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La Sacra Famiglia di Nazaret

SACRA FAMIGLIA di Vincenzo Ruggiero Perrino – Episodio 14

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 14

Nazareth, anno 1 a. C.

Il pomeriggio sta trascorrendo serenamente. Maria è appena uscita fuori casa per raccogliere qualche erba profumata con la quale insaporire il pesce che sta cucinando per la cena. Gesù, invece, ha appena riposto le tabulae, cioè le tavolette di legno ricoperte di cera, su cui ha scritto l’esercizio assegnato dal maestro di scuola per il mattino seguente. Si è accorto che lo stilus che ha adoperato finora ha sia la punta che l’altra estremità – quella per rispalmare la cera sulla tavoletta e poter così adoperarla nuovamente per incidere nuove parole – sono quasi del tutto consumate. E, inoltre, tra non molto, la cera sarà troppo rovinata e bisognerà stenderne un nuovo strato per poter adoperare ancora le tabulae comprategli da Giuseppe.

Già, Giuseppe… Il ragazzo pensa che il padre sia un po’ in ritardo, rispetto al suo solito orario.

«Ma’!», chiama da dentro.

La donna, che è ancora fuori, sentitolo, gli risponde: «Che succede?».

«Come mai papà ancora non torna?».

Però, Maria non riesce a sentire bene tutte le parole provenienti dalla casa, perciò gli dice: «Aspetta, non ti sento bene. Finisco di raccogliere un po’ di erba profumata e rientro».

Intanto, dalla casa più vicina, si affaccia un’altra donna. È Rebecca, che è una buona amica di Maria.

«Ciao, Maria», la saluta.

L’altra si volta, riconosce l’amica e risponde al saluto «Salute a te, Rebecca».

«Cosa fai di bello?».

«Raccolgo un po’ di erbe profumate per condire il pesce che sto cucinando per questa sera, mentre aspetto che torni Giuseppe».

«Anche mio marito Elia non è ancora tornato dal pascolo».

«E tu cosa stai facendo?».

«Ero in casa con mia figlia Veronica. Ha appena completato un disegno del mio volto, e volevo che tu lo vedessi».

Infatti, un attimo dopo, esce dalla casa anche una bambina, grosso modo dell’età di Gesù, recando in mano un foglio di papiro.

«Veronica, mostra a Maria, il disegno che hai fatto».

La ragazzina va verso l’altra per mostrarle il disegno. Proprio in quel momento, anche Gesù si affaccia sull’uscio, poiché ancora aspettava dentro che la madre rientrasse per rispondere alla domanda fattale qualche momento prima.

«Ma’!», fa lui, notando Veronica che mostra il papiro.

«Un momento! Questa nostra giovane vicina di casa mi sta facendo vedere una cosa», gli replica. Poi, visto il disegno, si rivolge alla bambina, dicendole: «Ma lo sai che è un disegno bellissimo? Il ritratto che hai fatto del volto di tua mamma è molto somigliante. Sei proprio brava!».

Veronica arrossisce per il complimento e, timida com’è, riesce solo a dire “Grazie”.

«Posso vederlo anche io?», chiede Gesù.

«Certo».

E mentre Maria invita Rebecca in casa per farle assaggiare il pesce che sta cucinando secondo una nuova ricetta da lei ideata, i due piccoli restano fuori.

«Però, sei veramente brava a disegnare», si complimenta Gesù.

«Se vuoi posso fare un ritratto anche del tuo viso», propone Veronica.

«Va bene».

«Ecco, lo farò sul retro del papiro sul quale ho disegnato mamma. Però tu devi restare fermo immobile, mentre io disegno».

«Mi siedo su quella pietra, così starò più comodo mentre tu disegni».

Così, Gesù si siede, e Veronica comincia a tracciare dei segni sul foglio di papiro con il suo calamo. Mentre l’opera sta prendendo forma, in lontananza appare una figura che si avvicina: è Elia, il papà di Veronica. Sta riconducendo il gregge nell’ovile, proprio a ridosso della sua casa.

Veronica, che è di spalle rispetto alla direzione dalla quale proviene il padre, non si è accorta del movimento dietro di lei, così Gesù la informa: «Ehi, tuo padre è di ritorno».

L’altra si volta e, visto il padre con le sue pecore, fa un gran sorriso di evidente felicità. Poi, posati a terra il foglio di papiro e il calamo con il quale sta disegnando, si alza e corre verso di lui per abbracciarlo.

«Papà, sei tornato!».

«Sì, piccola mia. È stata una giornata molto faticosa, a stare dietro a queste altre!», dice alludendo alle pecore del suo gregge.

«Dov’è la mia preferita?», chiede la ragazzina, riferendosi ad una piccola pecorella alla quale è affezionata, e che lei ama chiamare “Bianchina”, poiché il suo colore è di un bianco particolarmente intenso rispetto alle altre.

«Sicuramente è insieme alle altre».

«Posso andare da lei?».

«Certo! Tua madre è in casa?».

«No, è da Maria. Io stavo facendo un disegno a Gesù. Posso portare anche lui a vedere il gregge?».

«Sicuro che puoi!».

Veronica, allora, fa cenno a Gesù di seguirlo a vedere le pecore del padre e a fare conoscenza con Bianchina, mentre Elia si avvicina all’uscio di casa di Maria, per vedere la moglie. I bambini entrano nell’ovile e la ragazza si mette a cercare Bianchina, chiamandola per nome, sapendo che quella, sentendo la sua voce, sicuramente la riconoscerà.

«Bianchina! Qui, forza! Ti voglio far conoscere un mio amico!».

Girato tutto l’ovile, Veronica si accorge che la sua pecorella preferita manca dal gruppo.

«Gesù, Bianchina non è qui!».

«Com’è possibile?».

«Ti dico che non c’è!».

«Beh, penso sia il caso di dirlo a tuo padre».

Correndo i due ragazzi raggiungono Elia, che intanto è a conversare con le due donne in casa da Maria. In casa si accorgono che, nel frattempo, è rientrato anche Giuseppe, che saluta il figlio:

«Ehi, ragazzo, tuo padre è tornato!».

«Ciao, pa’. È successa una cosa!».

«Cosa?».

È Veronica a spiegare a tutti: «Siamo andati nell’ovile, perché volevo mostrare a Gesù, il gregge di papà e fargli conoscere Bianchina. Però, ci siamo accorti che non c’è. Forse quella povera pecorella si è smarrita!».

«Come “non c’è”?», chiede allarmato Elia.

«Non è con le altre pecore. L’ho chiamata e richiamata e non c’è». E detto questo la ragazzina scoppia in lacrime, gettandosi tra le braccia della mamma.

Rebecca e Maria cercano di consolare la piccola. Elia, invece, risoluto, si alza in piedi ed esclama: «Vado a cercare la mia pecora che si è persa».

«Ma ormai è quasi buio. Sarà difficile che tu possa trovarla», gli fa notare Giuseppe.

«No, no. Quella pecorella è importante per me, e anche per mia figlia: devo andare a cercarla!».

«Pa’, io penso che Elia voglia fare la cosa giusta», dice Gesù.

«Figliolo, ma lì fuori è buio. Quella pecora chissà dov’è finita, e magari uscendo Elia potrebbe incontrare dei ladri o dei lupi».

«Allora, andremo anche noi con lui a cercarla. Tanto, le altre pecore sono al sicuro nel loro ovile».

Giuseppe fa un sospiro, sapendo in cuor suo che il figliolo ha ragione, e poi aggiunge:

«Va bene, Elia, verrò…».

«… Verremo… vengo anche io!», lo interrompe Gesù, beccandosi un’occhiataccia dal padre.

«… verremo anche noi e ti aiuteremo a cercare la tua pecorella smarrita».

«Grazie, amici!».

Così, i tre maschi della situazione, copertisi per non prendere l’umidità della sera, escono, mentre le donne restano in casa. Dopo un po’ di tempo che quelli sono via, Veronica esce sull’uscio della porta per vedere se sono di ritorno. Nonostante la notte sia a mala pena rischiarata dalla luce della luna, da lontana vede tre figure che camminano verso la casa di Maria. Man mano che si avvicinano riesce sempre meglio a distinguere che si tratta proprio di suo padre Elia, di Giuseppe e di Gesù. E, aguzzando ancora meglio la vista, si accorge, senza ombra di dubbio, che il suo amichetto porta sulle spalle proprio Bianchina!

«Mamma, mamma! Corri, stanno tornando! E Gesù porta sulle spalle Bianchina!».

Quando giungono di fronte casa, Gesù consegna Bianchina alla ragazza:

«Eccola qui!».

«Ma dov’era finita? Dove si era persa?», chiede lei.

Interviene Elia: «Evidentemente, quando sono ripartito dal pianoro dove le avevo portate a pascolare, non era riuscita a stare al passo con il resto del gregge, ed era rimasta lì, nascosta dietro delle rocce. Era infreddolita e impaurita. E devo dire che se non fosse stato per questo ragazzo, non avrei mai pensato di andarla a cercare proprio lì dove poi l’abbiamo trovata».

«Grazie!», esclama Veronica, abbracciando il suo amico.

«Dai, forza, tutti dentro che si mangia!», esclama Maria.

«Finalmente! Ho una fame da lupi», fa Giuseppe, aggiungendo poi rivolto al figlio: «Inutile dire che tutta questa storia ci sarà più chiara tra una trentina d’anni, eh?».

«Esatto, pa’», dice lui, sorridendo festoso.

«Che vuol dire?», chiede Veronica.

«È una cosa che ripete sempre mio figlio», risponde Giuseppe.

«Ehi, ma il disegno non lo hai più finito», d’un tratto fa notare Gesù.

«È  vero! Con tutta questa confusione l’ho dimenticato fuori!».

Corsa fuori a recuperare il disegno dove l’aveva lasciato, Veronica si accorge che con vento e la polvere si è tutto imbrattato, tanto che il viso di Gesù sembra quello di un uomo molto più grande. L’inchiostro si è mosso e sembra che lui abbia anche la barba.

«Guarda, si è tutto rovinato! Sembri un vecchio! E oltretutto per via della polvere sembra che ti abbiano dato tante botte!», dice Veronica con dispiacere, rientrando in casa e mostrando il disegno a Gesù e agli altri commensali.

«Tranquilla, è comunque un bel disegno», gli dice l’altro.

«Bello?», chiede la ragazza con un moto di stupore.

«Beh, diciamo che è un disegno che capirai tra una trentina d’anni…», sorride Gesù.

«E, quando mai!… Bah, mangiamo che bisogna far festa per la pecorella che abbiamo ritrovato», conclude Giuseppe, suscitando in tutti un sorriso, e facendo sì che la festa prosegua con gioia e spensieratezza.

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Il Serpente Prudente – Diritti e diritti

n. 23 (27/02/2017)

“Diritti e diritti”

Un mezzo putiferio ha suscitato la notizia che all’ospedale capitolino “San Camillo” siano stati previsti concorsi ai quali possono partecipare soltanto medici non obiettori. La circostanza ha rinfocolato il dibattito sull’interruzione volontaria di gravidanza, che nella nostra repubblichetta è disciplinato dalla legge 194 del 1978.

Sul punto, come generalmente avviene – e varie volte ne ho già scritto su questa rubrica – si è fatto un gran parlare, mettendo a fuoco soltanto una parte della questione. E, del resto, è possibile trovare ragioni apparentemente condivisibili tanto tra coloro che hanno salutato la trovata come luminoso faro di civiltà laica, tanto tra quanti hanno invece criticato la scelta dell’ospedale di Roma.

I primi hanno apprezzato lo sforzo di garantire, ancorché tardivamente, un servizio sanitario. Ed in effetti era da tempo che associazioni varie avevano invocato questi concorsi esclusivamente dedicati ai non obiettori, poiché in alcune strutture la percentuale di chi si rifiuta di praticare aborti è del 100 %. Attenzione: è la legge dello stato a richiedere che nelle strutture pubbliche ci sia personale non obiettore. Con la paradossale conseguenza che se una donna vuole o deve interrompere una gravidanza, potrebbe capitare in un ospedale dove nessun medico pratica aborti. Una tale situazione, oltretutto, genererebbe costi aggiuntivi per pagare le prestazione di questi medici abortisti, da far intervenire appositamente in circostanze del genere. Perciò, concludono costoro, bene ha fatto il “San Camillo” a bandire un concorso per assumere medici non obiettori: i lungimiranti dirigenti non vogliono far altro che garantire un sacrosanto diritto.

Se non fossimo in Italia, e non sapessimo come e per quali reali ragioni di clientela o di carriera vengano banditi veramente i concorsi pubblici, sembrerebbe quasi una cosa vera e lodevole!

Tra i secondi figurano, ça va sans dire, i vescovi della CEI e le associazioni pro famiglia e pro vita. Ciò che appare francamente sorprendente è che sembrano piuttosto contrari alla scelta del “San Camillo” anche l’imperturbabile ministro della Salute (secondo una cui indagine il numero di medici non obiettori risulta sufficiente per coprire ampiamente la domanda di interruzioni volontarie di gravidanza, e ben si potrebbe ricorrere ad una procedura di mobilità), e Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale (che, buttandola sul tecnicismo giuridico, ha posto problemi di legittimità su un concorso che esclude gli obiettori, anch’essi titolari di un diritto fondamentale riconosciuto alla persona, e che non possono essere discriminati in ragione dell’esercizio di un tale diritto).

Ancora si è detto: un bando siffatto potrebbe essere impugnato perché viola le norme di proporzionalità in materia di diritto al lavoro. Altri hanno obiettato che non possono essere considerati disciminatori quei concorsi che richiedono determinati requisiti professionali (in tal caso, la disponibilità a garantire un servizio sanitario).

Il problema allora sembra essere: come fare per garantire il diritto all’interruzione di gravidanza e contemporaneamente il diritto di obiezione di coscienza? La L. 194/1978 garantisce l’obiezione di coscienza, ma (fedele al granitico stile di non aurea mediocritas tutto italiano) si guarda bene dallo specificare come assicurare questa possibilità garantendo allo stesso tempo l’aborto. Rimanendo necessariamente vaga sui mezzi, la legge lascia spazio al disinteresse e all’approssimazione, e al bandire concorsi alla “come viene viene”.

L’assurdità tutta italiana è che questo concorso, mirando all’assunzione di chi oggi è non obiettore, postula che gli assunti non potranno in futuro cambiare idea, e diventare obiettori! E invece, cambiare idea è proprio una libertà di tale ampiezza da non poter essere costretta in un bando di concorso. E, poi, come detto poc’anzi, in Italia l’aborto è regolato da una legge, che volente o nolente va rispettata, benché vetusta e figlia di un pressappochismo politico, culturale e sociale, del quale oggi noi paghiamo tutte le nefandezze.

A mio avviso la questione non è tanto “aborto sì, aborto no”, incidendo su questa scelta questioni di ordine etico, difficilmente circoscrivibili da articoli e commi di una legge. Ho poc’anzi detto che un medico da obiettore può diventare non obiettore e viceversa a seconda degli accadimenti della sua vita. Così come una donna, un giorno determinata ad abortire, si ritrovi in ospedale e cambiare completamente idea.

Piuttosto, la questione andrebbe inquadrata in termini logici e culturali. E qui nascono i veri problemi, perché nella devastazione culturale perpetrata da un quarantennio di sgangherata ed ipocrita politica finto filo-clericale, si è portato avanti un discorso di svuotamento delle coscienze dell’italiano medio, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. Tanto da non capire che l’aborto è solo la comoda scappatoia di un altro aspetto della vita, che viene pacificamente taciuto da tutti, e cioè che in Italia manca nella maniera più incredibile possibile anche la più elementare forma di educazione alla sessualità e ad un degno modo di viverla.

In una società in cui la mercificazione dei corpi e delle persone è all’ordine del giorno – magari poi giustificandola con il fatto che “in Europa sono molto più avanti di noi sui diritti civili”, come se diritto civile fosse solo quello di garantire aborto ed eutanasia, e non anche quello di garantire, per esempio, ad un studente trasporti pubblici per andare a seguire le lezioni all’università – è naturale il baratto di valori, che portano a sopprimere una vita in nome della legge, e a voler trovare chi fa il lavoro sporco al posto nostro (il non obiettore nel caso di specie).

La legge sull’aborto venne varata in un periodo in cui in Italia vigeva il potere assoluto della Democrazia Cristiana. In altre parole i cattolicissimi italiani votavano i loro corruttibili amici per farsi sistemare in posti d’oro (giurando sull’adesione ad un credo, del quale in realtà non conoscevano nemmeno le regole fondamentali), però poi approvavano divorzio e aborto, in aperta contraddizione con quei valori che sbandieravano da pulpiti e comizi.

Ci vorrebbe più coerenza, tanto nel bandire un concorso per un posto pubblico, quanto nel vivere la propria sessualità in maniera dignitosa, quanto nel porre rimedio ai “guai” comessi senza volersene lavare le mani in nome di una legge o di un decreto.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Scrivere e pensare

n. 22 (20/02/2017)

“Scrivere e pensare”

Ad un certo punto del vangelo di Giovanni (8, 3-11), alcuni scribi e farisei, per cogliere in fallo Gesù e poterlo legittimamente accusare, gli portano innanzi un’adultera colta in flagrante, e chiedono a lui come “applicare” correttamente la legge di Mosè. Gesù, per tutta risposta, in prima battuta, si china e si mette a scrivere col dito per terra, cosa che continua a fare anche dopo aver dato la sua folgorante risposta, “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”. Solo quando tutti gli accusatori sono andati via, si rialza e parla alla donna, perdonandola, ma nel contempo ammonendola di non continuare a fare la vita fino ad allora condotta.

L’episodio, ancorché in maniera piuttosto marginale, conferma un dato storico piuttosto inoppugnabile, e cioè che Gesù sapeva scrivere. Questo, unitamente alla notizia riportata in Luca (4, 16) secondo la quale, Egli, dopo aver vinto le tentazioni diaboliche, entrato in sinagoga si mise a leggere il rotolo di Isaia, è derimente rispetto alla questione se Gesù fosse o meno in grado di leggere e scrivere.

Anzi, molti studiosi si sono interrogati su quali fossero le lingue che Gesù era in grado di parlare. Con buona sicurezza possiamo dire che sapeva parlare, oltre l’aramaico, anche il greco. Per esempio, è altamente verosimile che il colloquio con Pilato si sia svolto proprio in greco (atteso che nessun evangelista riferisce della presenza di interpreti o traduttori).

Giovanni, nel narrare l’episodio dell’adultera, omette di riferire cosa Gesù si fosse messo a scrivere col dito per terra. Tuttavia, questo resta l’unico momento in cui l’insegnamento, prettamente orale, di Gesù si interseca con la scrittura. Alcuni esegeti hanno provato a connettere quest’azione con quello che si legge in Geremia (17, 13): «Quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato il Signore, fonte di acqua viva». A mio parere, quella di Giovanni non è una dimenticanza casuale, e tra poco spiegherò perché.

È di qualche giorno fa, la polemica, partita da una lettera-appello firmata da seicento docenti universitari italiani, e indirizzata al governo, sul problema delle carenze di base degli studenti di casa nostra, che in buona sostanza non sanno scrivere correttamente in italiano. Nella lunghissima lista dei firmatari figurano personaggi appartenenti all’Accademia della Crusca, linguisti, rettori, docenti di letteratura, storici, addirittura matematici, economisti e costituzionalisti.

Il quadro è in effetti desolante: gli studenti universitari provengono da un percorso scolastico tale per cui scrivono male in italiano, leggono poco e faticano ad esprimersi oralmente. Lo scopo dell’iniziativa dei magnifici rappresentanti della cultura italiana è quello di stimolare il Parlamento a mettere in campo un piano di emergenza che rilanci lo studio della lingua italiana nelle scuole elementari e medie.

Il che equivale a mettere un lupo a guardia di un gregge! Infatti, è noto che i nostri degni rappresentanti, al pari dei rappresentati, hanno un livello culturale, e dunque anche di espressione in un italiano corretto, vergognosamente imbarazzante. Altro che paese di santi, poeti e navigatori. Siamo un paese di corrotti, ignoranti e sappiamo navigare su internet in un mare di immondizia virtuale!

Tuttavia, il punto è che leggere una lettera del genere, scritta da chi quella lingua dovrebbe preservarla, equivale a sentire un padre lamentarsi con una madre della maleducazione del loro figlio! Fermo restando che decenni di depauperamento socio-culturale e di svuotamento dei programmi scolastici hanno determinato nell’italiano medio la mancanza dei più elementari strumenti espressivi e anche cognitivi, è pur vero che, se lo scrivere correttamente e l’esprimersi correttamente non viene preservato nemmeno nelle università, la cosa comincia a diventare veramente grottesca.

Questo mi fa pensare che chi pone la questione della scrittura sia soprattutto determinato a cercare un colpevole, a cui attribuire la responsabilità della situazione denunciata. Anche questo modo di fare, come ho avuto più volte modo di scrivere su questa rubrica, è un marchio di fabbrica tipicamente nostrano, quello che poniamo in essere più spesso e volentieri.

Allora ecco che, tra gli accusati (i parlamentari), qualcuno cerca di risalire nel tempo alle indicazioni ministeriali che hanno determinato l’impoverimento della conoscenza della lingua italiana. In realtà, basterebbe riflettere sul fatto che ad un ragazzo che frequenta il ciclo di scuole medie inferiori e superiori la grammatica viene insegnata solo a spizzichi e bocconi (come del resto l’educazione civica, altra grande “scomparsa” dei programmi scolastici italiani), mentre ci si tuffa con entusiasmo a ideare PON, POF e PEREPE’, attraverso i quali si pretende di insegnare agli studenti il giornalismo, il teatro, la falegnameria, la ceramica, e tutte cose di cui si potrebbe fare tranquillamente a meno.

Però, se si togliessero queste inutili amenità – che i ragazzi dovrebbero imparare dopo aver appreso a leggere, scrivere e far di conto (com’era una volta) – come si farebbe a giustificare lo scupio di denaro pubblico che ogni anno avviene nelle scuole di ogni grado e di ogni latitudine per organizzare queste cose, pagare i professori e i cosiddetti “esperti” che li affiancano?

La ricerca del capro espiatorio – sport nazionale per eccellenza – è la scorciatoia preferita da chi è incline alla pigrizia mentale, e sono il vero emblema dell’intellettuale italiano. Che, peraltro, è incapace di proporre una soluzione alla situazione che ha contribuito a determinare, ovvero quella che nei rapporti OCSE viene definita “analfabetismo funzionale” (del quale vantiamo il triste primato di paese con la maggiore percentuale). E che, ovviamente, è dimentico del passo evangelico citato in apertura. Infatti, la dimenticanza di Giovanni nel riferire “cosa” scrive Gesù per terra (ovviamente ancora meno interessato è a dirci se lo scrive correttamente o meno), si spiega col fatto che, sicuramente scrivere correttamente è una cosa di grande importanza (e ci mancherebbe pure!), però, ben più importante è avere la capacità di ragionare e analizzare i fenomeni, e di saper dare le risposte giuste al momento giusto.

Cosa che, né gli intellettuali accademici, né, men che meno, i nostri assurdi parlamentari (cioè gli scribi e i farisei di oggi), sanno fare, nemmeno di fronte ad un problema come quello dei ragazzi che scrivono “cmq ho andato” e “xké e stato”.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente -Epilessie dell’amore

n. 21 (13/02/2017)

“Epilessie dell’amore

Il calendario ci informa che domani si festeggiano tanto i santi (e fratelli) Cirillo e Metodio (vissuti nel IX sec. ed evangelizzatori dei popoli Slavi), quanto san Valentino, vissuto tra il II e il III sec., e considerato patrono degli innamorati e protettore degli epilettici.

Non me ne vogliano i santi fratelli di Tessalonica, se questa puntata della rubrica la dedico ad una riflessione sull’amore, o meglio su quello che dovrebbe essere il vero senso dell’amore.

Diciamo subito che la festa di San Valentino, in qualità di santo benevolo verso gli innamorati, è piuttosto antica, risalendo al IV sec., quando gradualmente sostituì i riti pagani di fertilità, dedicati al dio Luperco e considerati in contrasto con la morale e l’idea di amore dei cristiani. Sarebbero stati poi i benedettini, custodi della basilica dedicata al santo a Terni, a diffondere questa tradizione.

Come ho già avuto modo di scrivere in altre circostanze, “amore” è una parola che ricorre frequentissimamente nella nostra quotidianità: tutti parlano/leggono/scrivono/cantano/discettano di amore (non solo i credenti), ma difficilmente qualcuno saprebbe esattamente definire il giusto atteggiamento e comportamento associabile a questo sentimento. Che, a mio modestissimo parere, appare essere largamente frainteso.

Di questo fraintendimento dobbiamo dire grazie al diffusissimo senso di superficialità e precarietà che aleggia su tutte le cose umane, e anche alle distorsioni imposte da una cultura che privilegia l’apparenza sull’essenza, la fugacità e la provvisorietà sulla durata, la brevità sull’impegno costante. Tanto che il più delle volte le due forme di protezione associate a San Valentino sembrano coincidere: si passa con tale facilità dall’essere innamorati di una persona all’essere innamorati di un’altra, che pare quasi una crisi epilettica!

Per iniziare, per una volta non parto dal dettato evangelico, al quale farò riferimento dopo, ma da una folgorante riflessione di uno dei massimi drammaturghi del Novecento, a me particolarmente caro, Bertolt Brecht. Questi scrive: «È una sciocchezza molto diffusa collocare l’amore al di sopra dell’amicizia e considerarlo inoltre come qualcosa di completamente diverso. L’amore tuttavia vale solo per l’amicizia che hai in sé, ed esclusivamente grazie a essa riesce sempre a ricrearsi. L’amore corrente viene servito solo quando fa difetto l’amicizia».

Credo che l’autore tedesco abbia colto straordinariamente bene il senso della questione. L’amicizia (ovviamente parlo dell’amicizia vera) è probabilmente l’unico sentimento umano ad avere un’essenza concreta, materiale, tangibile. Con un amico si condivide una parte importante del proprio io; gli si affidano talora pensieri e confidenze che nemmeno ad un marito o ad una moglie si confidano; gli si chiede un aiuto pratico nelle ambasce della vita; ci si scambia libri, dischi, cose; si prestano soldi; si divide un pezzo di pizza.

Soprattutto un amico è quella persona con la quale ti capita anche di litigare o discutere, ma sempre nel reciproco rispetto, e cercando di superare la questione, attraverso il dialogo e il confronto dialettico. Non è un caso che “l’amico/a” che si può avere la fortuna di incontrare nella vita è sempre e soltanto uno; gli altri – che magari pure consideriamo amici – sono sempre almeno un gradino più sotto di lui/lei.

Quanti fanno altrettanto con il proprio partner? Quante persone conoscete che vivono con amicizia il rapporto con la persona (o le persone) che dicono di amare? Io quasi nessuna. Anzi: il trend è quello di separarsi al primo insorgere di una difficoltà o di un’incomprensione, di mettere l’altro alla porta solo perché non ha fatto-detto-pensato quello che noi ci aspettavamo facesse-dicesse-pensasse, e in generale di lasciarsi, appena viene messa in discussione la maniera autoreferenziale con cui si è impostato un rapporto d’amore.

Il preoccupante aumento delle separazioni e dei divorzi – viepiù incoraggianti dalle semplificazioni burocratiche che la recente legislazione nazionale ha introdotto – è la spia più evidente che la società di oggi è portata a vivere i rapporti di coppia (o comunque i legami amorosi), piuttosto come una sorta di innamoramento continuo: appunto una continua crisi epilettica dell’amore.

Per quanto qualche lettore di questa rubrica possa arricciare il naso, a me pare di cogliere più di qualche assonanza tra la riflessione di Brecht, che era ateo e marxista, e alcune cose che Gesù dice ai suoi discepoli, in ordine alla componente di amicizia di cui deve sostanziarsi l’amore per il prossimo.

Infatti, ci racconta Giovanni (15, 9-17) che Egli, raccomandando ai suoi discepoli l’esercizio dell’amore poco prima dell’arresto e della condanna, impartisce loro un comandamento, “che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi”. Che detta così è un po’ il “non desiderare la roba d’altri”. Bello a dirsi, ma poi quanti veramente riescono a non invidiare il riccone di turno per i soldi che ha?

Perciò, se il discorso di Gesù si fosse concluso con il solo comandamento (che poi tale non è perché sembra piuttosto un consiglio che un vero e proprio “ordine”), sarebbe stato confinato in quello spazio di genericità, che è il marchio di fabbrica dell’umanità contemporanea, la quale pretende di racchiudere tutto in un tweet o in un’esclamazione, senza spiegare alcunché.

Invece, subito dopo, c’è la specificazione e la spiegazione del senso dell’amarsi gli uni gli altri: “dare la vita per i propri amici”. Infatti, Gesù dice ai suoi discepoli: “Voi siete miei amici […]. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi ho chiamato amici”.

Mi pare chiaro: nell’amore che gli uni devono avere verso gli altri, l’atteggiamento è (anche) quello dell’amicizia, che fa da motore e da carburante in un rapporto, che, diversamente, si insterilirebbe ben presto (come di solito infatti accade). E questo vale per l’amore verso un partner (che, spesso, si sostanzia di sola passione o attrazione), verso i figli (molto spesso frainteso con un oppressivo senso di protezione, o al contrario di malecelato disinteresse). E dovrebbe valere anche per l’amore che tanti dicono di avere verso il prossimo in genere e verso Dio.

Non a caso, il “trucco” per una vita felice è amare il prossimo e Dio come se stessi: in altre parole comportarsi con tra amici tanto con il prossimo quanto con Dio, del quale ci mostriamo rispettosi, vivendo (e non limitandoci a blaterare) i suoi insegnamenti…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Aukey obiettivo zoom 2x – LA NOSTRA RECENSIONE!

https://www.youtube.com/watch?v=x94IRj9IRME&t=10s


La qualità fotografica dei nostri smartphone ha raggiunto livelli altissimi, la maggior parte degli stessi però peccano nello zoom, in quanto la perdita di qualità è dietro l’angolo! Aukey per risolvere questo problema ha progettato e realizzato un obiettivo aggiuntivo, nome in codice PL-BL01-IT, che ci consente di avere uno zoom 2x senza perdita di qualità… Scopriamolo insieme!

Confezione e contenuto

La confezione è realizzata interamente in cartone riciclato e riciclabile, essa risulta essere molto minimale e pulita, troviamo infatti solo un nastrino intorno che ci espone il tipo di prodotto contenuto con le annesse specifiche.

La dotazione è importante, infatti oltre al prodotto in analisi troviamo:

  • Panno per pulizia
  • Pacchetto per la conservazione
  • Clip
  • Garanzia 24 mesi

Il panno per la pulizia restituisce un ottimo feedback visivo grazie alla presenza del badge della casa produttrice stampato nero su sfondo bianco, stessa cosa riguardo il pacchetto per il trasporto.

La clip è realizzata in plastica dura di buona fattura, essa presenta un piccolo gommino nella parte in cui la clip tocca lo smartphone per il fissaggio, in modo tale da evitare attriti e conseguenti danni!

Tra la dotazione non compare un aspetto secondo me fondamentale, si tratta di un tappo già preinstallato sulla lente dell’obiettivo come protezione, per evitare eventuali danneggiamenti.

Aukey come sempre ci ricorda di registrare il proprio prodotto sul loro sito per vantare di una garanzia aggiuntiva!71EeS1Jmr7L._SL1500_

Design e materiali

L’obiettivo vanta di un design accattivante e minimale, sul telaio in alluminio troviamo infatti una trama a cubi e alcune diciture che illustrano le caratteristiche del prodotto. Il primo impatto con l’oggetto in esame è sicuramente ottimale, infatti si ha la concezione di trovarsi davanti dinanzi ad un prodotto premium!

Essendo questo obiettivo pensato per la fotografia, non può ovviamente mancare una lente di altissima qualità che ci consente di realizzare scatti senza troppe distorsioni o problematiche varie.

Sul retro troviamo un’incanalatura dove inserire la clip per il fissaggio con lo smartphone, la stessa clip seppur in plastica dura risulta essere molto flessibile, trovando un giusto compromesso. Come precedentemente detto, risulta ottima la scelta di Aukey di inserire un gommino nella clip nella parte in cui va a contatto con lo smartphone per evitare attriti e favorire la stabilità!

Con il Design compatto con peso leggero e dimensione piccola, con un pacchetto da conse71DjPaOX01L._SL1500_rvare in dotazione, si può portarlo facilmente in viaggio, staccando sia la foto di paesaggio e architettura con una sensazione di spazio e di profondità che i ritratti di gruppo in un modo semplice e interessante.

L’obiettivo vanta di un design compatto, infatti troviamo dimensioni pari a 9 x 9 6,6 cm per un peso di 41 g; tali caratteristiche consentono un agevole trasporto favorito anche dalla presenza nella dotazione di un pacchetto per la conservazione.

 

Compatibilità

Obiettivi aggiuntivi di questo tipo spesso non risultano compatibili con tutti gli smartphone dato che la clip non consente un fissaggio esteso, dunque i dispositivi con camera centrale sono tirati fuori.

Non abbiamo comunque nessun problema nell’utilizzo con smartphone più blasonati, come quelli prodotti da Apple o Samsung. Personalmente ho utilizzato questo obbiettivo con iPhone 6s, Lumia 830 e Lumia 640 senza alcun problema di sorta.71DqlZIHqTL._SL1500_

Di seguito i dispositivi cui Aukey assicura la compatibilità:

  • iPhone 6 / 6s / 6 plus / 6s plus
  • iPhone 5S / 5C / 4S / 4
  • Samsung Galaxy
  • Samsung Note
  • HTC
  • Sony Xperia
  • Xiaomi
  • Huawei

Purtroppo usando questo obiettivo dovremmo rinunciare al flash, dato che nella maggior parte dei dispositivi è posto molto vicino alla camera.

Qualità fotografica

La qualità degli scatti realizzati usufruendo di questo obiettivo rasentano la perfezione, questo grazie alla qualità dell’ottica.

I711tgmZYBsL._SL1500_l vetro ottico fatto con materiale d’alta qualità, garantisce la qualità delle foto, e il telaio di lega d’alluminio rende la lente più durevole. Il professionale HD vetro con alta luce di alta qualità riduce i riflessi e la riflessione.

 

 

Lo zoom offerto è molto importante infatti è possibile scattare foto con zoom 2x, quindi immortalare momenti a distanza, senza perdita di qualità! Alcuni difetti riscontrati riguardando casuali bagliori di luce nella parte bassa e alcune sfocature ai lati, in ogni caso a mio modo di vedere non è nulla di problematico.

Rimangono invariati i bilanciamenti così come la taratura del colore, in modo da offrire scatti naturali.


VEDI GLI SCATTI

Conclusione

Se usate spesso il vostro smartphone per fotografare non potrete fare a meno di questo prodotto! Acquistando questo prodotto sara possibile immortalare momenti a distanza senza rinunciare alla qualità fotografica! Personalmente sono rimasto molto soddisfatto e dunque ne consiglio l’acquisto, trovate il prodotto su Amazon al prezzo di €20,99 con possibilità di spedizione in un giorno per gli abbonati prime!


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Il Serpente Prudente – L’aceto vecchio della pubblica amministrazione

n. 20 (06/02/2017)

“L’aceto vecchio della pubblica amministrazione

L’appuntamento della settimana scorsa di questa rubrica è stato dedicato al lavoro per le pubbliche amministrazioni italiane. Il discorso, che ho cercato di fare, era però incentrato sulla generalità del lavoro pubblico, considerato che le questioni e i problemi grosso modo sono gli stessi, tanto se si lavora per un comune di centoventi abitanti, tanto se si lavora presso il ministero degli interni. Il titolo della scorsa settimana, il quale richiamava le parole di Gesù in Marco sul mettere il vino nuovo in otri nuovi, era Il vino nuovo della pubblica amministrazione.

Tuttavia, questa settimana, alcuni fatti accaduti proprio in terra sorana dimostrano la sbalorditiva capacità (soprattutto) delle amministrazioni locali a contraddire l’insegnamento evangelico. Anzi, la tendenza – la quale, sia scritto a caratteri cubitali, non è solo di Sora, bensì di qualsiasi buco urbanizzato d’Italia – è proprio quella di versare l’aceto vecchio negli otri più vecchi che si hanno. Il che detto in altre parole significa: fare esattamente le stesse identiche cose sbagliate, ingiuste e del tutto inopportune che si facevano prima, con le stesse modalità e lo stesso stile.

Altro che seconda repubblica: noi siamo passati dalla prima a quella numero zero! Tutt’al più, se c’è una differenza è data dal fatto che almeno i politicanti d’accatto della prima repubblica avevano sviluppato quell’inconfondibile savoir faire, grazie al quale erano capaci di far passare le peggiori fregature come i più grandi favori resi al popolo.

Oggi, invece, i politici di ogni colore, di ogni livello e di ogni latitudine, hanno maturato la consapevolezza per cui tutto è permesso, tutto è concesso, tutto è legittimo e opportuno. Ed, infatti, improntano il loro comportamento alla più sfacciata deregolamentazione, senza badare nemmeno più alla forma degli atti (non di rado addirittura abbellitti da sgrammaticature varie).

La scelleratezza di questi comportamenti è facilmente verificabile: i risultati del pessimo atteggiamento della politica (soprattutto) locale sono sotto gli occhi di tutti. Tutti a gridare che non ci sono soldi per comprare, per esempio, dell’asfalto per tappare un po’ di buche per strada; però, poi, magicamente ecco spuntare soldi come funghi per pagare “posizioni organizzative” ai funzionari dell’ente.

Direte, cosa sono le posizioni organizzative? Tutti i comuni sono dotati di piante organiche, cioè dei documenti in cui viene deciso (dalla politica) di quanti dipendenti si ha bisogno per poter amministrare correttamente una città, e di quali particolari specializzazioni essi devono essere muniti. Ovviamente, si tratta di decisioni che subiscono sostanziali variazioni a seconda del colore politico della giunta di turno, delle simpatie per questo o per quel dipendente, delle promesse fatte a questo o quell’amico su una sistemazione, e del tempo che passa. Va da sé che quarant’anni fa, non essendoci tutte le fantastiche invenzioni burocratiche come l’autocertificazione, c’era bisogno di un maggior numero di dipendenti all’anagrafe, mentre oggi ne bastano meno della metà.

I lavoratori di un comune si dividono in categorie giuridiche, che vanno dalla A (quella più bassa), alla D (che, in buona sostanza, è quella cui appartengono i funzionari). I funzionari, cioè i più alti in grado nei comuni di medie dimensioni – ovvero la maggioranza dei comuni italiani – possono essere investiti della posizione organizzativa (solo a quelli proprio antipatici antipatici, non gliela si attribuisce). Di quest’ultima una definizione tecnica è: «incarico individuato all’interno dei servizi, che prevede lo svolgimento di funzioni di direzione di unità organizzative complesse, caratterizzate da elevato grado di autonomia gestionale ed organizzativa».

In parole povere, l’attribuzione della posizione organizzativa è solo un elegante escamotage (che la legge allegramente permette) per distribuire un po’ di soldi extra a gente che in fin dei conti non fa né più né meno le stesse cose (con il medesimo grado di responsabilità giuridica) per cui è già pagata con uno stipendio. E anche nell’indennità prevista per l’attribuzione della posizione organizzativa ci sono dei minimi e dei massimi, individuati non tanto in base a titoli o a capacità, bensì in base al grado di amicizia, simpatia e stima personale che di quel funzionario ne hanno sindaco e assessori vari.

Pongo una domanda ai miei lettori: come si diventa funzionari nei comuni della gaia repubblichetta in cui vivamo? Quanti di voi hanno risposto “per concorso” sono degli ingenui idealisti, e a loro consiglio di aprire bene gli occhi, dal momento che, essendo i funzionari comunali i dipendenti a più stretto contatto con gli organi politici, è ovvio che i politici cercano di sceglierseli tra gli amici degli amici più amici.

Certo, ci sono funzionari che hanno vinto dei concorsi (chi scrive è proprio uno di quelli), ma sono generalmente quelli che se la passano meno bene (anche in termini retributivi). Tuttavia, tanti (troppi) sono coloro che vengono nominati ad personam dai sindaci. Ma state tranquilli, non c’è nessun abuso: l’art. 110 del Testo unico degli Enti Locali conferisce questa facoltà. Del resto, non bisogna dimenticare mai che la legge la fanno i politici e, quando nelle leggi scrivono regole che loro stessi devono osservare, cercano di farle quanto più elastiche è possibile.

Il punto veramente tragico lo si tocca quando in un ufficio comunale, tanto per fare un esempio l’Ufficio della Polizia Locale (ogni riferimento a Sora, è puramente casuale), già è presente una figura di funzionario (con posizione organizzativa), il quale magari nel tempo ha dimostrato anche di saper svolgere bene il suo compito istituzionale, e non potendo mandarlo via (perché si tratta di un dipendente a tempo indeterminato), si decide di affiancargli un altro funzionario a tempo determinato. La motivazione, la cui banalità rasenta veramente la presa in giro dell’intelligenza altrui, è che in questo modo si “razionalizza” il lavoro dei vari uffici.

Ovviamente, qui non si vuole certo entrare nel merito delle scelte, né tanto meno si vuole sindacare sulle qualità e capacità tecniche dei prescelti. Ancora meno la mia intenzione è quella di dar luogo a polemiche sulle modalità selettive con cui essi sono stati individuati. Abbiamo chiarito poc’anzi che è proprio la legge, approvata da un parlamento e promulgata da un presidente della repubblica, con tanto di benedizione della corte costituzionale, a contenere in sé ogni possibile e immaginabile strada per evitare lo svolgimento di un concorso. A questo punto, possiamo ben dire che sono sprovveduti quei politici che non ne approfittano!

Peccato che quegli amministratori locali, prima di avventurarsi in queste scelte, dovrebbero chiarire ai cittadini cosa c’era di irrazionale nell’organizzazione e nel lavoro di prima, e soprattutto perché per razionalizzare il lavoro c’è bisogno di spendere altri soldi pubblici, pagando per uno stesso lavoro due stipendi (e due posizioni organizzative) anziché uno…

Vincenzo Ruggiero Perrino