Author : Riccardo Petricca

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Il Serpente Prudente – n. 13

n. 13 (12/12/2016)

“C’è ancora religione

Qualche giorno fa, convinto di potermi divertire fino alle lacrime, dato che il cast quello prometteva, ho visto l’ultima fatica cinematografica interpretata da Claudio Bisio, Angela Finocchiaro e Alessandro Gassman, intitolata Non c’è più religione.

Dico subito che il divertimento c’è stato, ma in misura alquanto modesta. E dico anche che la partenza del film autorizzava a pensare a ben altri sviluppi: un cartello all’inizio, con la scusa di invitare gli spettatori a spegnere o a silenziare i propri celluari (buona creanza che, escluso il sottoscritto, non ha praticamente nessuno), avvertiva che per ognuno di noi nascono 0,65 figli, ma ciascuno possiede 2,83 cellulari. Insomma, la natalità è assicurata dalla nascita dei figli degli immigrati.

La situazione non sembra fare né caldo né freddo a nessuno, considerato che basta guardare cinque minuti di televisione per vedere una decina di spot di promozioni e offerte di cellulari (più un’altra decina di pubblicità di nuove automobili), e niente che parli di figli o famiglie (escludendo le pubblicità di cioccolatini e merendine, che mostrano famiglie più false dei soldi del Monopoli).

A dirla tutta, i tanto vilipesi immigrati assicurano a noi altri tante altre cose: per esempio, a nostro esclusivo vantaggio fanno lavori, in condizioni che manco gli schiavi avrebbero tollerato, che la nostra mentalità piccolo borghese rifiuta addirittura di considerare lavori. Ci assicurano anche svago e divertimento: pensate che il tanto seguito campionato di calcio ha senso definirlo “italiano” solo perché si disputa nella gaia Penisola, ma per il resto è giocato per lo più da calciatori immigrati da altri Stati e Paesi (a suon di milioni di euro).

Comunque, l’esile commedia cinematografica, pur partendo dall’allarmante dato statistico di cui sopra, prende poi un’altra piega, che ne giustifica il titolo. La storia parte dall’organizzazione del presepe vivente su una piccola isola del Mediterraneo. Non nascendo più bambini su quell’isola – l’ultimo è ormai un adolescente grassottello che non entra più nella mangiatoia – il sindaco (Bisio), tornato a casa dopo una disastrosa carriera politica al Nord, deve escogitare una soluzione per trovare al più presto un neonato da mettere nella mangiatoia. Così, il politico fa di tutto per convincere Suor Marta (Finocchiaro) e gli altri isolani ad accettare l’offerta dalla comunità araba, che sta dall’altra parte dell’isola ed è capeggiata da Marietto (Gassman) convertitosi all’Islam per amore, di un loro bambino per il ruolo di Gesù neonato.

Gli arabi, pongono una serie di condizioni per il “prestito” del bimbo: vogliono che quelli dell’isola condividano con loro il Ramadan; vogliono usare la chiesa per pregare Allah; fino a organizzare il presepe secondo una presunta tradizione araba dettata nel Corano. Gli isolani, convinti dal loro politico (laico), accettano tutte le condizioni, pur di poter fare il presepe che attirerà folle di turisti e darà un po’ di respiro all’esangue economia locale. Ci sarà poi un finale (poco) sorprendente, che scompagina ulteriormente le premesse fin qui dette.

Il racconto del film ci dice sostanzialmente che: in nome del dio denaro si può addivenire a qualsiasi compromesso, anche per quel che riguarda la propria religione e le proprie tradizioni; chi si fa tramite di questi compromessi è sempre la politica; il popolo li accetta più o meno supinamente; nella maggior parte dei casi anche gli uomini e le donne di fede, per non apparire poco accoglienti rispetto a chi professa una religione diversa, si rendono disponibili a qualche “ritocco” del proprio credo, ibridandolo con quello dell’altro, in nome di una specie di religione universale del volemose bene. Allucinante, vero? Eppure è proprio quello che succede nella realtà di tutti i giorni!

Se da una commedia ci si poteva legittimamente aspettare una satira un po’ meno politically correct di questa situazione, il punto è che l’idea che si ha di dialogo interreligioso è assolutamente sbagliata. Dialogare non vuol dire “io detto le condizioni per farmi accettare da te”. Non è stato così nemmeno quando i predicatori andavano a convertire i popoli lontani, figuriamoci se può essere così ora! Invece, nella mentalità comune, che il film rispecchia con estrema fedeltà, il musulmano (ma il discorso vale per chiunque sia “diverso”, anche religiosamente parlando) viene per dettare le proprie regole, e noi, in nome di un bene migliore e superiore (legato in qualche modo sempre all’economia e al denaro), accettiamo.

Io credo che nemmeno i musulmani in particolare e gli immigranti in generale vogliano questo. Dialogare è innanzitutto conoscere: quanti di quelli che quotidianamente vogliono insegnarci la convivenza con gli stranieri, sanno veramente quello di cui parlano? Quanti hanno letto non dico il Corano, ma almeno qualche pezzetto di Vangelo? Soltanto ponendo alla base una sincera e autentica conoscenza dell’altro lo si potrà accettare, con i pregi e i difetti che lo caratterizzano.

Ovviamente la cosa deve essere reciproca: il cristiano deve conoscere il mondo del musulmano e viceversa, altrimenti il gioco non funziona e si ricade nei trabocchetti e nei ricattucci per scongiurare una presunta discriminazione religiosa. Quindi non è vero che “non c’è più religione”. Ce n’è, ma a patto di intendersi veramente sul senso di questa parola, che non è una svendita della propria storia e cultura, ma un modo per accogliere l’altro nel rispetto e nella conoscenza reciproca del proprio vissuto.

La polemica sull’immigrazione chiarisce bene cosa succede quando sparisce la politica: destra, sinistra, centro non hanno nessuna visione della società, nessuna idea, nessuna conoscenza, e dunque nessun vero programma. Sono caricature e null’altro, e costano pure un sacco di denaro. Allora tutto è rimesso al popolo: conoscere per capire; capire per apprezzare; apprezzare per convivere pacificamente, senza compromessi e ibridazioni.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Sì… no… mah…

n. 12 (05/12/2016)

“Sì… no… mah…

Nel momento in cui scrivo, non si sa ancora se al referendum abbia vinto il sì o il no. Poco male. Come ho accennato in qualche puntata precedente, io penso che il desolante scenario, quotidianamente offertoci dalla nostra classe politica, fatta di personaggi veramente mediocri e imbarazzanti (ma tutto sommato degni rappresentanti della stragrande maggioranza degli italiani), cambierà molto poco sia nell’uno che nell’altro caso.

Partiamo da un punto fondamentale: la Costituzione del 1948 (già cambiata in molte sue parti in diverse occasioni – quindi perché tutto ‘sto scandalo adesso?) come del resto tutte le altre leggi ordinarie, i decreti, e tutti i tre poteri dello Stato funzionano bene, quando e se li si vuol far funzionare. Il problema non è quello che c’è scritto in una legge, ma chi lo scrive, e soprattutto chi poi dovrebbe osservarla quella legge. Che è il grosso problema degli italiani.

L’ipocrita idiozia di chi ha sbraitato fino all’altro ieri che, in caso di vittoria del sì, il popolo perderebbe parte della sua sovranità, può essere agevolmente zittita, ricordando che il popolo non ha mai avuto veramente alcuna voce in capitolo, mai e poi mai. I politicanti d’accatto che ci hanno governato nella prima e (ancor più) nella seconda repubblica, non hanno fatto altro che sfruttare la dabbenaggine dell’italiano medio, abbindolandolo in ogni modo possibile e immaginabile.

Pensate: qualche anno fa, abbiamo votato tipo plebiscito affinché l’acqua tornasse in gestione pubblica, e cosa è successo? Assolutamente nulla! E poi mi vengono a dire che se vincesse il sì, perdiamo la sovranità? Noi veniamo continuamente raggirati dalla politica, e ora anche dall’antipolitica, e andiamo avanti felici e contenti, inconsapevoli della catastrofe economica e sociale a cui siamo esposti, grazie a questi sapientoni che dicono di rappresentarci!

Agli eminenti professori costituzionalisti, gran parte dei quali, credo più per dovere professionale che non per intima convinzione, si sono schierati per il no, ricordo che tanti principi fondamentali del nostro stato vengono quotidianamente calpestati e brutalmente vilipesi sotto gli occhi di tutti (tanto per fare un esempio la tanto invocata trasparenza della Pubblica Amministrazione, che discende dall’art. 97 della Costituzione), eppure non mi pare di aver mai sentito la loro voce alzarsi tanto forte…

Tornando al referendum, per convincersi dell’amarissima (e costosissima) verità che alla fine cambierà ben poco, basta rivedere il modo in cui si è prima preparata la riforma, e poi si è sottoposta al referendum confermativo.

La riforma è stata scritta e discussa nell’apposita commissione e dopo due anni (ventiquattro mesi: ci si potevano abbondantemente fare due figli e mettere in cantiere un terzo!) è stata votata dal parlamento. Giusto perché non è stata raggiunta la maggioranza dei 2/3 alle votazioni delle due camere, si è dovuto indire il referendum confermativo. Altrimenti, il popolo sovrano – con buona pace di chi ne invoca una presunta diminuzione di potere – manco veniva minimamente coinvolto. Perché nelle cosiddette democrazie occidentali funziona così: il popolo elegge i suoi rappresentanti, e loro fanno le riforme, senza ma e senza forse. Se il popolo sconfessa quello che stabiliscono i rappresentanti che ha eletto c’è qualcosa di intimamente contraddittorio, no?

Comunque, una tirata d’orecchi va tanto a chi si è schierato con il sì, quanto a chi si è schierato per il no. I primi perché sono andati incautamente dicendo che la riforma non è la migliore che poteva essere fatta: un’affermazione che si commenta da sé, visto e considerato che ci hanno lavorato per due anni (lautamente pagati). A questo punto, potevano prendersi altri sei mesi e magari farla un po’ meglio, ed evitare così di esporsi a critiche (giuste o meno che siano state).

I secondi – quelli del no, altrettanto lautamente pagati – dov’erano quando quelli del sì scrivevano la riforma? Non sedevano forse nella stessa commissione parlamentare a discutere con quelli? Embé, non sapevano dire allora cosa non andava? C’era bisogno di fare tanta caciara dopo? In fin dei conti la riforma in parlamento non avrà raggiunto i 2/3, ma ha pur sempre raggiunto la maggioranza assoluta dei voti (50%+1). Se la matematica non è un’opinione – e per fortuna che almeno lei non lo è – da dove sono spuntati tutti quelli che dopo si sono sgolati a dirci che bisognava votare no?

Ora qualcuno di loro va dicendo che se vince il no, si siederanno tutti (vinti e vincitori) ad un tavolo, per scrivere una riforma più bella, più giusta, ancora più nuova. Ma stiamo scherzando? E noi buttiamo altri due anni (e magari anche più) dietro questi mentecatti?

E alla fine, dire sì o dire no a chi lo demandiamo? Al popolo sovrano che praticamente non sa altro che quello che gli si è voluto far sapere da una parte e dall’altra, cioè che sono poche sciocchezzuole (in particolare quelle sulla nuova composizione del senato) rispetto all’intera mole della riforma, che è ben più complessa e articolata. Cioè, a noi è toccato dire sì o no ad una cosa che poteva essere meglio di com’è, e che se non passa lascia tutto più o meno come è stato dal 1948 ad oggi.

C’è un piccolo dettaglio che tutti tacciono, quelli del sì e quelli del no: che tutto il referendum costa (al pari di ogni altra votazione) milioni di euro, che magari potevano servire per incentivare un po’ l’economia, o per esempio rendere meno disperata la situazione della sanità.

Pensate che popolo di deficienti siamo: se vince il sì, abbiamo sciupato milioni per una cosa che poteva venire meglio, per stessa ammissione di chi il sì lo ha sostenuto; se vince il no, abbiamo sciupato milioni per far rimanere le cose esattamente come stavano prima!

Mah…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Sacra Famiglia Episodio 11

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 11

Teatro di Sepphoris, anno 1 a. C.

Benché non sia ancora completamente ultimato, il teatro di Sepphoris viene comunque utilizzato per rappresentazioni di mimi e di altri tipi di spettacoli. E capita, talvolta, che le compagnie provino i loro pezzi teatrali – generalmente farse e parodie di antiche opere – mentre le maestranze lavorano alle rifiniture di gradinate e corridoi.

Giuseppe, insieme con altri operai, sta lavorando al teatro, e questa mattina ha portato con se Gesù, che era curioso di vedere un teatro romano, sebbene ancora non del tutto finito. Appena giunti, il ragazzo nota che sulla scena ci sono degli attori e delle attrici, che stanno facendo le prove di uno spettacolo che daranno quella sera stessa.

«Papà, chi sono quelle persone?», chiede entrando nell’arena.

«Credo facciano parte di una compagnia di mimi che gira per tutta la regione, rappresentando le sue storie», risponde Giuseppe.

«Posso andare a vedere che fanno?».

«Certo, ma non dare fastidio, perché penso si stiano preparando per la commedia che reciteranno stasera».

«Va bene».

Così, mentre Giuseppe raggiunge gli altri lavoratori per cominciare la giornata di lavoro, Gesù va verso la scena del teatro, si siede per terra e si concentra a seguire la storia che viene raccontata dagli attori.

Il più anziano di quelli richiama gli altri:

«Forza, pelandroni, in scena. Riprendiamo da dove avevamo interrotto poco fa!».

«Flavio, eravamo arrivati al punto in cui il figlio più giovane dice ai genitori che vuole andare via», dice un altro attore più giovane, rivolto a quello più anziano.

«Su, allora, recita la tua battuta!».

L’attore più giovane si sistema in quasi al centro della scena, e rivolto all’uomo e alla donna che interpretano i suoi genitori esclama: «Padre, madre, ascoltate ciò che ho da dirvi. Sono giovane e ho voglia di conoscere il mondo. Perciò, caro padre, dammi la parte dei beni che mi spetta, così che io possa partire».

La madre recita: «Figlio mio, dove vuoi andare? Sei ancora troppo giovane per lasciare i tuoi genitori e la tua casa!».

E il padre: «E soprattutto, perché io dovrei darti i miei beni? Quando morirò saranno tuoi, maledetto sciacallo!».

Il ragazzo assumendo un’espressione di scherno, e volgendosi verso la zona del pubblico: «Padre, mi sono già informato dal pretore. Meglio per te che mi dia la mia parte di beni, altrimenti te la dovrai vedere con le guardie!».

«Se le cose stanno così, dividerò tra te e tuo fratello le mie sostanze».

A questo punto, Gesù si accorge che gli attori non stanno più recitando, perché nuovamente prende la parola l’attore più anziano, quello che poco prima l’altro aveva chiamato Flavio, che dice: «Bene, questa parte va bene così! Adesso proviamo la scena seguente. Fate entrare le attrici!».

Tuttavia, l’attore giovane fa notare: «Ehi Flavio, forse non è il caso di far entrare le attrici, c’è un ragazzino che ci guarda!». Infatti, in quel momento della rappresentazione le attrici sarebbero dovute entrare in scena quasi completamente nude, e proporre una scena di danza, come generalmente si usa nei teatri romani di questo tempo.

Quel Flavio si volta verso la cavea del teatro e scorge Gesù, che se ne sta seduto a guardare le prove.

«Ehi, tu, ragazzino, che ci fai qui?», gli chiede dalla scena.

«Sono venuto con mio padre che lavora qui. Vi stavo guardando recitare… Sembra una storia interessante, ed ero curioso di vedere come andava a finire», risponde lui.

«Veramente tu non potresti stare qui. Non credo siano spettacoli adatti ad un ragazzino della tua età!».

«Dici?».

«Beh non sono cose particolarmente “pure”», precisa lui, mentre tutti scoppiano a ridere.

«Io credo che non bisogna preoccuparsi di ciò che dall’esterno entra dentro i nostri cuori e le nostre menti, quanto piuttosto di quello che ne esca fuori».

La risata di tutti si spezza, e quello resta un attimo perplesso. Poi, rivolto agli altri, fa: «Facciamo così: proviamo la scena finale; poi dopo, quando il ragazzo se ne sarà andato, facciamo la scena con le attrici».

«Dunque, continuate?», chiede Gesù.

«Ecco! Ora ti faremo vedere il finale della storia. Poi, tornerai da tuo padre», risponde Flavio.

«Va bene».

Gli attori prendono posto sulla scena. Flavio cerca di riassumere gli eventi, affinché il loro piccolo spettatore possa comprendere meglio il finale:

«Dunque, in questa storia, dopo aver fatto vedere una scena domestica di una famiglia come tante, presentiamo un figlio, che, desideroso di fare le sue esperienze per il mondo, chiede al padre di dargli la parte di eredità che gli spetta… E sarebbe la scena che hai visto prima… Poi, se ne va in giro a sperperare tutto… Quando ha finito i soldi che aveva ricevuto, frequentando alcune donne – che era la scena che stavamo per provare prima e che faremo dopo – torna a casa, chiedendo perdono ai suoi genitori…».

E così la recita riprende.

L’attore giovane si porta verso il bordo della scena e, assumendo un’espressione contristata, declama a gran voce: «Quanti lavoratori salariati di mio padre hanno pane in abbondanza, io invece muoio di fame! Devo risolvere questa cosa. Andrò da mio padre e da mia madre, e dirò loro: “Padre, madre, ho peccato contro il cielo e davanti a voi; vi prego di riaccogliermi in casa, anche come semplice lavoratore”. Poi, quelli si commuoveranno e mi ridaranno il posto che mi compete… Altro che lavoratore!».

Così, la scena prosegue: l’attore giovane va davanti ai genitori e pronuncia a loro le battute dette poc’anzi.

Il padre, seduto, ascolta il discorsetto del figlio e poi dice: «Prima sei venuto a chiedermi i miei soldi in eredità prima ancora che io e tua madre fossimo morti! Poi, hai sperperato tutto quello che ti avevo dato, e non era poco! Ora, hai pure la faccia tosta di venire qui a chiedere perdono?». Poi, chiamando un servo dice: «Ehi tu, portami il bastone più duro che abbiamo, che questo svergognato deve avere una bella lezione!».

«Padre, ma non sei contento che io sia tornato sano e salvo da te?».

«No!».

Il padre preso il bastone comincia a rincorrere il figlio per la scena colpendolo ripetute volte. In quella entra in scena un altro attore, che impersona il fratello del malcapitato e chiede:

«Che succede qui?».

Gli risponde il servo: «È tornato tuo fratello a chiedere perdono e tuo padre lo sta perdonando… alla sua maniera…».

«Ah bene! Magari voleva farsi dare qualche altra cosa di soldi, prelevandoli dalla mia parte di eredità. Fai una cosa, porta un bastone pure a me, che gli do volentieri la mia parte!».

E così la scena del mimo finisce con il giovane picchiato dal padre e dal fratello.

Quando gli attori finiscono di recitare, Flavio si volge verso Gesù, convinto di trovarlo a ridere a crepapelle, come qualsiasi spettatore farebbe per una scena del genere. Invece, quello se ne sta serio serio a riflettere.

«Ehi, ragazzo, tutto bene? Abbiamo finito».

«Beh, sì, l’avevo capito che la storia era finita».

«E, allora, perché non ridi?».

«Perché mi sembra molto irreale come storia».

«Irreale? Ma se di figli come quello della nostra storia ce ne sono a migliaia in tutto il territorio dell’impero!».

«Infatti, io non dico che il personaggio del figlio non sia reale, ma quello del padre…».

«Cioè?», chiedono quasi in coro gli attori che sono sulla scena.

«Io non penso che la reazione del padre sia quella che si verificherebbe nella realtà… Cioè, la vostra trovata è sicuramente comica, e sono certo che stasera farà ridere un sacco di gente… Ma, ragazzi, parliamoci chiaro, se un vostro figlio se ne andasse via e vivesse una vita dissoluta, e se poi quello decidesse di tornare, voi non lo accogliereste nuovamente con gioia? Non fareste festa per il figlio che credevate perduto per sempre, che invece ritorna da voi chiedendovi di perdonarlo e di accettarlo di nuovo in casa?».

Gli attori, che vengono raggiunti anche dalle attrici rivestitesi, si guardano un po’ stupiti dalle parole di quel Gesù. Prende, poi, la parola Flavio:

«Ragazzo, io credo che tu abbia proprio ragione… La nostra trovata è divertente, fatta apposta per far scompisciare il pubblico… ma tu hai visto giusto: il padre dovrebbe abbracciare e perdonare il figlio e fare festa perché lo ha riavuto sano e salvo…».

Poi, dice ai suoi colleghi: «Ascoltatemi, stasera proviamo una modifica al nostro copione. Tanto, lo modifichiamo tutte le sere: tentar non nuoce. Proviamo a cambiare il finale come ha detto il piccoletto, e vediamo se il pubblico apprezza».

«Bene: voi continuate il vostro spettacolo, io ritorno da mio padre».

«Grazie del suggerimento per la nostra storiella… Forse, modificando il finale, avrà ancora più successo».

«Sì, sono sicuro, che anche tra una trentina di anni, questa storia sarà conosciuta in tutta la regione…».

«Secondo me, tra qualche anno, diventerai un bravo raccontatore di storie…».

«Ci stavo pensando anche io. Racconterò delle belle storie per far capire un po’ di cose importanti alle persone».

«Quando sarai famoso, verrò ad ascoltarti ovunque tu sia…».

«Va bene, Flavio, ma fino ad allora, non smettere di raccontarle tu, delle belle storie che insegnino qualcosa alle persone…».

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Il Serpente Prudente – Imparare a morire

n. 11 (28/11/2016)

“Imparare a morire

Ci avete fatto caso? Il rapporto con “nostra sora morte corporale” degli uomini di questo tempo si è attestato su un duplice versante. Da una parte c’è chi vuole morire a tutti i costi, tanto da invocare un proprio “diritto a morire”, a rifiutare le cure per se e per i suoi, in nome di una presunta dignità umana. Cosa ci sarà di dignitoso nel morire di propria spontanea volontà non mi è tanto chiaro, nemmeno quando si è ridotti a poco più di un vegetale.

Da un’altra parte ci sono invece quelli che non si rassegnano alla naturale evidenza che è da sempre il minimo comune denominatore di qualsiasi forma di vita, e cioè che prima o poi bisogna morire. E allora ecco che ci si è inventati una soluzione, al momento ancora in odore di fantascienza (ancorché largamente sperimentata): l’ibernazione.

Se prendiamo un qualsiasi dizionario, scopriamo che la parola “ibernazione” deriva dal latino “hibernare”, cioè “ritirarsi per svernare”, e in biologia indica la riduzione al minimo delle funzioni vitali per favorire la sopravvivenza. Diciamo che può essere assimilata al letargo negli animali.

In realtà la pratica viene utilizzata in via preventiva già da un po’: in particolari interventi chirurgici (specie cardiologici), si abbassa artificialmente la temperatura del corpo; oppure gli organi da trapiantare vengono conservati a temperature molto basse (ma non al punto di congelamento); invece l’ibernazione in azoto liquido (più correttamente definibile come crioconservazione), è usata per la conservazione di spermatozoi ed embrioni umani (cosa che in realtà era già stata pensata alla fine del Settecento).

Ibernare un corpo umano intero è il frutto della fantasia narrativa degli scrittori di fantascienza: il trucco è ibernare un individuo prima che muoia, per evitarne la morte, generalmente per un male incurabile, e tenerlo sotto ghiaccio finché non si trovi una cura per quel male, trovata la quale, lo si risveglia, lo si cura, e quello campa un altro pochino.

Gli scienziati, però, anziché dedicarsi a come rendere migliore la vita degli uomini, hanno pensato bene di rendere reale l’espediente letterario dell’ibernazione, con una sottile ma significativa differenza: si conservano cadaveri e non corpi ancora vivi…

Attualmente ci sono tre società in tutto il mondo che effettuano un servizio di ibernazione di cadaveri; presso di esse ci sono circa 300 corpi, che vengono conservati nell’azoto liquido, alla modica cifra di circa duecentomila euro (ottantamila per chi vuole preservare dalla corruzione del sepolcro solo la proprio testa…). Codesti scienziati (ammesso che abbia senso chiamarli così) sostengono che in un futuro (chissà se prossimo o remoto) dovrebbe essere possibile sviluppare una tecnologia in grado di ripristinare completamente le funzioni vitali dei corpi ibernati, non determinando la durata del congelamento un invecchiamento cellulare. In altre parole, anche se uno resta congelato trent’anni, al risveglio avrebbe sempre l’età di quando è stato congelato. Tuttavia, per i taccagni disposti a sborsare solo ottantamila euro per conservare unicamente la testa, non è chiaro come faranno a riattaccarla al corpo, che nel frattempo sarà un mucchietto di polvere…

Ora, al di là del dato giuridico, che affronterò tra un attimo, faccio una riflessione logica, che parte anche dai fatti di cronaca di questi giorni, nei quali una 14enne inglese, affetta da una malattia incurabile, ha fatto istanza alla Suprema Corte per essere autorizzata a farsi ibernare dopo morta. Infatti, passata a miglior vita la ragazzina, i giudici di Sua Maestà hanno acconsentito all’ibernazione.

In primo luogo, che senso ha morire prima e poi farsi ibernare? Per quanto vogliano impegnarsi i nostri sedicenti scienziati, immagino sia alquanto difficile trovare un sistema scientificamente valido per far risuscitare qualcuno. Non a caso, a parte i miracoli di Gesù, in nessuna cronaca conservata ci è giunta notizia di qualcuno che è ritornato in vita dopo essere stato dichiarato biologicamente morto. E la cosa vale tanto per gli umani, quanto per ogni altra forma di vita animale o vegetale.

In secondo luogo, ammesso che un giorno si renda possibile ibernare un corpo vivo (e conservarlo senza gli svantaggi attualmente denunciati da scienziati più coscienziosi, tipo che le cellule comunque si rovinano restando lungo tempo ad una tanto prolungata temperatura bassa), e conservarlo in attesa che sia trovata una cura per il male che lo ha colpito, quando lo si risveglierà dopo 30-40 anni, che vita potrà mai vivere quella persona? Tutti i suoi amici saranno probabilmente morti o comunque invecchiati; l’assetto sociale e politico del suo Paese potrà essere cambiato drasticamente; non è detto che nel frattempo non si sia sviluppato qualche altro male incurabile, che lo colpirà; con quali soldi pagherà la cura, considerato che nel frattempo non ha lavorato e quindi guadagnato?

Eticamente, ci si chiede se sia giusto o meno dedicarsi ad una pratica del genere. Se lo si fa per conservare un cadavere, in una forma diversa ma concettualmente simile a quella che usavano i faraoni che si facevano mummificare, non mi pare ci siano tanti problemi. Già conservare un corpo vivo – cosa che al momento credo sia non solo impossibile, ma anche vietata – la prospettiva cambia…

Giuridicamente, che roba è? Sono da considerarsi vivi o morti? Chi pagherebbe le tasse per questa gente? Sarebbero – un po’ come i nascituri – titolari di qualche diritto successorio? Se il corpo si distrugge per un qualsiasi motivo, la società è perseguibile per vilipendio di cadavere? E se la società fallisce, i cadaveri vanno in una fossa comune?

Insomma: l’ibernazione (di cadaveri o gente moribonda) crea più problemi di quanti non ne risolva, e oltretutto costa un occhio della testa. Perciò, tanto a quelli che vogliono morire a tutti i costi, quanto a quelli che non vogliono morire a nessun costo, dico: ma piuttosto che stare a rovinarsi le giornate pensando alla morte, ma perché non pensano a campare un po’ meglio? Quanto ci è dato da vivere? Venti, trenta, settanta, centodieci anni? Bene, quanto che sia il tempo da vivere, almeno facciamo in modo che sia una vita dignitosa ed onesta e non angustiata da ogni sorta di negatività. Altrimenti, che diamine racconteremo quando saremo all’altro mondo?

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Dio è un Alieno

n. 10 (21/11/2016)

“Dio è un alieno!

Cercando su youtube qualche video divertente per sorridere un po’, mi sono imbattuto, in maniera del tutto casuale, in alcuni filmati su presunti misteri legati agli alieni: sciocchezze da film di fantascienza di ultima categoria. Tuttavia, qualche filmato mi ha incuriosito più di altri. Mi riferisco a quelli di interviste e conferenze di un ricercatore (sedicente) indipendente, sicuramente ottimo ebraista (non a caso, fino ad un certo periodo, era traduttore per la casa editrice San Paolo), che si chiama Mauro Biglino. Visto il primo video, sono andato alla ricerca degli altri – e sono diverse decine – perché la tesi che questo studioso propone è talmente incredibile da poter sembrare, ai tanti utenti poco informati e poco smaliziati, quasi verosimile!

In soldoni Biglino sostiene che: la Bibbia non è un libro sacro; in essa il termine “dio” nemmeno viene mai scritto e colui che si presenta come YHWH sarebbe uno dei tanti Elohim (che è un plurale e non un singolare) che sono venuti sulla terra da un non meglio precisato punto dell’universo; Adamo ed Eva non sarebbero altro che il frutto di esperimenti genetici condotti sugli ominidi preistorici da questi Elohim alieni, che “realizzarono” l’uomo impiantando nelle scimmiette il loro DNA; l’arca dell’alleanza sarebbe un congegno tipo ricetrasmittente, con il quale YHWH – che alla fine era un capo militare in guerra contro i suoi stessi conterranei alieni – comunicava dalla sua astronave gli ordini impartiti a Mosé & c., che erano una sorta di generali del suo esercito; Sodoma e Gomorra sono state distrutte utilizzando armi laser azionate da navi spaziali; i cherubini sono alieni guerrieri; e in generale ogni qual volta si parla della “gloria” di Dio ci si riferisce a qualche arma micidiale (il cui poter sembra talvolta non controllabile nemmeno da YHWH) che queste creature non umane userebbero contro gli umani; i “carri” sui quali appaiono o vanno via altro non sono che astronavi.

Innanzitutto, la teoria di Biglino – che rinverdisce altre simili ipotesi divulgate soprattutto in America qualche decennio fa (molto nota è la teoria per la quale, quando Ezechiele parla del carro di fuoco e degli angeli che ne uscirono, stia raccontando di un incontro ravvicinato del terzo tipo) – va presa come tale, cioè come una mera ipotesi. Tuttavia, non può essere semplicemente liquidata come una delle tante baggianate di cui è affollato il web, per almeno due ragioni. La prima: Biglino non è un improvvisato dell’ultim’ora, ma una persona di cultura alta, e non a caso documenta le sue ipotesi con tanto di traduzioni dall’ebraico masoretico (avallate, pare, anche da rabbini di alto rango); la seconda: lette in una chiave complessiva, tutte le sue proposte ermeneutiche si legano in uno schema coerente (e coerente anche con i racconti mitologici di altre culture, non ultimi anche Iliade e Odissea), al quale, apparentemente, sembra non possa muoversi alcuna critica. Infine, non si deve dimenticare la premessa dalla quale Biglino parte, e cioè “facciamo finta che la Bibbia non parli per metafore, ma racconti fatti realmente accaduti”.

E allora, “facciamo finta che Biglino abbia ragione”.

Gli Elohim (attenzione: Biglino dice che sono esseri mortali) sono venuti da un altro pianeta (non meglio identificato) a colonizzare la Terra; hanno modificato geneticamente gli ominidi (attenzione: Biglino parla dell’homo abilis, vissuto circa due milioni e mezzo di anni fa), affinché servissero i loro “creatori”; e poi, per ragioni che non si comprendono, avrebbero cominciato a spartirsi la terra in varie regioni, ognuna delle quali controllata da un Eloì di riferimento (per la Palestina, YHWH), e cominciato a guerreggiare tra loro. Echi di queste guerre sono nella Bibbia (da cui manca effettivamente il Libro delle guerre di Yahweh, citato da Numeri 21,14), ma anche nei testi sacri vedici, nei poemi omerici, e in una miriade di rappresentazioni figurative delle civiltà antiche.

Tuttavia, tra l’homo abilis e l’epoca delle narrazioni che conterrebbero questi fatti passano milioni di anni! Perciò, o gli Elohim vivono milioni di anni (il che non può essere perché hanno praticamente il nostro DNA, e guarda caso avevano anche lo stesso DNA delle scimmie, e sono mortali!), o tra quelli che modificarono geneticamente Adamo ed Eva due milioni e mezzo di anni fa e quelli che hanno distrutto Sodoma e Gomorra tremila anni fa circa, ce n’erano diversi che si chiamavano tutti YHWH. Non è più logico dire che gli autori biblici indicavano Dio con un plurale semplicemente perché, dovendo quel concetto contenere “tutto” e avendo le civiltà antiche (compresi i romani, cronologicamente più vicini a noi) scarsa capacità di astrazione dei concetti, lo potevano intendere meglio con un plurale che con un singolare?

Inoltre: è da supporre che il pianeta dal quale questa gente sia venuta, non debba essere granché lontano da noi, considerato che questi vanno e vengono con una certa frequenza, poiché li vediamo apparire e sparire a ciclo continuo (magari è prossimo un loro ritorno). E Gesù sarebbe uno dei tanti di questa gente, apparentemente morto in croce, e poi richiamato sulla sua astronave sotto gli occhi di tutti i galilei sbigottiti (dopo Gesù, anche Dante, a detta di un altro studioso, avrebbe avuto contatti con questa gente, e in particolare il racconto del Paradiso altro non è che un resoconto, in forma di metafore, di questo incontro). Dunque, questi alieni, per poter andare e venire, devono essere vicini: peccato che tra i pianeti del sistema solare non ce n’è nessuno abitato – men che meno da esseri tanto evoluti da saper modificare geneticamente delle scimmie – e la stella a noi più vicina (Proxima Centauri, che dista solo quattro anni luce) non abbia pianeti orbitanti. Quindi: o questa gente si può spostare nello spazio interstellare con la stessa facilità con cui noi andiamo da Frosinone a Roma, o sono venuti qui e non se ne sono mai andati (e quando non li vediamo è solo perché se ne stanno nascosti da qualche parte).

Ancora: nella Bibbia effettivamente si parla dei giganti, che, unendosi alle figlie degli uomini, hanno generato esseri mitici ed eroici. Biglino afferma che Mosé e gli altri potevano perfettamente riconoscere un eloì, dal momento che aveva una struttura fisica diversa da quella degli altri. C’è da credere che fossero loro i “giganti”, da cui sono nati esseri straordinari (non a caso vissuti centinaia e centinaia di anni). Com’è dunque possibile che essi abbiano nel frattempo adattato le loro forme a quelle delle loro vili creature servitrici? Gesù – che come abbiamo detto altro non è che uno di quelli –, a giudicare dai racconti evangelici e (soprattutto) dalle forme dell’uomo della Sindone (anche qui, “facciamo finta che sia un reperto vero”), aveva le fattezze di un normale uomo del suo tempo. Dunque: dobbiamo ritenere che degli esseri alieni, altamente evoluti tanto da viaggiare in breve tempo a distanze interstellari e da individuarci nello spazio, colonizzarci, modificarci geneticamente, vivere milioni di anni, piuttosto che portare le loro creature a più alti livelli di sapienza e di struttura fisica, abbiano preferito diventare essi stessi come le loro creature. Ma anche un bambino capisce che questo è credibile tanto quanto un ricco imprenditore che voglia vivere con lo stesso misero stipendio che paga ai suoi operai!

Biglino dice pure che gli uomini dell’antichità (per esempio gli egizi o i sumeri) avevano straordinarie conoscenze astronomiche. Perciò, non può essere vero che essi credessero a divinità dalla forma di cane (tipo Anubi), o di gatto. Quelle divinità non erano tali, ma erano Elohim alieni.

In realtà le “straordinarie conoscenze scientifiche” dei popoli antichi erano il frutto di un’osservazione empirica della realtà: si consideri che il sacerdote babilonese che calcolava i tempi della prossima eclisse di sole, lo faceva senza avere distrazioni di sorta come rumori di macchine, luci abbaglianti come i lampioni in strada, confusione di idee generata da internet. E, comunque, perché questi alieni, tanto evoluti da fare più viaggi interstellari per venirci a trovare, non hanno perso cinque minuti per spiegare ai nostri antenati che è la Terra a girare intorno al Sole e non il contrario, come quegli antichi popoli fermamente hanno creduto per millenni?

E, le credenze soprannaturali erano il frutto della medesima osservazione della realtà: un cadavere sepolto in terra e consumatosi, è evidente che richiama alla mente l’immagine di un osso spolpato da un cane o da uno sciacallo, per cui è ovvio che il dio della morte degli egizi avesse la testa di un cane che strappa via la carne dall’osso…

Del resto, anche noi oggi possediamo conoscenze scientifiche che ci permetterebbero di vivere come pascià, senza muovere un dito dalla mattina alla sera. Eppure investiamo le risorse a fare la guerra, in nome di quelle stesse divinità che altro non sono che alieni. Non è altrettanto stupido?

Sicuramente, la nostra conoscenza dei fatti storici che vengono raccontati nei testi antichi (biblici o meno che siano) è fortemente compromessa dalla frammentarietà delle informazioni, ma ritenere che per millenni siamo stati fatti oggetto di continue visite di esseri alieni (per i quali la Terra era il cartellone di un grande gioco da tavolo di guerra, tipo “Risiko”) è pazzesco, se non altro perché essi avrebbero dovuto dimorare da qualche parte qui da noi, e invece non ci sono tracce dei loro palazzi (che, date le loro dimensioni non umane, dovevano per forza di cosa essere giganteschi), né hanno mai dimenticato qualche pezzo di ricambio delle loro astronavi, né vi sono raffigurazioni chiare ed inequivocabili (come invece possediamo di tanti altri fatti della vita di quel tempo) che li ritraggano.

Che vi siano altre forme di vita nell’universo è probabile, ma non è certo. E altrettanto probabile che anche queste altre creature, come noi qui, si chiedono se esistono altri essere viventi. Ma, è sicuro che anche per loro sorga e tramonti un sole, anche per loro valgano le leggi della fisica, e quindi molto probabilmente anche loro debbano fare i conti con la sopravvivenza materiale legata al nutrimento. Figuriamoci se possono mai sciupare le loro risorse e il loro tempo a venire a cercare noi, ammesso che abbiano gli strumenti per individuarci e trovarci!

E, infine, sempre facendo finta che Biglino colga il vero, resta aperta una domanda: ammesso che YHWH non è Dio, ma un alieno, chi ha creato YHWH?

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Come si guarda il mondo

n. 9 (14/11/2016)

“Come si guarda il mondo

E così Donald Trump è diventato il presidente degli Stati Uniti, scompaginando le conclusioni dei sondaggi, secondo i quali invece era in vantaggio la Clinton. La quale, in tal modo, perde (almeno per questa volta) la possibilità di diventare il primo presidente donna.

Mi sembra superfluo insistere, come spesso si fa in Italia, sul valore dei sondaggi, che in molte occasione hanno fatto cilecca. E non penso sia il caso di ritornare su quanto già detto in altre puntate di questa rubrica riguardo alle qualità vere o presunte delle donne. Sui motivi per cui anche le grandi masse operaie abbiano tributato un tale successo ad un tizio che ha apertamente parlato contro immigrati e minoranze varie, e che non proviene certamente dal ceto dei lavoratori, sarà motivo di indagine di sociologi e politologi.

Quello che invece mi preme sottolineare è come la “spettacolarizzazione” della politica – fenomeno che da tipicamente americano è stato poi allegramente importato anche da noi, che in quanto a sobrietà siamo buoni ultimi nel mondo – sia il mezzo ideale per far passare dei messaggi pericolosi, un po’ fine a se stessi. Infatti, durante la sua campagna elettorale, Trump ha sparato a zero contro tutto e tutti, cercando in maniera teatrale (maniera che lui conosce alla perfezione, essendo stato per lungo tempo frequentatore di ring di wrestling, che per antonomasia è lo “sport della finzione”) di scrollarsi di dosso il buonismo e dando la sua versione del “pane al pane e vino al vino”.

Tuttavia, tra una gaffe e l’altra, e soprattutto tra una sparata grossa e l’altra (che anche un bambino di prima elementare capirebbe essere detta tanto per dire), Trump è diventato presidente, e magicamente, appena è stato proclamato tale, ha subito cambiato i suoi toni, passando dalle infuocate arringhe contro questo e quello, a parlare di “presidente di tutti” e ritornando, sostanzialmente, al volemose bene (rivolto finanche a quelli che lo contestano).

Volemose bene che, non è superfluo dirlo, premia sempre e garantisce grandi soddisfazioni politiche ed economiche. La storia italiana in particolare e quella mondiale in generale è ricca di esempi in tal senso, cominciando dal dividi et impera di romana memoria, che altro non era che un volemose bene in salsa latina. Il guaio è che a forza di guardare il mondo con gli occhi del volemose bene, non ci si accorge più delle differenze, talvolta sostanziali, né degli errori, né delle furfanterie, né di nulla. Tutto diventa preoccupantemente uguale. Non a caso, negli ultimi decenni, la scelta che si propone agli elettori non è tra un candidato (presunto) buono e un candidato (presunto) cattivo. No, la scelta è tra il peggio e il meno peggio!

E cosa c’è di peggio di uno che invoca il volemose bene trenta secondi dopo essere stato eletto, quando prima sparava a zero su tutto e tutti, per accattivarsi la simpatia degli elettori? Uno che dice: “volemose bene, ma volete più bene a me”. Mi spiego: Juncker, che è il presidente della Commissione Europea, vale a dire il presidente di quel mostro che agli europei propone la sua ricetta a base di tagli e controtagli e di austerità, salvo spendere denari su denari per mantenere i propri membri e realizzare opere delle quali nessuno capisce il senso e l’utilità, ha detto: «Corriamo il rischio di perdere due anni aspettando che Trump termini di fare il giro del mondo che non conosce». E rincarando la dose: «Bisognerà che gli spieghiamo in cosa consiste l’Unione europea e come funziona».

Fermo restando che le cose che Trump dice su migranti e americani non bianchi sono abominevoli, c’è da dire che anche Juncker, piuttosto che perdersi in chiacchiere, dovrebbe avere la cortesia di spiegare anche a noi altri in cosa consiste l’UE e come funziona. E soprattutto qual è il suo senso, oltre a quello di creare un grande calderone economico-finanziario (non a caso lui è lussemburghese…), dove i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Trump non conosce il mondo, è vero: ha avuto il cocco pulito e pronto dal papà imprenditore del mattone, e i soldi del padre gli pagano qualsiasi capriccio, fosse pure quello di diventare presidente dell’America. Ma Juncker nemmeno conosce il mondo: non penso che sappia qual è la trafila che un giovane italiano neolaureato deve fare per trovare lavoro, sentendosi dire che per quel posto (per il quale l’università ha preteso prepararlo dietro il pagamento di laute tasse) ci vogliono tot anni di esperienza; non penso che sappia cosa succede negli ospedali dove si muore di parto o per baggianate imperdonabili; non penso che sappia come si appaltano le opere pubbliche che poi crollano miseramente al suolo; non penso che sappia che in Italia la linea ferroviaria è simile alle giostre del luna park, in cui funzionano e fanno divertire solo quelle che costano di più.

Tanto l’uno quanto l’altro conoscono solo il lato bello del mondo, quello di coloro che si assicurano i primi posti ai banchetti. Di tutt’altra pasta invece Francesco, il papa, che si muove secondo un’altra logica, che infatti riscuote un successo (anche in chiave civile e politica), che tutti gli altri possono soltanto sognare. La logica è, sì, quella del volersi bene, ma nella sostanza delle cose, non nell’apparenza, come pretendono di fare tanto Trump, quanto Juncker e tutti gli altri “padroni del mondo”. Non a caso, il papa ha rinunciato a una miriade di cose superflue, pur di venire incontro agli ultimi e ai poveri.

Ecco: se veramente Trump e Juncker conoscessero il mondo, dovrebbero rinunciare ai privilegi (che oltretutto non hanno alcun valido fondamento nemmeno in astratto) di ruolo, e dovrebbero dara il buon esempio sull’accontentarsi del necessario senza rincorrere un superfluo che chiude gli occhi sul mondo, quello vero.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Punizioni divine e responsabilità umane

n. 8 (07/11/2016)

“Punizioni divine e responsabilità umane

Dimentico dell’ammonimento di Gesù sul misurare le proprie parole, limitandosi a sì sì, no no, padre Giovanni Cavalcoli ha fatto succedere un “terremoto” mediatico. Andando in onda sull’emittente radiofonica Radio Maria – che conta poco meno di un migliaio di ripetitori ed è diffusa in quasi sessanta Paesi del mondo – il prelato ha affermato (e successivamente ha confermato il suo pensiero) che i terremoti verificatisi in questi giorni sono un castigo scatenato da Dio per punire le unioni civili.

Sicuramente è un mio limite intellettivo, ma non mi è mica chiaro perché Dio, per punire le unioni civili, abbia dovuto scatenare proprio un terremoto. Non era più ovvio che per punire le unioni civili, faceva bruciare per autocombustione tutti i registri di stato civile d’Italia, in modo che non si poteva annotare da nessuna parte l’avvenuta unione? Oppure, non era più semplice (e anche divertente) che, per punire le unioni civili, faceva innamorare uno dei due “uniti” di una persona dell’altro sesso (magari lanciando una freccia come Cupido)?

Quelli di Radio Maria si sono affrettati a smentire le dichiarazioni del sacerdote, di carattere assolutamente personale e non condivise dalla redazione, che anzi ne ha preso saggiamente le distanze. Anche perché, i detrattori della Chiesa sembra non aspettino altro, per poi poter lanciare i propri “dotti” strali contro tutto ciò che è in odor di religione e di sacro, facendo, come sempre si fa, di tutta l’erba un sol fascio.

Ora: se questa baggianata fosse stata detta duemila-tremila anni fa, padre Giovanni avrebbe fatto carriera e sarebbe diventato sommo sacerdote, visto e considerato che tutti, nell’epoca precristiana, erano convinti che il bene materiale e il male materiale fossero l’indice per eccellenza per misurare la benevolenza o la malevolenza di Dio. E questo lo pensavano non soltanto i monoteisti ebrei, ma in generale tutte le culture antiche, compresi greci e romani (che difficilmente ricorrevano a concetti astratti per spiegare le cose, ma a ben più pragmatiche valutazioni), credevano che malattie, carestie, povertà colpissero quelli che gli dei non avevano particolarmente in simpatia, mentre lusso, ricchezza e buona salute erano il premio per coloro che gli dei amavano.

Tuttavia, per sfortuna di padre Cavalcoli le sue idee sono arrivate con un ritardo di qualche millennio, tempo durante il quale un certo Gesù ha spiegato in maniera piuttosto chiara ed inequivocabile che il Padre non se ne sta certo lì per i cieli a giudicare giorno per giorno ciò che si fa quaggiù, per inviare castighi ai cattivi e premi ai buoni.

Si potrebbe quasi dire: “magari fosse così”. In tal modo basterebbe che una decine di pie vecchiette pregassero per debellare la fame nel mondo e verrebbero senz’altro accontentate. Oppure, basterebbero un paio di buone azioni e Dio ci farebbe vincere il primo premio della lotteria. Così, per contro, per qualsiasi azione malvagia o empia Dio dovrebbe affacciarsi dalle nuvole e incenerire i cattivi di turno. A quel punto piuttosto che Padre, lo dovremmo chiamare Zeus.

Invece, è ben chiaro che il giudizio divino verrà dopo la morte e non prima, e che la misericordia divina presupponga la possibilità per l’uomo di redimersi anche nell’ultimo istante della propria vita terrena. D’altronde, se padre Cavalcoli rilegesse con attenzione la parabola della pecorella smarrita, si accorgerebbe che il pastore fa festa con gli amici per aver trovato e salvato la pecora perduta. Se fosse vero che Dio mandi i suoi castighi per le nostre azioni sulla terra, il pastore, piuttosto che fare festa con gli amici, trovata la pecora, la scannava sul posto e se la mangiava, punendola per avergli fatto fare tutta quella strada per cercarla!

A mio modesto avviso, Dio se ne sta lì in attesa che l’uomo, con il suo libero arbitrio, chieda il Suo aiuto per correggere gli eventuali errori della sua condotta, e di conseguenza per comportarsi secondo quella che è la Sua volontà e secondo quella che è la Sua Parola. In fondo, tanto difficile nemmeno è: se uno mette in pratica quello che Gesù ha detto durante la sua predicazione non può temere il giudizio dopo la morte. Che poi, alla fin fine, non è che ci viene chiesto di fare chissà che di complicato: amare il Signore come se stessi, amare il prossimo come se stessi. Né più né meno.

Invece, molto più complicato è comportarsi male: un costruttore disonesto che vuol risparmiare sui materiali, e costruire una casa che non regga ad un terremoto, deve fare decine di conti, corrompere questo o quell’assessore o funzionario comunale, deve non far accorgere le maestranze della scarsa qualità dei materiali impiegati, deve sperare che al momento del collaudo le mura reggano. Insomma, una faticaccia!

Ma gli italiani preferiscono piuttosto sudare sette camicie per architettare e realizzare un’azione sbagliata, invece che seguire il semplicissimo e facilissimo comandamento di Gesù. Mah, contenti loro! Però, poi, piangono e sbraitano contro il cielo quando le case costruite male, magari truccando appalti e pagando tangenti, crollano addosso alle loro famiglie e figli. Oppure, quando per incuria e disinteresse lasciano che un viadotto su una superstrada si rovini fino a crollare al suolo, uccidendo automobilisti ignari. Oppure, quando intere montagne franano e seppelliscono case e persone, perché sono stati alterati gli equilibri ambientali, con dissennati tagli di piante o costruzioni che hanno compromesso la stabilità del terreno.

Ecco: in quei casi, mica è colpa dell’uomo che ha saccheggiato natura e ambiente. No, è colpa di Dio che ha mandato un castigo. Ebbene io dico: se è Dio a mandare il castigo, a maggior ragione, quale persona di normale intelligenza va a svegliare il can che dorme? A questo punto, tanto vale comportarsi comunque bene seguendo il comandamento di Gesù sull’amore, in modo da evitare castighi e punizioni e da ottenere benefici anche in questa vita.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Problemi e notizie: lo stile italiano

n. 7 (31/10/2016)

“Problemi e notizie: lo stile italiano”

Da che esistono i quotidiani, i giornalisti sembrano fare a gara a chi fornisca la notizia che maggiormente attira l’attenzione, per poter vendere un gran numero di copie. È capitato pure che, a volte, che i fatti venivano preconfezionati ad arte per poter fare notizia (è quel fenomeno che va sotto il nome di macchina del fango). In ogni caso, sempre e comunque, la cifra stilistica dei giornalisti, per lo più superficiali o ripetitivi, è quella della mediocrità (anche linguistica, e a volte grammaticale) più sconcertante.

La televisione prima e internet e i social network dopo non hanno fatto altro che amplificare quel modo di operare, fino all’alineazione più totale. Fateci caso: quando succede qualche fatto, soprattutto se grave, gli si concede spazio a tutte le ore del giorno. Sui quotidiani, quel fatto prende pagine e pagine, con gli immancabili interventi di opinionisti prezzolati; in televisione, a volte, si interrompe il programma in onda per fornire aggiornamenti sulla situazione; su internet, i vari utenti si affrettano a mettere post sempre freschi per informare il resto del mondo, o a pubblicare commenti su commenti.

Nel migliore dei casi, l’attenzione della gente su quel fatto dura fintanto che dura l’interesse (commerciale) di giornali, televisioni e social network per quel fatto. Dopo di che, chi è stato vittima di quel fatto, resta solo a cavarsela con le conseguenze.

Questo tipo di atteggiamento della nostra informazione è figlio di un diffuso sentimento di lontananza, che è sicuramente qualcosa che è nella natura umana, ma che gli italiani hanno sviluppato fino alla perfezione, e cioè: un problema diventa veramente un problema soltanto quando mi tocca direttamente; se non mi tocca direttamente – e quindi è un problema altrui – non è un problema, o al più lo è finché me lo dice la televisione o facebook.

Prendiamo la questione terremoti. Certo, nell’immediatezza del fatto, tutti hanno dimostrato grande solidarietà ad Amatrice e agli altri centri colpiti; gli aiuti sono arrivati da tutte le parti d’Italia; tutti si sono inventati ogni modo per poter fare qualcosa per le popolazioni colpite. Ma dopo? Già ora, soppiantata da notizie di cavalcavia che crollano sulle auto in transito, di altri terremoti lontani e vicini, di manovre sulle pensioni, di gente che muore per banalissime operazioni di routine, di immigrati che sbarcano in cerca di chissà quale Eldorado, la tragedia di Amatrice già sta diventando per noi altri meno tragica. Per quella povera gente è adesso che cominciano i veri problemi, con la ricostruzione (e l’Italia è la regina del mondo quando si tratta di spartire i fondi per le ricostruzioni post terremoto…), il ritorno alla vita che si svolgeva prima della scossa, l’ambizione alla normalità che conoscevano.

La discutibile informazione italiota è figlia dello scollamento sociale e del senso di non appartenenza degli italiani, ma a sua volta è madre di due conseguenze.

La prima: tutto fa notizia. Proprio ieri, scorrendo il sito internet di un noto e diffuso quotidiano italiano per avere qualche informazione sul terremoto di Norcia, ho notato che sì, la notizia del sisma era la prima in alto nel sito, ma immediatamente dopo c’era Renzi che sponsorizzava il referendum costituzionale, e di fianco a Renzi, il risultato degli anticipi di serie A.

La chiesa di San Benedetto che stava lì da secoli ed ora è crollata vale tanto quanto un “sì” o un “no” tracciato su una scheda elettorale, e quanto un gol segnato o subito. Ed infatti, nella percezione quotidiana un ragazzo che si schianta a centocinquanta km/h, la nonnina che compie cento anni, o il tabaccaio che ha venduto il gratta&vinci milionario si equivalgono, perché tutte le cose vengono vissute con quella pacifico disinteresse di fondo che appunto si riserva alle cose che non ci toccano direttamente.

La seconda conseguenza: quando succede una cosa, se ne fornisce notizia (con lo stile detto prima), ma del problema non si cercano i veri responsabili, né si adottano soluzioni che impediscano un nuovo insorgere del problema. Piuttosto, si cerca il capro espiatorio a cui dare la colpa.

In questo gli italiani meriterebbero il premio Nobel. Qualsiasi questione non viene mai affrontata nel merito, ma si cerca semplicemente il Cireneo a cui gettare addosso la croce. I terremoti di queste settimane, o il viadotto sulla Milano-Lodi, ma anche cose più antiche come i tanti episodi di corruzione, la dicono lunga: mica si pone un rimedio al problema, cercando di investire su costruzioni più sicure e fatte con scrupolo. No, in Italia prima si versano un po’ di lacrime di coccodrillo; subito dopo, si fa un dibattito televisivo con opinionisti, giornalisti, sedicenti esperti, coinvolgendo esponenti dei ministeri, delle regioni, delle province, dei comuni e di qualsivoglia altro potere; questi vanno in scena, rinfacciandosi reciprocamente un po’ di vere o presunte responsabilità; poi trovano un paio di dirigenti da sacrificare sull’altare dell’opinione pubblica; e tutto resta com’era e si continua a costruire come e peggio di prima, così che al prossimo crollo il teatrino può ricominciare come e meglio di prima.

Cosa resta? Soltanto cercare di seguire il buon pastore, piuttosto che dar credito alla voce di mercenari, irresponsabili e cattivi, che sono i primi a scappare quando qualcosa va storto.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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SACRA FAMIGLIA – Episodio 10

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 10

Nazareth, anno 1 a. C.

Da un po’ di tempo le lezioni nella scuola che frequentano anche Giovanni e Gesù hanno previsto una novità. Infatti, oltre alla lingua greca, i ragazzi devono imparare la lingua latina, in ossequio agli usi e costumi dei nuovi occupanti la regione d’Israele.

«Ahé, io già non capivo niente di greco, ora devo mettermi a imparare pure il latino!», commenta Giovanni, una volta usciti, sulla strada di ritorno verso casa.

«Dai, alla fine come lingue si assomigliano pure un po’: tutte e due hanno le declinazioni, e in tutte e due si usano una serie di frasi costruite in modo particolare. Io penso che non sarà tanto diverso dallo studiare greco», replica Gesù.

«La fai facile tu! Intanto, saranno buoni due mesi che facciamo ‘sta roba e io ancora non riesco a distingue rosae genitivo da rosae dativo!».

«Per forza! Sei vuoi distinguere così è impossibile: praticamente è la stessa parola. Solo che ha un significato diverso a seconda della frase in cui si trova».

«Ma dico io: Erode che sta a fare? Non può andare dai romani e dire: “Cari signori, venite qui a fare i padroni, ma almeno lasciateci parlare come ci pare e piace”?».

«Seee, figurati se quello farà mai una cosa del genere. Erode, come del resto tutti i potenti, è simile ai farisei, che sta comodo nel suo palazzo e vuole i saluti nelle piazze, ma è simile anche ai dottori della legge che caricano gli uomini di pesi insopportabili, guardandosi però bene dal toccare quei pesi anche solo con un dito!».

«Sono certo, che prima o poi, quell’uomo mi farà perdere la testa!», aggiunge Giovanni.

«Comunque, io credo che il popolo non sia tanto preoccupato per la questione della lingua latina… Capirai, ce li vedi tu gli anziani di Nazareth a parlare con rosa rosae, o con l’ablativo assoluto?», riprende Gesù.

«E di cosa, allora?».

«Del fatto, che i romani pretenderanno il pagamento di tasse sempre più alte… Di fronte al dio mammona, non c’è rosa rosae che tenga!».

«Già».

I due ragazzi attraversano la strada centrale del paese, per proseguire poi verso la periferia, e quindi verso casa. Facendo quella via, è necessario passare per la piazza del mercato, che, vista l’ora, sarà ancora in fermento, con venditori e clienti venuti dai dintorni per concludere qualche buon affare.

«Sbrighiamoci che è tardi ed ho una gran fame!», dice Giovanni.

«Aspetta un secondo…», dice Gesù, che con la coda dell’occhio ha notato qualcosa.

Infatti, non molto lontano da dove sono i due cugini, un paio di soldati romani stanno animatamente discutendo con un uomo, che a sua volta replica a gran voce a quanto gli dicono i due.

«Andiamo a vedere che sta succedendo laggiù», propone Gesù.

«Ma che ti importa?».

«Giovanni Giovanni, mi importa eccome…», dice quello, scuotendo la testa, e poi prosegue, iniziando a dire: «Ti sarà…».

Ma è l’altro cugino a terminare la frase: «… tutto più chiaro tra una trentina di anni… Ho capito. Andiamo a vedere, ma giusto due minuti e poi torniamo a casa, che ho fame!».

Così, i due si avvicinano al banco, dove, come di consueto accade si è fatto un capannello di persone, curiose di capire il motivo di quella disputa.

La pattuglia di soldati è formata da un uomo all’apparenza più grande di età dell’altro; dagli occhi intelligenti ma un po’ spenti; sembra avere molta autorevolezza; è chiaro che, tra i due, il “capo” sia lui. L’altro è poco più di un ragazzo; infatti ha una barbetta appena accennata; e sostanzialmente si limita ad eseguire le cose che gli vengono ordinate dal suo superiore, o, al più, ripete a gran voce quello che il comandante dice all’uomo del mercato.

«Per Giove! Vuoi capire che bisogna pagare la tassa annonaria, per stare qui al mercato?».

«Centurione, ma lo vuoi capire che ti ho dato praticamente tutto il guadagno che ho fatto oggi? Lo vedi anche tu che non ho più nemmeno uno spicciolo!».

«Voi ebrei vi credete furbi!».

«Ma no! Guarda», fa l’uomo rivoltando l’interno di un sacchetto, «nella mia borsa non c’è più nulla».

«Ehi Lucrezio, hai capito questo zoticone? Vuol prendersi gioco dei soldati di Roma! Ah ah ah!».

Il soldato più giovane ride anch’egli alle parole del centurione, e poi soggiunge: «Centurione, scommettiamo che costui nasconde i suoi soldi, sotto la sua veste?».

E, sguainata la spada, con un colpo taglia la cordicella che teneva legata la veste del venditore del mercato, che si apre; da una tasca nascosta cadono fuori un po’ di monete; mentre tutti i presenti in coro commentano con un “oh!” di sorpresa.

«Visto?».

«Potremmo arrestarti e farti condannare a morte per questo, lo sai?», dice il centurione.

Il venditore resta in silenzio a testa bassa. Allora, Gesù richiama l’attenzione di tutti dicendo:

«Ehi, centurione!».

Giovanni cerca di fermarlo: «Ma sei impazzito tutto in una volta? Che fai?».

«Aspè, lasciami dire!», e si avvicina al centurione.

Quello si volta verso il ragazzo: «Cosa vuoi tu, ragazzino?».

«Solo chiederti come ti chiami».

Il centurione resta un po’ interdetto, ma poi decide che può soddisfare la curiosità del ragazzo:

«Il mio nome è Ponzio Pilato. E tu, come ti chiami?».

«Io sono Gesù, e questo è mio cugino Giovanni».

«Volevi dirmi qualcos’altro?».

«Sì. Posso vedere una moneta di quelle che sono cadute di tasca al venditore disonesto?».

«Eccola».

Gesù prende la moneta e ne guarda entrambe le facce. Poi chiede ancora:

«Chi è questo qui che è ritratto sulla moneta?».

«Come chi è? È l’imperatore Cesare Ottaviano Augusto! Tu che sei un ragazzo non puoi sapere che Augusto è il padrone di gran parte del mondo, e a lui è necessario pagare i tributi».

«Infatti, io non metto in dubbio che sia giusto pagare i tributi…».

Allora il centurione Pilato si rivolge alla folla: «Avete sentito, bifolchi? Finanche un ragazzino l’ha capito che è giusto pagare i tributi…».

«Aspetta, non ho finito di dire», fa notare Gesù, e poi continua: «è giusto pagare i tributi, ma sarebbe anche giusto che con i soldi dei tributi i padroni del mondo facessero cose per il bene di tutto il popolo, no?».

«Augusto sa cosa fare dei soldi dei tributi!».

«Lo spero… Ma non sempre i potenti di turno usano in modo onesto e giusto i soldi che il popolo paga come tasse. Anzi, il più delle volte quei soldi servono soltanto a garantire loro maggiori agi e più vizi. Mentre il popolo non ha neanche il minimo necessario…».

«Il minimo necessario? Ma tu hai visto cosa ha fatto costui? Ha solo finto di non avere soldi, in realtà li aveva nascosti per non pagare il dovuto!».

«Infatti: ho detto che i governanti non devono esigere troppo, e quello che ottengono lo dovrebbero usare per fare opere per il bene di tutti; il popolo deve dare quello che è stabilito dare, senza truccare i guadagni, o aumentare a loro volta i prezzi per non perdere il loro ricavo!».

«Caro ragazzo, io sono centurione in questa zona da un po’ di tempo…», continua Pilato, ma viene interrotto da Lucrezio che si intromette nel discorso:

«Ma noi faremo carriera. Lui sicuramente un giorno diventerà il governatore di qualche regione di qui. Che so, la Galilea e la Giudea… Io spero di prendere il suo posto come centurione!».

«Lucrezio! Non interrompere il tuo superiore», lo rimprovera Pilato: «Dicevo, ragazzo, io sono centurione in questa zona da un po’ di tempo e ti posso garantire che le cose non sono mai andate come dici tu, e probabilmente anche tra duemila anni andranno ancora così, con i potenti che tiranneggiano il popolo, e il resto del popolo impegnato in una guerra tra poveri, per garantirsi il minimo indispensabile per vivere».

«Beh, il tuo collega ha detto che sicuramente un giorno tu diventerai governatore. Almeno tu, come governatore potrai fare diversamente dagli altri».

«Quando, e soprattutto se, diventerò governatore, io continuerò ad essere fedele all’imperatore… È il mio compito…», dice Pilato perentoriamente.

«Sai bene che non è questa la verità…».

«Quid est veritas?», chiede in latino Pilato, presumendo che il ragazzo non possa intenderlo.

«Est vir qui adest», gli replica Gesù, lasciando sorpreso e pensieroso il suo interlocutore.

Giovanni richiama l’attenzione del cugino: «Sarebbe ora di andare».

«Sì, andiamo».

Così, i due cugini si dirigono verso casa, mentre Pilato e Lucrezio finiscono di rimproverare il venditore disonesto.

«Pensi davvero che quel centurione un giorno diventerà governatore di questa zona?», chiede Giovanni.

«Probabilmente sì, così come l’altro, facendo carriera, da soldato semplice diventerà centurione… Ma del resto, queste cose ci saranno molto più chiare tra una trentina di anni…».

«Ancora con questa storia?».

«Facciamo una corsa verso casa. Chi arriva secondo paga pegno».

E, correndo correndo, i due cugini ritornano verso casa.

 [ottobre 2016]