SACRA FAMIGLIA
di Vincenzo Ruggiero Perrino
Episodio 1
Nazareth, anno 1 a. C.
«Ehi di casa, c’è nessuno?», la voce squillante di Elisabetta chiama dall’aia antistante la piccola casa di pietre in cui vivono Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù.
“Sono già qui”, pensa Maria, mentre è vicina al fuoco a preparare delle focacce il pranzo al quale ha invitato sua cugina, con il marito e il loro figliolo Giovanni. Asciugatasi le mani su un panno, va alla porta, apre e li fa accomodare.
«Buongiorno, cugina!», saluta Elisabetta. Le due donne si abbracciano, felici e sorridenti.
«Ciao, zia», dice Giovanni, che riceve da Maria un bacio sulla guancia.
Zaccaria scrive su una tavoletta il suo saluto. Maria, un po’ perplessa, prende la tavoletta, legge quello che l’uomo ha scritto, e risponde al saluto. Poi, sottovoce chiede ad Elisabetta: «Ma perché non parla? Continua ancora con quella storia di quando Gabriele…?».
L’altra la interrompe: «No, no… Quando è nato il ragazzo – come sai – ha ripreso a parlare normalmente. Solo che, da allora, essendosi abituato a comunicare per iscritto, continua a fare così». Un attimo di pausa, sospira e aggiunge: «Sono uomini, che ci vuoi fare?».
«Zia, ma Gesù dov’è?», chiede Giovanni.
«Giuseppe lo ha portato con sé per un lavoro che doveva fare. Saranno qui a momenti».
«Che stai preparando di buono?», fa Elisabetta, avvicinandosi alla cucina.
«Considerato che vogliamo festeggiare, mi sono detta “prepariamo un bel pranzetto speciale”. Vieni ti faccio vedere».
Dopo pochi minuti, rientrano Giuseppe e Gesù. Vedendoli rientrare, Giovanni, tutto contento corre a salutare il cugino, di qualche mese più piccolo di lui.
«Ciao, Gesù».
«Ciao, Giovanni. Dai, andiamo fuori a giocare, mentre mamma finisce di preparare il pranzo».
«Ma, fuori è tutto polveroso. Poi, mia madre mi sgrida se rientriamo sudati e sporchi».
L’altro replica: «Dai, tanto stiamo pochi minuti».
E così, mentre i due bambini escono fuori a giocare, i grandi, dopo i saluti, parlano del più e del meno.
Zaccaria scrive a Giuseppe: «Come procede il tuo lavoro di falegname?».
Giuseppe, letta la tavoletta, assume un’espressione tra l’infastidito e il pensieroso, e risponde al cognato: «Pure tu insisti con questa storia? Non faccio il falegname, ma sono costruttore, almeno fino a quando questo lavoro regge, visto che il cantiere a Sepphoris è in fase di completamento».
L’altro velocemente scrive: «Mi avevano detto che facevi il falegname».
Legge… e risponde: «No, no, sono costruttore. Guarda qua che calli!».
Un attimo di pausa, e poi è Giuseppe a dire: «Piuttosto, ho saputo che lì al tempio, sono successi un po’ di scandali, per il fatto che il sommo sacerdote è stato accusato di aver sperperato parte del tesoro del tempio tra gozzoviglie, incontri di piacere, terme e quant’altro».
Zaccaria pensa e poi scrive: «Sì. È una vergogna, perché così il popolo si chiederà perché deve dare i propri soldi nel tesoro del tempio…».
Giuseppe legge; Zaccaria gli fa cenno che vuol continuare il suo pensiero; perciò, riprende la tavoletta e, cancellato quello che ha scritto prima, continua: «…se poi le loro offerte non vengono usate per i bisogni dei più poveri, ma sperperate per i baccanali del sommo sacerdote…».
L’altro letta la frase, commenta: «Hai ragione… Oh, ma toglimi una curiosità: perché non parli?».
Scrive: «Mi trovo più comodo a scrivere».
«Ma, per noi altri non è mica tanto comodo leggere!».
In quella, Maria richiama tutti: «Gente, è pronto! Su, forza, a tavola!».
«Vado a chiamare i ragazzi fuori», dice Giuseppe.
E, mentre Maria, aiutata da Elisabetta, porta le pietanze in tavola, Giuseppe spalanca la porta per chiamare i due ragazzi.
«Ehi, voi due…», ma la frase gli muore in gola, perché nota che Giovanni è accovacciato a terra, e sta sistemando del pietrisco, mentre Gesù, tutto contento, applaude all’opera del cugino.
«Giovanni, bello di zio, che stai facendo?».
«Niente di che. Ho solo preparato una specie di strada per Gesù, per te e zia Maria, così che quando dovete uscire di casa non vi sporcate i sandali».
Dopo un attimo in cui pensa a tutto e di più, Giuseppe, benché non abbia compreso fino in fondo, si complimenta con il ragazzo.
Poi, annuncia: «Dai, venite dentro che è pronto».
Mentre tutti e tre stanno per rientrare in casa, Gesù si volta verso la strada e, un po’ più lontano scorge una figura un po’ sospetta.
«Chi sei?», chiede il ragazzino.
«Shhh, per carità!», lo zittisce quell’uomo, che sembra avere piuttosto paura, come se non volesse essere scoperto.
«Qualcuno vuole farti del male?», insiste Gesù.
«In verità, sto scappando, perché ho rubato i soldi del tempio e tutte le persone vogliono lapidarmi per questo».
«Perché hai rubato i soldi del tempio?».
«Io sono… ero il sommo sacerdote del tempio. C’erano lì, tutti i soldi del tesoro. Così, senza farmi scoprire, ho iniziato a prendere quei soldi e a spenderli per mio piacere personale. È iniziato un po’ per gioco, e poi mi sono lasciato prendere la mano, perché credevo che mi sarei riuscito a fermare, prima o poi. Mi sentivo onnipotente, come se nessuno potesse farmi nulla… Prendi oggi, prendi domani, gli altri se ne sono accorti, e sono stato costretto a scappare e a nascondermi».
«Ti sentivi onnipotente? Non sai che onnipotente è solo Dio?».
«Hai ragione, ragazzo! Ma tutto quel denaro, tutto quello che mi potevo permettere di fare con quel denaro, mi ha tolto la ragione!».
«Voi grandi pensate sempre che con la ricchezza e il denaro potete risolvere tutte le questioni».
«Sei un bambino, tu! Cosa vuoi capirne di queste cose?».
«Intanto, capisco che a te il denaro ti ha messo in un bel guaio, per via della tua smodata smania di ricchezza e di potere. Avresti dovuto accontentarti del tuo e non prendere altro denaro, che serviva per altre cose».
«È vero, non avrei dovuto fare quello che ho fatto». E subito aggiunge, con tono implorante: «Ma non voglio essere lapidato per questo… Non voglio morire!».
«Allora, restituisci i soldi che hai preso e chiedi perdono al popolo. Sono sicuro che la gente capirà».
«Non capisci: vogliono lapidarmi. Arrestano e condannano gli innocenti, figurati che faranno a me!».
«Proprio a me dici questo?».
«Cioè?».
«Lascia stare, capirai tra una trentina d’anni quello che voglio dire. Ora, però, ti dico che se ti penti di quello che hai fatto, e riparerai al peccato che hai commesso, chi ti potrà condannare? Certo, dovrai scontare ciò che hai fatto: assumiti sinceramente le tue responsabilità, e paga il giusto per le tue colpe. Ma sono certo che di fronte al pentimento sincero, capiranno. Ripeto: sincero! Del resto, anche io faccio così quando faccio arrabbiare mia madre o mio padre».
«Dici?».
Gesù annuisce con un movimento del capo. E, poi, fa un grande sorriso all’uomo, che, commosso dal candore di quel bambino, comincia a piangere, avendo compreso di aver agito molto male.
«Sono pentito, ragazzo. Ho sbagliato a comportarmi in quel modo. Farò come dici tu. E speriamo che capiranno».
«Vai… Però non farlo più, mi raccomando!».
Così, l’uomo se ne ritorna verso il tempio, per affrontare il giudizio e ammettere le proprie responsabilità.
Da dentro, Giovanni grida al cugino: «Insomma, Gesù, ti sbrighi o no a rientrare? Stiamo aspettando te per cominciare a mangiare».
«Eccomi, arrivo. Stavo facendo una cosa», dice il ragazzo, rientrando in casa e richiudendo la porta alle sue spalle.
«Cosa?», scrive Zaccaria in un angolino della sua tavoletta.
«Dopo ti racconto, zio».
E, così, tutti e sei siedono a tavola e cominciano il loro pranzo di festa, tra risate e gioia.