n. 9 (14/11/2016)
“Come si guarda il mondo”
E così Donald Trump è diventato il presidente degli Stati Uniti, scompaginando le conclusioni dei sondaggi, secondo i quali invece era in vantaggio la Clinton. La quale, in tal modo, perde (almeno per questa volta) la possibilità di diventare il primo presidente donna.
Mi sembra superfluo insistere, come spesso si fa in Italia, sul valore dei sondaggi, che in molte occasione hanno fatto cilecca. E non penso sia il caso di ritornare su quanto già detto in altre puntate di questa rubrica riguardo alle qualità vere o presunte delle donne. Sui motivi per cui anche le grandi masse operaie abbiano tributato un tale successo ad un tizio che ha apertamente parlato contro immigrati e minoranze varie, e che non proviene certamente dal ceto dei lavoratori, sarà motivo di indagine di sociologi e politologi.
Quello che invece mi preme sottolineare è come la “spettacolarizzazione” della politica – fenomeno che da tipicamente americano è stato poi allegramente importato anche da noi, che in quanto a sobrietà siamo buoni ultimi nel mondo – sia il mezzo ideale per far passare dei messaggi pericolosi, un po’ fine a se stessi. Infatti, durante la sua campagna elettorale, Trump ha sparato a zero contro tutto e tutti, cercando in maniera teatrale (maniera che lui conosce alla perfezione, essendo stato per lungo tempo frequentatore di ring di wrestling, che per antonomasia è lo “sport della finzione”) di scrollarsi di dosso il buonismo e dando la sua versione del “pane al pane e vino al vino”.
Tuttavia, tra una gaffe e l’altra, e soprattutto tra una sparata grossa e l’altra (che anche un bambino di prima elementare capirebbe essere detta tanto per dire), Trump è diventato presidente, e magicamente, appena è stato proclamato tale, ha subito cambiato i suoi toni, passando dalle infuocate arringhe contro questo e quello, a parlare di “presidente di tutti” e ritornando, sostanzialmente, al volemose bene (rivolto finanche a quelli che lo contestano).
Volemose bene che, non è superfluo dirlo, premia sempre e garantisce grandi soddisfazioni politiche ed economiche. La storia italiana in particolare e quella mondiale in generale è ricca di esempi in tal senso, cominciando dal dividi et impera di romana memoria, che altro non era che un volemose bene in salsa latina. Il guaio è che a forza di guardare il mondo con gli occhi del volemose bene, non ci si accorge più delle differenze, talvolta sostanziali, né degli errori, né delle furfanterie, né di nulla. Tutto diventa preoccupantemente uguale. Non a caso, negli ultimi decenni, la scelta che si propone agli elettori non è tra un candidato (presunto) buono e un candidato (presunto) cattivo. No, la scelta è tra il peggio e il meno peggio!
E cosa c’è di peggio di uno che invoca il volemose bene trenta secondi dopo essere stato eletto, quando prima sparava a zero su tutto e tutti, per accattivarsi la simpatia degli elettori? Uno che dice: “volemose bene, ma volete più bene a me”. Mi spiego: Juncker, che è il presidente della Commissione Europea, vale a dire il presidente di quel mostro che agli europei propone la sua ricetta a base di tagli e controtagli e di austerità, salvo spendere denari su denari per mantenere i propri membri e realizzare opere delle quali nessuno capisce il senso e l’utilità, ha detto: «Corriamo il rischio di perdere due anni aspettando che Trump termini di fare il giro del mondo che non conosce». E rincarando la dose: «Bisognerà che gli spieghiamo in cosa consiste l’Unione europea e come funziona».
Fermo restando che le cose che Trump dice su migranti e americani non bianchi sono abominevoli, c’è da dire che anche Juncker, piuttosto che perdersi in chiacchiere, dovrebbe avere la cortesia di spiegare anche a noi altri in cosa consiste l’UE e come funziona. E soprattutto qual è il suo senso, oltre a quello di creare un grande calderone economico-finanziario (non a caso lui è lussemburghese…), dove i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Trump non conosce il mondo, è vero: ha avuto il cocco pulito e pronto dal papà imprenditore del mattone, e i soldi del padre gli pagano qualsiasi capriccio, fosse pure quello di diventare presidente dell’America. Ma Juncker nemmeno conosce il mondo: non penso che sappia qual è la trafila che un giovane italiano neolaureato deve fare per trovare lavoro, sentendosi dire che per quel posto (per il quale l’università ha preteso prepararlo dietro il pagamento di laute tasse) ci vogliono tot anni di esperienza; non penso che sappia cosa succede negli ospedali dove si muore di parto o per baggianate imperdonabili; non penso che sappia come si appaltano le opere pubbliche che poi crollano miseramente al suolo; non penso che sappia che in Italia la linea ferroviaria è simile alle giostre del luna park, in cui funzionano e fanno divertire solo quelle che costano di più.
Tanto l’uno quanto l’altro conoscono solo il lato bello del mondo, quello di coloro che si assicurano i primi posti ai banchetti. Di tutt’altra pasta invece Francesco, il papa, che si muove secondo un’altra logica, che infatti riscuote un successo (anche in chiave civile e politica), che tutti gli altri possono soltanto sognare. La logica è, sì, quella del volersi bene, ma nella sostanza delle cose, non nell’apparenza, come pretendono di fare tanto Trump, quanto Juncker e tutti gli altri “padroni del mondo”. Non a caso, il papa ha rinunciato a una miriade di cose superflue, pur di venire incontro agli ultimi e ai poveri.
Ecco: se veramente Trump e Juncker conoscessero il mondo, dovrebbero rinunciare ai privilegi (che oltretutto non hanno alcun valido fondamento nemmeno in astratto) di ruolo, e dovrebbero dara il buon esempio sull’accontentarsi del necessario senza rincorrere un superfluo che chiude gli occhi sul mondo, quello vero.
Vincenzo Ruggiero Perrino

