Scola e Gene Wilder; tra quelli di teatro Giorgio Albertazzi, Paolo Poli, Anna Marchesini e Dario Fo; tra le personalità della moda Marta Marzotto; tra gli intellettuali e scrittori Umberto Eco; tra i leader politici Fidel Castro.

Ciecamente e senza alcuna reale preparazione abbiamo gettato alle ortiche due anni di lavori parlamentari, sancendo la vittoria del “no” al referendum, facendo cadere il governo, e autoinfliggendoci nuove lungaggini per varare una legge elettorale, che, in mano a quei buffoni che ogni giorno dicono di rappresentarci, sembra sempre più un miraggio lontano.

Abbiamo inquinato a più non posso; abbiamo consumato a più non posso; abbiamo sfruttato terra, cielo e mare a più non posso. Abbiamo fatto crescere il PIL dello 0,5%, il che ha fatto giubilare imprenditori e politici, perché ormai, come ripetono da una decina di anni, “la ripresa è dietro l’angolo” (visto che languiamo sempre nella stessa situazione di mediocrità, a questo punto, mi chiedo dove sia l’angolo!).

Con la noncuranza e l’approssimazione emotiva che caratterizza i nostri tempi abbiamo assistito a disumanità di ogni tipo: attacchi terroristici (da ultimo quello di Berlino), bombardamenti (con centinaia di bambini massacrati ad Aleppo e in ogni altra parte del pianeta), omicidi di un’efferatezza che nemmeno Diabolik li concepirebbe (mi riferisco al caso dell’anestesista di Saronno e della sua amante), una vera e propria carneficina di donne (uccise da quegli stessi uomini che avevano giurato loro amore eterno).

Più o meno quotidianamente abbiamo parlato male della stessa persona alla quale al momento dello scambio della pace in chiesa abbiamo farisaicamente stretto la mano; abbiamo offeso, ingiuriato, vilipeso il prossimo in mille occasioni, con una naturalità tale che ormai nemmeno ci facciamo più caso; abbiamo disatteso, con quella stessa “spontaneità”, le più banali norme del vivere civile (fosse anche buttando la plastica nel cassonetto del vetro, o l’alluminio insieme ai rifiuti umidi; oppure parcheggiando in divieto di sosta, pretendendo pure di avere ragione con la guardia di turno, perché “tanto fanno tutti così”).

Eppure, ci emozioniamo ad ascoltare canzoni che parlano di amore e di pace; ci piace vedere film strappalacrime dove l’eroe solitario salva il mondo dalla catastrofe di turno; mandiamo al primo posto nella classifica dei libri più letti, quelli in cui si raccontano storie di passioni e di amori.

Questo proprio non me lo spiego: con tutto il parlare che si fa di amore e pace, anziché nella barbarie che ci circonda, dovremmo vivere in un mondo dove tutti non fanno altro che intrecciare corone di fiori, e vivere la vita in comunione, accontentandoci dei frutti della terra. Invece, è evidente che c’è qualcosa che non va, se consideriamo che gli stessi politicanti che parlano di pace, poi nel bilancio dello Stato hanno inserito una voce di spesa di 32 miliardi di euro per gli armamenti! Se quei 32 miliardi di euro li dividevamo per i circa 60 milioni di italiani, eravamo un po’ più contenti tutti quanti! E, invece, li sperperiamo in fucili, bombe e carri armati, manco fossimo Rambo! Ma anche nella quotidianità le cose non vanno diversamente: parliamo di amore e di pace e poi siamo sgarbati, scontrosi, astiosi gli uni con gli altri.

E, a parer mio, ciò che non va è proprio l’aver completamente perso di vista il senso di far parte di una collettività, di vivere in comunione gli uni con gli altri, la voglia di intessere relazioni autentiche con l’altro. Ciascuno vive come se fosse il solo padrone del mondo, micragnosamente attaccato ai propri piccoli e grandi privilegi, disinteressato a ciò che accade all’altro, pretendendo di avere solo diritti e nessun dovere. È un po’ la storia di Caino che tenta di giustificars dicendo: “Sono forse il guardiano di mio fratello?” (Gn. 4, 9).

Ebbene, io credo che se ognuno si sentisse responsabilizzato nei confronti del prossimo le cose andrebbero meglio. Voglio credere che quegli operatori di pace, che Gesù dice beati perché saranno chiamati figli di Dio, abbiano proprio questo compito nel mondo di oggi. Non tanto sbandierare vuoti proclami del consueto volemose bene, ma proprio sentirsi in prima persona responsabili per il loro fratello, e responsabilizzare i loro fratelli verso gli altri ancora.

Credo che sia l’unica strada per uscire da qualsiasi impasse: economica, politica, ambientale, culturale. Perciò, se c’è un augurio per il 2017 che comincia, è che questo sia un anno in cui ciascuno si riscopra responsabile per il proprio fratello, affinché tutti possano ricominciare a sentirsi parte di una vera collettività.

Se il 2016 è stato – giustamente – l’anno della misericordia (e su quella divina, non mi pare che ci possano essere dubbi di sorta: un altro dio meno misericordioso da tempo ci avrebbe incenerito per punirci di tutto il disprezzo che mostriamo nei confronti del creato e delle creature tutte), facciamo del 2017 l’anno della responsabilizzazione di ognuno.

Vincenzo Ruggiero Perrino