Daily Archives : 30 gennaio 2017

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Su “Orientamenti pastorali” il libro Pastorale Digitale 2.0

Riportiamo il testo della presentazione del libro di Riccardo Petricca “Pastorale Digitale 2.0”, a firma di Adriana Letta, pubblicata dalla rivista “Orientamenti pastorali”, mensile del C.O.P., Centro di Orientamento Pastorale n. 10 del 2016, a pag. 88, nella sezione “Invito alla lettura”.

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Riccardo Petricca, “Pastorale Digitale 2.0“, ed. Albatros, collana di saggi “Nuove Voci”, postfazione di Mons. Gerardo Antonazzo.

E’ un po’ la storia di una vocazione, quella raccontata dal libro di Riccardo Petricca “Pastorale Digitale 2.0”, semplice come è, in fondo, ogni vocazione – una chiamata ed una consegna a cui informare tutta la propria vita -, ma complessa come si rivela sempre, per il lungo ed anche tortuoso percorso umano per arrivare a comprenderla, a riconoscerla come propria e infine ad accettarla come definitivo stile di vita. L’A., ingegnere delle telecomunicazioni, attira immediatamente il lettore e lo coinvolge emotivamente nel tratto di esperienza personale di vita che racconta, quando lui, dopo anni di impegno in Azione Cattolica e Pastorale Giovanile, se ne allontana dopo un forte dispiacere cercando altrove, su diverse rotte, distrazioni e compensazioni. Ma dopo qualche anno, occasioni, accadimenti, persone lo riportano a guardare dentro di sé, a riscoprire ideali, sogni, motivazioni, impegni. Fino a ritrovarsi nel luglio 2013 a Rio de Janeiro come responsabile del gruppo diocesano alla XVIII Giornata Mondiale della Gioventù con il Papa: e lì ha la conferma che “nulla, assolutamente nulla accade a caso“, che non è solo, che quel Dio a cui aveva dedicato gli anni della sua giovinezza è lì accanto, lo aiuta e lo soccorre, gli vuole bene e lo chiama.

La vita cambia e ridiventa entusiasmante, si incontra e si relaziona con quella di tante altre persone e la sua non è più l’unica voce narrante nel libro, perché si intreccia con molte altre voci a formare un solo racconto, la sua vocazione non è più solo sua, ma viene condivisa da altri, sempre più numerosi, che si impegnano con lui in un nuovo servizio volontario e gratuito in diocesi: il servizio di Pastorale Digitale. Servizio che prende inizio, col favore e l’avallo del Vescovo Gerardo, nel marzo 2014 con un convegno dal titolo “Internet è un dono di Dio”. E pensare che molto prima, nel 1998, Riccardo, con due amici studenti di ingegneria come lui, aveva organizzato un convegno sull’ utilizzo di internet nella Chiesa: “il peggiore degli incontri mai visti ed organizzati”! Evidentemente i tempi non erano maturi. E neanche le persone. Ma l’intuizione della vocazione era già presente: la Vocazione digitale!

Il racconto personale non è un espediente per sedurre il lettore, ma assume un significato ulteriore a livello di formazione umana e culturale. Dice Mons. Gerardo Antonazzo nella postfazione: “Fare autobiografia  è formarsi; anzi, è formarsi due volte” e questo vale sia per la storia personale dell’Autore, sia per “l’autobiografia di una Chiesa particolare… che si lascia educare dalla sua storia raccontata, riflettuta e condivisa“.

Tuttavia, una lettura solo in chiave autobiografica o narrativa non esaurisce il valore e la portata del libro di Riccardo Petricca. E’ un libro particolare: pur essendo inserito in una collana di saggi, non è uno studio sociologico, psicologico o antropologico sull’uso diffuso e massiccio della comunicazione online. Non teorizza un’idea per dimostrarne la validità, non argomenta, non utilizza un linguaggio scientifico. Racconta come attorno a un’idea si è coagulato un gruppo che continua a crescere di numero, di capacità, di entusiasmo, di senso di responsabilità anche, un gruppo vario ma coeso dal contagio della fede cristiana, di cui vuol testimoniare la bellezza e la gioia, l’Evangelii gaudium. Tutti nel gruppo si impegnano a costruire qualcosa di positivo per gli altri, a condividere sogni, speranze, esperienze, a comunicare non da espositori neutrali, ma con il piglio del testimone toccato in prima persona dai fatti che narra, da quel qualcosa che infiamma il cuore e pervade la vita in modo gioioso e profondo.  In poche parole: non si accontentano di mettere in rete, vogliono mettere in comunione (questo lo slogan-stella polare dato dal Vescovo!), tra loro e con tutti gli altri internauti che possono entrare in contatto con loro attraverso il sito web o gli svariati social di cui la Diocesi si è dotata. La chat del gruppo su WatsApp non è di sole “chiacchiere”, è attraversata giornalmente da scambi profondi e positivi, che aiutano tutti: più importante della tecnologia, pur affascinante, è la relazione vera tra le persone, che va costruita giorno per giorno alla luce di Cristo. E questo significa crescita umana, culturale, spirituale.

Il recente seminario teologico-pastorale diocesano è stato una conferma che il cammino comunitario della Pastorale Digitale sta andando proprio nella direzione di quel nuovo umanesimo additato come urgente e necessario dal Convegno Ecclesiale nazionale di Firenze 2015, e segue le piste indicate dai cinque verbi: uscire (la PD percorre strade nuove per il Messaggio di sempre); annunciare (comunicare è annunciare!), abitare (si abita – da cristiani – l’ambiente digitale, come gli ultimi Papi hanno tanto raccomandato); educare (questa nuova strada educa sia gli operatori della PD sia gli utenti), trasfigurare (PD è una vita, la vita dell’autore e la vita di un gruppo che pian piano si trasfigura).

Dunque, il maggior merito di “Pastorale Digitale 2.0”, in fin dei conti, è di aver messo a disposizione di tutti una storia vera e reale, non solo virtuale, che sta dando risultati incredibili e inaspettati; di aver presentato un’esperienza pilota, un “orientamento pastorale”, un vero e proprio Progetto pastorale esportabile ed estensibile ad altre diocesi e comunità cristiane. Non uno studio ma un’esperienza pastorale viva, interessante e costruttiva, non contenuti nuovi, ma linguaggi attuali per dire ai giovani e non solo i contenuti di sempre. Tanto è grande tale convinzione, che alla fine del libro l’Autore si rivolge addirittura a Papa Francesco chiedendo “che questo servizio che facciamo per la Chiesa venga ufficializzato”.

Adriana Letta

 

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La Sacra Famiglia di Nazaret

Sacra Famiglia – Episodio 13

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 13

Nazareth, anno 1 a. C.

Ormai la giornata di lavoro di Giuseppe è finita. Gesù lo ha accompagnato (e anche un po’ aiutato) tutta la giornata sul cantiere del teatro di Sepphoris. Poiché tra non molto il sole comincerà a calare, padre e figlio si decidono a salutare gli altri operai e ad avviarsi verso casa.

«Andiamo, ragazzo!», esclama a gran voce Giuseppe, caricandosi sulla spalla il sacco vuoto, nel quale portavano un po’ di cose da mangiare preparate da Maria per il pranzo.

«Sì, papà. Anche se il sole è ancora bello alto».

«E meno male. Ma per quando arriviamo a casa sarà buio».

La strada, che da Sepphoris porta a Nazareth, dopo aver incrociato la via che porta fino a Gerusalemme, passa nei pressi del grande lago, dove Gesù a volte va a giocare con Giovanni e gli altri amici.

«Chissà mamma che avrà preparato da mangiare», dice il ragazzo.

«Speriamo non si sia inventata niente di strano, come qualche volta fa, e poi a noi due ci tocca fare da cavia per i suoi esperimenti in cucina!».

«Hai proprio ragione, pa’! Mamma, alle volte, non si rende conto di esagerare con alcuni ingredienti, e fa delle cose o troppo piccanti, o troppo salate, o troppo condite».

Giuseppe scoppia a ridere, poi aggiunge: «È vero, ma comunque teniamo per noi questa considerazione».

«Per carità, e chi dice niente. D’altra parte, magari tra duemila anni, queste pietanze saranno quelle più gradite dagli uomini e dalle donne di quel tempo lontano».

«Ma che vai a pensare! Tra duemila anni!».

Cammina cammina, finalmente giungono al lago. Ancora lontani, scorgono una grossa imbarcazione di pescatori, che hanno appena attraccato, e gli uomini a bordo – tre o quattro di loro – scendono a riva. Un’altra barca, invece, procede più lentamente a tornare.

«Ragazzo, forse ho un’idea per salvarci per la cena!».

«Cioè?».

«Andiamo a vedere se quei pescatori hanno preso qualcosa, così compriamo qualche pesce e lo arrostiamo per stasera».

«Grandiosa pensata, pa’!».

Così, Giuseppe e Gesù si avvicinano alla barca.

«Salve», saluta Giuseppe.

«Salute a te, uomo», risponde il più grande di età dei pescatori.

Gesù scorge, dietro a quella figura, due ragazzi, che ad occhio e croce dimostrano di avere la sua stessa età, e li saluta presentandosi: «Ciao, io sono Gesù!».

 «Ciao, io sono Simone», risponde il più grande dei due.

«Ed io sono suo fratello Andrea», fa l’altro.

«Siete pescatori?».

«Beh, siamo ancora troppo piccoli per avere una barca tutta nostra. Però, di solito diamo sempre una mano a papà e ai suoi amici», spiega Simone.

«Vabbè, diciamo che più che altro ci divertiamo un po’…», precisa Andrea.

«Semmai ti diverti tu, io da grande diventerò un bravissimo pescatore!».

«Tu invece che fai?», chiede Andrea al nuovo amico, mentre il fratello maggiore risale sulla barca.

«Oggi non c’era lezione a scuola e così sono andato a Sepphoris con mio padre, che lavora al cantiere».

«Bello, dev’essere un bel lavoro… Vedere che quello che costruisci man mano prende forma e cresce…».

«Se è per questo, tutti i lavori dovrebbero dare questa soddisfazione, se fatti bene…», dice Pietro, cominciando a mettere a posto una delle reti sulla barca. Poi, aggiunge: «Anzi, se vieni a darci una mano, magari ci sbrighiamo e torniamo a casa».

«Agli ordini, generale!», dice Andrea, canzonando il fratello e facendo ridere Gesù.

Intanto, Giuseppe sta chiedendo al pescatore di poter comprare qualche pesce per la cena.

«Purtroppo, non posso esserti di aiuto, amico mio!», replica l’altro con aria mogia.

«Hai venduto già tutto il pescato?», chiede, con evidente sorpresa, quello.

«Magari! Il fatto è che oggi non abbiamo pescato nemmeno un pesce!».

«Possibile?».

«Che devo dirti? È stata una giornataccia».

«Mi dispiace molto».

Gesù, avvicinatosi al padre, e notata la sua aria un po’ delusa, gli chiede: «Qualcosa non va?».

«Figliolo, mi sa che stasera non potremo mangiare altro che quello che tua mamma avrà preparato».

«Ah, e come mai?».

«Non c’è pesce».

«Come sarebbe a dire “non c’è pesce”?».

«Questi pescatori hanno lavorato tutto il giorno, ma non sono riusciti a pescare neanche un pesce».

A quel punto Gesù parla direttamente al pescatore: «Ma come è possibile?».

«Ragazzo mio, purtroppo la giornata è andata così. Anche io e i miei figli, Simone e Andrea, non mangeremo pesce stasera…».

«Il problema è che, dopo tutta ‘sta faticata, non mangeremo affatto stasera…», puntualizza Andrea, dalla barca, al che suo fratello gli dà una gomitata per farlo tacere.

«Lascia che tuo fratello parli, Simone… Purtroppo è vero, non avendo pescato, non mangeremo niente stasera…».

«Facciamo una cosa», inizia a dire Gesù.

«Che vuoi fare?», chiede un po’ sospettoso Giuseppe.

«Io niente, pa’». Poi, rivolto a Simone, Andrea e al loro padre, propone: «Voi, scostatevi qualche decina di metri dalla riva e gettate nuovamente le reti in acqua».

«Ragazzo, forse non hai capito: abbiamo faticato tutta la giornata e non abbiamo preso assolutamente nulla».

«E io invece sono sicuro che pescherete qualcosa. D’altra parte, mica possono essere spariti tutti i pesci! Oppure, mica possono averli presi tutti quelli dell’altra barca».

«Macché! Quelli sono i nostri soci, e nemmeno loro hanno preso niente», dice Simone.

«Io non mi rimetto a lavorare», protesta un altro dei lavoratori.

«Se pescherete, avrete di che mangiare voi tutti, e anche noi altri. Se, invece, non pescherete niente, sarete tutti ospiti per cena a casa nostra».

«Ma sei matto, a metterti a fare queste scommesse?», gli fa Giuseppe, già prefigurandosi la faccia di Maria, nel caso si presentassero senza preavviso a casa con una decina di ospiti.

«Papà, secondo me, non abbiamo niente da perdere da questa proposta. Se peschiamo bene, se non peschiamo non restiamo comunque digiuni stasera, né noi né gli altri lavoratori», riflette Andrea.

«E va bene. Ragazzo mio, sulla tua parola getterò le reti!».

Così, spinta un po’controvoglia la barca in acqua e giunti ad una trentina di metri dalla riva, gettano le reti. Simone, Andrea, il loro padre e gli altri due che lavorano con loro, devono mettercela proprio tutta a tirarle su, tanto sono piene di pesci! Infatti, per non rischiare di rompere le reti, cominciano a gridare a quelli dell’altra barca di andare a dar loro una mano.

«Poi, me lo spieghi come facevi a sapere che in quel punto c’erano tutti quei pesci», fa Giuseppe, ancora meravigliato di quello che è appena successo davanti ai suoi occhi.

«È un lago, da qualche parte i pesci devono pur stare…».

«Mi pare evidente. Ma come facevi a sapere che erano proprio lì dove li hai fatti andare tu?».

«Dai, pa’, sempre a fare domande. Tra una trentina di anni ti sarà tutto più chiaro. E poi, non sei contento che hanno pescato e così anche noi mangeremo pesce?».

«Sì, certo!».

Intanto, le due barche sono tornate a riva e gli equipaggi di entrambe scendono a terra, esultanti e festanti. Simone e Andrea corrono ad abbracciare il loro nuovo amico.

«Se non fosse stato per te, ce ne saremmo tornati a casa a mani vuote!».

«Ma io non ho fatto proprio un bel niente! Ho solo proposto una cosa; siete stati voi bravi ad accettare la proposta e a riprovarci ancora una volta».

«Come sapevi che avremmo pescato?», chiede Andrea.

Gesù e Giuseppe si scambiamo un’occhiata di intesa, e poi il ragazzo risponde: «Diciamo che tra una trentina di anni vi sarà tutto più chiaro».

Andrea vorrebbe chiedere ancora, ma altri due ragazzi si avvicinano a Gesù. Simone si incarica di fare le presentazioni:

«Gesù, questi sono altri due nostri amici, i figli di Zebedeo, che è il socio di papà. Lui è Giovanni e questo è suo fratello Giacomo».

«Anche io ho un cugino che si chiama Giovanni! Magari un giorno torniamo qui insieme e ce la spassiamo un po’ a giocare!». Poi, rivolto al padre gli dice: «Pa’, credo che sia ora di tornare a casa».

«Amico, accetta questo pesce in segno della mia gratitudine verso te e verso tuo figlio», esclama il padre di Simone e Andrea a Giuseppe.

«Grazie», replica Giuseppe, prendendo il pesce che gli viene offerto.

Poi, fatti i saluti, padre e figlio ritornano verso casa.

«Ragazzo, io ancora non riesco a capire come hai fatto…».

Gesù, prontamente, lo interrompe: «Ancora? Piuttosto, pensiamo a cosa dire a mamma, quando ci presenteremo con questo pesce».

«Dici che potrebbe intuire che lo abbiamo preso per non mangiare il suo nuovo esperimento in cucina?».

«Uhm… mi sa che potrebbe intuirlo…».

«E tu come fai a saperlo?», chiede Giuseppe, ma poi lui stesso prontamente aggiunge: «No, non me lo dire, conosco già la risposta: “sarà tutto chiaro tra una trentina di anni”…».

[gennaio 2017]

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Il Serpente Prudente – Il vino nuovo della pubblica amministrazione

n. 19 (30/01/2017)

“Il vino nuovo della pubblica amministrazione

Parlando di “posto”, generalmente siamo portati ad indentificarlo con il “posto pubblico”, cioè quello alle dipendenze di uno qualsiasi delle migliaia di enti pubblici (nella più ampia accezione possibile), di cui è particolarmente ricca la nostra repubblichetta. Straordinariamente diffusa è la mitologia, arricchitasi di tanti dettagli nel corso di decine di anni, intorno ai tanti benefici di cui godono gli stipendiati pubblici, tanto che tutti quelli che il posto pubblico non lo ricoprono giungono, sospirando, alla solita conclusione: “beato te che hai il posto fisso!”.

Chi scrive è uno degli ancora tanti dipendenti pubblici, uno di quelli che ha il posto fisso e al 27 di ogni mese prende lo stipendio pagatogli da un ente comunale. Di conseguenza, io conosco veramente come stanno le cose, perché le vivo ogni giorno; e, mutatis mutandis, immagino che ciò che accade nel comune dove lavoro io, grosso modo accada in qualsiasi altro ente pubblico (di qualsiasi specie e livello) d’Italia.

Innanzitutto, sfatiamo una credenza tanto diffusa quanto inesatta: non è vero che con lo stipendio di dipendente pubblico si diventa ricchi, né tanto meno si può vivere in maniera dispendiosa. È vero che lo stipendio è fisso, ma lo è anche nel senso che sono almeno una decina di anni che è fermo a quella precisa cifra, mentre il costo della vita dal 2006 ad oggi è quasi raddoppiato. Nel 2006, durante il fine settimana, in determinati distributori di benzina, si riusciva a pagare un litro di diesel anche meno di un euro. In dieci anni, quello stesso litro è arrivato a costare poco sotto i due euro! In altre parole: lo stipendio è rimasto tristemente lo stesso, mentre i prezzi sono pressocché raddoppiati. Solo che questo nessuno lo dice mai.

Altra falsa credenza: negli uffici pubblici nessuno fa niente. Si tratta di un’affermazione che va per lo meno ridimensionata, dal momento che, se davvero nessuno facesse niente, l’Italia si sarebbe da tempo fermata. Infatti, se qualcosa ancora continua a funzionare è perché c’è uno sparuto manipolo di “eroi”, che per quattro soldi e magari andando anche contro gli interessi di parte dei loro dirigenti superpagati, ogni giorno abbraccia la sua croce e fa il suo lavoro.

Un’altra cosa, che trasversalmente i politicanti hanno sostenuto fino a convincere il popolo di pecoroni che rappresentano, è che gli enti pubblici costano troppo, e quindi bisogna tagliarli e privatizzare tutto. Destra (soprattutto), ma anche la sinistra hanno ripetuto il mantra della “privatizzazione” fino a distruggere definitivamente quegli enti che loro stessi hanno creato per sistemarci dentro gli amici, le amanti, i compari e i figli.

Tuttavia, è sotto gli occhi di tutti che la privatizzazione è stata un bene solo per gli amici degli amici che si sono arricchiti, facendo definitivamente affossare quei servizi che prima già avevano un funzionamento precario. E di esempi ce ne sono tanti: i trasporti, i servizi telefonici, quelli del gas, dell’acqua… Per non parlare della sanità o dell’istruzione…

Altro mantra ciclicamente sbandierato come la salvezza di tutto il sistema: l’abolizione delle province. Prescindendo dal fatto che più lo si dice e sempre meno lo si fa (le province sono sempre lì, con tutti i loro dipendenti, e soprattutto la rappresentanza politica), qual è il vantaggio di toglierle? Quelli che ci lavorano passerebbero a lavorare per regioni e/o comuni o altri enti (e quindi dovrebbero essere comunque pagati); la parte politica non viene nemmeno più eletta, ma scelta tra i rappresentanti dei comuni. Quindi, il vantaggio dove sta? E, poi, vogliamo tagliare le province, ma poi lasciamo una marea di enti utili quanto un mal di denti (un esempio su tutti, le comunità montane), o enti assolutamente dannosi (per esempio le regioni, vere mostruosità buone solo per inauditi sprechi di denaro).

Il punto è semmai un altro. Considerato che oggi un po’ per legge (vedi l’autocertificazione e la deburocratizzazione), un po’ per il progresso tecnologico (almeno nei comuni più progrediti, i cittadini possono interfacciarsi con gli uffici direttamente da casa, via internet), non c’è più la necessità di tanta gente a lavorare nei comuni, o comunque negli enti pubblici, bisognerebbe sedersi a tavolino e stabilire cosa fa e cosa non fa la pubblica amministrazione. E una volta stabiliti i compiti che l’apparato pubblico deve adempiere, dotarsi di un numero adeguato di personale adeguatamente preparato per quelle mansioni.

Ovviamente queste sono scelte “politiche”. E ce li vedete voi quei buoni a nulla dei nostri parlamentari a fare una riforma – questa sì veramente epocale? Siamo seri: dall’Unità di Italia ad oggi, la pubblica amministrazione (ripeto ad ogni livello e di ogni settore) è stata né più né meno che il refugium peccatorum, per tanti amici, amanti, figli e compari, che sono stati invitati a partecipare alla spartizione del denaro pubblico, senza preoccuparsi troppo di doveri e compiti. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Le varie riforme succedutesi dai primi anni Novanta fino ad oggi, sono la palese contraddizione di una saggia riflessione di Gesù, ricordataci da Marco (2, 21-22): «Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi».

Abbiamo sentito parlare migliaia di volte di “trasparenza”, “economicità”, “efficacia”. Ma quale trasparenza vedete voi in un paese dove spesso e volentieri i superpagatissimi posti dirigenziali vengono affidati per scelta personale del sindaco o del presidente di turno, senza un bando di concorso? Quale economicità si può scorgere laddove approvando un bilancio si dirottano fondi su opere assolutamente inutili e impossibili come il ponte sullo stretto di Messina, senza tener conto che le strade che dovrebbero condurre al fantomatico ponte sono più pericolose della pista che i cowboy facevano attraversando il Gran Canyon? Quale efficacia c’è in una pubblica amministrazione che prima finge di raccogliere le lamentele del popolo circa la sicurezza e poi piuttosto che mettere un po’ più di poliziotti in strada, li manda a fare da autisti a prefetti e ministri, oppure allo stadio a sorvegliare i tifosi? Ma che se le guidino da soli le loro auto blu i ministri, e che si giochino a porte chiuse le partite!

Ma niente paura, i nostri esilaranti politici (nostri degni rappresentanti) da tempo hanno trovato la soluzione a tutto il problema: fare riforme che restano solo sulla carta, incolpando di questo i dipendenti fannulloni (ma, in effetti, di fannulloni ce ne sono tanti, basti pensare ai ricorrenti scandali di chi timbra il cartellino e se ne va poi in giro per i fatti suoi). Tuttavia, dimenticano un piccolo dettaglio: i fannulloni che oggi si vogliono gettare in pasto ai leoni, il posto lo hanno preso proprio grazie a quei politicanti che adesso, non sapendo più a chi addossare le colpe, se la prendono con i loro amici, amanti, figli, compari.

Vincenzo Ruggiero Perrino