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Gigaset E560: Un Senior Cordless!

Oggi sotto la nostra lente c’è un prodotto realizzato da Gigaset, una azienda tedesca che si è imposta sul mercato telefonico realizzando prodotti di altissima qualità.
La casa produttrice ha realizzato questa unità con il nome in codice di “Whale”, si tratta del Cordless E560 destinato ad un mercato prettamente Senior, con caratteristiche che ne facilitano l’utilizzo e che vengono in contro a tantissime necessità e problematiche che si potrebbero riscontrare. Potenza, robustezza ed eleganza dunque i punti fermi di questo “mammifero marino”, scopriamolo insieme!

Confezione e contenuto

Il cordless ci arriva all’interno di una scatola Interamente realizzata in cartone, sulla stessa possiamo apprezzare il badge della casa produttrice e un’immagine dettagliata dell’E560 con annesse caratteristiche tecniche.

All’interno troviamo oltre al cordless e alla manualistica, il cavo per installare il device alla linea telefonica, l’alimentatoredue pile AAA ricaricabili e la base. Dotazione dunque ricca di accessori di alta qualità!

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Installazione e configurazione

41BAPiKuCMLL’installazione di questo cordless è davvero molto facile ed intuitiva.
Per prima cosa bisogna inserire, nel vano batterie posto sul retro, le due pile AAA presenti in dotazione e successivamente collegare l’alimentatore ed il cavo telefonico al di sotto della base.
A questo punto non ci resta altro che accendere il portatile, impostare la data ed ora e posizionarlo sulla base per la configurazione.
Nel caso in cui si voglia impostare un’altra lingua rispetto a quella in italiano settata di default, è possibile farlo nelle impostazioni dove troviamo ben 21 lingue.
Apprezzata la possibilità di trasferire le voci della rubrica via DECT (Digital Enhanced Cordless Telecommunication) da telefono portatile a telefono portatile. È possibile inserire fino a 150 contatti nel dispositivo.
In un secondo momento si possono scegliere le preferenze generali del telefonino, come la suoneria o il volume.

Materiali e caratteristiche

Iniziamo parlando della base, essa è di un colore grigio chiaro e superiormente ha un pulsante che se premuto richiama il cordless per eventuale smarrimento o configurazione mentre al di sotto ci sono gli ingressi per il cavo di linea e l’alimentazione. Non manca ovviamente il foro per alloggiare il telefono con dei pin per il collegamento. Base che risulta comunque molto stabile grazie ai quattro gommini posti in prossimità degli angoli sottostanti.

Il cordless restituisce un ottimo feedback visivo e tattile grazie all’alta qualità dei materiali con i quali è costruito.
Il prodotto vanta di linee eleganti e sobrie, l’intero corpo è realizzato in plastica di ottima fattura, egregia la maneggevolezza e l’ergonomia.

Sul fronte troviamo una grande tastiera alfanumerica retroilluminata con tasti di dimensioni importanti e tecnologia poly dome.
La corsa dei tasti è piacevole, gli stessi sono leggermente gommati e si percepisce molto bene la pressione, anche grazie ad un segnale sonoro.
Superiormente troviamo i tasti direzionali per spostarsi fra i menù, il tasto per attivare il viva voce, quelli per agganciare o avviare una telefonata e dei tasti funzione per chiamate interne, segreteria o notifiche di chiamate perse. A tal proposito dichiaro il nostro apprezzamento per il LED presente nel tasto funzione sinistro che si illumina ad intermittenza nel momento in cui si ha una notifica, come una chiamata persa.

7bce85a0-f90e-464d-8b70-dfffabac5bb8.jpg._CB279553420__SR300,300_Poter comporre un numero di telefono per qualcuno può non essere così facile, ma con la linea senior di Gigaset tutto cambia. Il grande display di Gigaset E560 è illuminato, a colori e con i numeri grandi, per offrire una leggibilità ottimale anche per chi porta gli occhiali. La tastiera illuminata, ha tasti grandi, distanziati tra loro e ben visibili. Così ti sarà più semplice telefonare anche in condizioni di scarsa luminosità.

 

Un plus di questo cordless è rappresentato dai quattro tasti di chiamata rapida con funzione SOS posti in alto, premendo il tasto SOS infatti verranno chiamati tutti gli altri numeri in sequenza e in modo automatico; molto utile in caso di emergenza. Tutti i numeri sono settabbili nelle impostazioni.

È possibile memorizzare i numeri di telefono particolarmente importanti sui 4 tasti7cec6520-c56a-49ca-80fe-572b121d84c7.jpg._CB279553128__SR300,300_

di chiamata rapida. Semplicemente con una breve pressione del tasto, il telefono compone il numero memorizzato. Il Tasto A è dotato di una particolarità, può essere usato anche come tasto SOS, per le chiamate di emergenza.

Puoi memorizzare fino a 4 numeri SOS, che possono essere di amici o parenti oppure delle forze dell’ordine.

Non può mancare ovviamente il display, esso è a colori e vanta di una diagonale pari a 1.8 pollici per una risoluzione di 160×128 px.
Lo schermo si vede molto bene anche sotto luce diretta del sole grazie ad un’alta luminosità e a colori visualizzati prettamente in contrasto come il bianco su nero.
Sul lato destro c’è il bilanciere del volume mentre sul retro troviamo il vano batterie e in alto un LED che funge da torcia, attivabile dal menù o con il tasto di selezione rapida.

Specifiche tecniche
  • Componente mobile, H x L x P in mm: 170 x 55 x 3015e41318-12a5-4c6f-8376-225f11e423dd.jpg._CB279553093__SR300,300_
  • Componente mobile, peso comprese batt. in g: 140
  • Base, H x L x P in mm: 45 x 90 x 120 / 45 x 165 x 120 (AM)
  • Base, peso in g: 90 / 250 (AM)
  • Base di carica, H x L x P in mm: 35 x 70 x 75
  • Base di carica, peso in g: 40
  • Batterie: 2 x NiMH AAA

Qualità audio

L’audio è ovviamente al top della qualità. Gigaset dedica ingenti risorse in ricerca e sviluppo proprio per incrementare costantemente la sua ben nota prerogativa di eccezionale strumento di comunicazione.
L’E560 non esula da questa particolarità ed è dotato di qualità audio HDSP, compatibile con gli apparecchi acustici, che garantisce una ricezione senza interferenze.
Grazie all’eccellente qualità audio in modalità vivavoce, l’apparecchio può essere utilizzato anche senza alcuna difficoltà quando l’utente ha le mani occupate.
Il microfono e l’altoparlante del Gigaset E560 sono perfettamente sincronizzati e colpisce la brillantezza del suono, dovuto alla massima velocità di commutazione tra microfono e altoparlante.

8_E560-Serie_Hoergeraetekompatibel_400x480I cordless Gigaset E560 e E560A sono compatibili con apparecchi acustici (HAC) in conformità con la normativa europea P.370 ITU-T. I nostri telefoni cordless in tal modo rendono possibile per gli utenti con apparecchi acustici di effettuare chiamate senza fastidiosi fischi di sottofondo.

 

 

I volumi di questo cordless risultano essere differenziati, infatti dalle impostazioni è possibile regolare il volume della suoneria per chiamate interne ed esterne, dei tasti e della capsula auricolare.

L’audio in chiamata si può impostare durante l’esecuzione della stessa grazie ai pulsanti posti alla destra, ci sono cinque possibilità di regolazione, l’ultima con un boost importante, consiglio però di utilizzarla solo se si hanno problemi di udito, altrimenti potrebbe causare fastidi in un utilizzo prolungato.

Ascoltare ed essere ascoltati

Questa è la differenza che rende una conversazione piacevole. Gigaset E560 è dotato di un audio molto alto che ti permette d2_E560-Serie_Extra-Laut_400x465i sentire ogni singola parola anche in ambienti rumorosi. É dotato di ben 5 livelli di volume e di un tasto laterale per regolare l’audio anche durante una conversazione. Inoltre Gigaset E560 si completa di 20 suonerie con volume regolabile. Anche le chiamate in Vivavoce saranno nitide e chiare grazie alla qualità del microfono e ai 5 livelli di regolazione del volume anche in vivavoce. Inoltre il telefono è dotato dell’esclusione della suoneria in fasce orarie stabilite da te e per le chiamate anonime in arrivo, per esempio i call center che ti chiamano con numero anonimo. 

Privacy e funzionalità

Gigaset E560 è equipaggiato con alcuni servizi di grande utilità: “non disturbare” e “monitoraggio”.
Gigaset ha sviluppato questi servizi consapevole del fatto che un cordless non è soltanto uno strumento di comunicazione o un complemento d’arredo, ma anche un potente strumento di difesa della privacy e di monitoraggio di altri ambienti della casa.
Durante determinate fasce orarie a scelta si può impostare il telefono affinché non squilli. Tutte le chiamate verranno segnalate solo visivamente e memorizzate nella lista delle chiamate perse, per essere controllate successivamente.
Questo servizio, come quello che agisce sulle chiamate anonime, trova applicazioni sia professionali che domestiche.
In ufficio, ad esempio, si può gestire una riunione importante senza interruzioni, mentre a casa si può impostare l’E560 affinché non squilli di notte o durante il pranzo o la cena.
Anche se la chiamata è anonima, ossia quando il chiamante non è identificato, è possibile impostare il telefono sul muto.
Inoltre è possibile disattivare tutte le suonerie in modo rapido premendo a lungo il tasto «*».
La funzione monitoraggio (sorveglia ambiente), è estremamente utile ad esempio come “sorveglia bimbo”.
Si può assicurare al bimbo un sonno tranquillo nella sua cameretta perché li il telefono non squillerà, ma contemporaneamente si potrà controllare il riposo del piccolo. Infatti se il bimbo dovesse piangere il portatile squillerà e si potrà ascoltare cosa avviene nel locale dove è stato lasciato il portatile di monitoraggio.

Non_Disturbare_web_2_02Funzioni “non disturbare” per la tranquillità che cerchi. Per i momenti in cui la tua tranquillità è tutto, Gigaset ha pensato al bisogno di non essere disturbati dal suono del telefono e dalle telefonate indesiderate. Per questo il cordless Gigaset E560 / E560A è dotato delle Funzioni Non Disturbare* che ti permettono di gestire le chiamate in arrivo, per evitare che il suono di una telefonata arrivi proprio in quei momenti inopportuni. Si può impostare una determinata fascia oraria in cui la suoneria del telefono viene disattivata. Per esempio durante il sonnellino pomeridiano del bambino, la sera durante la cena, durante tutta la notte o durante una riunione in ufficio. Le chiamate in arrivo verranno solo visualizzate sul display e rimarranno memorizzate nella lista delle chiamate perse. Così puoi vedere chi ti ha chiamato e richiamare tu in un secondo momento. Oppure si può attivare la protezione dalle chiamate anonime, che esclude la suoneria delle telefonate provenienti da chiamate anonime, ovvero chi ti chiama con numero nascosto. Chi chiama e nasconde il proprio numero sente la linea libera, ma il telefono Gigaset non squilla. Con queste funzioni la nostra tranquillità è quasi assicurata!

Autonomia

Questo “mammifero marino” ha un’autonomia di riferimento, davvero molto prolungata! Si ha una durata in standby fino a 320 ore mentre la durata in chiamata è di 14 ore.

Ecologico

10_E560-Serie_EcoDect_300x333Il Gigaset E560 è rispettoso dell’ambiente oltre che del portafoglio grazie alle esclusive soluzioni Gigaset ECO Plus di 2° generazione ad alta efficienza energetica. L’apparecchio registra un bassissimo consumo di corrente, con un risparmio del 60% grazie all’ alimentatore Energy saving.
Il portatile vanta radiazioni particolarmente basse – la potenza di trasmissione si riduce automaticamente a seconda della distanza tra il ricevitore e la stazione base.

 

Segreteria telefonica

Il Gigaset E560 è disponibile anche con una segreteria telefonica integrata. Gigaset E560A offre fino a 25 minuti di registrazione. Grazie alla funzione vivavoce con acustica cristallina, la base può essere utilizzata anche come un telefono autonomo.


Gigaset E560A


S6_E560-Serie_Anrufbeantworter_DE_400x480ei spesso in viaggio e non si vuole perdere nessuna chiamata? Il telefono cordless Gigaset E560A con segreteria telefonica è perfetto.  I tasti grandi presenti anche sulla base ti consentono altrettanto comfort. La stazione base offre un’ottima acustica in modalità vivavoce ed è allo stesso tempo un telefono indipendente con i tasti di selezione rapida e la funzione di chiamata d’emergenza.  Inoltre, la segreteria telefonica fornisce 25 minuti di registrazione messaggi, ascoltabili dalla base, dal portatile e dal cellulare. Il messaggio d’annuncio è preimpostato oppure personalizzabile.

Galleria fotografica

Conclusione

Gigaset sviluppa e produce i suoi telefoni cordless in Germania, aderendo quindi agli standard più elevati. Il “Made in Germany” è un brand che non si riferisce solo alla tecnologia, ma anche alla progettazione e all’innovazione. Questo telefono portatile dunque è ideale sia per quella fascia di utenza Senior che cerca facilità d’uso, sicurezza e maneggevolezza sia per coloro che vogliono funzionalità top miste ad un design semplice ma pur sempre elegante ed accattivante!

Gigaset E560 è in vendita al prezzo di € 74,99 mentre il modello Gigaset E560A con segreteria al prezzo di € 84,99.


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SACRA FAMIGLIA di Vincenzo Ruggiero Perrino – Episodio 15

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 15

Nazareth, anno 1 a. C.

Usciti da scuola, Gesù e Giovanni hanno deciso di far visita a Giuseppe, il quale, poiché il cantiere di Sepphoris resterà fermo per qualche settimana, ha ripreso di buona lena il suo secondo impiego: vendere frittelle per strada.

«Comunque, io penso che zio Giuseppe sia veramente in gamba… Cioè, non è come tutti quegli sfaccendati che perdono tempo quando non lavorano. Lui è riuscito ad inventarsi un secondo lavoro», esordisce Giovanni.

«Già, mio padre è forte! E devi dire che a vendere le frittelle guadagna più che a fare il costruttore a Sepphoris!», replica l’altro.

«Meglio così, no?».

«Direi!».

«E, poi, diciamola tutta: le frittelle che fa tuo padre sono proprio ottime!».

«Per questo la gente fa la fila per comprarle!».

Cammina cammina, i ragazzi giungono nella strada adiacente il mercato, dove Giuseppe ha piazzato il suo banchetto da venditore.

«Ecco!», esclama Gesù, «che ti dicevo? Guarda che fila che c’è già!».

I due si avvicinano al padre/zio, che nel vederli li saluta: «Ue’, ragazzi, già finita la lezione?».

«Sì, zio, una noia che non ti dico».

«Come mai da queste parti?».

«Pa’, che domande! Ci siamo detti “andiamo a vedere come procede il lavoro”, e siamo venuti qui!».

«Ah, ecco, e io che pensavo che volevate assaggiare una mia frittella… Mi sono sbagliato… Vorrà dire che quelle che volevo dare a voi, le venderò a questo signore…», dice, alludendo al primo della fila che aspetta di avere la sua frittella.

«Beh, zio, se ce ne fai assaggiare una, noi mica rifiutiamo!».

Giuseppe scoppia a ridere e porge una frittella ciascuno. Poi, mentre i ragazzi si siedono su delle pietre un po’ più in là, lui continua a servire i suoi clienti. Dopo un po’ di tempo, la fila è stata smaltita: tutti hanno avuto la loro frittella, la borsa con i soldi è piena, e adesso si può tornare a casa. Così, l’uomo comincia a mettere in ordine le sue cose; i ragazzi gli si avvicinano per aiutarlo.

Poco più in là, dall’altro lato della strada, uno storpio, vestito di stracci, si muove verso il terzetto con il suo passo claudicante, strisciando una gamba e appoggiandosi ad un lungo e nodoso bastone.

«Aspetta! Aspetta!», grida verso Giuseppe, agitando il braccio.

«Cosa succede?», chiede l’altro.

«Stai andando via?», domanda appena giunge vicino a Giuseppe.

«Sì. Ormai si è fatto tardi, e ho finito tutte le frittelle che avevo preparato».

«Maledico questa gamba che non funziona come dovrebbe, che mi ha fatto fare tardi!».

«Via, non mi sembra sia il caso di prendersela tanto. Domani sarò di nuovo qui e potrai mangiare una mia frittella», replica l’altro.

«Tu non puoi capire. Ho chiesto l’elemosina al mercato per un’intera giornata per poter comprare una tua frittella. E ora, dopo tanta fatica, dovrò restare digiuno fino a domani».

«Se l’avessi saputo sarei venuto io da te a portartene una».

«Lo so, tu non hai colpa. Io me la prendo con il cielo che mi ha fatto così!», dice l’altro, con un tono particolarmente arrabbiato, quasi come se sputasse veleno ad ogni parola.

Udite queste cose, Gesù interviene nel discorso.

«Cosa succede?», chiede.

«Ma ti pare il momento? Non vedi che è abbastanza arrabbiato?», gli fa notare Giovanni, cercando di trattenerlo per un braccio.

«Lascia, voglio soltanto parlare con lui».

Ascoltata la spiegazione dell’uomo, Gesù gli chiede: «Ma il Padre nostro che è nei cieli non ha voluto certo punirti, facendoti nascere con una gamba malata».

«Ah no? Ma non credo che vivere in queste condizioni sia un premio!», esclama l’altro in tono sarcastico.

«Dovresti semplicemente cercare di vivere al meglio che puoi, perché punizioni e premi verranno dopo la morte, non certo prima! Se tu fossi un attore, ti direi che in un certo senso questa è la parte che ti tocca interpretare, e devi farla bene, se vuoi che lo spettacolo abbia successo. E uno spettacolo ha successo o meno, dopo che è stato rappresentato».

«Ragazzo, ma mi vuoi forse prendere in giro?».

«Non mi permetterei mai».

«E ammesso pure che fosse come dici tu, desidererei, però, sapere perché, in questo “spettacolo”, proprio io debba fare il pezzente? Solo per me, la vita deve essere così tragica? E perché, per gli altri, invece tutte le cose devono andare bene? Non siamo forse tutti uguali davanti al tuo Dio? Perché, allora, la vita è tanto diseguale per ognuno, e a me è toccato vivere da miserabile e storpio? A me non sembra giusto che ad altri la vita dia maggiori gioie rispetto a me!».

A quel punto, Giuseppe e Giovanni guardano Gesù, quasi come se temessero che il loro figlio e cugino non riesca a replicare nulla a quell’uomo effettivamente tanto sfortunato, da non aver potuto avere nemmeno la gioia di gustare una frittella.

Invece, il ragazzo tira un bel respiro e poi comincia a dire: «Ti faccio un esempio, così per rendere meglio l’idea che ti voglio spiegare».

«Sentiamo».

«Se fossimo a teatro…».

«Di nuovo a teatro?».

«Sai, mio padre lavora proprio alla ricostruzione del teatro a Sepphoris, e si spacca la schiena e la mani per fare in modo che io possa crescere. E dunque il teatro è una cosa che conosco bene. E poi considera che il mondo è un po’ il teatro sul quale si affaccia lo sguardo del nostro Signore…».

Il mendicante annuisce senza replicare alcunché.

«In una rappresentazione è degno di lode sia colui che la parte fa del mendicante (che però si dedica a quella piccola parte con tutta la passione e il suo impegno), sia colui che rappresenta il re. Entrambi sono uguali nel meritare l’applauso del pubblico. L’importante è far bene la propria parte, indipendentemente da quale essa sia».

«Cioè?».

«Tu pensa a vivere secondo la volontà di Dio, e vedrai la tua ricompensa sarà pari a quella di un re o di uno scriba. E, affinché non tu non ti affigga ritenendo che Dio ti abbia voluto condannare, ti dico che, ai suoi occhi, il ruolo del re non è giudicato migliore, se il povero, con ogni impegno, avrà ben vissuto. Entrambi avranno la ricompensa per come hanno agito».

«Tu dici?».

«Dico dico. Nel teatro di Dio, il primo attore è pagato tanto quanto il trovarobe, e tanto quanto l’ultima comparsa senza nome. La cosa importante che devi tenere sempre a mente è che, quando calerà il sipario, Dio giudicherà il tuo impegno nel sostenere la parte che ti è stata data».

Segue un lungo silenzio. Giuseppe e Giovanni guardano ora Gesù, ora l’altro uomo. Alla fine questi esclama: «Grazie, ragazzo, per avermi detto queste cose. Forse, mi sono arrabbiato inutilmente. Anche perché alla fine, pur arrabbiandomi, non è che la mia gamba riprende a funzionare, o mi arricchisco e non sono più povero! Proverò a vivere meglio le mie giornate».

«Bravo!».

«Allora io vado. Domani tornerò per avere la mia frittella!», esclama finalmente tranquillo l’uomo.

«Va bene», riesce appena a dire Giuseppe, sorpreso del cambiamento di umore che le parole del figlio hanno provocato in quel poveretto.

«Ah dimenticavo. Io la mia frittella prima non l’ho mangiata. Tieni prendi la mia!», gli fa Gesù.

Quell’altro non riesce a spiccicare nemmeno una parola, ma prende dalle mani del ragazzino la frittella e comincia a piangere. Poi, ringraziatolo, se ne ritorna lentamente da dove era venuto.

«Figliolo, ma perché aspettare che quello si arrabbiasse e sbraitasse come ha fatto? Visto che non avevi mangiato la tua frittella, non potevi dargliela subito, così che non dovevamo sorbirci tutte le sue lagne?», chiede Giuseppe, mentre tutti e tre prendono la via del ritorno.

«No, altrimenti, domani avrebbe fatto altrettanto, se non peggio».

«Cioè?», gli chiede Giovanni.

«Era necessario fargli capire come stanno le cose, e fare in modo che capisse che il Signore non ce l’ha con lui. Solo così poteva fare pace con Dio».

Nipote e zio si guardano perplessi.

«Cosa c’è?», chiede Gesù.

«Non è mica tanto chiaro quello che hai detto, caro cugino!».

«Vabbè, diciamo che…».

Giuseppe e Giovanni lo interrompono e all’unisono finiscono la frase: «… tutto sarà più chiaro tra una trentina di anni!».

I tre scoppiano a ridere e proseguono la strada verso casa.

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Il Serpente Prudente – Esortazioni quaresimali: 3) la vera elemosina

n. 27 (27/03/2017)

“Esortazioni quaresimali: 3) la vera elemosina”

Siamo giunti alla terza e ultima puntata riguardante le esortazioni quaresimali in vista della prossima Pasqua. Così, dopo aver detto qualcosa sul senso “pratico” della preghiera e su cosa bisognerebbe realmente fare per un “giusto” digiuno, oggi proverò a riflettere con voi sul senso che potrebbe avere la “vera” elemosina.

Normalmente e generalmente, l’elemosina, anche dai più ferventi cristiani, viene intesa come il lasciare quattro spiccioli nel bicchiere di carta, che qualche sedicente bisognoso regge in mano fuori la chiesa o all’angolo di qualche piazza. Altri, intendono l’opera di carità come un’azione da compiere nel momento in cui succede una sciagura o un cataclisma: si verifica un terremoto, ed ecco tanti che si mettono ad inviare un sms di solidarietà che, a detta di chi attiva il numero verde, farà arrivare ai poveri terremotati uno o due euro. Altri ancora si lanciano nella beneficenza a distanza: compilano un bollettino postale e inviano a qualche onlus un centinaio di euro all’anno, che serviranno a far mangiare e studiare un bambino per un anno intero…

Insomma, l’elemosina, cioè – secondo il vocabolario della lingua italiana – “ciò che si dona ai poveri per carità”, viene sempre intesa come un’azione a distanza, e sempre e comunque un dare una (irrisoria) cifra in denaro. Talmente generalizzata è questa idea di elemosina, che di fatto è stata adottata anche da pigri parroci e dai fin troppo attivi politici. I primi, nei momenti clou del calendario liturgico organizzano delle raccolte di denaro (con tanto di buste per rendere anonima la donazione), da mandare a questa o quella missione nel terzo mondo; i secondi fondano sulle donazioni televisive, telematiche, o telefoniche, per sovvenzionare la ricerca scientifica, gli aiuti umanitari, e probabilmente anche le attività dei loro partiti.

Presumo, che l’elemosina che si riduce al privarsi di pochi spiccioli, giusto per non sentirsi i lamentosi richiami dei poveri in strada, o per lavarsi la coscienza nel caso di una circostanza più drammatica, c’entri pochino con il senso “vero” che questa forma di carità debba avere per il cristiano di oggi.

Un ottimo punto di partenza è, per una volta, l’etimologia del termine. Elemosina è una parola che deriva dal greco, lingua nella quale essa esprimeva – guarda un po’ – la misericordia, la compassione. E, se la misericordia è il sentimento di intima commozione e attiva partecipazione all’altrui infelicità e miseria (morale e spirituale), è chiaro che l’elemosina non può limitarsi ad una banale regalia di denaro, oltretutto fatta per far vedere quanto siamo generosi. Infatti, lo stesso Gesù critica la ricerca della pubblica lode e della conferma di sé nell’atto di fare l’elemosina (Mt. 6, 1-4).

Dunque, quale potrebbe essere l’atteggiamento della vera elemosina? Se dev’esserci un’intima commozione (cioè un “muoversi con”), la prima cosa da fare è capire di cosa ha realmente bisogno il prossimo (cioè colui che ci è accanto, che non è per forza un amico o un parente, ma può ben essere un collega di lavoro, il cameriere del bar, o il cliente del negozio).

In tempi come questi dove la maggior parte degli uomini, da un punto di vista materiale, ha ben più di ciò di cui ha realmente necessità, i bisogni sono piuttosto di carattere morale che economico. Il più delle volte l’infelicità, benché proiettata sulla mancanza di un oggetto, di una somma di denaro, o di un bene specifico, è in realtà dovuta ad altro: solitudine, senso di inadeguatezza, incomprensione, incapacità di dialogare.

Una volta che ci si è mossi con il prossimo per capirne il disagio profondo che lo affligge, bisogna fare ben attenzione a non cadere in un equivocato senso della misericordia, e cioè l’empatia. L’empatia è quel sentimento che porta ad immedesimarsi nell’altrui sofferenza, ma in una forma passiva, di una condivisione soltanto esteriore, senza un’intima condivisione. Diciamo pure che l’empatia è una forma di compiaciuto crogiolarsi nell’infelicità altrui, cercando di provare anche noi la stessa cosa.

La vera misericordia, e dunque la vera elemosina, in realtà non può limitarsi ad una mera presa di coscienza del bisogno altrui, cercando di provare le stesse emozioni e sensazioni che l’altro prova (il che, oltretutto, non è nemmeno una cosa tanto semplice da fare).

C’è poi un altro dettaglio da non trascurare. Nel Deuteronomio (15, 10) leggiamo: «Dai generosamente e, mentre doni, il tuo cuore non si rattristi». Ciò significa che la carità richiede, anzitutto, un atteggiamento di gioia interiore. Offrire misericordia non può essere un peso o un dovere formale, come spesso accade quando compiliamo i bollettini per l’adozione a distanza.

Pertanto, all’attività e al fare, deve unirsi la consapevolezza della fede. In altre parole, questa dimensione “attiva” della vera elemosina, fa pendant con la concretezza della preghiera e del digiuno di cui parlavamo nelle due puntate precedenti. Soltanto chi ha vera fede sa come pregare, sa di cosa digiunare, e sa essere misericordioso verso il prossimo.

Il vero cristiano non può professare una fede soltanto nelle intenzioni o nelle parole: c’è la necessità di un atteggiamento di concretezza e di “tangibilità” nell’essere cristiani. Anche gli scribi e i farisei si ammantavano di una religiosità tutta esteriore. Non dubito che anche essi, vedendo la miseria e la fame del popolo, potevano provare quel sentimento di empatia e commiserare l’indigenza di quelli, ma non andavano oltre il donare loro parte delle offerte del tempio.

A noi invece è richiesto di essere misericordiosi come lo è il Padre: e la misericordia del Padre si è sempre manifestata in qualcosa di tangibile e concreto, senza limitarsi ad un piagnisteo del tipo: «Oh, poveri uomini, come capisco la vostra sofferenza». No: quando il popolo aveva fame, la manna dal cielo è caduta veramente…

Del resto, è Paolo (che era un uomo esattamente come noi) ad aver compilato un adeguato vademecum di cosa fare: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta».

Difficile non è: basta solo un po’ di sana coerenza tra ciò che affermiamo e ciò che mettiamo in pratica.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – “Esortazioni quaresimali: 2) il vero digiuno”

n. 26 (20/03/2017)

“Esortazioni quaresimali: 2) il vero digiuno”

Come accennato nella puntata di lunedì scorso, con l’approssimarsi della Pasqua, vorrei riflettere insieme con i lettori sulle tre esortazioni pasquali alla preghiera, al digiuno e all’elemosina. La volta passata ho cercato di riassumere un po’ di idee sul senso della preghiera, da intendersi più come dialogo (e quindi con momenti di ascolto, oltre che di discussione), che non come attività monologante (con richieste di stampo do ut des). Oggi, cercherò di dire qualcosa sul digiuno.

Analogamente a quanto avviene per la preghiera, la pratica del digiuno – complice un’equivocata interpretazione secolare veicolata anche dai pulpiti – è stata e tuttora è largamente fraitesa, venendo per lo più limitata ad una scrupolosa osservanza di una regola dietetica. Del resto la quaresima cade grosso modo all’inizio della primavera, e quale occasione migliore per evitare di mangiare questo o quel cibo, unendo l’utile al dilettevole in vista della non lontana “prova costume”?

Infatti, ricordo bene che da piccolo, soprattutto per il mese mariano, chi più chi meno si impegnava a tener fede ai cosiddetti “fioretti”, che avevano tutti a che fare con l’alimentazione. C’era, così, chi per l’intero mese di maggio non mangiava dolci e gelati, chi invece si privava della pizza, chi delle patatine. Ricordo che una volta, un mio conoscente si nutrì di pane ed acqua per tutti i trentuno giorni del mese!

Nella storia della chiesa, tanti santi, a cominciare da Francesco d’Assisi, praticavano spesso e volentieri l’astinenza dal cibo. E, se guardiamo indietro nella storia dell’umanità, scopriamo che il digiuno terapeutico non è una pratica moderna: già Platone, Socrate e Plutarco lo praticavano perché ritenevano che migliorasse le loro prestazioni fisiche e mentali; gli arabi e gli egiziani lo consigliavano come cura per tutte le malattie.

In generale, nelle tradizioni religiose ed esoteriche il digiuno è visto come una tecnica utile per riconnettersi al divino. E pare addirittura che anche la laicissima scienza ne abbia dimostrato la grande efficacia: basta non mangiare per 24 ore, per innescare dei processi benefici in tutto il corpo, dal cervello al cuore e fino a fermare la crescita del cancro. Prestigiosi scienziati americani hanno confermato che un semplice digiuno di 24 ore, meglio se ripetuto periodicamente, fa aumentare la resistenza del corpo, consuma più colesterolo, riduce il numero delle cellule adipose e, non ultimo, diminuisce il rischio di diabete e malattie del cuore e può arrestare il cancro.

Tuttavia, ancorché benefico per il corpo, non necessariamente il digiuno – inteso come astinenza dal cibo – è benefico per lo spirito. Vero è che Gesù fu condotto nel deserto per essere tentato dal diavolo, e dopo aver digiunato 40 giorni e 40 notti alla fine ebbe fame (Mt. 4, 1-2). Il tentatore gli disse: «Se sei figlio di Dio fa che queste pietre siano pane». Egli rispose: «Non di pane soltanto vivrà l’uomo». Per logica, è possibile affermare che non rinunciando al solo pane si salverà l’uomo! E, infatti, è sempre Matteo che ricorda (15, 11) l’ammonimento di Gesù: «Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!».

Su questa preziosissima traccia possiamo allora capire qual è il senso del vero digiuno (che, ovviamente, non può essere disgiunto dalla pratica della vera preghiera), fermo restando che, se tradizioni e da ultimo anche la scienza ci consigliano di rinunciare a qualcosa da mangiare, male non facciamo a nutrirci in maniera più sana.

Per esempio: piuttosto che rinunciare alla pizza o ai gelati, ci si potrebbe sforzare di astenersi dal giudicare gli altri (pratica nella quale, me in testa, siamo particolarmente specializzati), e cercare invece di capire le ragioni degli altri e provare ad avere con loro un confronto costruttivo.

Ci si potrebbe astenere dall’avere comportamenti arroganti e offensivi verso i colleghi di lavoro, e cercare di sopportare le manchevolezze altrui (che alla fine non sono mai più gravi delle nostre).

Un atteggiamento che oggi va per la maggiore (a cominciare da chi scrive) è quello di essere sempre scontenti, lagnosi e soprattutto scoraggiati, come se chissà quali irrecuperabili sciagure ci siano piovute tra capo e collo. Piuttosto, sarebbe un ottimo digiuno quello di mostrare gratitudine per quel poco di buono che si riesce a combinare quotidianamente (che non è il puro e semplice guardare il bicchiere mezzo pieno, bensì un rimboccarsi le maniche e cercare di cambiare quello che è in nostro potere cambiare, confidando nell’aiuto di Dio).

Spesso, soprattutto ascoltando le notizie riguardanti i nostri degni rappresentanti politici, ci mostriamo risentiti e arrabbiati dei privilegi di cui godono loro. Ecco: un buon digiuno sarebbe quello di ammettere che, in fin dei conti, dal portiere del palazzo al presidente della repubblica, dal parcheggiatore abusivo al capo cosca mafioso, tutti, ma proprio tutti, abbiamo i nostri privilegi ai quali restiamo attaccati saldamente, chiedendo che siano sempre gli altri a riunciare ai propri.

Ancora: un altro proficuo digiuno (salutare anche per la salute del corpo oltre che dello spirito) è quello di astenersi dal preoccuparsi del domani: tutti, anziché vivere l’oggi (e affrontare i problemi dell’oggi), vivono sempre proiettati verso i problemi del giorno dopo, con la conseguenza che non risolvono né i problemi più vicini, né quelli più lontani. E può anche capitare che ci prefiguriamo scenari fastidiosi, problematici o irrisolvibili, che poi si rivelano essere soltanto sciocchezzuole che non richiedono più di un quarto d’ora di tempo.

Un digiuno che farebbe bene a tanti potrebbe essere quello di astenersi dagli atteggiamenti di superiorità, come se il destino dell’umanità dipendesse sempre e soltanto da noi, come se nessun altro fosse capace di fare quello che facciamo noi. Bisognerebbe invece assumere un comportamento più umile: tanto, in ufficio, in famiglia, tra gli amici e finanche tra i nemici, se non ci fossimo noi, si andrebbe avanti ugualmente, perché se una cosa non la facciamo noi la potrebbe tranquillamente fare qualche altro.

Insomma: bisognerebbe imparare a vivere il digiuno non come pratica privativa, ma come pratica propositiva, cercando di evitare quei comportamenti usuali e facendo qualcosa di diverso e di migliore, che normalmente non facciamo mai. Altrimenti, nel migliore dei casi saremmo dei buoni farisei e scribi, che continuano ad osservare superficialmente una regola, ma che continuano a mettere il vino nuovo in recipienti vecchi…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Esortazioni quaresimali: 1) la vera preghiera

n. 25 (13/03/2017)

“Esortazioni quaresimali: 1) la vera preghiera”

Ieri è stata celebrata la seconda domenica di quaresima, periodo dell’anno che i cristiani autentici dovrebbero dedicare particolarmente a tre attività (le quali, a ven vedere, dovrebbero essere vissute nella quotidianità di tutti i giorni). Esse sono: la preghiera, il digiuno, l’elemosina. Si tratta di tre modi complementari di vivere in maniera responsabile la propria fede. E non a caso, concludendo la prima puntata dell’anno de Il serpente prudente, auguravo a me stesso e ai lettori che il 2017 potesse essere per ognuno l’anno della responsabilizzazione. Poiché questa rubrica vuole porsi (tra l’altro) come occasione di riflessione consapevole e calata nel vissuto di tutti i giorni, mi sembra opportuno focalizzare l’attenzione sulle tre esortazioni quaresimali, dedicando a ciascuna di essere una puntata.

In questa di oggi cercherò (ovviamente senza alcuna pretesa di completezza) di dire qualcosa sulla preghiera, anche sulla scorta di qualche riflessione condivisa con il mio migliore amico. Preghiera sulla quale penso ci sia più di qualche fraintendimento.

Diciamo subito che la preghiera è il principale strumento di dialogo che il cristiano ha con Dio. Un dialogo che non può in alcun modo e in alcuna misura porsi all’esterno di un rapporto di fede (concetto, anch’esso viepiù frainteso con la mera fiducia; sul punto si veda quanto scritto nella puntata n. 17). Se la vera fede non deve limitarsi ad un atteggiamento di passiva fiducia in Dio, quasi come se a lui toccasse fare tutto il lavoro e a noi solo di goderne i frutti o di patirne le punizioni, di conseguenza anche la preghiera non può essere limitata ad un mero sgranare rosari, o ad una serie di richieste nella trita formula del do ut des. Il che, invece, è quello a cui normalmente si vincola il nostro pregare.

In secondo luogo, la preghiera, in quanto dialogo, presuppone anche una fase di ascolto. Questa dimensione dell’ascolto presuppone una disponibilità da parte del cristiano che va oltre la pura e semplice fiducia (nel qual caso si limiterebbe ad un vago “sentire”). L’ascolto è un modo di “entrare” dentro la parola, per capirla innanzitutto e viverla pienamente. Non a caso, quando Gesù porta con sé Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte, e innanzi a loro viene trasfigurato ed essi lo vedono chiacchierare con Mosé ed Elia, ciò che dice la voce del Padre è appunto: “Ascoltatelo”.

Che per noi, vissuti dopo duemila anni, diventa, per ovvi motivi, un “leggetelo e comprendetelo”, cioè comportatevi allo stesso identico modo in cui lui fa e vi dice di fare. Tanti, anche in ragione dell’antichità di certi racconti, e anche a causa di millenni di arzigogolate spiegazioni che si è voluto trovare a questo o a quel passaggio evangelico, possono essere facilmente portati a credere che Gesù parli per astrazioni, per concetti filosofici di difficile interpretazione.

Niente di più inesatto. Anzi, con molta probabilità la Bibbia in generale e i Vangeli in particolare sono quanto di più materiale e pratico sia stato mai scritto. Non un manuale di precettistica, al pari delle nostre sgangherate leggi civili, ma un vero e proprio vademecum di situazioni di sconcertante attualità e concretezza.

Perciò, la preghiera non può ridursi ad un “ho fame, fammi trovare da mangiare”, oppure ad un “sono povero, fammi vincere la lotteria”, o ancora “non mi piace il mio lavoro, fammene trovare un altro”. E poi aspettare che il cibo, i soldi o il nuovo lavoro piovano dall’altro. Se Dio esaudisse questi monologanti desideri, senza che ci sia la minima consapevolezza di cosa si chiede, e senza che ci sia il minimo impegno concreto da parte dell’uomo, negherebbe di fatto il libero arbitrio di cui ha fatto dono all’umanità. E Lui stesso diventerebbe qualcosa di più simile ad un mago che non una divinità!

Del resto, non si può essere buoni cristiani praticando una preghiera, del tipo: «Visto che vengo tutte le domeniche a messa, fammi trovare un lavoro, oppure fammi vincere la lotteria, o fammi guarire dalla malattia». Anche gli scribi e i farisei praticavano una rigida osservanza formale della legge, eppure questa osservanza solo epidermica non gli evitò di essere oggetto delle severe parole di Gesù.

E noi oggi assomigliamo piuttosto a scribi e farisei che non a veri cristiani, incapaci come siamo di ascoltare e di saperci mettere in un atteggimento di vera preghiera, che non è tanto un chiedere, quando un rendersi disponbili a seguire la parola di Dio.

Non a caso, consapevole che non era facile per i suoi contemporanei comprendere il senso della vera preghiera, fu proprio Gesù ad insegnargli come pregare. E nella preghiera che lui insegnò si parla di “fare la tua volontà”; “rimmetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo”. Cioè anche nel “Padre nostro”, è evidente che Gesù non insegna una preghiera che contiene richieste, ma una preghiera che contiene una messa a disposizione, un’attività in prima persona nel senso di compiere la volontà di Dio, osservare ciò che Egli dice. Solo in tal caso, la nostra richiesta potrà trovare esaudimento.

 Valga come esempio l’episodio (Lc. 11, 5-13) dell’uomo che si reca dall’amico a notte fonda per farsi prestare un po’ di pane. Ebbene, quello è un ottimo esempio pratico di “preghiera”, presupponendo che l’uomo deve comunque uscire di casa, andare dall’amico, bussare, sapere cosa chiedere, e soprattutto insistere perché gli dia ciò che chiede.

Dunque, la preghiera non è una mera richiesta, al pari di una domanda in carta da bollo, che ci verrà accolta o respinta a seconda del se l’abbiamo formulata correttamente o meno. Essa è piuttosto un “fare” qualcosa di concreto seguendo la volontà di Dio. Solo così, potremo dire al gelso “sradicati e vatti a piantare nel mare”.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Rassegna stampa: diritti civili?

n. 24 (06/03/2017)

“Rassegna stampa: diritti civili?”

Durante la settimana scorsa i giornali e le televisioni hanno portato nelle case degli italiani notizie di vario genere, tutte unite da un filo rosso, quello della sostanziale disinformazione, travestita da ostentata voglia di far sapere a tutti come stanno “veramente” le cose. Disinformazione che tocca il suo clou quando si affronta un argomento che sembra stare a cuore proprio a tutti: i cosiddetti diritti civili. Perciò, non dispiaccia ai lettori di questa rubrica se per una volta, piuttosto che concentrarci su un unico argomento, cercheremo di fare una panoramica dei fatti.

Leggo sull’illuminato e illuminante quotidiano locale “La Provincia” di domenica 26 febbraio che, a Roccasecca, l’unione di due giovani gay è stata siglata dall’ufficiale dell’anagrafe, fornendo al resto d’Italia un “esempio di civiltà”. L’occhiello dell’articolo dice che «la vicenda è stata esaustivamente affrontata sui social dagli stessi protagonisti. Secondo indiscrezioni anche il sindaco si sarebbe congratulato coi neo sposi”. Poi, l’autore del pezzo dichiara soddisfatto che «la cittadina di San Tommaso ha vissuto un momento di avanguardia etica e sociale». I giornalisti, si sa, amano salire sempre sul carro del vincitore: oggi va di moda parlare in favore dei gay, manco fossero dei perseguitati, e quindi ogni passo che si fa verso di loro rappresenta un’avanguardia etica. Invece, dare una sede dignitosa ad una classe di bambini per fare lezione a scuola, quella è trascurabile ordinarietà (a meno che non ci sia tra quelli un bambino gay!).

Sorvolando sul fatto che la storia d’amore di questi due ragazzi è stata sbandierata da essi stessi sui social network, come se si trattasse di aver scoperto la cura contro chissà quale rara malattia mortale – quando invece l’amore andrebbe “semplicemente” vissuto nel quotidiano senza troppe chiacchiere e senza troppe sovraesposizioni mediatiche – io non capisco perché il diritto civile di due gay venga sbandierato con più clamore dello stesso identico diritto civile di due etero.

Sono convinto che il valore etico di una persona prescinda tranquillamente dal modo in cui ha scelto di vivere la propria sessualità (a meno che tramite essa non arrechi offesa o pregiudizio al prossimo): ci sono persone pessime tanto tra gli omosessuali che tra gli etero (anzi a dirla tutta, essendo numericamente di più gli etero, di conseguenza le persone cattive sono per lo più ascrivibili tra queste).

Proprio in ragione di questa considerazione, e assodato che i cittadini sono uguali senza alcun tipo di distinzione, e hanno pari diritti e doveri (o almeno così abbiamo scritto nella nostra “bellissima” Costituzione), non capisco perché il matrimonio tra due maschi deve far più notizia di un matrimonio tra un maschio e una femmina? Siamo uguali? Ebbene che sia dato lo stesso spazio anche al matrimonio tra Tizio e Caia e non solo tra Tizio e Caio.

Del resto di questi tempi di superficialità e di facile disincanto, a fare notizia non dovrebbe essere tanto la celebrazione del matrimonio, quanto il fatto che il matrimonio duri più di un certo numero di mesi! E questo vale tanto per gli omo, quanto per gli eterosessuali.

Un altro diritto civile che larghe minoranze invocano per tutti è quello dell’eutanasia. La notizia di DJ Fabo, che è stato accompagnato in Svizzera affinché gli venisse praticata l’eutanasia, ha fatto piuttosto scalpore. Morto il ragazzo, che da qualche anno viveva in condizioni di assoluta cecità ed era tetraplegico a seguito di un incidente stradale, si è riaperto il dibattito sulla necessità di fare una legge ad hoc per la “fine vita”.  Come se, per fare una legge, deve per forza morire qualcuno e la cosa deve finire ovviamente in televisione.

Perché – è appena il caso di dirlo – non crediate che ad aver avuto la “morte felice” siano stati solo DJ Fabo, Englaro o Welby: probabilmente ogni giorno, in insospettabili ospedali italiani, qualcuno, familiare o sanitario che sia, stanco di veder ridotto ad un mezzo vegetale un paziente, stacca la spina. Con la sola differenza che sono morti silenziose e discrete, che evitano il canale mediatico.

Ora, come sempre, qualcuno dirà che bisogna fare una legge per morire dignitosamente; i vescovi diranno che non se ne parla proprio; i parlamentari, più attenti al loro magna magna, daranno una botta alla botte e una al cerchio; bu e ba per qualche settimana, e poi di nuovo silenzio.

Piuttosto, invece di pensare a morire dignitosamente, bisognerebbe educare la gente, laica o credente che sia, a vivere dignitosamente, che non vuol dire solo avere un lavoro e una paga dignitosa, ma comportarsi con dignità nei confronti di se stesso e del prossimo. E per vivere dignitosamente non serve una legge, ma un sistema di civiltà e consapevolezza autentica di ciò che si dice di credere e ciò che si fa, il quale per ora a me sembra drammaticamente sommerso da vuote chiacchiere.

Dopo domani è la festa della donna: su questa festa, mutatis mutandis, valgano le stesse considerazioni di reale parità che dicevo riguardo a gay e etero.

Sul supplemento domenicale de “Il Sole 24 Ore” di ieri apprendo che la Rivoluzione d’ottobre del 1917 trova un suo prodromo proprio nelle proteste femministe delle donne russe, che, a buon ragione, possiamo dire che innescarono le lotte che portarono all’instaurazione del socialismo in Russia.

Che le donne debbano essere pari agli uomini nei diritti e nei doveri è cosa sacrosanta. Tuttavia, tutta questa parità (che oltretutto resta in gran parte solo sulla carta) serva solo a far assomigliare le donne agli uomini. Somiglianza che si coglie soprattutto nei difetti e non tanto nei pregi. Invece, oggi più che mai la società necessità di donne che non abbiano tanto bisogno di scimmiottare i maschi per veder riconosciuta la loro importanza civile, quanto piuttosto di donne autenticamente coscienti del loro ruolo, tanto da portare la società ad una vera rivoluzione.

Infine, tra tanti diritti civili, ne vorrei invocare anche io uno, a nome di tutti i miei conterranei napoletani. Possiamo fare una legge per togliere la penna di mano a sedicenti giornalisti, che come lo scellerato Vittorio Feltri su “Libero” del 2 marzo, non potendosela più prendere con gli immigrati (sui quali hanno scritto già ogni agghicciante nefandezza possibile), riprende il vecchio mantra contro i napoletani, mettendo insieme cronaca (il presunto assenteismo sul lavoro), politica (le beghe degli ultimi giorni), sport (se perdono a calcio attaccano l’arbitro) e soliti luoghi comuni?

Vincenzo Ruggiero Perrino