Author : Riccardo Petricca

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Il Serpente Prudente – Tutto è bello, tutto è buono

n . 6 (24/10/2016)

Tutto è bello, tutto è buono

Qualche settimana fa, scrivendo riguardo all’uso distorto che spesso si fa delle parole, concludevo dicendo che una pericolosa caratteristica del comportamento degli uomini e delle donne di questi decenni tristi e vuoti è il buonismo. O, se si vuol dirlo all’inglese, che fa più tendenza, del politically correct.

In questi giorni ho riflettuto meglio, giungendo alla conclusione che bisogna fare chiarezza su un punto: il buonismo, la correttezza ostentata e vacua, la riverenza formale verso regole che per “tradizione” si pretende osservare superficialmente senza “vivere” nella sostanza quello che si professa con le chiacchiere, sono sempre stati caratteristiche degli uomini di tutti i tempi.

Il gioco in fondo è piuttosto semplice: si stabilisce una regola, che magari inizialmente può anche avere un contenuto sostanziale utile alla felicità degli uomini; con il passare del tempo, l’osservanza della regola data (che non è mai, da che mondo è mondo, un’osservanza uguale per tutti: ci sono sempre stati quelli che si ritenevano o venivano ritenuti al di sopra della regola che essi stessi avevano formulato), venendo meno lo spirito iniziale, finiva per diventare un vuoto esercizio di stile; nella sostanza il reale intendimento di chi osserva la regola è quello di fare probabilmente l’esatto contrario, o comunque disattendere quello che la regola stessa dice.

Ce ne offre un clamoroso esempio Marco, quando racconta (7, 1-13) che, radunatisi intorno a Gesù un po’ di farisei e di scribi venuti da Gerusalemme, gli chiedevano conto del perché i discepoli si permettevano di prendere cibo con mani non lavate.

La risposta di Gesù spiattella a quegli ipocriti come stanno le cose: «Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Voi invece dicendo: Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, annullando così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».

Gesù, inoltre, riferisce anche che cose simili accadevano già al tempo di Isaia, e cioè ottocento anni prima della sua venuta in terra. Infatti, il profeta scriveva che il popolo onora Dio con le labbra, ma non con il cuore, poiché insegnavano dottrine che sono precetti di uomini.

Quindi, l’apparenza priva di sostanza (o, peggio, diametralmente opposta alla sostanza), quel dire bene di tutto e tutti finché ci torna comodo e tutti gli altri fanno altrettanto con noi altri, tipico comportamento di oggi, in realtà non è un’esclusiva dell’oggi, ma ha da sempre connotato il comportamento umano.

Tuttavia, tipico dell’oggi è un corollario a quell’ipocrita buonismo in voga già ai tempi di Isaia. Infatti, oggi non soltanto si tende a mascherare le proprie reali intenzioni con la vuota e meschina osservanza di precetti a cui non seguono i fatti (siano anche quelli della più semplice “buona educazione”), ma addirittura siamo arrivati a ritenere qualsiasi precetto buono e giusto, anche quelli che sono in aperta contraddizione con quelli che si pretende osservare.

In nome di una coesistenza pacifica – che è tale solo nella testa di chi la enuncia – si pensa che ogni cosa sia bella, buona e giusta, in un continuo relativismo delle proprie idee, le quali vengono continuamente revisionate alla luce dei casi della vita. Invece, dovrebbe essere l’esatto contrario: se sono fermamente convinto di una mia idea, cerco di fare in modo che la mia vita vada secondo la mia idea, e non che la mia idea si adatti alla vita che altri vogliono impormi!

Invece, per tanti, sotto qualsiasi bandiera ideologica e religiosa, spesso quella ideologia e quella religione possono tranquillamente subire una lieve modifica, una lieve aggiustatura per funzionare in qualsiasi circostanza imposta dalla storia e dal tempo.

Prendiamo il comunismo cinese: i dirigenti del P.C.C. mica dicono “applichiamo il Capitale di Marx e collettivizziamo i redditi di affaristi senza scrupoli che in nome del dio denaro sfruttano operai e contadini”. No, per non cedere ai loro privilegi di casta, preferiscono dire: “il Capitale di Marx è il nostro credo; operai, contadini, soldati e studenti, uomini e donne sono tutti uguali, ma arricchirsi è glorioso”.

Prendiamo il fondamentalisti dell’ISIS: nel Corano (5, 32), in un contesto in cui si ammoniscono i nemici di Allah (in sostanza i politeisti e gli ebrei), si scrive: “Chiunque uccida un uomo (islamico), sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità”. I fondamentalisti, che dovrebbero combattere i nemici di Allah e del Suo Messaggero, invece in nome di Allah, non si tirano indietro a scannare anche i loro stessi compagni di fede, che è una cosa di tale assurdità che veramente dovrebbe scendere Allah dal cielo e incenerirli.

Prendiamo i cattolici: per almeno quarant’anni al governo italiano c’è stato saldamente e con poteri quasi assoluti un partito che professava idee cristiane. È evidente che il consenso quasi assoluto che quel partito riscuoteva ad ogni elezione veniva per forza di cosa dal mondo cattolico. Eppure nel momento in cui tributavano il maggior successo elettorale, quegli stessi elettori cattolici non seppero essere coerenti con le proprie idee andando a votare favorevolmente tanto al referendum sull’aborto che a quello sul divorzio.

Il concetto di “tradizione” è sempre ambiguo; apparentemente si riferisce al passato, in realtà è sempre una creazione retrospettiva: chiamiamo infatti tradizione ciò che possiamo agevolmente cambiare quando cambia il vento, o quando ci viene più comodo osservarne un’altra di tradizione…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Giullari e menestrelli

5 (17/10/2016)

Giullari e menestrelli

Mentre nella gaia repubblichetta ci si trastulla se votare “no” oppure “sì” ad un referendum, il dibattito sul quale assomiglia sempre più ad una sceneggiata di quart’ordine, quasi fosse un modo per sviare l’attenzione da più gravi e serie questioni (una su tutte la sicurezza delle persone nelle zone a rischio terremoti), la settimana è stata caratterizzata da due notizie, per un certo verso speculari: la morte di Dario Fo e il premio Nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan.

I giornali italiani, che normalmente si beano di queste trovate fataliste, hanno visto nel duplice accadimento una sorta di passaggio di testimone del premio più ambito del mondo da un vecchio giullare ad un altrettanto vecchio menestrello. Entrambi, però, artisti non solo di gran fama, ma anche artisti veri, genuini e coerenti con l’idea di arte fino al punto di reinventarsi ogni volta, ad ogni spettacolo e ad ogni concerto.

La morte del nostro Fo – uomo di teatro (e non solo) dalla lunghissima carriera, che ha attraversato praticamente tutto il Novecento e oltre, cercando di spiegare a sé e agli altri tutte le grandi e piccole contraddizioni politiche, sociali ed estetiche del mondo – ha dato luogo alla consueta ridda di commenti di quelli che si credono ben informati, o di quelli che finalmente, non potendo più replicare il diretto interessato, possono togliersi il sassolino dalla scarpa.

Tra questi ultimi come non ricordare almeno il commento di “ser” Renato da Venezia (parliamo di Brunetta, che sembra un personaggio uscito da qualche novella di Boccaccio, per quanto è irreale), già incredibile ministro di qualche governo di un’altra assurdità politica chiamata Berlusconi, che non ha trovato niente di meglio da dire che «Con me è stato razzista per via della mia altezza».

Ora: prescindendo che la considerazione sull’altezza è nient’altro che la verità, io credo che il piccolo (e non mi riferisco all’altezza) Brunetta avrebbe dovuto, da vero uomo quale vuol far credere di essere, affrontare la questione del presunto razzismo di Fo, quando questi era ancora vivo, chiederne le ragioni, pretendere spiegazioni ed eventualmente le scuse. Troppo comodo tirare fuori la questione adesso che quell’altro non può più sbeffeggiarlo (come sempre Fo faceva con gli ometti del potere).

Sul versante dei ben informati, come sempre accade quando scompare una persona nota, ecco che tutti escono allo scoperto, tutti a dichiararsi compagni da una vita, tutti pronti a raccontare aneddoti di tanto tempo fa, poco importa se veri o meno, in una celebrazione del defunto che è esattamente quello che la gente vuole sempre: non la verità, ma una versione tranquillizzante della verità.

Tutti a fare gli amiconi di una persona che, dalla fine degli anni Sessanta alla metà degli anni Ottanta, è stata osteggiata finanche da quelli della sua stessa parte politica, probabilmente perché troppo coerente nei fatti con le idee che professava. Ben ha detto il figlio Jacopo che in vita lo hanno ostacolato in tutti i modi e ora da morto tutti vogliono celebrarlo. Probabilmente le uniche persone che hanno tutti il diritto di dirsi “amici” di Fo sono la gente comune, quelli che erano operai negli anni Settanta, e che andavano a vedere i suoi spettacoli, partecipando attivamente per cambiare in meglio la società.

Sorprendentemente (si fa per dire), nessun giornale ha riportato nemmeno una parola di qualche storico del teatro, che di Fo conosce veramente il percorso di vita e di arte. Tutti hanno scritto le solite cose trite e ritrite sulle origini del suo teatro dai racconti dei fabulatori, sul suo impegno politico da vero comunista (non come tanti che lo erano solo per apparire contro, senza veramente esserlo), il suo essere stato ostracizzato dalla Rai democristiana.

Poteva essere invece più utile spiegare, giacché pochi lo sanno, perché il suo modo di fare teatro è stato tanto importante da meritargli il premio Nobel, e spiegare che in fondo parlare di giullare e di menestrello è sostanzialmente la stessa cosa. Mentre, appare evidente anche ad un cieco che Dario Fo (il giullare) e Bob Dylan (il menestrello) non potrebbero essere più diversi!

E veniamo alla seconda questione: il premio Nobel per la letteratura assegnato ad un cantautore. Alcuni sono stati d’accordo altri no, come è normale e come era accaduto anche nel 1997 in occasione del conferimento del premio a Fo. «Che c’entra un uomo di teatro con la letteratura?», fu detto. E oggi: «Che c’entra un cantautore con la letteratura?».

Premesso che a porre la questione non sono tanto gli autori americani (alcuni dei quali, anzi, si sono galantemente congratulati con il “collega” Dylan), bensì soprattutto scrittori italiani (l’unico in odore di Nobel, Sebastiano Vassalli, è purtroppo deceduto qualche tempo fa, lasciando a scornarsi un gruppetto di modesti raccontatori provincialotti che in Svezia probabilmente non sanno nemmeno che esistono), in fondo guardando all’antichità, poesia, musica, declamazione scenica e danza erano manifestazioni di un’unica ispirazione di natura divina.

Abbiamo numerose testimonianze che attestano che i versi venivano spesso accompagnati da musica, venivano spesso recitati a teatro a guisa di monologhi, venivano spesso arricchiti da movimenti coreografici. Quindi, Dylan (che oltretutto era nella lista dei papabili da diversi anni), cantando i suoi versi, effettivamente non fa altro che rinverdire una tradizione plurimillenaria.

Il punto semmai è un altro. Il premio Nobel della letteratura, secondo le volontà testamentarie del suo istitutore, dovrebbe essere assegnato ha chi abbia “prodotto il lavoro di tendenza idealistica più notevole”: si parla di “lavoro” non di “libro”. Perciò, da un punto squisitamente giuridico bene fa l’Accademia di Svezia a premiare anche chi usa altri tipi di scrittura che non siano quelli tradizionali della narrativa. Perché non premiare chi scrive con le immagini, con i disegni, con i colori?

Tuttavia, il premio andrebbe assegnato a qualcuno meno attempato, per permettergli con i soldi del premio di continare a ricercare nuove forme espressive. Dylan ha 75 anni, e il meglio della sua genialità compositiva lo ha già dato da tempo. Perciò, se proprio non si poteva fare a meno di polemizzare con questo premio, si sarebbe dovuto piuttosto puntare il dito sul fatto che il premio Nobel (un po’ come l’Oscar speciale per il cinema) è da tempo diventato un premio alla carriera e non alla produzione del lavoro di tendenza idealistica più notevole.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – La decima beatitudine

n. 4 (10/10/2016)

La decima beatitudine

Basta fare zapping in televisione – e ora la “magnifica” invenzione del digitale terrestre mette a disposizione anche dei più pigri ricercatori di novità catodiche centinaia di canali – per accorgersi che tra le proposte più gettonate (escludendo le decine di programmi in cui si pretende di insegnare a tutti come si cucina) ci sono quei talk show nei quali, in un salotto più o meno arredato con gusto pacchiano, si discute e si discetta di qualsiasi cosa, dai gravi accadimenti dell’attualità alle più ignobili frivolezze.

Non che la cosa sia recente: già nei gloriosi anni Ottanta qualcuno aveva ben pensato che gli italiani, popolo accidioso per eccellenza, avessero bisogno di opinionisti che gli dicessero come andava il mondo, e quali erano, appunto, le opinioni da avere su questo o quell’accadimento. Quando invece bisognava insegnare al popolo il modo per farsi delle opinioni da sé, ma questa è un’altra storia…

E la cosa, in effetti, ha funzionato egregiamente, se pensiamo alla devastazione culturale, morale e sociale in cui viviamo, e se pensiamo che quei salottini pieni di sfaccendati finto-intellettualoidi sono aumentati esponenzialmente, e sono disponibili su qualsiasi canale, in qualsiasi giorno, a qualsiasi ora. E tra questi tuttologi si annoverano personalità in ogni campo dello scibile umano: dalle scienze alla filosofia, dalla letteratura all’ecologia, dall’arte allo sport, senza escludere (anzi privilegiando) la politica e la morale.

Siamo al cospetto di gente che crede di sapere tutto e quindi su tutto pontifica, e guai a dubitare della loro verità. È grazie a costoro che sappiamo quanto lustro possono portare alla republichetta nostrana alcune opere pubbliche che anche l’uomo di Neanderthal avrebbe giudicato completamente inutili. È grazie a costoro che abbiamo imparato quanto sia importante individuare se un calciatore si trova davvero in fuorigioco e quindi se l’arbitro ha fatto bene o meno a dare per buono un gol. Ed è sempre grazie a questi galantuomini dell’intelletto che sappiamo che sì, ci si può definire credenti, ma si può al contempo essere “non praticanti” (che è una cosa balorda tanto quanto dire “ho fame, ma non mangio”).

Insomma, siamo nell’epoca in cui tutti sanno tutto e possono parlare di tutto, specie in televisione (ma la cosa, mutatis mutandis, vale per qualsiasi consesso umano). Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un relativismo in cui tutto è permesso, anche dire che i maschi non sono più maschi e le femmine non sono più femmine, che la legge la possiamo cambiare a piacimento e a convenienza, che quelli che ci sparano addosso in metropolitana commettono atrocità inqualificabili, ma noi siamo unti dal Signore se andiamo a bombardare i loro bambini e le loro donne.

L’Italia, e in maniera magari un po’ più diluita il resto del mondo, sono oppressi da una cappa di voci e parole che si incontrano e si scontrano quotidianamente, creando nient’altro che una cacofonia inutile a risolvere alcunché.

L’occasione che la maggior parte delle persone perde ogni giorno, supponendo che la propria opinione sia indispensabili agli altri, è solo quella di restare zitti. Invece, la banalizzazione operata dalla televisione e dalla strisciante sottocultura del niente ha convinto che tutti siano in grado di pensare e parlare su tutto. Niente di più sbagliato.

Si veda, per esempio, il candidato repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump. Prescindendo dalla cordiale antipatia che la sua stessa tozzezza fisica comunica, probabilmente Trump è la persona meno indicata a guidare un Paese come gli USA, proprio perché è figlio della cultura, volgarmente e meschinamente piccoloborghese, per la quale basta aver messo da parte un po’ di soldi (e, per una inconfutabile regola non scritta, chi accumula tanto denaro lo fa sempre perché ha capito come farsi amici con la disonesta fortuna), per cui automaticamente si è diventati capaci, intelligenti e sapienti.

Invece, basta vedere le sue deliranti e oltraggiose dichiarazioni contro le donne, tanto squallide da far prendere le distanze anche dal suo stesso vice, per capire che Trump è nient’altro che un miserabile parvenu a cui io personalmente non affiderei nemmeno l’amministrazione di un condominio, figurarsi quella degli Stati Uniti!

È appena il caso di aggiungere che Trump, ovviamente, non è il solo. La stragrande maggioranza dei nostri stessi parlamentari si pongono sulla sua medesima falsariga: incapaci, indifendibili, orrendamente incolti.

Uno dei poeti cinematografici che la smemorata e ingrata Italia ha relegato nell’oblio, Federico Fellini, concludeva il suo ultimo film La voce della luna (1989) con la frase: «Se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire».

Qualche tempo prima, un grande ingegno tardo-ottocentesco, Oscar Wilde, scriveva con il suo sferzante sarcasmo: «Beati quelli che non hanno niente da dire, e nonostante questo restano in silenzio».

Mi piace pensare che quando Giovanni scrisse l’ottavo capitolo dell’Apocalisse, in cui annota che «si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora», voleva ricordare ai suoi allocutori proprio quest’inedita “decima beatitudine”, che Gesù tra le righe suggerisce con tutta la sua predicazione: l’umiltà di rimanere in silenzio, perché spesso le cose che si dicono con tanta saccenza non fanno altro che creare divisione e regresso tra gli uomini.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Questione di parole

n. 3 (03/10/2016)

Questione di parole

Si sa, l’epoca in cui viviamo è quella del buonismo trionfante. Differenza non da poco, anziché “buoni” siamo diventati “buonisti”. Il che è una cosa alquanto pericolosa, perché sotto la patina di lezioso perbenismo, con la quale copriamo ogni nostro comportamento verso il prossimo, si celano il più delle volte intenzioni e pensieri che vanno nella direzione esattamente opposta a quella che manifestiamo a parole.

Le parole: appunto quelle sono la spia più evidente del buonismo più deleterio. Per dare ad intendere che oggi le donne sono pari agli uomini, abbiamo “femminilizzato” una serie di parole che qualsiasi vocabolario riporta unicamente come sostantivi maschili. Un esempio su tutti: “sindaco” è la parola per indicare il primo cittadino di un comune, tanto se sia egli un uomo, quanto se sia ella una donna. Invece, a Roma, per darle maggiore dignità ed enfasi, ci siamo inventati la “sindaca”.

La stessa cosa accade, per fare un altro esempio, nelle aule dei tribunali, dove sono magicamente apparse le “avvocatesse”, che contendono il ruolo agli “avvocati”. Fortuna vuole che ci siano parole che terminano con la “e” (per esempio: giudice), per le quali sarebbe più arduo fare un distinguo tra maschile (che di solito termina per “o”) e femminile (generalmente finente con “a”). Altre, pur essendo maschili, terminano per “a” (per esempio: commercialista).  Tuttavia, è alquanto strano che nessuno ancora abbia pensato che un medico donna possa essere indicato come “medica”. E mi chiedo quali parole dovranno essere inventate per indicare i professionisti di tutti gli altri “generi” che si profilano all’orizzonte…

Come se poi, chiamare “sindaca” un sindaco donna, o “avvocatessa” un avvocato donna, conferisse alle suddette capacità ulteriori, che invece il sostantivo maschile non possa dare loro, o le facesse diventare persone migliori, più buone… Come se basta cambiare una “o” in “a”, perché ci si comporti effettivamente e sostanzialmente nei confronti di una donna nello stesso modo in cui ci si comporta nei confronti di un uomo.

Invece, come accennavamo all’inizio, la questione delle parole serve unicamente a mascherare la realtà dei fatti: e cioè che le donne, pur essendo sancita quella parità che troviamo scritta in qualsiasi legge o provvedimento amministrativo italiano (anzi mondiale), non sono uguali agli uomini né lo saranno mai. E non si tratta soltanto del comportamento che si ha generalmente nei loro confronti, con atteggiamenti spesso di noncuranza, quando non di aperto vilipendio della loro dignità. Le donne hanno qualità e capacità in tutto e per tutto simili a quelle dei maschi, e ne hanno altre del tutto diverse; così come sono mancanti di qualità e capacità che invece sono patrimonio esclusivo degli uomini.

E questo è ciò che le femministe di ogni tempo non hanno mai voluto capire: uomini e donne possono anche essere uguali per certe cose, ma per tutt’altre cose sono profondamente diversi, e non basta certo scrivere su qualche atto normativo che “siamo tutti uguali” o inventarsi assurdi neologismi femminilizzati, perché di colpo quella fandonia diventa verità.

Tuttavia, basterebbe far cadere la pellicola di buonismo con cui rivestiamo il nostro abituale atteggiamento, e comportarsi semplicemente bene verso chiunque, maschio o femmina che sia, e non ci sarebbe nemmeno bisogno di andar sbandierando a destra e sinistra che siamo tutti uguali!

Ma la questione delle parole non si esaurisce certo in un semplice procedimento di maschili e femminili in chiave buonista. Nella nostra gaia repubblichetta, siamo riusciti a confutare perfino Aristotele, che sosteneva che “la forma è sostanza”. Invece, da noi si cambia forma, spesso anche drasticamente, pur di lasciare sempre inalterata la sostanza. Cambiamo nomi alle cose, affinché esse restino esattamente quelle che sono (e garantiscano i privilegi che garantivano quando le chiamavamo in tutt’altro modo). È evidente che chiamare “operatore ecologico” uno spazzino, all’interessato non conferisce certo maggiore dignità professionale, né alla pubblica spesa comporta un alleggerimento, eppure vuoi mettere la soddisfazione di sentirsi chiamare in quel modo, mentre si raccoglie l’immondizia di incivili cittadini?

In questa chiave vanno lette anche tutta una serie di presunte riforme (che lasciano nella sostanza sempre tutto inalterato), come quella – tra le più recenti e meno all’evidenza dell’opinione pubblica – di sciogliere il Corpo Forestale dello Stato e farne trasmigrare gli appartenenti tra i carabinieri. Sorvolando sull’assurdità tutta italiana della miriade di corpi militari (o paramilitari) che abbiamo (dove tutti fanno tutto, con la pirandelliana conseguenza che nessuno fa niente, o quasi), che senso ha cambiare nome alle guardie forestali e chiamarle carabinieri?

Egli ex-forestali continueranno a svolgere le medesime mansioni di prima, soltanto smettendo le divise grigioverdi e indossando quelle nere con i pantaloni bordati di rosso. Dove sarebbe il tanto sbandierato risparmio, se poi quelli devono prendere ugualmente il loro stipendio (magari con qualche indennità maggiorata)? Anzi per assurdo ci sarebbe un aggravio di spesa, se non altro perché bisognerà comprare a tutti gli ex-forestali le divise nuove da carabinieri!

Dunque, le parole sono importanti, e bisogna saperle usare nel modo giusto. Ecco perché torna utile ricordare il sacrosanto ammonimento di Gesù, ricordato in Matteo 5, 37: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno», che poi, è il parlare di chi si comporta da “buono” e non da “buonista”, comportamento che spesso cela effettivamente intenzioni maligne.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – “Le olimpiadi del privilegio”

n. 2 (26/09/2016)

Le olimpiadi del privilegio

La cronaca, nazionale e locale, sembra quasi monopolizzata da un argomento in particolare: l’“oltraggioso” rifiuto che il neo-sindaco di Roma (il termine “sindaca”, con il quale la Raggi indica se stessa, è un oltraggio alla lingua italiana) ha opposto alla proposta di organizzare nella capitale i giochi olimpici del 2024.

I motivi di “scandalo”, addotti da imprenditori, politici di parte avversa e rappresentanti del CONI (si vocifera che questi ultimi, certi che avrebbero “vinto” la battaglia e che fosse scelta Roma come città ospite, abbiano già speso non so quanti milioni di euro…) riguardano sostanzialmente aspetti economici. Pare, a loro dire, che, se si organizzassero le olimpiadi a Roma, si creerebbero una montagna di posti di lavoro, l’economia, capitolina e non, ripartirebbe alla grande, e ci sarebbero investimenti per miliardi di euro. Tutto questo al netto dei soldi che ci verrebbero dal flusso turistico che si azionerebbe quando i giochi poi si svolgerebbero. Insomma, un vero miracolo!

A margine si noti che solo in Italia poteva succedere che, per stabilire se candidarsi o meno ad ospitare i giochi olimpici – che nell’antichità erano considerati di tale sacralità da sospendere perfino le guerre, e da noi sono diventate nientemeno che l’unico sistema per far ripartire l’economia – la discussione degenerasse in tal modo, concentrando le riflessioni sempre e soltanto sul vile denaro e sviando l’attenzione da problemi ben più seri e ben più gravi. Ma tant’è…

Ora, non è oggetto di queste riflessioni entrare nel merito politico della scelta della Città di Roma. Ancora meno utile è parlare della risibile proposta di spostare i giochi olimpici nelle altre quattro città capoluogo laziali – ma vi immaginate la maratona fatta a Frosinone sul viadotto Biondi, che sono buoni tre anni che è inagibile, manco ci fosse precipitato sopra un meteorite? Però, restano ferme due cose importanti.

La prima: non è vero che per far ripartire Roma e in generale l’Italia bisogna organizzare eventi mastodontici. A Milano l’organizzazione dell’EXPO, non solo non ha fatto ripartire la città, ma ha anzi fatto venire alla luce intrallazzi e corruttele varie per una roba che è costata tantissimo e fatto rientrare pochissimo. Per non parlare delle cattedrali nel deserto che sono rimaste a carico dei milanesi per il tempo a venire.

La seconda: se veramente gli imprenditori e i politici avessero intenzione di creare tutti questi posti di lavoro, perché aspettare il 2024? Ci sono tante opere iniziate da tempi biblici – una su tutte la ormai mitologica Salerno-Reggio Calabria – la cui conclusione è ben più lontana del 2024!

In verità, l’Italia (e in maniera forse un po’ meno urgente l’Europa e il Resto del Mondo) ripatirà veramente solo in un caso: se tutti impareranno a cedere i piccoli e grandi privilegi ricevuti negli anni di vacche grasse e torneranno a sentirsi nuovamente parte di una collettività. Infatti, ora ciascuno chiede che vengano colpiti i privilegi altrui e non i propri. E le prediche sulla necessità di essere solidali provengono sempre da gruppi di potere che beneficiano di trattamenti di favore.

Ciò detto, la riflessione vera è un’altra, e, come spesso accade, taciuta anche dall’altra illustre classe di tuttologi italiani: i giornalisti. Tutti blaterano degli straordinari vantaggi (o svantaggi) economici legati alle olimpiadi, e alla figuraccia internazionale che abbiamo fatto nel rifiutarne l’organizzazione, ma nessuno si preoccupa di verificare qual è lo stato di salute dello sport, quello vero (quindi escludiamo il calcio, che oggi come oggi almeno nella gaia republichetta, non si può considerare più sport, bensì puro intrattenimento spettacolare, con un giro di denaro da fare invidia anche a zio Paperone).

Nessuno dice a nessuno che comuni, province e regioni (per tacere dello Stato) destinano sempre meno fondi per lo sport, e spesso ragazzi talentuosi e volenterosi sono costretti ad allenarsi in strutture precarie e mal attrezzate, o a dover sborsare fior di quattrini per poter praticare uno sport, e sognare magari una medaglia olimpica.

Su tutta la querelle torna utile ricordare l’ammonimento che leggiamo in Marco (12, 38-40): «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

Se dipendesse da me, tuttavia, darei una condanna ancor più severa a quanti, per accidia e disinteresse, chiusi in un gretto individualismo e dimentichi di appartenere ad una collettività, quegli “scribi” li eleggono nei posti chiave dell’amministrazione, o permettono loro di pontificare riguardo a cosa sia giusto privilegiare da un punto di vista degli investimenti economici… E, cioè, a noi tutti, incapaci di farci amministrare da persone con qualche idea intelligente ed onesta, e di affidare le sorti dell’economia a imprenditori leali e scrupolosi e non accecati da una sete spasmodica di guadagno.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Presentazione di Pastorale Digitale sabato 24 settembre a Roma

Presentazione del libro Pastorale Digitale 2.0 di Riccardo Petricca a Roma presso la biblioteca Antonio Baldini di Roma Via Villa Sacchetti,5 (pressi Villa Borghese) in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio.

L’evento, a sottolinearne l’importanza, è patrocinato dal Ministero dei beni Culturali ed è stato inserito all’interno delle Giornate Europee per il Patrimonio. Le Giornante Europee del Patrimonio, rappresentano la manifestazione promossa nel 1991 dal Consiglio d’Europa e dalla Commissione Europea con l’intento di potenziare e favorire il dialogo e lo scambio in ambito culturale tra le Nazioni europee. Si tratta di un’occasione di straordinaria importanza per riaffermare il ruolo centrale della cultura nelle dinamiche della società italiana. All’iniziativa, com’è ormai tradizione, aderiscono anche moltissimi luoghi della cultura non statali tra musei civici, comuni, gallerie, fondazioni e associazioni private, costruendo un’offerta culturale estremamente variegata, con un calendario che spesso arriva a sfiorare i mille eventi. Uno straordinario racconto corale che rende bene l’idea della ricchezza e della dimensione “diffusa” del Patrimonio culturale nazionale: da quello più noto dei grandi musei, alle meno conosciute eccellenze che quasi ogni Paese può vantare e deve valorizzare. All’edizione dello scorso anno hanno partecipato oltre 380.000 persone.

Oltre l’autore e numerose personalità del mondo dell’arte e della cultura presenteranno il libro: l’ ing. Roberto Linetti, Provveditore per le Opere Pubbliche di Lazio, Abruzzo, Sardegna del Ministero Infrastrutture e Trasporti); l’ing. Claudio Baldani, funzionario della Soprintendenza ai Beni Architettonici di Roma; l’arch. Marco Silvestri, responsabile tecnico del  Pontificio Collegio Nord Americano di Roma; il  prof. Paolo Cancelli,  responsabile dello Sviluppo della Pontificia Università Antonianum.

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SACRA FAMIGLIA di Vincenzo Ruggiero Perrino – Episodio 9

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 9

Nazareth, anno 1 a. C.

I ragazzini di Nazareth sono usciti da scuola con un po’ di anticipo rispetto al consueto orario. Come accade generalmente in questi casi, facendo insieme un tratto di strada per tornare ciascuno a casa propria, cominciano a conversare tra loro, a gruppi di tre o quattro, di argomenti diversi.

Uno dei maschietti dice agli altri: «Spero tanto che mia madre abbia cucinato la zuppa di farro che mi piace tanto».

Gli replica un altro: «Farro? Non è meglio un po’ di pesce arrostito?».

«Non capite niente, voi due! Cosa c’è di meglio di un po’ di carne di pecora?», fa eco un altro ragazzo ancora.

«Voi pensate a mangiare», si inserisce nel discorso un altro ragazzino, «io invece penso che domani mattina il maestro vorrà sapere tutte quelle cose che ci ha spiegato oggi. E io non c’ho capito assolutamente nulla!».

«E cosa c’era da capire?».

«Se avevo capito cosa c’era da capire, avevo capito quello che diceva, no? E invece niente… proprio zero!».

«Vabbè, più tardi passa da casa e cerco di spiegarti io qualcosa!», propone quello ghiotto di carne di pecora.

«Cioè: io le regole della scuola proprio non le digerisco!», continua il primo.

«Beh, per forza! Sono sicuro che preferiresti mangiare più volentieri una bella zuppa di legumi!», chiosa quello che aveva annunciato a tutti che avrebbe mangiato il farro preparato dalla mamma.

«Ma finiscila! Io sono sicuro che i ragazzi romani ricevano un’educazione migliore. Non vedete che praticamente imparano tutto dai genitori? Mi capita spesso di vedere ragazzi romani della nostra stessa età che vanno con il padre al foro, e anche nelle processioni. Noi, invece, dietro a quel rimbambito del nostro maestro a imparare cosa? Il greco e la Legge!», continua l’altro.

«Come se la legge non la facessero i romani! Hai proprio ragione, amico mio!», conclude, con aria mogia, un altro.

Camminando camminando, anche le ragazzine chiacchierano tra loro.

Dice una: «Mia madre ha comprato un tessuto bellissimo al mercato, l’altro giorno. Ha detto che mi cucirà un vestito per la prossima primavera».

«Beata te! Io, invece, mi devo accontentare di riutilizzare le vesti che hanno già messo le mie sorelle più grandi», si lamenta un’altra.

«Ma, avete sentito cosa hanno detto di Rebecca?», chiede una terza ragazza, cambiando discorso.

«Rebecca, chi?».

«La promessa sposa di Achim, il figlio del rabbino Ioakim».

«Ah, Achim, quello che fa il pescatore?».

«Sì, proprio lui!».

«Quello è proprio un bel ragazzo!».

«Beh, e cosa si dice di Rebecca?».

«Che è scappata via con un altro, e nessuno sa dove sia andata. Si dice che i genitori di lei sono disperati e non escono per la vergogna, mentre il rabbino Ioakim prega affinché la ragazza riceva la giusta punizione per l’oltraggio che ha fatto alla promessa matrimoniale!».

«Che scandalo!».

D’un tratto, una voce propone a tutti gli altri, maschi e femmine:

«Ehi, voi tutti, ascoltatemi! Visto che è un po’ più presto del solito, e sicuramente ci vuole ancora un po’ prima che le nostre mamme abbiano finito di cucinare il pranzo, che ne dite di andare a fare un giro per la piazza?».

Tutti si voltano a vedere chi ha parlato. È stato Gesù, che oggi è privo della compagnia di Giovanni, rimasto a casa malato, e che finora era stato in silenzio ad ascoltare le chiacchiere degli altri. La proposta piace, e nell’esultanza generale, il gruppo di ragazzi e ragazze svolta per andare verso il centro del paese.

Giunti lì, tutti si accorgono di quanto chiassosa e confusa è la vita di una cittadina nella quale coabitano invasori e invasi: i romani si confondono agli ebrei; il latino si parla meno dell’aramaico e dell’ebraico, mentre quasi tutti sanno parlare greco; gli odori delle taverne invadono l’aria; di tanto in tanto bisogna scansare bighe e lettighe che corrono lungo la polverosa strada.

«Che confusione!», esclama una delle ragazze.

«Sapete, amici, non ero mai stato in piazza a quest’ora… e devo dire che non ci tornerò più, visto che confusione che c’è!», dice un altro.

«Ma no! Secondo me è bello vedere tutta questa gente intenta nelle proprie cose… Guarda che vitalità che c’è dappertutto!».

Mentre così discutono, accanto a loro passano due anziani: probabilmente sono marito e moglie, e sono molto vecchi. I ragazzi e le ragazze li seguono con lo sguardo, finché non si perdono nella folla.

«Visto quei due?», chiede uno.

«Già. Devono essere sposati da tanto tempo. Erano vecchissimi!».

«Io da vecchio sarò proprio come quello lì: con la barba lunga, e il bastone. Sarò un uomo importante!».

«Anche io diventerò la moglie di un uomo autorevole!».

«Ti immagini come saremo strani da vecchi?».

«Già: senza denti, con la vista corta, il bastone… Però, pieni di saggezza!».

«Gesù», chiede una bambina, «e tu come sarai da vecchio?».

Gesù assume un’espressione un po’ enigmatica, e poi dice:

«Amici miei, è da prima che vi sento fare tanti discorsi su quello che vi piacerebbe mangiare, oppure su quanto belli sono i vestiti che le vostre mamme vi vogliono cucire, o ancora su quanto siete in ansia per le lezioni a scuola. Io, invece, penso una cosa: e cioè che nella vita non bisogna affannarsi per che mangeremo o berremo, e neanche per quello che indosseremo; la vita stessa forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?».

Gli occhi di Gesù osservano il gruppo di amici, cogliendo in alcuni un po’ di contrariata perplessità.

«Però, mica possiamo restare digiuni, o andarcene in giro senza vesti?», fa notare uno di loro.

«Io non ho detto questo! Ho solo detto che non bisogna stare sempre lì a preoccuparsi per queste cose. Cioè: guardate gli uccelli. Quelli mica seminano, o mietono, o hanno i depositi dove ammassano la roba per mangiare; eppure il Signore nostro fa in modo che non restino digiuni».

«Ma, Gesù, noi mica siamo uccelli!».

«A maggior ragione! Io dico che, se il Signore provvede per gli uccelli, tanto più farà per noi, no? Non contano forse gli uomini e le donne più degli uccelli?».

«Però, prima lui ha detto una cosa giusta. Mica possiamo andarcene in giro nudi!», esclama un altro bambino.

«Sai che scandalo sarebbe!», si aggiunge una bambina.

 «Io non ho detto che dobbiamo andare in giro nudi. Ci mancherebbe! Ho detto che non bisogna affannarsi per i vestiti. Avete mai visto un fiore in un campo preoccuparsi dei suoi colori e dei suoi petali? Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro».

«Beh, in effetti, i fiori sono belli per natura!».

«Oh, bene! Ora, se Dio “veste” così l’erba del campo, che oggi c’è e domani già sarà secca e inutile, non farà assai più per tutti noi?».

«Allora, secondo te, che dobbiamo fare?».

Gesù fa uno dei suoi soliti sorrisi disarmanti e dice: «È molto semplice: non affannarsi preoccupandosi di cosa mangiare o di come vestire. Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Signore sa bene che dobbiamo mangiare e bere per vivere… E sa pure che non ce ne possiamo andare in giro nudi!».

Il ragazzo che poco prima era preoccupato per non aver capito la lezione a scuola, chiede:

«Ma lui lo sa che dobbiamo pure studiare?».

Tutti ridono.

«Certo che lo sa! Perciò, bisogna cercare prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose – il cibo, i vestiti, e quant’altro – saranno date in aggiunta».

Segue una lunga pausa… tutti stanno silenziosi a pensare alle cose dette da Gesù…

Un attimo dopo ripassano i due vecchietti di poco prima. All’anziano signore cade qualcosa di mano e una bambina, quella che aveva chiesto a Gesù come pensava di diventare da vecchio, la raccoglie e gliela porge, ricevendo un sorriso di ringraziamento. Mentre i due vecchi proseguono per la loro strada, la ragazzina, come se all’improvviso si fosse ricordata della sua domanda, chiede di nuovo a Gesù:

«Un momento! Io però ti avevo chiesto un’altra cosa e tu non hai risposto alla mia domanda di prima».

Allora Gesù prende di nuovo la parola e dice:

«Vi ho detto come la penso, volendo farvi capire che secondo me non è importante preoccuparsi per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini, i suoi problemi e le sue pene. A ciascun giorno basta la sua fatica. Prendi lui: oggi è preoccupato per le cose da studiare e che domani il maestro probabilmente gli chiederà. In questo modo non si godrà le cose belle che questo giorno gli potrà offrire pensando a domani, e domani sarà preoccupato per le domande del maestro sulle cose di oggi! Vi sembra una cosa intelligente?».

Quasi in coro, tutti rispondono di no.

«Bene. Allora adesso possiamo tornare a casa. C’è da studiare, dopo mangiato!».

«Ma tu hai detto che non dobbiamo preoccuparci per il futuro!», dice quello stesso ragazzo.

«Esatto: io ho detto che non dobbiamo preoccuparci per il futuro. Ma ho detto pure che bisogna cercare la giustizia di Dio. E per fare la giustizia di Dio, occorre fare il proprio dovere ogni giorno…».

Il ragazzo si porta una mano in fronte ed esclama: «Io non c’ho capito niente manco mo’!».

«Beh tra una trentina di anni vi sarà tutto più chiaro!».

«Ecco: ora se c’era tuo cugino avrebbe detto che tutte le volte te ne esci con questa risposta… Vabbè… Intanto, speriamo che, oggi, le cose che il maestro ha spiegato mi saranno chiare per l’interrogazione di domani!».

E così, ognuno torna alla propria casa, meditando sulle cose un po’ insolite e diverse dalla mentalità comune, che quello strano ragazzino di nome Gesù ha detto, come solitamente fa… sperando che effettivamente dopo una trentina di anni saranno più chiare…

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…Ma io devo andare in bagno. #oancheno

Torno anche oggi a scrivere del terremoto. O meglio: di quello che si sta già trasformando in un grande circo mediatico. Ancora una volta mi scontro col paradosso di dover usare parole per combattere le troppe parole… ma tant’è.

E’ difficile tacere di fronte ai tanti link postati senza criterio, in cui animali e persone sono sullo stesso piano, le denunce sociali sono fatte senza alcun approfondimento, in cui si fa un tutt’uno di migranti, rifugiati, sfollati per sollevare polemiche, che, francamente, sono del tutto inutili, soprattutto in questo momento, soprattutto quando sono figlie di ignoranza e superficialità.

E poi arrivano i giornalisti. Un mestiere difficile, da sempre, e oggi di più. Perché bisogna essere bravi, capaci, preparati; bisogna avere tenacia e coraggio; bisogna studiare e approfondire, verificare le fonti, essere sicuri di ciò che si dice e si scrive. E tutto questo deve essere fatto in tempi velocissimi, col fiato sul collo e le pressioni del direttore, dell’editore, dei propri competitor, della rete, dei social network, di una concorrenza spietata; a volte con una situazione lavorativa estremamente precaria, che mette tensione, toglie forse lucidità e serenità, e spinge alla ricerca dello scoop e dell’unicità a tutti i costi.

Valanghe di immagini e di notizie, pubblicate con foga, tante, così tante, che se all’inizio ti fanno sentire da vicino la tragicità di quello che sta accadendo, poi rischiano di appiattirsi l’una sull’altra e chi le guarda, sebbene inconsapevolmente, comincia a perdere la percezione del confine sottile tra realtà e finzione, tra video reali e film, tra documentario e videogioco. E rischia persino di abituarsi. A poco più di 24 ore dal sisma abbiamo visto tutti migliaia di foto, letto migliaia di parole e tutto rischia di confondersi in un nuovo cumulo di macerie confuse.

Ecco allora che si cercano immagini sempre più forti.

Studio Aperto pensa bene di intervistare una donna ancora intrappolata sotto la macerie. E inizia un dialogo surreale nel quale l’intervistatore cerca maldestramente di rassicurare la poverina, la quale, a sua volta, dice solo: “ma io veramente devo andare in bagno”. Lei non dice: devo fare pipì. Dice: “devo andare in bagno”. Come se potesse muoversi e alzarsi, come se potesse scegliere. Lo dice con pudore, con un’ingenuità e, al tempo stesso, un’eleganza che commuovono e inteneriscono. E che l’intervistatore non coglie. Così arriva il consiglio, geniale, e pubblico: “se le scappa la pipì, la faccia. Lo so che è brutto dirlo, ma la faccia. Io adesso mi allontano un attimino e lei fa la pipì”.

Ecco, è ovvio che, in un contesto simile, nessuno starà lì a pensare se le vittime si sono fatte addosso i propri bisogni o li hanno trattenuti. L’importante è che escano vivi. Eppure, le vittime ci pensano, eccome. Perché stare sotto le macerie non significa essere diventati pupazzi inerti. Chi sta sotto le macerie è una persona con una sua dignità. Che certamente è perfettamente consapevole che la cosa più importante è salvare la vita. Ma che forse si vergogna dei pantaloni bagnati di pipì o dell’aspetto stravolto, che non vuole sentirsi un numero, che magari era andato dal parrucchiere proprio il giorno prima, che desidererebbe farsi una doccia. Stare sotto le macerie non significa perdere il pudore, la dignità, trasformarsi da “persona” in “vittima” del terremoto. Essere estratti dalle macerie non significa trasformarsi in “un” malato, in “uno sfollato”. C’è un nome, un cognome, una storia, un proprio decoro personale che va rispettato e custodito. E per quanto la gravità della situazione richieda interventi urgenti, immediati e lasci poco spazio ad altro, un po’ di rispetto dovrebbe essere mantenuto.

Perciò, quell’intervista si poteva evitare. Chissà se quella donna ha capito con chi stava parlando e chissà se ha capito che una telecamera stava riprendendo i brandelli del suo corpo che si potevano intravedere tra le macerie.

Qualcuno avrebbe dovuto fermare per lo meno la messa in onda dell’intervista. Avrebbe dovuto dire “o anche no”. Come ha fatto, per fortuna, Enrico Mentana, su La 7, gelando la sua inviata che proponeva di mandare in onda la foto di una famiglia morta inviata poco prima alla redazione. O anche no. Non si manda in onda. Perché il dolore ha una sua dignità, di fronte alla quale inchinarsi e tacere.

Maria Cristina Tubaro

http://www.mariacristinatubaro.it/?p=111

 

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Case di mattoni e vita vissuta. Il terremoto visto da qui

Ci siamo trasferiti da poco. La prima mattina nella nuova casa, al risveglio, abbiamo trovato una zanzara sul muro delle scale. Per me quasi uno scempio sul muro appena tinteggiato con quel color tortora che avevamo scelto con tanta fatica e cura dopo ben 19 prove con diversi campioni di colore.

Mio marito è intervenuto per cacciarla. E invece l’ha schiacciata e lei è rimasta lì stecchita. Una chiazzetta con le ali spiaccicate, che istintivamente abbiamo cercato di cancellare passando sul muro il polsino di una felpa, ahimé, rossa. E la chiazzetta è diventata un bell’alone rosaceo. Così il perfetto color tortora ha avuto la prima imperfezione, che mi era sembrata grave. La guardo ogni volta che scendo in cucina e con tenerezza ripenso a quella prima mattina nella nuova casa.

E pensavo a quella prima chiazzetta rosacea guardando le immagini del terremoto. Pensavo che forse lì ci sono una, due, dieci, cento altre coppie che, come noi, si sono sposate da poco e hanno ristrutturato, arredato, iniziato ad amare una casa nuova, soffrendo, magari, davanti ad una improvvisa chiazzetta rosacea su un muro appena tinteggiato. Avranno scelto i mobili con la nostra stessa cura, magari litigando anche un po’, come facciamo noi due, che abbiamo gusti così diversi.

Oggi, per quelle giovani coppie, non c’è più la chiazzetta, il muro, i mobili, il piano cucina in granito, la lavastoviglie ultimo modello regalata con la lista di nozze e la lavatrice capiente e silenziosa, il frigo grande, per essere pronti se arrivano gli amici. Niente. Solo macerie.

La casa si ama, si vive, si costruisce, non solo con i mattoni, ma con la vita di ogni giorno, con le storie che custodisce, con una piantina fiorita, col profumo di ciambellone in forno, con una cena tenuta in caldo, con una chiacchierata sul divano. E anche con una chiazzetta rosacea sul muro. Si costruisce con le parole che si dicono ogni giorno, che si urlano, che si sussurrano; con i rumori e gli odori di cui ogni casa vive e che le danno una sua inconfondibile personalità.

Non sono crollate case, ma storie intere, legami, abitudini, quei piccoli riti, profumi, odori, sapori della vita quotidiana. E’ un dolore enorme e lancinante, che, forse, non riesco neppure a immaginare. Quanti sogni, quanta speranza, quanta fiducia, stanotte, si sono persi?

Provo un certo senso di fastidio nella valanga di parole di queste ore. E lo so, è strano e contraddittorio, che io usi altre parole che si aggiungono al chiasso mediatico.

Vorrei, invece, un po’ di silenzio. Vorrei che ci si mettesse in ginocchio, di fronte ad una cosa così grande e terribile, per ritrovare il proprio cuore e, per chi crede, per pregare, come ha fatto il Papa questa mattina con una semplicità disarmante. Ma chi crede, sa che quel Rosario fuori programma ha una potenza straordinaria e che anche così, nel male, si fa strada la Grazia.

E, al tempo stesso, vorrei che continuasse quel rimboccarsi le maniche attivo e concreto che già si sta profilando in queste ore e che l’aiuto e la solidarietà non si trasformassero in un gesto meccanico, ma toccassero nel profondo i nostri cuori. Perché solo se ritroviamo, in ginocchio, il nostro cuore e solo se lo rimettiamo in gioco rimboccandoci le maniche, si potranno ricostruire pareti, sulle quali un giorno ci sarà una chiazzetta rosacea per la quale una moglie rimprovererà il marito, si potranno ricostruire case, in cui montare una cucina bella e un frigo grande, perché non si sa mai, potrebbero arrivare gli amici e dobbiamo essere pronti ad accoglierli, soprattutto ora, che abbiamo tutti toccato con mano, e con il cuore, quanto preziosa sia l’accoglienza, la solidarietà, il non lasciare soli quelli che soffrono.

Maria Cristina Tubaro

http://www.mariacristinatubaro.it/?p=100