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Il Serpente Prudente – Scrivere e pensare

n. 22 (20/02/2017)

“Scrivere e pensare”

Ad un certo punto del vangelo di Giovanni (8, 3-11), alcuni scribi e farisei, per cogliere in fallo Gesù e poterlo legittimamente accusare, gli portano innanzi un’adultera colta in flagrante, e chiedono a lui come “applicare” correttamente la legge di Mosè. Gesù, per tutta risposta, in prima battuta, si china e si mette a scrivere col dito per terra, cosa che continua a fare anche dopo aver dato la sua folgorante risposta, “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”. Solo quando tutti gli accusatori sono andati via, si rialza e parla alla donna, perdonandola, ma nel contempo ammonendola di non continuare a fare la vita fino ad allora condotta.

L’episodio, ancorché in maniera piuttosto marginale, conferma un dato storico piuttosto inoppugnabile, e cioè che Gesù sapeva scrivere. Questo, unitamente alla notizia riportata in Luca (4, 16) secondo la quale, Egli, dopo aver vinto le tentazioni diaboliche, entrato in sinagoga si mise a leggere il rotolo di Isaia, è derimente rispetto alla questione se Gesù fosse o meno in grado di leggere e scrivere.

Anzi, molti studiosi si sono interrogati su quali fossero le lingue che Gesù era in grado di parlare. Con buona sicurezza possiamo dire che sapeva parlare, oltre l’aramaico, anche il greco. Per esempio, è altamente verosimile che il colloquio con Pilato si sia svolto proprio in greco (atteso che nessun evangelista riferisce della presenza di interpreti o traduttori).

Giovanni, nel narrare l’episodio dell’adultera, omette di riferire cosa Gesù si fosse messo a scrivere col dito per terra. Tuttavia, questo resta l’unico momento in cui l’insegnamento, prettamente orale, di Gesù si interseca con la scrittura. Alcuni esegeti hanno provato a connettere quest’azione con quello che si legge in Geremia (17, 13): «Quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato il Signore, fonte di acqua viva». A mio parere, quella di Giovanni non è una dimenticanza casuale, e tra poco spiegherò perché.

È di qualche giorno fa, la polemica, partita da una lettera-appello firmata da seicento docenti universitari italiani, e indirizzata al governo, sul problema delle carenze di base degli studenti di casa nostra, che in buona sostanza non sanno scrivere correttamente in italiano. Nella lunghissima lista dei firmatari figurano personaggi appartenenti all’Accademia della Crusca, linguisti, rettori, docenti di letteratura, storici, addirittura matematici, economisti e costituzionalisti.

Il quadro è in effetti desolante: gli studenti universitari provengono da un percorso scolastico tale per cui scrivono male in italiano, leggono poco e faticano ad esprimersi oralmente. Lo scopo dell’iniziativa dei magnifici rappresentanti della cultura italiana è quello di stimolare il Parlamento a mettere in campo un piano di emergenza che rilanci lo studio della lingua italiana nelle scuole elementari e medie.

Il che equivale a mettere un lupo a guardia di un gregge! Infatti, è noto che i nostri degni rappresentanti, al pari dei rappresentati, hanno un livello culturale, e dunque anche di espressione in un italiano corretto, vergognosamente imbarazzante. Altro che paese di santi, poeti e navigatori. Siamo un paese di corrotti, ignoranti e sappiamo navigare su internet in un mare di immondizia virtuale!

Tuttavia, il punto è che leggere una lettera del genere, scritta da chi quella lingua dovrebbe preservarla, equivale a sentire un padre lamentarsi con una madre della maleducazione del loro figlio! Fermo restando che decenni di depauperamento socio-culturale e di svuotamento dei programmi scolastici hanno determinato nell’italiano medio la mancanza dei più elementari strumenti espressivi e anche cognitivi, è pur vero che, se lo scrivere correttamente e l’esprimersi correttamente non viene preservato nemmeno nelle università, la cosa comincia a diventare veramente grottesca.

Questo mi fa pensare che chi pone la questione della scrittura sia soprattutto determinato a cercare un colpevole, a cui attribuire la responsabilità della situazione denunciata. Anche questo modo di fare, come ho avuto più volte modo di scrivere su questa rubrica, è un marchio di fabbrica tipicamente nostrano, quello che poniamo in essere più spesso e volentieri.

Allora ecco che, tra gli accusati (i parlamentari), qualcuno cerca di risalire nel tempo alle indicazioni ministeriali che hanno determinato l’impoverimento della conoscenza della lingua italiana. In realtà, basterebbe riflettere sul fatto che ad un ragazzo che frequenta il ciclo di scuole medie inferiori e superiori la grammatica viene insegnata solo a spizzichi e bocconi (come del resto l’educazione civica, altra grande “scomparsa” dei programmi scolastici italiani), mentre ci si tuffa con entusiasmo a ideare PON, POF e PEREPE’, attraverso i quali si pretende di insegnare agli studenti il giornalismo, il teatro, la falegnameria, la ceramica, e tutte cose di cui si potrebbe fare tranquillamente a meno.

Però, se si togliessero queste inutili amenità – che i ragazzi dovrebbero imparare dopo aver appreso a leggere, scrivere e far di conto (com’era una volta) – come si farebbe a giustificare lo scupio di denaro pubblico che ogni anno avviene nelle scuole di ogni grado e di ogni latitudine per organizzare queste cose, pagare i professori e i cosiddetti “esperti” che li affiancano?

La ricerca del capro espiatorio – sport nazionale per eccellenza – è la scorciatoia preferita da chi è incline alla pigrizia mentale, e sono il vero emblema dell’intellettuale italiano. Che, peraltro, è incapace di proporre una soluzione alla situazione che ha contribuito a determinare, ovvero quella che nei rapporti OCSE viene definita “analfabetismo funzionale” (del quale vantiamo il triste primato di paese con la maggiore percentuale). E che, ovviamente, è dimentico del passo evangelico citato in apertura. Infatti, la dimenticanza di Giovanni nel riferire “cosa” scrive Gesù per terra (ovviamente ancora meno interessato è a dirci se lo scrive correttamente o meno), si spiega col fatto che, sicuramente scrivere correttamente è una cosa di grande importanza (e ci mancherebbe pure!), però, ben più importante è avere la capacità di ragionare e analizzare i fenomeni, e di saper dare le risposte giuste al momento giusto.

Cosa che, né gli intellettuali accademici, né, men che meno, i nostri assurdi parlamentari (cioè gli scribi e i farisei di oggi), sanno fare, nemmeno di fronte ad un problema come quello dei ragazzi che scrivono “cmq ho andato” e “xké e stato”.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente -Epilessie dell’amore

n. 21 (13/02/2017)

“Epilessie dell’amore

Il calendario ci informa che domani si festeggiano tanto i santi (e fratelli) Cirillo e Metodio (vissuti nel IX sec. ed evangelizzatori dei popoli Slavi), quanto san Valentino, vissuto tra il II e il III sec., e considerato patrono degli innamorati e protettore degli epilettici.

Non me ne vogliano i santi fratelli di Tessalonica, se questa puntata della rubrica la dedico ad una riflessione sull’amore, o meglio su quello che dovrebbe essere il vero senso dell’amore.

Diciamo subito che la festa di San Valentino, in qualità di santo benevolo verso gli innamorati, è piuttosto antica, risalendo al IV sec., quando gradualmente sostituì i riti pagani di fertilità, dedicati al dio Luperco e considerati in contrasto con la morale e l’idea di amore dei cristiani. Sarebbero stati poi i benedettini, custodi della basilica dedicata al santo a Terni, a diffondere questa tradizione.

Come ho già avuto modo di scrivere in altre circostanze, “amore” è una parola che ricorre frequentissimamente nella nostra quotidianità: tutti parlano/leggono/scrivono/cantano/discettano di amore (non solo i credenti), ma difficilmente qualcuno saprebbe esattamente definire il giusto atteggiamento e comportamento associabile a questo sentimento. Che, a mio modestissimo parere, appare essere largamente frainteso.

Di questo fraintendimento dobbiamo dire grazie al diffusissimo senso di superficialità e precarietà che aleggia su tutte le cose umane, e anche alle distorsioni imposte da una cultura che privilegia l’apparenza sull’essenza, la fugacità e la provvisorietà sulla durata, la brevità sull’impegno costante. Tanto che il più delle volte le due forme di protezione associate a San Valentino sembrano coincidere: si passa con tale facilità dall’essere innamorati di una persona all’essere innamorati di un’altra, che pare quasi una crisi epilettica!

Per iniziare, per una volta non parto dal dettato evangelico, al quale farò riferimento dopo, ma da una folgorante riflessione di uno dei massimi drammaturghi del Novecento, a me particolarmente caro, Bertolt Brecht. Questi scrive: «È una sciocchezza molto diffusa collocare l’amore al di sopra dell’amicizia e considerarlo inoltre come qualcosa di completamente diverso. L’amore tuttavia vale solo per l’amicizia che hai in sé, ed esclusivamente grazie a essa riesce sempre a ricrearsi. L’amore corrente viene servito solo quando fa difetto l’amicizia».

Credo che l’autore tedesco abbia colto straordinariamente bene il senso della questione. L’amicizia (ovviamente parlo dell’amicizia vera) è probabilmente l’unico sentimento umano ad avere un’essenza concreta, materiale, tangibile. Con un amico si condivide una parte importante del proprio io; gli si affidano talora pensieri e confidenze che nemmeno ad un marito o ad una moglie si confidano; gli si chiede un aiuto pratico nelle ambasce della vita; ci si scambia libri, dischi, cose; si prestano soldi; si divide un pezzo di pizza.

Soprattutto un amico è quella persona con la quale ti capita anche di litigare o discutere, ma sempre nel reciproco rispetto, e cercando di superare la questione, attraverso il dialogo e il confronto dialettico. Non è un caso che “l’amico/a” che si può avere la fortuna di incontrare nella vita è sempre e soltanto uno; gli altri – che magari pure consideriamo amici – sono sempre almeno un gradino più sotto di lui/lei.

Quanti fanno altrettanto con il proprio partner? Quante persone conoscete che vivono con amicizia il rapporto con la persona (o le persone) che dicono di amare? Io quasi nessuna. Anzi: il trend è quello di separarsi al primo insorgere di una difficoltà o di un’incomprensione, di mettere l’altro alla porta solo perché non ha fatto-detto-pensato quello che noi ci aspettavamo facesse-dicesse-pensasse, e in generale di lasciarsi, appena viene messa in discussione la maniera autoreferenziale con cui si è impostato un rapporto d’amore.

Il preoccupante aumento delle separazioni e dei divorzi – viepiù incoraggianti dalle semplificazioni burocratiche che la recente legislazione nazionale ha introdotto – è la spia più evidente che la società di oggi è portata a vivere i rapporti di coppia (o comunque i legami amorosi), piuttosto come una sorta di innamoramento continuo: appunto una continua crisi epilettica dell’amore.

Per quanto qualche lettore di questa rubrica possa arricciare il naso, a me pare di cogliere più di qualche assonanza tra la riflessione di Brecht, che era ateo e marxista, e alcune cose che Gesù dice ai suoi discepoli, in ordine alla componente di amicizia di cui deve sostanziarsi l’amore per il prossimo.

Infatti, ci racconta Giovanni (15, 9-17) che Egli, raccomandando ai suoi discepoli l’esercizio dell’amore poco prima dell’arresto e della condanna, impartisce loro un comandamento, “che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi”. Che detta così è un po’ il “non desiderare la roba d’altri”. Bello a dirsi, ma poi quanti veramente riescono a non invidiare il riccone di turno per i soldi che ha?

Perciò, se il discorso di Gesù si fosse concluso con il solo comandamento (che poi tale non è perché sembra piuttosto un consiglio che un vero e proprio “ordine”), sarebbe stato confinato in quello spazio di genericità, che è il marchio di fabbrica dell’umanità contemporanea, la quale pretende di racchiudere tutto in un tweet o in un’esclamazione, senza spiegare alcunché.

Invece, subito dopo, c’è la specificazione e la spiegazione del senso dell’amarsi gli uni gli altri: “dare la vita per i propri amici”. Infatti, Gesù dice ai suoi discepoli: “Voi siete miei amici […]. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi ho chiamato amici”.

Mi pare chiaro: nell’amore che gli uni devono avere verso gli altri, l’atteggiamento è (anche) quello dell’amicizia, che fa da motore e da carburante in un rapporto, che, diversamente, si insterilirebbe ben presto (come di solito infatti accade). E questo vale per l’amore verso un partner (che, spesso, si sostanzia di sola passione o attrazione), verso i figli (molto spesso frainteso con un oppressivo senso di protezione, o al contrario di malecelato disinteresse). E dovrebbe valere anche per l’amore che tanti dicono di avere verso il prossimo in genere e verso Dio.

Non a caso, il “trucco” per una vita felice è amare il prossimo e Dio come se stessi: in altre parole comportarsi con tra amici tanto con il prossimo quanto con Dio, del quale ci mostriamo rispettosi, vivendo (e non limitandoci a blaterare) i suoi insegnamenti…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Aukey obiettivo zoom 2x – LA NOSTRA RECENSIONE!

https://www.youtube.com/watch?v=x94IRj9IRME&t=10s


La qualità fotografica dei nostri smartphone ha raggiunto livelli altissimi, la maggior parte degli stessi però peccano nello zoom, in quanto la perdita di qualità è dietro l’angolo! Aukey per risolvere questo problema ha progettato e realizzato un obiettivo aggiuntivo, nome in codice PL-BL01-IT, che ci consente di avere uno zoom 2x senza perdita di qualità… Scopriamolo insieme!

Confezione e contenuto

La confezione è realizzata interamente in cartone riciclato e riciclabile, essa risulta essere molto minimale e pulita, troviamo infatti solo un nastrino intorno che ci espone il tipo di prodotto contenuto con le annesse specifiche.

La dotazione è importante, infatti oltre al prodotto in analisi troviamo:

  • Panno per pulizia
  • Pacchetto per la conservazione
  • Clip
  • Garanzia 24 mesi

Il panno per la pulizia restituisce un ottimo feedback visivo grazie alla presenza del badge della casa produttrice stampato nero su sfondo bianco, stessa cosa riguardo il pacchetto per il trasporto.

La clip è realizzata in plastica dura di buona fattura, essa presenta un piccolo gommino nella parte in cui la clip tocca lo smartphone per il fissaggio, in modo tale da evitare attriti e conseguenti danni!

Tra la dotazione non compare un aspetto secondo me fondamentale, si tratta di un tappo già preinstallato sulla lente dell’obiettivo come protezione, per evitare eventuali danneggiamenti.

Aukey come sempre ci ricorda di registrare il proprio prodotto sul loro sito per vantare di una garanzia aggiuntiva!71EeS1Jmr7L._SL1500_

Design e materiali

L’obiettivo vanta di un design accattivante e minimale, sul telaio in alluminio troviamo infatti una trama a cubi e alcune diciture che illustrano le caratteristiche del prodotto. Il primo impatto con l’oggetto in esame è sicuramente ottimale, infatti si ha la concezione di trovarsi davanti dinanzi ad un prodotto premium!

Essendo questo obiettivo pensato per la fotografia, non può ovviamente mancare una lente di altissima qualità che ci consente di realizzare scatti senza troppe distorsioni o problematiche varie.

Sul retro troviamo un’incanalatura dove inserire la clip per il fissaggio con lo smartphone, la stessa clip seppur in plastica dura risulta essere molto flessibile, trovando un giusto compromesso. Come precedentemente detto, risulta ottima la scelta di Aukey di inserire un gommino nella clip nella parte in cui va a contatto con lo smartphone per evitare attriti e favorire la stabilità!

Con il Design compatto con peso leggero e dimensione piccola, con un pacchetto da conse71DjPaOX01L._SL1500_rvare in dotazione, si può portarlo facilmente in viaggio, staccando sia la foto di paesaggio e architettura con una sensazione di spazio e di profondità che i ritratti di gruppo in un modo semplice e interessante.

L’obiettivo vanta di un design compatto, infatti troviamo dimensioni pari a 9 x 9 6,6 cm per un peso di 41 g; tali caratteristiche consentono un agevole trasporto favorito anche dalla presenza nella dotazione di un pacchetto per la conservazione.

 

Compatibilità

Obiettivi aggiuntivi di questo tipo spesso non risultano compatibili con tutti gli smartphone dato che la clip non consente un fissaggio esteso, dunque i dispositivi con camera centrale sono tirati fuori.

Non abbiamo comunque nessun problema nell’utilizzo con smartphone più blasonati, come quelli prodotti da Apple o Samsung. Personalmente ho utilizzato questo obbiettivo con iPhone 6s, Lumia 830 e Lumia 640 senza alcun problema di sorta.71DqlZIHqTL._SL1500_

Di seguito i dispositivi cui Aukey assicura la compatibilità:

  • iPhone 6 / 6s / 6 plus / 6s plus
  • iPhone 5S / 5C / 4S / 4
  • Samsung Galaxy
  • Samsung Note
  • HTC
  • Sony Xperia
  • Xiaomi
  • Huawei

Purtroppo usando questo obiettivo dovremmo rinunciare al flash, dato che nella maggior parte dei dispositivi è posto molto vicino alla camera.

Qualità fotografica

La qualità degli scatti realizzati usufruendo di questo obiettivo rasentano la perfezione, questo grazie alla qualità dell’ottica.

I711tgmZYBsL._SL1500_l vetro ottico fatto con materiale d’alta qualità, garantisce la qualità delle foto, e il telaio di lega d’alluminio rende la lente più durevole. Il professionale HD vetro con alta luce di alta qualità riduce i riflessi e la riflessione.

 

 

Lo zoom offerto è molto importante infatti è possibile scattare foto con zoom 2x, quindi immortalare momenti a distanza, senza perdita di qualità! Alcuni difetti riscontrati riguardando casuali bagliori di luce nella parte bassa e alcune sfocature ai lati, in ogni caso a mio modo di vedere non è nulla di problematico.

Rimangono invariati i bilanciamenti così come la taratura del colore, in modo da offrire scatti naturali.


VEDI GLI SCATTI

Conclusione

Se usate spesso il vostro smartphone per fotografare non potrete fare a meno di questo prodotto! Acquistando questo prodotto sara possibile immortalare momenti a distanza senza rinunciare alla qualità fotografica! Personalmente sono rimasto molto soddisfatto e dunque ne consiglio l’acquisto, trovate il prodotto su Amazon al prezzo di €20,99 con possibilità di spedizione in un giorno per gli abbonati prime!


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Il Serpente Prudente – L’aceto vecchio della pubblica amministrazione

n. 20 (06/02/2017)

“L’aceto vecchio della pubblica amministrazione

L’appuntamento della settimana scorsa di questa rubrica è stato dedicato al lavoro per le pubbliche amministrazioni italiane. Il discorso, che ho cercato di fare, era però incentrato sulla generalità del lavoro pubblico, considerato che le questioni e i problemi grosso modo sono gli stessi, tanto se si lavora per un comune di centoventi abitanti, tanto se si lavora presso il ministero degli interni. Il titolo della scorsa settimana, il quale richiamava le parole di Gesù in Marco sul mettere il vino nuovo in otri nuovi, era Il vino nuovo della pubblica amministrazione.

Tuttavia, questa settimana, alcuni fatti accaduti proprio in terra sorana dimostrano la sbalorditiva capacità (soprattutto) delle amministrazioni locali a contraddire l’insegnamento evangelico. Anzi, la tendenza – la quale, sia scritto a caratteri cubitali, non è solo di Sora, bensì di qualsiasi buco urbanizzato d’Italia – è proprio quella di versare l’aceto vecchio negli otri più vecchi che si hanno. Il che detto in altre parole significa: fare esattamente le stesse identiche cose sbagliate, ingiuste e del tutto inopportune che si facevano prima, con le stesse modalità e lo stesso stile.

Altro che seconda repubblica: noi siamo passati dalla prima a quella numero zero! Tutt’al più, se c’è una differenza è data dal fatto che almeno i politicanti d’accatto della prima repubblica avevano sviluppato quell’inconfondibile savoir faire, grazie al quale erano capaci di far passare le peggiori fregature come i più grandi favori resi al popolo.

Oggi, invece, i politici di ogni colore, di ogni livello e di ogni latitudine, hanno maturato la consapevolezza per cui tutto è permesso, tutto è concesso, tutto è legittimo e opportuno. Ed, infatti, improntano il loro comportamento alla più sfacciata deregolamentazione, senza badare nemmeno più alla forma degli atti (non di rado addirittura abbellitti da sgrammaticature varie).

La scelleratezza di questi comportamenti è facilmente verificabile: i risultati del pessimo atteggiamento della politica (soprattutto) locale sono sotto gli occhi di tutti. Tutti a gridare che non ci sono soldi per comprare, per esempio, dell’asfalto per tappare un po’ di buche per strada; però, poi, magicamente ecco spuntare soldi come funghi per pagare “posizioni organizzative” ai funzionari dell’ente.

Direte, cosa sono le posizioni organizzative? Tutti i comuni sono dotati di piante organiche, cioè dei documenti in cui viene deciso (dalla politica) di quanti dipendenti si ha bisogno per poter amministrare correttamente una città, e di quali particolari specializzazioni essi devono essere muniti. Ovviamente, si tratta di decisioni che subiscono sostanziali variazioni a seconda del colore politico della giunta di turno, delle simpatie per questo o per quel dipendente, delle promesse fatte a questo o quell’amico su una sistemazione, e del tempo che passa. Va da sé che quarant’anni fa, non essendoci tutte le fantastiche invenzioni burocratiche come l’autocertificazione, c’era bisogno di un maggior numero di dipendenti all’anagrafe, mentre oggi ne bastano meno della metà.

I lavoratori di un comune si dividono in categorie giuridiche, che vanno dalla A (quella più bassa), alla D (che, in buona sostanza, è quella cui appartengono i funzionari). I funzionari, cioè i più alti in grado nei comuni di medie dimensioni – ovvero la maggioranza dei comuni italiani – possono essere investiti della posizione organizzativa (solo a quelli proprio antipatici antipatici, non gliela si attribuisce). Di quest’ultima una definizione tecnica è: «incarico individuato all’interno dei servizi, che prevede lo svolgimento di funzioni di direzione di unità organizzative complesse, caratterizzate da elevato grado di autonomia gestionale ed organizzativa».

In parole povere, l’attribuzione della posizione organizzativa è solo un elegante escamotage (che la legge allegramente permette) per distribuire un po’ di soldi extra a gente che in fin dei conti non fa né più né meno le stesse cose (con il medesimo grado di responsabilità giuridica) per cui è già pagata con uno stipendio. E anche nell’indennità prevista per l’attribuzione della posizione organizzativa ci sono dei minimi e dei massimi, individuati non tanto in base a titoli o a capacità, bensì in base al grado di amicizia, simpatia e stima personale che di quel funzionario ne hanno sindaco e assessori vari.

Pongo una domanda ai miei lettori: come si diventa funzionari nei comuni della gaia repubblichetta in cui vivamo? Quanti di voi hanno risposto “per concorso” sono degli ingenui idealisti, e a loro consiglio di aprire bene gli occhi, dal momento che, essendo i funzionari comunali i dipendenti a più stretto contatto con gli organi politici, è ovvio che i politici cercano di sceglierseli tra gli amici degli amici più amici.

Certo, ci sono funzionari che hanno vinto dei concorsi (chi scrive è proprio uno di quelli), ma sono generalmente quelli che se la passano meno bene (anche in termini retributivi). Tuttavia, tanti (troppi) sono coloro che vengono nominati ad personam dai sindaci. Ma state tranquilli, non c’è nessun abuso: l’art. 110 del Testo unico degli Enti Locali conferisce questa facoltà. Del resto, non bisogna dimenticare mai che la legge la fanno i politici e, quando nelle leggi scrivono regole che loro stessi devono osservare, cercano di farle quanto più elastiche è possibile.

Il punto veramente tragico lo si tocca quando in un ufficio comunale, tanto per fare un esempio l’Ufficio della Polizia Locale (ogni riferimento a Sora, è puramente casuale), già è presente una figura di funzionario (con posizione organizzativa), il quale magari nel tempo ha dimostrato anche di saper svolgere bene il suo compito istituzionale, e non potendo mandarlo via (perché si tratta di un dipendente a tempo indeterminato), si decide di affiancargli un altro funzionario a tempo determinato. La motivazione, la cui banalità rasenta veramente la presa in giro dell’intelligenza altrui, è che in questo modo si “razionalizza” il lavoro dei vari uffici.

Ovviamente, qui non si vuole certo entrare nel merito delle scelte, né tanto meno si vuole sindacare sulle qualità e capacità tecniche dei prescelti. Ancora meno la mia intenzione è quella di dar luogo a polemiche sulle modalità selettive con cui essi sono stati individuati. Abbiamo chiarito poc’anzi che è proprio la legge, approvata da un parlamento e promulgata da un presidente della repubblica, con tanto di benedizione della corte costituzionale, a contenere in sé ogni possibile e immaginabile strada per evitare lo svolgimento di un concorso. A questo punto, possiamo ben dire che sono sprovveduti quei politici che non ne approfittano!

Peccato che quegli amministratori locali, prima di avventurarsi in queste scelte, dovrebbero chiarire ai cittadini cosa c’era di irrazionale nell’organizzazione e nel lavoro di prima, e soprattutto perché per razionalizzare il lavoro c’è bisogno di spendere altri soldi pubblici, pagando per uno stesso lavoro due stipendi (e due posizioni organizzative) anziché uno…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Su “Orientamenti pastorali” il libro Pastorale Digitale 2.0

Riportiamo il testo della presentazione del libro di Riccardo Petricca “Pastorale Digitale 2.0”, a firma di Adriana Letta, pubblicata dalla rivista “Orientamenti pastorali”, mensile del C.O.P., Centro di Orientamento Pastorale n. 10 del 2016, a pag. 88, nella sezione “Invito alla lettura”.

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Riccardo Petricca, “Pastorale Digitale 2.0“, ed. Albatros, collana di saggi “Nuove Voci”, postfazione di Mons. Gerardo Antonazzo.

E’ un po’ la storia di una vocazione, quella raccontata dal libro di Riccardo Petricca “Pastorale Digitale 2.0”, semplice come è, in fondo, ogni vocazione – una chiamata ed una consegna a cui informare tutta la propria vita -, ma complessa come si rivela sempre, per il lungo ed anche tortuoso percorso umano per arrivare a comprenderla, a riconoscerla come propria e infine ad accettarla come definitivo stile di vita. L’A., ingegnere delle telecomunicazioni, attira immediatamente il lettore e lo coinvolge emotivamente nel tratto di esperienza personale di vita che racconta, quando lui, dopo anni di impegno in Azione Cattolica e Pastorale Giovanile, se ne allontana dopo un forte dispiacere cercando altrove, su diverse rotte, distrazioni e compensazioni. Ma dopo qualche anno, occasioni, accadimenti, persone lo riportano a guardare dentro di sé, a riscoprire ideali, sogni, motivazioni, impegni. Fino a ritrovarsi nel luglio 2013 a Rio de Janeiro come responsabile del gruppo diocesano alla XVIII Giornata Mondiale della Gioventù con il Papa: e lì ha la conferma che “nulla, assolutamente nulla accade a caso“, che non è solo, che quel Dio a cui aveva dedicato gli anni della sua giovinezza è lì accanto, lo aiuta e lo soccorre, gli vuole bene e lo chiama.

La vita cambia e ridiventa entusiasmante, si incontra e si relaziona con quella di tante altre persone e la sua non è più l’unica voce narrante nel libro, perché si intreccia con molte altre voci a formare un solo racconto, la sua vocazione non è più solo sua, ma viene condivisa da altri, sempre più numerosi, che si impegnano con lui in un nuovo servizio volontario e gratuito in diocesi: il servizio di Pastorale Digitale. Servizio che prende inizio, col favore e l’avallo del Vescovo Gerardo, nel marzo 2014 con un convegno dal titolo “Internet è un dono di Dio”. E pensare che molto prima, nel 1998, Riccardo, con due amici studenti di ingegneria come lui, aveva organizzato un convegno sull’ utilizzo di internet nella Chiesa: “il peggiore degli incontri mai visti ed organizzati”! Evidentemente i tempi non erano maturi. E neanche le persone. Ma l’intuizione della vocazione era già presente: la Vocazione digitale!

Il racconto personale non è un espediente per sedurre il lettore, ma assume un significato ulteriore a livello di formazione umana e culturale. Dice Mons. Gerardo Antonazzo nella postfazione: “Fare autobiografia  è formarsi; anzi, è formarsi due volte” e questo vale sia per la storia personale dell’Autore, sia per “l’autobiografia di una Chiesa particolare… che si lascia educare dalla sua storia raccontata, riflettuta e condivisa“.

Tuttavia, una lettura solo in chiave autobiografica o narrativa non esaurisce il valore e la portata del libro di Riccardo Petricca. E’ un libro particolare: pur essendo inserito in una collana di saggi, non è uno studio sociologico, psicologico o antropologico sull’uso diffuso e massiccio della comunicazione online. Non teorizza un’idea per dimostrarne la validità, non argomenta, non utilizza un linguaggio scientifico. Racconta come attorno a un’idea si è coagulato un gruppo che continua a crescere di numero, di capacità, di entusiasmo, di senso di responsabilità anche, un gruppo vario ma coeso dal contagio della fede cristiana, di cui vuol testimoniare la bellezza e la gioia, l’Evangelii gaudium. Tutti nel gruppo si impegnano a costruire qualcosa di positivo per gli altri, a condividere sogni, speranze, esperienze, a comunicare non da espositori neutrali, ma con il piglio del testimone toccato in prima persona dai fatti che narra, da quel qualcosa che infiamma il cuore e pervade la vita in modo gioioso e profondo.  In poche parole: non si accontentano di mettere in rete, vogliono mettere in comunione (questo lo slogan-stella polare dato dal Vescovo!), tra loro e con tutti gli altri internauti che possono entrare in contatto con loro attraverso il sito web o gli svariati social di cui la Diocesi si è dotata. La chat del gruppo su WatsApp non è di sole “chiacchiere”, è attraversata giornalmente da scambi profondi e positivi, che aiutano tutti: più importante della tecnologia, pur affascinante, è la relazione vera tra le persone, che va costruita giorno per giorno alla luce di Cristo. E questo significa crescita umana, culturale, spirituale.

Il recente seminario teologico-pastorale diocesano è stato una conferma che il cammino comunitario della Pastorale Digitale sta andando proprio nella direzione di quel nuovo umanesimo additato come urgente e necessario dal Convegno Ecclesiale nazionale di Firenze 2015, e segue le piste indicate dai cinque verbi: uscire (la PD percorre strade nuove per il Messaggio di sempre); annunciare (comunicare è annunciare!), abitare (si abita – da cristiani – l’ambiente digitale, come gli ultimi Papi hanno tanto raccomandato); educare (questa nuova strada educa sia gli operatori della PD sia gli utenti), trasfigurare (PD è una vita, la vita dell’autore e la vita di un gruppo che pian piano si trasfigura).

Dunque, il maggior merito di “Pastorale Digitale 2.0”, in fin dei conti, è di aver messo a disposizione di tutti una storia vera e reale, non solo virtuale, che sta dando risultati incredibili e inaspettati; di aver presentato un’esperienza pilota, un “orientamento pastorale”, un vero e proprio Progetto pastorale esportabile ed estensibile ad altre diocesi e comunità cristiane. Non uno studio ma un’esperienza pastorale viva, interessante e costruttiva, non contenuti nuovi, ma linguaggi attuali per dire ai giovani e non solo i contenuti di sempre. Tanto è grande tale convinzione, che alla fine del libro l’Autore si rivolge addirittura a Papa Francesco chiedendo “che questo servizio che facciamo per la Chiesa venga ufficializzato”.

Adriana Letta

 

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La Sacra Famiglia di Nazaret

Sacra Famiglia – Episodio 13

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 13

Nazareth, anno 1 a. C.

Ormai la giornata di lavoro di Giuseppe è finita. Gesù lo ha accompagnato (e anche un po’ aiutato) tutta la giornata sul cantiere del teatro di Sepphoris. Poiché tra non molto il sole comincerà a calare, padre e figlio si decidono a salutare gli altri operai e ad avviarsi verso casa.

«Andiamo, ragazzo!», esclama a gran voce Giuseppe, caricandosi sulla spalla il sacco vuoto, nel quale portavano un po’ di cose da mangiare preparate da Maria per il pranzo.

«Sì, papà. Anche se il sole è ancora bello alto».

«E meno male. Ma per quando arriviamo a casa sarà buio».

La strada, che da Sepphoris porta a Nazareth, dopo aver incrociato la via che porta fino a Gerusalemme, passa nei pressi del grande lago, dove Gesù a volte va a giocare con Giovanni e gli altri amici.

«Chissà mamma che avrà preparato da mangiare», dice il ragazzo.

«Speriamo non si sia inventata niente di strano, come qualche volta fa, e poi a noi due ci tocca fare da cavia per i suoi esperimenti in cucina!».

«Hai proprio ragione, pa’! Mamma, alle volte, non si rende conto di esagerare con alcuni ingredienti, e fa delle cose o troppo piccanti, o troppo salate, o troppo condite».

Giuseppe scoppia a ridere, poi aggiunge: «È vero, ma comunque teniamo per noi questa considerazione».

«Per carità, e chi dice niente. D’altra parte, magari tra duemila anni, queste pietanze saranno quelle più gradite dagli uomini e dalle donne di quel tempo lontano».

«Ma che vai a pensare! Tra duemila anni!».

Cammina cammina, finalmente giungono al lago. Ancora lontani, scorgono una grossa imbarcazione di pescatori, che hanno appena attraccato, e gli uomini a bordo – tre o quattro di loro – scendono a riva. Un’altra barca, invece, procede più lentamente a tornare.

«Ragazzo, forse ho un’idea per salvarci per la cena!».

«Cioè?».

«Andiamo a vedere se quei pescatori hanno preso qualcosa, così compriamo qualche pesce e lo arrostiamo per stasera».

«Grandiosa pensata, pa’!».

Così, Giuseppe e Gesù si avvicinano alla barca.

«Salve», saluta Giuseppe.

«Salute a te, uomo», risponde il più grande di età dei pescatori.

Gesù scorge, dietro a quella figura, due ragazzi, che ad occhio e croce dimostrano di avere la sua stessa età, e li saluta presentandosi: «Ciao, io sono Gesù!».

 «Ciao, io sono Simone», risponde il più grande dei due.

«Ed io sono suo fratello Andrea», fa l’altro.

«Siete pescatori?».

«Beh, siamo ancora troppo piccoli per avere una barca tutta nostra. Però, di solito diamo sempre una mano a papà e ai suoi amici», spiega Simone.

«Vabbè, diciamo che più che altro ci divertiamo un po’…», precisa Andrea.

«Semmai ti diverti tu, io da grande diventerò un bravissimo pescatore!».

«Tu invece che fai?», chiede Andrea al nuovo amico, mentre il fratello maggiore risale sulla barca.

«Oggi non c’era lezione a scuola e così sono andato a Sepphoris con mio padre, che lavora al cantiere».

«Bello, dev’essere un bel lavoro… Vedere che quello che costruisci man mano prende forma e cresce…».

«Se è per questo, tutti i lavori dovrebbero dare questa soddisfazione, se fatti bene…», dice Pietro, cominciando a mettere a posto una delle reti sulla barca. Poi, aggiunge: «Anzi, se vieni a darci una mano, magari ci sbrighiamo e torniamo a casa».

«Agli ordini, generale!», dice Andrea, canzonando il fratello e facendo ridere Gesù.

Intanto, Giuseppe sta chiedendo al pescatore di poter comprare qualche pesce per la cena.

«Purtroppo, non posso esserti di aiuto, amico mio!», replica l’altro con aria mogia.

«Hai venduto già tutto il pescato?», chiede, con evidente sorpresa, quello.

«Magari! Il fatto è che oggi non abbiamo pescato nemmeno un pesce!».

«Possibile?».

«Che devo dirti? È stata una giornataccia».

«Mi dispiace molto».

Gesù, avvicinatosi al padre, e notata la sua aria un po’ delusa, gli chiede: «Qualcosa non va?».

«Figliolo, mi sa che stasera non potremo mangiare altro che quello che tua mamma avrà preparato».

«Ah, e come mai?».

«Non c’è pesce».

«Come sarebbe a dire “non c’è pesce”?».

«Questi pescatori hanno lavorato tutto il giorno, ma non sono riusciti a pescare neanche un pesce».

A quel punto Gesù parla direttamente al pescatore: «Ma come è possibile?».

«Ragazzo mio, purtroppo la giornata è andata così. Anche io e i miei figli, Simone e Andrea, non mangeremo pesce stasera…».

«Il problema è che, dopo tutta ‘sta faticata, non mangeremo affatto stasera…», puntualizza Andrea, dalla barca, al che suo fratello gli dà una gomitata per farlo tacere.

«Lascia che tuo fratello parli, Simone… Purtroppo è vero, non avendo pescato, non mangeremo niente stasera…».

«Facciamo una cosa», inizia a dire Gesù.

«Che vuoi fare?», chiede un po’ sospettoso Giuseppe.

«Io niente, pa’». Poi, rivolto a Simone, Andrea e al loro padre, propone: «Voi, scostatevi qualche decina di metri dalla riva e gettate nuovamente le reti in acqua».

«Ragazzo, forse non hai capito: abbiamo faticato tutta la giornata e non abbiamo preso assolutamente nulla».

«E io invece sono sicuro che pescherete qualcosa. D’altra parte, mica possono essere spariti tutti i pesci! Oppure, mica possono averli presi tutti quelli dell’altra barca».

«Macché! Quelli sono i nostri soci, e nemmeno loro hanno preso niente», dice Simone.

«Io non mi rimetto a lavorare», protesta un altro dei lavoratori.

«Se pescherete, avrete di che mangiare voi tutti, e anche noi altri. Se, invece, non pescherete niente, sarete tutti ospiti per cena a casa nostra».

«Ma sei matto, a metterti a fare queste scommesse?», gli fa Giuseppe, già prefigurandosi la faccia di Maria, nel caso si presentassero senza preavviso a casa con una decina di ospiti.

«Papà, secondo me, non abbiamo niente da perdere da questa proposta. Se peschiamo bene, se non peschiamo non restiamo comunque digiuni stasera, né noi né gli altri lavoratori», riflette Andrea.

«E va bene. Ragazzo mio, sulla tua parola getterò le reti!».

Così, spinta un po’controvoglia la barca in acqua e giunti ad una trentina di metri dalla riva, gettano le reti. Simone, Andrea, il loro padre e gli altri due che lavorano con loro, devono mettercela proprio tutta a tirarle su, tanto sono piene di pesci! Infatti, per non rischiare di rompere le reti, cominciano a gridare a quelli dell’altra barca di andare a dar loro una mano.

«Poi, me lo spieghi come facevi a sapere che in quel punto c’erano tutti quei pesci», fa Giuseppe, ancora meravigliato di quello che è appena successo davanti ai suoi occhi.

«È un lago, da qualche parte i pesci devono pur stare…».

«Mi pare evidente. Ma come facevi a sapere che erano proprio lì dove li hai fatti andare tu?».

«Dai, pa’, sempre a fare domande. Tra una trentina di anni ti sarà tutto più chiaro. E poi, non sei contento che hanno pescato e così anche noi mangeremo pesce?».

«Sì, certo!».

Intanto, le due barche sono tornate a riva e gli equipaggi di entrambe scendono a terra, esultanti e festanti. Simone e Andrea corrono ad abbracciare il loro nuovo amico.

«Se non fosse stato per te, ce ne saremmo tornati a casa a mani vuote!».

«Ma io non ho fatto proprio un bel niente! Ho solo proposto una cosa; siete stati voi bravi ad accettare la proposta e a riprovarci ancora una volta».

«Come sapevi che avremmo pescato?», chiede Andrea.

Gesù e Giuseppe si scambiamo un’occhiata di intesa, e poi il ragazzo risponde: «Diciamo che tra una trentina di anni vi sarà tutto più chiaro».

Andrea vorrebbe chiedere ancora, ma altri due ragazzi si avvicinano a Gesù. Simone si incarica di fare le presentazioni:

«Gesù, questi sono altri due nostri amici, i figli di Zebedeo, che è il socio di papà. Lui è Giovanni e questo è suo fratello Giacomo».

«Anche io ho un cugino che si chiama Giovanni! Magari un giorno torniamo qui insieme e ce la spassiamo un po’ a giocare!». Poi, rivolto al padre gli dice: «Pa’, credo che sia ora di tornare a casa».

«Amico, accetta questo pesce in segno della mia gratitudine verso te e verso tuo figlio», esclama il padre di Simone e Andrea a Giuseppe.

«Grazie», replica Giuseppe, prendendo il pesce che gli viene offerto.

Poi, fatti i saluti, padre e figlio ritornano verso casa.

«Ragazzo, io ancora non riesco a capire come hai fatto…».

Gesù, prontamente, lo interrompe: «Ancora? Piuttosto, pensiamo a cosa dire a mamma, quando ci presenteremo con questo pesce».

«Dici che potrebbe intuire che lo abbiamo preso per non mangiare il suo nuovo esperimento in cucina?».

«Uhm… mi sa che potrebbe intuirlo…».

«E tu come fai a saperlo?», chiede Giuseppe, ma poi lui stesso prontamente aggiunge: «No, non me lo dire, conosco già la risposta: “sarà tutto chiaro tra una trentina di anni”…».

[gennaio 2017]

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Il Serpente Prudente – Il vino nuovo della pubblica amministrazione

n. 19 (30/01/2017)

“Il vino nuovo della pubblica amministrazione

Parlando di “posto”, generalmente siamo portati ad indentificarlo con il “posto pubblico”, cioè quello alle dipendenze di uno qualsiasi delle migliaia di enti pubblici (nella più ampia accezione possibile), di cui è particolarmente ricca la nostra repubblichetta. Straordinariamente diffusa è la mitologia, arricchitasi di tanti dettagli nel corso di decine di anni, intorno ai tanti benefici di cui godono gli stipendiati pubblici, tanto che tutti quelli che il posto pubblico non lo ricoprono giungono, sospirando, alla solita conclusione: “beato te che hai il posto fisso!”.

Chi scrive è uno degli ancora tanti dipendenti pubblici, uno di quelli che ha il posto fisso e al 27 di ogni mese prende lo stipendio pagatogli da un ente comunale. Di conseguenza, io conosco veramente come stanno le cose, perché le vivo ogni giorno; e, mutatis mutandis, immagino che ciò che accade nel comune dove lavoro io, grosso modo accada in qualsiasi altro ente pubblico (di qualsiasi specie e livello) d’Italia.

Innanzitutto, sfatiamo una credenza tanto diffusa quanto inesatta: non è vero che con lo stipendio di dipendente pubblico si diventa ricchi, né tanto meno si può vivere in maniera dispendiosa. È vero che lo stipendio è fisso, ma lo è anche nel senso che sono almeno una decina di anni che è fermo a quella precisa cifra, mentre il costo della vita dal 2006 ad oggi è quasi raddoppiato. Nel 2006, durante il fine settimana, in determinati distributori di benzina, si riusciva a pagare un litro di diesel anche meno di un euro. In dieci anni, quello stesso litro è arrivato a costare poco sotto i due euro! In altre parole: lo stipendio è rimasto tristemente lo stesso, mentre i prezzi sono pressocché raddoppiati. Solo che questo nessuno lo dice mai.

Altra falsa credenza: negli uffici pubblici nessuno fa niente. Si tratta di un’affermazione che va per lo meno ridimensionata, dal momento che, se davvero nessuno facesse niente, l’Italia si sarebbe da tempo fermata. Infatti, se qualcosa ancora continua a funzionare è perché c’è uno sparuto manipolo di “eroi”, che per quattro soldi e magari andando anche contro gli interessi di parte dei loro dirigenti superpagati, ogni giorno abbraccia la sua croce e fa il suo lavoro.

Un’altra cosa, che trasversalmente i politicanti hanno sostenuto fino a convincere il popolo di pecoroni che rappresentano, è che gli enti pubblici costano troppo, e quindi bisogna tagliarli e privatizzare tutto. Destra (soprattutto), ma anche la sinistra hanno ripetuto il mantra della “privatizzazione” fino a distruggere definitivamente quegli enti che loro stessi hanno creato per sistemarci dentro gli amici, le amanti, i compari e i figli.

Tuttavia, è sotto gli occhi di tutti che la privatizzazione è stata un bene solo per gli amici degli amici che si sono arricchiti, facendo definitivamente affossare quei servizi che prima già avevano un funzionamento precario. E di esempi ce ne sono tanti: i trasporti, i servizi telefonici, quelli del gas, dell’acqua… Per non parlare della sanità o dell’istruzione…

Altro mantra ciclicamente sbandierato come la salvezza di tutto il sistema: l’abolizione delle province. Prescindendo dal fatto che più lo si dice e sempre meno lo si fa (le province sono sempre lì, con tutti i loro dipendenti, e soprattutto la rappresentanza politica), qual è il vantaggio di toglierle? Quelli che ci lavorano passerebbero a lavorare per regioni e/o comuni o altri enti (e quindi dovrebbero essere comunque pagati); la parte politica non viene nemmeno più eletta, ma scelta tra i rappresentanti dei comuni. Quindi, il vantaggio dove sta? E, poi, vogliamo tagliare le province, ma poi lasciamo una marea di enti utili quanto un mal di denti (un esempio su tutti, le comunità montane), o enti assolutamente dannosi (per esempio le regioni, vere mostruosità buone solo per inauditi sprechi di denaro).

Il punto è semmai un altro. Considerato che oggi un po’ per legge (vedi l’autocertificazione e la deburocratizzazione), un po’ per il progresso tecnologico (almeno nei comuni più progrediti, i cittadini possono interfacciarsi con gli uffici direttamente da casa, via internet), non c’è più la necessità di tanta gente a lavorare nei comuni, o comunque negli enti pubblici, bisognerebbe sedersi a tavolino e stabilire cosa fa e cosa non fa la pubblica amministrazione. E una volta stabiliti i compiti che l’apparato pubblico deve adempiere, dotarsi di un numero adeguato di personale adeguatamente preparato per quelle mansioni.

Ovviamente queste sono scelte “politiche”. E ce li vedete voi quei buoni a nulla dei nostri parlamentari a fare una riforma – questa sì veramente epocale? Siamo seri: dall’Unità di Italia ad oggi, la pubblica amministrazione (ripeto ad ogni livello e di ogni settore) è stata né più né meno che il refugium peccatorum, per tanti amici, amanti, figli e compari, che sono stati invitati a partecipare alla spartizione del denaro pubblico, senza preoccuparsi troppo di doveri e compiti. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Le varie riforme succedutesi dai primi anni Novanta fino ad oggi, sono la palese contraddizione di una saggia riflessione di Gesù, ricordataci da Marco (2, 21-22): «Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi».

Abbiamo sentito parlare migliaia di volte di “trasparenza”, “economicità”, “efficacia”. Ma quale trasparenza vedete voi in un paese dove spesso e volentieri i superpagatissimi posti dirigenziali vengono affidati per scelta personale del sindaco o del presidente di turno, senza un bando di concorso? Quale economicità si può scorgere laddove approvando un bilancio si dirottano fondi su opere assolutamente inutili e impossibili come il ponte sullo stretto di Messina, senza tener conto che le strade che dovrebbero condurre al fantomatico ponte sono più pericolose della pista che i cowboy facevano attraversando il Gran Canyon? Quale efficacia c’è in una pubblica amministrazione che prima finge di raccogliere le lamentele del popolo circa la sicurezza e poi piuttosto che mettere un po’ più di poliziotti in strada, li manda a fare da autisti a prefetti e ministri, oppure allo stadio a sorvegliare i tifosi? Ma che se le guidino da soli le loro auto blu i ministri, e che si giochino a porte chiuse le partite!

Ma niente paura, i nostri esilaranti politici (nostri degni rappresentanti) da tempo hanno trovato la soluzione a tutto il problema: fare riforme che restano solo sulla carta, incolpando di questo i dipendenti fannulloni (ma, in effetti, di fannulloni ce ne sono tanti, basti pensare ai ricorrenti scandali di chi timbra il cartellino e se ne va poi in giro per i fatti suoi). Tuttavia, dimenticano un piccolo dettaglio: i fannulloni che oggi si vogliono gettare in pasto ai leoni, il posto lo hanno preso proprio grazie a quei politicanti che adesso, non sapendo più a chi addossare le colpe, se la prendono con i loro amici, amanti, figli, compari.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Powerbank Lumsing Glory P2 Plus – LA NOSTRA RECENSIONE!

https://www.youtube.com/watch?v=RyiYX3O1X9A


Data l’enorme richiesta di energia da parte dei nostri dispositivi, Lumsing ha pensato bene di realizzare un Powerbank dalle ottime caratteristiche! Oggi sotto la nostra lente c’è il Glory P2 Plus, 15000mAH tutti da sprigionare, superbo!

Confezione e contenuto

Questo powerbank ci arriva all’interno di una confezione realizzata interamente in cartone riciclato e riciclabile.

La scatola è la solita di Lumsing, con delle diciture che richiamano al prodotto contenuto accompagnate da una trama a macchie, elegante anche l’immagine stilizzata raffigurante il caricatore portatile posta sul fronte!

All’interno oltre alla Glory P2 Plus troviamo la solita manualistica e due cavi, uno con uscita USB Type-C mentre l’altro Micro-USB. Il manuale utente è stato scritto in svariate lingue, tra cui fortunatamente anche l’italiano; lo stesso risulta essere molto comprensibile e pieno di dettagli riguardo il prodotto in analisi.

I due cavi in dotazione sono di buona fattura e vantano di una lunghezza di 52 cm, lunghezza ideale per un comodo utilizzo in mobilità! Purtroppo i cavi vengono richiusi con un semplice spago in plastica, avrei personalmente preferito una chiusura in velcro in modo tale da risparmiare tempo e tenere più al sicuro i cavi.

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Design e materiali

Il powerbank è interamente realizzato in plastica, nonostante ciò si ha un ottimo feedback tattile grazie all’egregia qualità dei materiali solidi con cui è realizzata!

Superiormente possiamo apprezzare il badge della casa produttrice in bianco, lo stesso però risulta essere non molto visibile; avrei optato per una scritta più lucida, ma nulla di trascendentale.

Frontalmente troviamo due ingressi USB, uno di tipo Smart l’altro Quick Charge 3.0/2.0, un’ingresso Type-C che funziona sia da input che in output e un’ingresso Micro-USB in input. Le porte sono contraddistinte da una scritta d’accompagnamento e dal colore, abbiamo infatti il blu per la Smart e il verde per la Quick Charge 3.0.

Sulla sinistra è presente un tastino la cui pressione ci consente di accendere il caricatore e di vederne la carica residua tramite dei piccoli LED posti superiormente, gli stessi sono quattro e purtroppo la visibilità in caso di luce risulta essere problematica; la luce emessa è molto debole. Questo powerbank è sicuramente pensato per coloro che viaggiano molto dato che date le dimensioni è preferibile metterlo in una borsa.

Si tratta di un prodotto molto grande e pesante, le dimensioni sono pari a 15,8 x 2 x 7,9 cm per un relativo peso di 540 g.

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Caratteristiche e funzionamento

Come specificato nell’introduzione, questo powerbank vanta di ben 15000mAh, una capacità davvero importante e che ci consente di caricare i nostri dispositivi svariate volte senza alcun problema! Come per ogni powerbank abbiamo una reale capacità minore rispetto a quella dichiarata dalla casa produttrice, in questo caso abbiamo circa 10209mAh da utilizzare; un valore comunque di tutto rispetto!

Grazie all’ingresso Type-C in output è possibile caricare fino a tre dispositivi contemporaneamente, questo è un fattore molto importante e che soprattutto manca alla concorrenza, facendo anche riferimento alla fascia di prezzo in cui questo prodotto si pone.

Grazie ad un amperometro in mio possesso sono riuscito a costatare l’uscita in Ampere di questo powerbank nelle porte Smart e Quick Charge avvalendomi di un iPhone. Collegando il melafonino nell’ingresso Smart la Glory P2 Plus riesce ad erogare fino a 2A mentre collegandolo in quello Quick Charge si arriva massimo a 1A; questo caricatore riesce intelligentemente a determinare il tipo di hardware collegato in modo tale da offrire la migliore esperienza di ricarica possibile.

Il punto forte di questo prodotto sta nel supporto alla ricarica rapida Quick Charge 3.0 che ci consente di caricare i dispositivi compatibili e retrocompatibili in pochissimi minuti! La compatibilità è assicurata con qualsiasi dispositivo con 5V di input senza preoccuparsi di danneggiare il device collegato grazie alla multi protezione IC.

Avendo il powerbank delle celle importanti Lumsing ha pensato bene di aggiungere la compatibilità alla ricarica parallela, grazie agli ingressi Micro-USB e Type-C in input; tale tecnologia ci consente di caricare il nostro caricatore risparmiando la metà del tempo!

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Conclusione

Sono rimasto favorevolmente colpito da questo powerbank, un’ottima risposta di Lumsing all’agguerrita concorrenza!

Consiglio l’acquisto di questo prodotto a tutti coloro che viaggiano molto o che devono stare lontani dalle prese elettriche per molto tempo. Questo powerbank è si molto grande, ma dando attenzione alla capacità è comunque un ottimo compromesso. Potete portarvi a casa questa Glory P2 Plus ad un prezzo concorrenziale di €29,99 su Amazon con possibilità di spedizione in un giorno (non assicurata) grazie a Prime!


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Pastorale Digitale 2.0

Classifica Finale del Concorso Clicca il Presepe

Classifica

Parrocchie

  1. Lorenzo Martire – Picinisco
  2. Giovanni Battista – Civitella
  3. Chiesa Madre – Cassino

 

Privati

  1. Andrea Quadrini – Isola del Liri
  2. Emilio Rocchi – Fontechiari
  3. Mirella Porelli – Picinisco

 

Associazioni

  1. Associazione Giovanile Forever – Fontechiari
  2. Oratorio Don Bosco – Cassino
  3. Associazione Santa Maria Salome – Castelliri

 

Viventi

  1. Presepe Vivente Diocesano
  2. Giovanni Battista – Sant’Angelo in Th
  3. Presepe Vivente Fontechiari

 

Digitali

  1. Leonardo Bonavenia
  2. Presepe sull’isolotto – Isola del Liri
  3. San Giovanni B. ed Evangelista – Casalvieri
  4. San Bartolomeo Ap. – Cassino
  5. Sant’Antonino Martire – Pico

 

Note della commissione:

La classifica finale è stata giudicata da una giuria tecnica e sono stati penalizzati coloro che hanno abusato di strategie web per le visualizzazioni        

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Il Serpente Prudente – Neve terremotata

n. 18 (23/01/2017)

“Neve terremotata

L’informazione della settimana scorsa è stata quasi monopolizzata dalla notizia delle nuove scosse di terremoto, verificatesi più o meno nelle stesse zone già colpite lo scorso agosto. Come se non bastasse, i disagi legati alla sismicità sono stati viepiù amplificati da un inclemente ondata di maltempo, che ha letteralmente sepolto paesi e città, creando una situazione al limite del sostenibile.

In un Paese come il nostro, dove si fa a gara a chi fa più sensazionalismo (senza mai andare veramente al cuore dei problemi per risolverli in maniera più o meno definitiva, o almeno per arginarne gli effetti in prospettiva futura), la notizia più clamorosa di tutte è stata quella della valanga che ha spazzato via l’Hotel Rigopiano, a Farindola, in provincia di Pescara. La macchina dei soccorsi, pur efficaci tanto da salvare diversi ospiti, è stata accusata di scarsa tempestività (vorrei vederli io i sapientoni accusatori a muoversi con metri di neve a sbarrare la strada); sui commenti dei nostri degenerati rappresentanti politici è meglio stendere un velo pietoso.

A scanso di equivoci, esprimo subito il mio cordoglio per le innocenti vittime dell’accaduto. Tuttavia, dal punto di vista di questa rubrica, tutta la vicenda ha reso chiaro, se mai ce ne fosse veramente bisogno, che gli italiani sono il popolo che, più di ogni altro nel mondo, riesce con una sistematicità quasi maniacale ad osservare l’ammonimento di Gesù, riportato in Luca 16, 9: “procuratevi amici con la disonesta ricchezza”. Infatti, penso sia ben palese la catastrofe culturale della nostra disgraziata repubblichetta: giornalisti che non sanno informare; politici che non hanno idea di come si amministra; imprenditori che badano solo al proprio tornaconto, in nome del quale sono pronti a qualsiasi abuso; giudici che non riescono più a fare giustizia. Tutti bravi a chiacchierare, e nessuno che ha la benché minima intenzione di fare niente di buono, pur riuscendo ad ottenere il massimo vantaggio personale dal “non saper fare”.

Accertare se la valanga, che ha travolto l’hotel, sia in qualche modo da collegare al terremoto compete a geologi e sismologi. Dico solo che la distanza temporale di circa tre ore tra le scosse (l’ultima forte delle quali risale alle 14.33) e la valanga (verosimilmente verificatasi intorno alle 17.20, cioè una ventina di minuti prima dell’invio dell’SMS con la richiesta di aiuto) rende alquanto improbabile l’ipotesi che a innescare la valanga sia stato proprio il terremoto, che, per quanto forte, era localizzato ad una certa distanza. Piuttosto verosimile, invece, è l’ipotesi che la valanga si sarebbe verificata a prescindere dal terremoto, quale conseguenza delle abbondanti nevicate che hanno flagellato l’Appennino durante i giorni scorsi.

I geologi dell’Università di Chieti-Pescara hanno spiegato che l’Hotel Rigopiano è stato investito da un’enorme colata di detriti, che ha acquisito forza e velocità notevoli sotto la pressione della neve abbondante. In altre parole: tutto è iniziato come una slavina, la quale cadendo ha raccolto rocce e alberi, cominciando a scorrere su una superficie debole, prendendo velocità a contatto con la neve, che ha fatto da “lubrificante”.

A dirla tutta, nella zona dove sorgeva l’hotel le grosse valanghe non sono una novità. Qualcuno ha ricordato che già nel 1936 c’era stata un’analoga rovinosa valanga. Inoltre, le immagini orografiche chiariscono inequivocabilmente che l’albergo sia stato costruito sotto un canalone di montagna, che si restringe pericolosamente proprio in prossimità della struttura, in un punto dove un’eventuale valanga raggiunge inevitabilmente velocità elevate.

Ora, a tragedia avvenuta, gli esperti, sottolineando la pericolosità della posizione dell’albergo, parlano di “abuso edilizio”, sentenziando che in un posto del genere non si doveva costruire. E, sicuramente, concluse le operazioni di soccorso, i magistrati della Procura competente territorialmente apriranno qualche decina di fascicoli, per individuare e assicurare alle sapienti mani della giustizia i responsabili di questo scempio. Il che – ça va sans dire – non riporterà in vita le vittime, né ristabilirà l’equilibrio ambientale scombussolato. Tutte cose che si potevano tranquillamente evitare, usando una virtù ormai perduta: il buon senso.

La storia recente dell’hotel è stata interessata da un processo per corruzione, conclusosi con l’assoluzione di tutti gli imputati “perché il fatto non sussiste”. L’ipotesi della pubblica accusa era quella del reato di corruzione a carico di vari politicanti locali, in cambio di un voto favoreole per sanare l’occupazione abusiva di suolo pubblico relativamente all’ampliamento della struttura. Struttura che, nei primi anni Settanta, era poco più di un casolare (che sorgeva in una zona adibita a pascolo di bestiame, e compresa in un’area naturalistica protetta), il quale, magicamente, nel 2007 era diventato ciò che era fino alle cinque del pomeriggio del 18 gennaio.

Per la Procura, «l’autorizzazione a sanatoria si basava sul presupposto che detta occupazione non costituisse abuso edilizio per mancata, definitiva trasformazione del suolo». Una scempiaggine che i politicanti hanno affermato sulla scorta non solo della «promessa di un versamento di denaro destinato al finanziamento del partito», ma anche in seguito ad una serie di «assunzioni preferenziali per i propri protetti». Grazie alla proverbiale lentezza della nostra giustizia, i reati – dichiarati in ogni caso insussistenti – erano comunque prescritti dallo scorso aprile, col favoloso risultato che, benché vi siano stati dei morti, e con ogni “naturale” evidenza quell’ecomostro lì non poteva starci, nessuno potrà fare appello!

E meno male che ci autodefiniamo patria del diritto! A me pare che siamo solo un popolo di incoscienti, campioni del mondo di disonestà intellettuale, i quali, per quattro soldi, deturpano ogni cosa, oltretutto mettendo assurdamente a repentaglio la propria stessa esistenza, e, nell’evenienza, gridando contro la “madre natura assassina”.

Vincenzo Ruggiero Perrino