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La Sacra Famiglia di Nazaret

SACRA FAMIGLIA di Vincenzo Ruggiero Perrino – Episodio 14

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 14

Nazareth, anno 1 a. C.

Il pomeriggio sta trascorrendo serenamente. Maria è appena uscita fuori casa per raccogliere qualche erba profumata con la quale insaporire il pesce che sta cucinando per la cena. Gesù, invece, ha appena riposto le tabulae, cioè le tavolette di legno ricoperte di cera, su cui ha scritto l’esercizio assegnato dal maestro di scuola per il mattino seguente. Si è accorto che lo stilus che ha adoperato finora ha sia la punta che l’altra estremità – quella per rispalmare la cera sulla tavoletta e poter così adoperarla nuovamente per incidere nuove parole – sono quasi del tutto consumate. E, inoltre, tra non molto, la cera sarà troppo rovinata e bisognerà stenderne un nuovo strato per poter adoperare ancora le tabulae comprategli da Giuseppe.

Già, Giuseppe… Il ragazzo pensa che il padre sia un po’ in ritardo, rispetto al suo solito orario.

«Ma’!», chiama da dentro.

La donna, che è ancora fuori, sentitolo, gli risponde: «Che succede?».

«Come mai papà ancora non torna?».

Però, Maria non riesce a sentire bene tutte le parole provenienti dalla casa, perciò gli dice: «Aspetta, non ti sento bene. Finisco di raccogliere un po’ di erba profumata e rientro».

Intanto, dalla casa più vicina, si affaccia un’altra donna. È Rebecca, che è una buona amica di Maria.

«Ciao, Maria», la saluta.

L’altra si volta, riconosce l’amica e risponde al saluto «Salute a te, Rebecca».

«Cosa fai di bello?».

«Raccolgo un po’ di erbe profumate per condire il pesce che sto cucinando per questa sera, mentre aspetto che torni Giuseppe».

«Anche mio marito Elia non è ancora tornato dal pascolo».

«E tu cosa stai facendo?».

«Ero in casa con mia figlia Veronica. Ha appena completato un disegno del mio volto, e volevo che tu lo vedessi».

Infatti, un attimo dopo, esce dalla casa anche una bambina, grosso modo dell’età di Gesù, recando in mano un foglio di papiro.

«Veronica, mostra a Maria, il disegno che hai fatto».

La ragazzina va verso l’altra per mostrarle il disegno. Proprio in quel momento, anche Gesù si affaccia sull’uscio, poiché ancora aspettava dentro che la madre rientrasse per rispondere alla domanda fattale qualche momento prima.

«Ma’!», fa lui, notando Veronica che mostra il papiro.

«Un momento! Questa nostra giovane vicina di casa mi sta facendo vedere una cosa», gli replica. Poi, visto il disegno, si rivolge alla bambina, dicendole: «Ma lo sai che è un disegno bellissimo? Il ritratto che hai fatto del volto di tua mamma è molto somigliante. Sei proprio brava!».

Veronica arrossisce per il complimento e, timida com’è, riesce solo a dire “Grazie”.

«Posso vederlo anche io?», chiede Gesù.

«Certo».

E mentre Maria invita Rebecca in casa per farle assaggiare il pesce che sta cucinando secondo una nuova ricetta da lei ideata, i due piccoli restano fuori.

«Però, sei veramente brava a disegnare», si complimenta Gesù.

«Se vuoi posso fare un ritratto anche del tuo viso», propone Veronica.

«Va bene».

«Ecco, lo farò sul retro del papiro sul quale ho disegnato mamma. Però tu devi restare fermo immobile, mentre io disegno».

«Mi siedo su quella pietra, così starò più comodo mentre tu disegni».

Così, Gesù si siede, e Veronica comincia a tracciare dei segni sul foglio di papiro con il suo calamo. Mentre l’opera sta prendendo forma, in lontananza appare una figura che si avvicina: è Elia, il papà di Veronica. Sta riconducendo il gregge nell’ovile, proprio a ridosso della sua casa.

Veronica, che è di spalle rispetto alla direzione dalla quale proviene il padre, non si è accorta del movimento dietro di lei, così Gesù la informa: «Ehi, tuo padre è di ritorno».

L’altra si volta e, visto il padre con le sue pecore, fa un gran sorriso di evidente felicità. Poi, posati a terra il foglio di papiro e il calamo con il quale sta disegnando, si alza e corre verso di lui per abbracciarlo.

«Papà, sei tornato!».

«Sì, piccola mia. È stata una giornata molto faticosa, a stare dietro a queste altre!», dice alludendo alle pecore del suo gregge.

«Dov’è la mia preferita?», chiede la ragazzina, riferendosi ad una piccola pecorella alla quale è affezionata, e che lei ama chiamare “Bianchina”, poiché il suo colore è di un bianco particolarmente intenso rispetto alle altre.

«Sicuramente è insieme alle altre».

«Posso andare da lei?».

«Certo! Tua madre è in casa?».

«No, è da Maria. Io stavo facendo un disegno a Gesù. Posso portare anche lui a vedere il gregge?».

«Sicuro che puoi!».

Veronica, allora, fa cenno a Gesù di seguirlo a vedere le pecore del padre e a fare conoscenza con Bianchina, mentre Elia si avvicina all’uscio di casa di Maria, per vedere la moglie. I bambini entrano nell’ovile e la ragazza si mette a cercare Bianchina, chiamandola per nome, sapendo che quella, sentendo la sua voce, sicuramente la riconoscerà.

«Bianchina! Qui, forza! Ti voglio far conoscere un mio amico!».

Girato tutto l’ovile, Veronica si accorge che la sua pecorella preferita manca dal gruppo.

«Gesù, Bianchina non è qui!».

«Com’è possibile?».

«Ti dico che non c’è!».

«Beh, penso sia il caso di dirlo a tuo padre».

Correndo i due ragazzi raggiungono Elia, che intanto è a conversare con le due donne in casa da Maria. In casa si accorgono che, nel frattempo, è rientrato anche Giuseppe, che saluta il figlio:

«Ehi, ragazzo, tuo padre è tornato!».

«Ciao, pa’. È successa una cosa!».

«Cosa?».

È Veronica a spiegare a tutti: «Siamo andati nell’ovile, perché volevo mostrare a Gesù, il gregge di papà e fargli conoscere Bianchina. Però, ci siamo accorti che non c’è. Forse quella povera pecorella si è smarrita!».

«Come “non c’è”?», chiede allarmato Elia.

«Non è con le altre pecore. L’ho chiamata e richiamata e non c’è». E detto questo la ragazzina scoppia in lacrime, gettandosi tra le braccia della mamma.

Rebecca e Maria cercano di consolare la piccola. Elia, invece, risoluto, si alza in piedi ed esclama: «Vado a cercare la mia pecora che si è persa».

«Ma ormai è quasi buio. Sarà difficile che tu possa trovarla», gli fa notare Giuseppe.

«No, no. Quella pecorella è importante per me, e anche per mia figlia: devo andare a cercarla!».

«Pa’, io penso che Elia voglia fare la cosa giusta», dice Gesù.

«Figliolo, ma lì fuori è buio. Quella pecora chissà dov’è finita, e magari uscendo Elia potrebbe incontrare dei ladri o dei lupi».

«Allora, andremo anche noi con lui a cercarla. Tanto, le altre pecore sono al sicuro nel loro ovile».

Giuseppe fa un sospiro, sapendo in cuor suo che il figliolo ha ragione, e poi aggiunge:

«Va bene, Elia, verrò…».

«… Verremo… vengo anche io!», lo interrompe Gesù, beccandosi un’occhiataccia dal padre.

«… verremo anche noi e ti aiuteremo a cercare la tua pecorella smarrita».

«Grazie, amici!».

Così, i tre maschi della situazione, copertisi per non prendere l’umidità della sera, escono, mentre le donne restano in casa. Dopo un po’ di tempo che quelli sono via, Veronica esce sull’uscio della porta per vedere se sono di ritorno. Nonostante la notte sia a mala pena rischiarata dalla luce della luna, da lontana vede tre figure che camminano verso la casa di Maria. Man mano che si avvicinano riesce sempre meglio a distinguere che si tratta proprio di suo padre Elia, di Giuseppe e di Gesù. E, aguzzando ancora meglio la vista, si accorge, senza ombra di dubbio, che il suo amichetto porta sulle spalle proprio Bianchina!

«Mamma, mamma! Corri, stanno tornando! E Gesù porta sulle spalle Bianchina!».

Quando giungono di fronte casa, Gesù consegna Bianchina alla ragazza:

«Eccola qui!».

«Ma dov’era finita? Dove si era persa?», chiede lei.

Interviene Elia: «Evidentemente, quando sono ripartito dal pianoro dove le avevo portate a pascolare, non era riuscita a stare al passo con il resto del gregge, ed era rimasta lì, nascosta dietro delle rocce. Era infreddolita e impaurita. E devo dire che se non fosse stato per questo ragazzo, non avrei mai pensato di andarla a cercare proprio lì dove poi l’abbiamo trovata».

«Grazie!», esclama Veronica, abbracciando il suo amico.

«Dai, forza, tutti dentro che si mangia!», esclama Maria.

«Finalmente! Ho una fame da lupi», fa Giuseppe, aggiungendo poi rivolto al figlio: «Inutile dire che tutta questa storia ci sarà più chiara tra una trentina d’anni, eh?».

«Esatto, pa’», dice lui, sorridendo festoso.

«Che vuol dire?», chiede Veronica.

«È una cosa che ripete sempre mio figlio», risponde Giuseppe.

«Ehi, ma il disegno non lo hai più finito», d’un tratto fa notare Gesù.

«È  vero! Con tutta questa confusione l’ho dimenticato fuori!».

Corsa fuori a recuperare il disegno dove l’aveva lasciato, Veronica si accorge che con vento e la polvere si è tutto imbrattato, tanto che il viso di Gesù sembra quello di un uomo molto più grande. L’inchiostro si è mosso e sembra che lui abbia anche la barba.

«Guarda, si è tutto rovinato! Sembri un vecchio! E oltretutto per via della polvere sembra che ti abbiano dato tante botte!», dice Veronica con dispiacere, rientrando in casa e mostrando il disegno a Gesù e agli altri commensali.

«Tranquilla, è comunque un bel disegno», gli dice l’altro.

«Bello?», chiede la ragazza con un moto di stupore.

«Beh, diciamo che è un disegno che capirai tra una trentina d’anni…», sorride Gesù.

«E, quando mai!… Bah, mangiamo che bisogna far festa per la pecorella che abbiamo ritrovato», conclude Giuseppe, suscitando in tutti un sorriso, e facendo sì che la festa prosegua con gioia e spensieratezza.

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Il Serpente Prudente – Diritti e diritti

n. 23 (27/02/2017)

“Diritti e diritti”

Un mezzo putiferio ha suscitato la notizia che all’ospedale capitolino “San Camillo” siano stati previsti concorsi ai quali possono partecipare soltanto medici non obiettori. La circostanza ha rinfocolato il dibattito sull’interruzione volontaria di gravidanza, che nella nostra repubblichetta è disciplinato dalla legge 194 del 1978.

Sul punto, come generalmente avviene – e varie volte ne ho già scritto su questa rubrica – si è fatto un gran parlare, mettendo a fuoco soltanto una parte della questione. E, del resto, è possibile trovare ragioni apparentemente condivisibili tanto tra coloro che hanno salutato la trovata come luminoso faro di civiltà laica, tanto tra quanti hanno invece criticato la scelta dell’ospedale di Roma.

I primi hanno apprezzato lo sforzo di garantire, ancorché tardivamente, un servizio sanitario. Ed in effetti era da tempo che associazioni varie avevano invocato questi concorsi esclusivamente dedicati ai non obiettori, poiché in alcune strutture la percentuale di chi si rifiuta di praticare aborti è del 100 %. Attenzione: è la legge dello stato a richiedere che nelle strutture pubbliche ci sia personale non obiettore. Con la paradossale conseguenza che se una donna vuole o deve interrompere una gravidanza, potrebbe capitare in un ospedale dove nessun medico pratica aborti. Una tale situazione, oltretutto, genererebbe costi aggiuntivi per pagare le prestazione di questi medici abortisti, da far intervenire appositamente in circostanze del genere. Perciò, concludono costoro, bene ha fatto il “San Camillo” a bandire un concorso per assumere medici non obiettori: i lungimiranti dirigenti non vogliono far altro che garantire un sacrosanto diritto.

Se non fossimo in Italia, e non sapessimo come e per quali reali ragioni di clientela o di carriera vengano banditi veramente i concorsi pubblici, sembrerebbe quasi una cosa vera e lodevole!

Tra i secondi figurano, ça va sans dire, i vescovi della CEI e le associazioni pro famiglia e pro vita. Ciò che appare francamente sorprendente è che sembrano piuttosto contrari alla scelta del “San Camillo” anche l’imperturbabile ministro della Salute (secondo una cui indagine il numero di medici non obiettori risulta sufficiente per coprire ampiamente la domanda di interruzioni volontarie di gravidanza, e ben si potrebbe ricorrere ad una procedura di mobilità), e Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale (che, buttandola sul tecnicismo giuridico, ha posto problemi di legittimità su un concorso che esclude gli obiettori, anch’essi titolari di un diritto fondamentale riconosciuto alla persona, e che non possono essere discriminati in ragione dell’esercizio di un tale diritto).

Ancora si è detto: un bando siffatto potrebbe essere impugnato perché viola le norme di proporzionalità in materia di diritto al lavoro. Altri hanno obiettato che non possono essere considerati disciminatori quei concorsi che richiedono determinati requisiti professionali (in tal caso, la disponibilità a garantire un servizio sanitario).

Il problema allora sembra essere: come fare per garantire il diritto all’interruzione di gravidanza e contemporaneamente il diritto di obiezione di coscienza? La L. 194/1978 garantisce l’obiezione di coscienza, ma (fedele al granitico stile di non aurea mediocritas tutto italiano) si guarda bene dallo specificare come assicurare questa possibilità garantendo allo stesso tempo l’aborto. Rimanendo necessariamente vaga sui mezzi, la legge lascia spazio al disinteresse e all’approssimazione, e al bandire concorsi alla “come viene viene”.

L’assurdità tutta italiana è che questo concorso, mirando all’assunzione di chi oggi è non obiettore, postula che gli assunti non potranno in futuro cambiare idea, e diventare obiettori! E invece, cambiare idea è proprio una libertà di tale ampiezza da non poter essere costretta in un bando di concorso. E, poi, come detto poc’anzi, in Italia l’aborto è regolato da una legge, che volente o nolente va rispettata, benché vetusta e figlia di un pressappochismo politico, culturale e sociale, del quale oggi noi paghiamo tutte le nefandezze.

A mio avviso la questione non è tanto “aborto sì, aborto no”, incidendo su questa scelta questioni di ordine etico, difficilmente circoscrivibili da articoli e commi di una legge. Ho poc’anzi detto che un medico da obiettore può diventare non obiettore e viceversa a seconda degli accadimenti della sua vita. Così come una donna, un giorno determinata ad abortire, si ritrovi in ospedale e cambiare completamente idea.

Piuttosto, la questione andrebbe inquadrata in termini logici e culturali. E qui nascono i veri problemi, perché nella devastazione culturale perpetrata da un quarantennio di sgangherata ed ipocrita politica finto filo-clericale, si è portato avanti un discorso di svuotamento delle coscienze dell’italiano medio, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. Tanto da non capire che l’aborto è solo la comoda scappatoia di un altro aspetto della vita, che viene pacificamente taciuto da tutti, e cioè che in Italia manca nella maniera più incredibile possibile anche la più elementare forma di educazione alla sessualità e ad un degno modo di viverla.

In una società in cui la mercificazione dei corpi e delle persone è all’ordine del giorno – magari poi giustificandola con il fatto che “in Europa sono molto più avanti di noi sui diritti civili”, come se diritto civile fosse solo quello di garantire aborto ed eutanasia, e non anche quello di garantire, per esempio, ad un studente trasporti pubblici per andare a seguire le lezioni all’università – è naturale il baratto di valori, che portano a sopprimere una vita in nome della legge, e a voler trovare chi fa il lavoro sporco al posto nostro (il non obiettore nel caso di specie).

La legge sull’aborto venne varata in un periodo in cui in Italia vigeva il potere assoluto della Democrazia Cristiana. In altre parole i cattolicissimi italiani votavano i loro corruttibili amici per farsi sistemare in posti d’oro (giurando sull’adesione ad un credo, del quale in realtà non conoscevano nemmeno le regole fondamentali), però poi approvavano divorzio e aborto, in aperta contraddizione con quei valori che sbandieravano da pulpiti e comizi.

Ci vorrebbe più coerenza, tanto nel bandire un concorso per un posto pubblico, quanto nel vivere la propria sessualità in maniera dignitosa, quanto nel porre rimedio ai “guai” comessi senza volersene lavare le mani in nome di una legge o di un decreto.

Vincenzo Ruggiero Perrino