Author : Riccardo Petricca

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SACRA FAMIGLIA di Vincenzo Ruggiero Perrino – Episodio 8

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 8

Nazareth, anno 1 a. C.

Giuseppe lavora come operaio al cantiere di Sepphoris. In particolare, egli è nella squadra che sta completando la ricostruzione dell’antico teatro. Erode Antipa, per accattivarsi le simpatie dei nuovi padroni della regione – i romani –, ha voluto ricostruire l’antica cittadina, la cui pianta ricordava curiosamente la forma di un uccellino, secondo criteri estetici ed architettonici, tali da farla assomigliare alle altre capitali dell’impero. Perciò, ha voluto che le strade venissero costruite secondo le regole architettoniche greco-romane, con file di botteghe, edifici amministrativi, negozi, banche. Il punto principale del programma di ricostruzione è il teatro, grande tanto da contenere cinquemila posti, per poter permettere a tutti i cittadini dell’intera zona di recarvicisi ad assistere agli spettacoli.

Purtroppo, nonostante la buona volontà degli operai e l’ambizione di Erode Antipa, può capitare che ritardi nelle consegne del materiale edile, o altri contrattempi, facciano rallentare i lavori, lasciando a casa i lavoratori, che così devono inventarsi un secondo impiego, per poter guadagnare quanto basta per dar da mangiare alla famiglia. Giuseppe si è procurato un carretto, sul quale ha montato una specie di grossa pentola, sotto la quale può accendere del fuoco. Quando non lavora a Sepphoris, va in piazza a Nazareth e frigge frittelle dolci e salate, che vende ai suoi entusiasti clienti.

Essendo una bella giornata di sole, e volendo pure andare a fare un giro tra i venditori del mercato, Maria ed Elisabetta, accompagnate dai rispettivi figli, hanno deciso di fare una visita a Giuseppe, per vedere come procede la sua mattinata.

«Ragazzi, vi sbrigate che è già tardi?», chiede dall’uscio Maria, mentre Gesù e Giovanni stanno finendo di prepararsi per uscire.

«Eccoci!», fanno in coro i due, mentre s’affacciano sulla porta, e poi cominciano a precedere le madri sulla via che porta al centro del paese.

Intanto, le due donne conversano tra loro.

«Sai che pensavo ieri sera prima di dormire?», comincia Maria.

«Cosa?».

«A quando Erode, per essere sicuro di uccidere anche mio figlio, ordinò che venissero uccisi tutti i maschi nati negli ultimi due anni a Betlemme».

«Come mai questi pensieri funesti?».

«Mi sono ricordata, che quel fatto avvenne proprio in questo periodo dell’anno, immediatamente dopo che ricevemmo la visita di quei sapienti orientali».

«Io credo che furono proprio loro a parlar troppo con Erode. Quello, di suo, era uno scervellato pazzoide; poi, ci si misero i sapienti ad annunciargli che doveva nascere il nuovo re! Capirai: Erode fece due più due, e sentendosi minacciato da quella profezia, non ci pensò su due volte a far uccidere tutti i bambini!».

«Sì, ma io a volte mi sento in colpa per la morte di tutti quegli innocenti!».

«Tu? E che c’entri tu? Non si sentiva in colpa quel pazzo… Ma ti ricordi che Erode aveva fatto uccidere finanche i propri figli?».

«Sì…».

«E allora? Vuoi sentirti in colpa tu? Del resto, Zaccaria mi disse che quella strage era già stata annunciata dal profeta Geremia. Ma noialtri non ricordiamo mai, se non quando non ci sono più di alcuna utilità, gli avvertimenti degli antichi…».

«Però, pensa a tutte quelle madri che hanno perso i loro figli, perché Erode voleva uccidere il mio, di figlio!».

«Ci penso, ma penso anche che, se Giuseppe all’epoca non avesse avuto quella visione in sogno e non avesse portato te e il ragazzo in Egitto, ora non staremmo nemmeno qui a parlarne… Anzi, non farmici nemmeno pensare!».

Dopo una breve pausa, Maria prosegue: «Ti ho mai raccontato che, quando siamo scappi verso l’Egitto, una sera stavamo per essere scoperti dalle milizie di Erode?».

«Uhm, credo di no. Dimmi un po’!».

«Beh, è presto detto. Noi, per precauzione, ci spostavamo di notte e ci riposavamo di giorno. In una delle tappe diurne, cercammo riparo in un campo di lupini…».

«Lupini… che buoni! Ma sai che c’è di strano? Sono anni che non riesco più a trovarne di così buoni e dolci come ne mangiavamo quand’eravamo piccole… Sono tutti amarissimi!».

«Credo di sapere perché», dice Maria, abbassando un po’ lo sguardo.

«Cioè? », fa Elisabetta, col tono di chi vuol soddisfatta la sua curiosità.

«Dunque: in questo campo le piante erano secche e avevano i baccelli maturi. Accadde allora che, quando attraversammo il campo, questi baccelli secchi cominciarono ad accartocciarsi per espellere i semi e, così facendo, produssero uno scoppiettio rumorosissimo. Giuseppe, allora, temendo che tale fracasso potesse far scoprire il nostro nascondiglio, rigirò l’asino e ci portò sotto altre piante al riparo dalla vista dei soldati. Io, però, mi spaventai talmente tanto, che maledissi quelle piante, affinché diventassero un’erba bassa dai semi amarissimi!».

«Ecco spiegato perché io non ne trovo più nemmeno dai mercanti dei posti più lontani! Che peccato, mi piacevano tanto…», conclude la cugina, con tono un po’ deluso.

«Ehi, ma’!», la voce di Gesù, interrompe il dialogo tra le due donne.

«Che c’è, figlio?».

«Ecco papà laggiù».

I quattro si avvicinano al banco dove un Giuseppe tutto sudato sta finendo di friggere un paio di frittelle per un uomo che sta aspettando lì nei pressi.

«Buongiorno a voi, signore e ragazzi!», esclama tutto sorridente.

«Come va?», chiede Maria.

«Benone direi! Ho fritto a più non posso, e sono soddisfatto del lavoro svolto, perché tutti mi hanno fatto i complimenti!».

«Da un lato sono contenta, da un altro lato un po’ meno, perché poi mi toccherà lavare le tue vesti per togliere la puzza di fritto!».

«Sempre a lamentarti stai!», sbotta Elisabetta, «piuttosto dovresti essere contenta che questo bravo ragazzo si dia tanto da fare per lavorare!».

«Vorrei vedere te, a lavare quelle vesti puzzolenti!».

«Va bene», dice Elisabetta, che poi prosegue rivolta a Giuseppe: «quando hai finito, dai a me le tue cose, che te le lavo!».

«Meno male! Un po’ di fatica in meno in casa», replica Maria. E poi, fa una smorfia verso la cugina, facendo ridere tutti, compreso l’uomo che  sta aspettando che siano pronte le sue frittelle. Qualche minuto dopo, Giuseppe porge a quell’avventore le sue cose; quell’altro paga il dovuto e si allontana.

Giuseppe chiede: «A voi, com’è andata la mattinata?».

«Calma piatta, zio», interviene Giovanni, che continua: «mentre noi precedevamo giocherellando lungo la strada, le madri si trastullavano con discorsi sui tempi andati».

«Già. Come al solito, invece di pensare all’oggi ci preoccupiamo o di domani o di ieri. Pensa che testa!», chiosa Gesù.

«No, caro nipote: io mi preoccupo proprio per oggi. Ma, hai capito cosa mi ha raccontato tua madre? Che io non potrò mai più mangiare quei buoni lupini che a me piacevano tanto!».

Tutti gli altri si guardano un po’ sbigottiti e in silenzio. Poi, Giovanni si avvicina alla madre, le fa cenno di chinarsi verso di lui, le mette una mano sulla fronte, e poi annuncia agli altri: «Strano! Sta delirando, eppure la febbre non ce l’ha».

Naturalmente, tutti scoppiano a ridere.

«Insomma, cosa volete? A me i lupini di prima mi piacevano molto», cerca di difendersi Elisabetta, non facendo altro che aumentare l’ilarità degli altri.

«E questo sarebbe il problema di oggi?», chiede Gesù, piegandosi in avanti sulle spalle.

«Sì!».

«I lupini?», insiste il ragazzo, andando più giù ancora con la testa, per manifestare il suo ironico sconforto.

«Sì!».

Più di tutti, a ridere è proprio Giuseppe, il quale prende la parola:

«Allora, cara Elisabetta, tu davvero laverai le mie vesti al posto della mia sfaticata moglie?».

«L’ho detto prima!».

«Bene. Chiudi un attimo gli occhi».

Quella chiude gli occhi. Così Giuseppe, da un cassetto del suo carretto, tira fuori una ciotola; ci versa dentro una manciata di lupini, aggiungendo acqua e del sale; poi ne fa assaggiare uno ad Elisabetta, intimandole di continuare a tenere gli occhi chiusi; quella assaggia e poi esclama:

«Che buono! Cosa è? Posso riaprire gli occhi?».

«Certo!».

«Dunque, Giuseppe, cosa mi hai fatto mangiare?».

«Lupini».

«Lupini? Così buoni?».

«Certo. Ne ho raccolti un bel po’ e mi sono messo a… come dire… sperimentare… sperimentare come poteva essere corretto il loro saporaccio. È bastato aggiungere un po’ di acqua e un po’ di sale, e il gioco è fatto!».

«Ne posso avere un altro po’?».

Gli altri scoppiano a ridere nuovamente.

«Vedi zia? Tu ti preoccupavi tanto per dei semplici lupini. Pensa se invece dei lupini, fosse stato il sale a perdere il suo sapore! Non era peggio? Invece, secondo me, la cosa veramente importante è che l’uomo usi bene la sua intelligenza e non perda la voglia di scoprire nuove soluzioni a vecchi problemi. Dopo tutto è semplice: basta mettersi con buona volontà e un pizzico di umiltà, magari anche chiedendo aiuto agli altri, e anche quello che appare un problema insormontabile può trovare una soluzione banale e a portata di mano», spiega Gesù.

«Già. Ti devo delle scuse, Maria, perché mi sono arrabbiata con te prima, quando invece avrei dovuto semplicemente capire che quello che è successo è stato soltanto per evitare più spiacevoli conseguenze…».

Giuseppe conclude: «Ragazzuoli, se mi aiutate a sbaraccare torniamo a casa, che s’è fatto tardi».

«Ma a noi non toccherebbe assaggiare una tua frittella?», chiede Giovanni.

«Certo! Prima mi aiutate e dopo verrete ricompensati!».

«Come, zio, a mamma hai dato i lupini prima che ti lavasse la veste sporca! Ora, a noi, dai una frittella ciascuno prima che ti aiutiamo a mettere a posto il carretto per tornare a casa!».

Segue un istante di silenzio, in cui gli adulti si guardano l’un l’altro.

«Beh, in effetti, non hai torto. Anzi, me l’hai proprio fatta!».

«Dai pa’, non prendertela. Giovanni ha imparato tutto da me, in quanto a risposte pronte!».

«Infatti, siete proprio una bella coppia. Su, forza, mangiate le frittelle che poi si va a casa!».

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Una nuova rubrica: le recensioni tecnologiche della Pastorale Digitale

Consigli utili targati Pastorale Digitale.

Nell’ottica del condividere e mettere a disposizione di tutti le conoscenze, le capacità e le inclinazioni naturali di ognuno sfruttando un canale vasto come Internet, la Pastorale Digitale non si propone solo di mostrare uno spaccato di vita attiva delle chiese della diocesi ma anche di migliorarne lo stile di vita aggiornando e offrendo consigli sulle ultime trovate commerciali nel campo Hi-Tech.

Nel giugno 2016 nasce, infatti, sul sito pastoraledigitale.org una nuova rubrica destinata alle recensioni di materiale di supporto elettronico/informatico. Se ne occupa attivamente Francesco Evangelisti, brillante neo diplomato presso l’Istituto d’Istruzione Superiore Reggio-Nicolucci con indirizzo di studio in Informatica, membro della divisione Sviluppo Digitale all’interno della Pastorale Digitale della Diocesi di Sora Cassino Aquino Pontecorvo, già responsabile delle attività della Pastorale sul social Telegram e sviluppatore dell’app Pastorale Digitale per dispositivi basati su sistema operativo Windows.

In un mese di attività, numerose sono state le recensioni di accessori comunemente utilizzati legati al mondo della telefonia testati da Francesco: dal supporto per tablet e smartphone al cavo per alimentazione e trasferimento dati, passando per custodie, power bank e speaker Bluetooth.

Nei testi vengono messe in evidenza la funzionalità del prodotto, le caratteristiche tecniche, pregi ed eventuali difetti, il tutto corredato da immagini ed animazioni gif (NdA — le immagini in movimento che spopolano sui social) che mostrano l’utilizzo attivo dell’oggetto esaminato nella recensione.

Non mancano infine le considerazioni personali, senza risparmiare piccole critiche e miglioramenti apportabili all’articolo in questione.

Non resta che visualizzare per credere!

Deborah Casinelli

Foto di Copertina Designed by Freepik

 

 

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La Pastorale Digitale intervista S.E. Mons. Marcello Semeraro

Eccellenza buongiorno e grazie per la Sua disponibilità. Per prima cosa volevamo porgerle i migliori auguri per la nuova nomina a Membro della Segreteria per le Comunicazioni. Ci può illustrare i piani e programmi di questo nuovo ed importante organo istituito da Papa Francesco con “Motu Proprio” del 27 giugno 2015.

La riforma che il Papa ha intenzione di realizzare nella Chiesa si basa fondamentalmente su di un processo di avvicinamento alla persona, per farsi prossimo ai nostri contemporanei, specialmente a quelli più lontani, più bisognosi, “le periferie esistenziali”! Una formula che gli è cara, parla di “cultura dell’incontro”. Il processo di cui si parla richiede, dunque, una comprensione più profonda della cultura di oggi, che è il “luogo” dove questo uomo abita. Anche la costituzione di un Segreteria per la comunicazione si colloca in tale orizzonte culturale. Infatti, il Motu proprio con cui la si istituisce inizia richiamando l’attenzione su «l’attuale contesto comunicativo», cioè su questo “luogo dell’uomo contemporaneo”, e marca il centro della riforma con un obiettivo chiaro: «In tal modo il sistema comunicativo della Santa Sede risponderà sempre meglio alle esigenze della missione della Chiesa». Queste due frasi possono essere lette come un programma per il nuovo dicastero. La questione è fare sì che tutto l’assetto comunicativo della Sede Apostolica, costituito in un nuovo ente (dove convergono le nove istituzioni che fino a questo momento in qualche maniera si sono occupate di comunicazione), possa fare fronte in modo adeguato alle inedite e accresciute necessità comunicative della Chiesa, chiamata a svolgere la sua missione in un mondo culturalmente nuovo. Non si tratta, perciò, nel nostro caso di una riforma economico-organizzativa, ma di una riforma essenzialmente pastorale, dal disegno chiaramente ecclesiologico. In questo periodo iniziale si va costruendo l’architettura dell’edificio, con attenzione a non disperdere le risorse, anzi a ottimizzare quelle già esistenti: c’è dunque tutto un impegnativo lavoro organizzativo ed economico; l’essenza, però, è pastorale e il centro è la missione.

Papa Francesco nei suoi discorsi utilizza fortemente riferimenti al modo ed alla cultura digitale. I nuovi media in particolare internet ed i social possono essere un dono di Dio, come ci ha ricordato Papa Francesco nel Messaggio per la XLVIII Giornata delle Comunicazioni Sociali del 2014 ma in quanto tali spetta all’uomo farne il corretto uso. Quali a suo avviso le opportunità offerte dalla rete e quali i maggiori pericoli?

Il primo aspetto da sottolineare è la realtà culturale contemporanea della quale, lo vogliamo o non, fa parte in modo inscindibile il “mondo digitale”. Questa connessione è un dato di fatto e non dipende da una scelta della Chiesa; anzi, come diceva Benedetto XVI, è un mondo nel quale la gente ci abita da tempo. È urgente, pertanto, che la Chiesa comprenda l’esistenza di una nuova cultura, di una nuova realtà e, come ripeteva sempre il papa Benedetto nei suoi messaggi per la Giornata Mondiale della Comunicazioni Sociali, di un nuovo continente con i suoi abitanti, i nativi digitali. Tutto questo fermento culturale in atto richiede una nuova evangelizzazione proprio come nei tempi apostolici «come allora…così ora», si legge nel Messaggio 2009. L’opportunità offerta dalla rete è quella di una missione innovativa, per andare a incontrare le persone là dove sostano per lunghi periodi, mentre si scambiano affetti, pensieri; dove, paradossalmente, possono sentirsi vicini coloro stanno lontano e lontani quelli che sono vicini. Queste dinamiche relazionali attraverso la rete, in tempo reale, non sono un mero e banale “cambio tecnologico”. Toccando gli aspetti relazionali dell’uomo, esse diventano una questione fondamentalmente antropologica, e quindi centralmente ecclesiale. Si tratta, allora, di una cultura che offre una grande opportunità per portare l’Annuncio fino agli estremi confini della terra!

Le sue potenzialità possono certamente dare origine a situazioni problematiche, causate da un utilizzo scorretto dei mezzi. Non si deve, però, pensare a un pericolo legato esclusivamente al digitale, perché esso riguarda, in realtà, tutta la vita dell’uomo, coinvolgendo la responsabilità personale nell’utilizzo corretto dei doni e degli strumenti che si hanno a disposizione. Qualsiasi realtà umana, infatti, diventa pericolosa, quando non è utilizzata nel giusto contesto, secondo le modalità e fini che le sono proprie, o con un obiettivo totalmente diverso al proprio. Così è anche la rete: in sé è un dono che ci consente di raggiungere le persone ed evangelizzarle, rimanendo con loro, accompagnandole facendo loro sperimentare la tenerezza e la misericordia di Dio. Pericoli? Può succedere, ad esempio, che qualcuno, abusando di queste tecnologie, rimanga intrappolato in una “finzione” che gli impedisce di discernere la realtà, diventando succube di un mondo virtuale. È un fenomeno di cui siamo quotidianamente testimoni, che va dalla rete del terrorismo allo sdoppiamento di personalità, al cyberbullismo, ecc. La sfida, però, è proprio qui: che questi doni possano veicolare la Misericordia di Dio e servano per raggiungere con la presenza dell’amore cristiano le più estreme periferie esistenziali.

La Pastorale Digitale ha da poco ricevuto una prima definizione sulla Rivista “Orientamenti Pastorali” edita dal COP (Centro di Orientamento Pastorale): “Pastorale Digitale è quell’uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare della Chiesa nel continente digitale. È esperienza di presenza che non si riduce a condividere risorse digitali, ma che attiva «storie» di relazione autentica superando il dualismo online-offline; è riflessione, fondata teologicamente e attenta alle scienze umane, per una presenza nei new media che sa di vangelo; è promozione di criteri per un uso dei media digitali che fa crescere «l’umano»; è promozione di sviluppo di applicativi. La pastorale digitale va inquadrata nell’ambito più ampio della pastorale delle comunicazioni sociali: essa, quindi, non è una pastorale «altra» ma una declinazione della presenza e dell’impegno ecclesiale nel suo complesso.” Quali ritiene nel suo ministero di Vescovo le applicazioni della Pastorale Digitale? Progetti per i prossimi anni come Diocesi di Albano?

 

Come Vescovo di una Chiesa particolare ritengo che laddove l’uomo si trova, abita, scambia affetti, pensieri e intreccia relazioni (nella fattispecie il continente digitale), lì la Chiesa dev’essere presente, pronta ad ascoltare, a intercettare domande, problemi, paure, speranze e aspirazioni. Si tratta di un nuovo spazio per l’azione pastorale, allo stesso livello della catechesi in preparazione ai sacramenti, dell’incontro in parrocchia, della visita agli ammalati nelle loro case o in quelle di cura, della visita alle famiglie specialmente per la benedizione pasquale, della celebrazione delle nozze ecc. Si tratta, in definitiva, di cogliere dei “luoghi d’incontro”. Diversamente potrà succederci di parlare senza che il popolo di Dio ci capisca, perché ci avverte lontani, fuori dalle loro case, dalla loro vita vissuta. L’impegno per una pastorale digitale è conseguente. Al riguardo aggiungerei che la pastorale digitale non è da intendere come un territorio per specialisti, ma per tutti coloro che si occupano di evangelizzazione. Le nostre omelie, ad esempio, devono necessariamente avere presente il mutato contesto comunicativo. In questa prospettiva, diventa chiaro pure il ruolo fondamentale della Segreteria per la Comunicazione affinché la Verità di sempre, il messaggio evangelico (Gesù che è lo stesso ieri, oggi e sempre) sia annunciato all’uomo d’oggi, che ha una sua modalità culturale, un linguaggio che gli sono propri; dei criteri di comprensione, una maniera di pensare, di esprimersi molto diversi rispetto al passato anche recente. La pastorale digitale non può trascurare questi aspetti di novità che ci domandano di ripensare il modo di proporre l’omelia, la confessione, la catechesi, il dialogo con chi è ancora fuori del tempio. Se oggi noi parliamo come se ci rivolgessimo a donne e uomini dei primi secoli dell’era cristiana, o del Medioevo, non ci capirebbe nessuno.

 

 

Firenze 2015 ci ha lasciato in eredità un metodo quello della sinodalità. Un recente lavoro di tesi a cavallo tra l’ingegneria della Conoscenza e la pastorale ha evidenziato l’importanza dell’ascolto delle opinioni religiose della gente nel web che oggi più che strumento è ambiente. Cosa ne pensa?

La sinodalità della Chiesa è dimensione estremamente importante. Nello scorrere dei tempi la Chiesa l’ha vissuta in forme e intensità diversificate. Oggi, però, con papa Francesco e sentita specialmente come eredità del Vaticano II, ha assunto un’importanza che non si può più ignorare. In un importante discorso pronunciato il 17 ottobre 2015 per il 50mo anniversario di istituzione del Sinodo dei Vescovi Francesco ha spiegato che «una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare “è più che sentire”. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare». È una prospettiva nella quale mi ritrovo in pieno, anche a fronte di chi intende primariamente la sinodalità come luogo di decisioni! Francesco, invece pone in primo piano l’ascolto reciproco! Ora, in ambito ecclesiale e nel linguaggio della tecnologia la rete può essere considerata il corrispettivo della sinodalità. In questo senso, possiamo affermare che gli aspetti teologici, ecclesiologici, da sempre presenti nella Chiesa, trovano nella cultura contemporanea un terreno fertile e fecondo per potersi sviluppare. Risulta altrettanto vero che la cultura contemporanea può trovare nella ricchezza della comunione, nella sinodalità della Chiesa, un luogo dove essere capita e quindi meglio evangelizzata e illuminata dal Signore. La sinodalità, perciò, è una prassi da sviluppare in tutta la sua ricchezza e poliedricità, perché a livello di evangelizzazione, nuova cultura, comunicazione, ecc. essa ci aiuta a capire che la Verità è qualcosa che si cerca e si vive insieme con gli altri. La costruzione della cultura, della vita e del cammino verso Dio è realtà nella quale ciascuno ha la propria responsabilità e tutti siamo invitati a conoscere la parte d’impegno che ci riguarda.

 

È ipotizzabile un osservatorio della Pastorale Digitale nel Lazio?

 

La domanda supera qui il mio ambito personale e impegna la responsabilità dell’intero episcopato locale e di specifiche figure pastorali regionali. Per darle una risposta potrei esprimere l’auspicio che collettivamente l’episcopato laziale voglia esplicitamente impegnarsi anche su questo fronte. Nell’ambito dei media c’è già un importante impegno nella pubblicazione domenicale di Lazio7 col quotidiano Avvenire. Personalmente ritengo che sia necessario iniziare a strutturare un osservatorio per intercettare domande e necessità in questo inedito territorio della pastorale ordinaria. Urgenti, ad esempio, pare la costituzione di spazi formativi per il Clero al fine di fare meglio conoscere il “linguaggio digitale” e questo non perché tutti debbano fare comunicazione digitale, ma perché tutti possano capire meglio l’uomo contemporaneo e perché tutti abbiamo un linguaggio e un discorso che possa meglio raggiungere l’uomo d’oggi, dal confessionale all’omelia.

Intervista a cura di Riccardo Petricca

 

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La Pastorale Digitale come strumento formativo per i docenti

Giovedì 8 settembre, dalle ore 15:30 alle ore 18:30, si terrà l’incontro Lapastorale digitale come strumento formativo per i docenti, organizzato dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose della Pontificia Università Antonianum in collaborazione con la Diocesi di Sora – Cassino – Aquino – Pontecorvo.

L’iniziativa, patrocinata dal Centro Orientamento Pastorale e dal Servizio Informatico della Conferenza Episcopale Italiana, ha ricevuto l’approvazione (Prot. n. 43/16/Irc) del Servizio Nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica della Conferenza Episcopale Italiana come corso di aggiornamento destinato agli insegnanti di religione cattolica di ogni ordine e grado.

Visualizza il programma.

Iscrizione:

http://www.antonianum.eu/it/news/4662/La-pastorale-digitale-come-strumento-formativo-per-i-docenti

 

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SACRA FAMIGLIA di Vincenzo Ruggiero Perrino Episodio 7

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 7

Nazareth, anno 1 a. C.

Oggi la giornata è di quelle un po’ uggiose, né troppo brutta per restare in casa a fare i compiti (per i quali già normalmente la voglia è poca, figurarsi quando nemmeno il tempo invoglia a ripetere le regole della grammatica greca!), né abbastanza bella per voler andare a chiamare tutti gli amici e giocare in riva al lago.

“Che fare?”, s’era chiesto una mezz’oretta prima Giovanni, decidendo di recarsi a casa dagli zii, e condividere con il cugino Gesù la monotonia di quel giorno.

Giuntovi, trova Gesù in giardino.

«Ciao, cugino!», lo saluta.

«Ciao, Giovanni», ricambia sorridente l’altro, mentre sta armeggiando con una canna di bambù.

«Ma tu sei sempre di buon umore, sia che ci sia il sole sia che piova, sia che ci sia un tempo triste come questo?».

«Sì, perché?».

«A me questo tempo mi toglie tutta la voglia di fare qualcosa… qualsiasi cosa».

«Che volevi fare?».

«Boh, non lo so!».

«Poi, ti chiamo “testone” e ti lamenti!», dice Gesù, scoppiando a ridere.

«Non sono un testone!».

«Sì che lo sei! Prima dici che questo tempo ti toglie la voglia di fare qualsiasi cosa; ti chiedo “che vuoi fare?” e mi rispondi che non lo sai; quindi: che voglia ti ha mai potuto togliere questo tempo, se non avevi voglia di fare niente di preciso?».

«Mamma mia, quando fai il filosofo non ti sopporto!», conclude Giovanni.

«Andiamo a farci un giro, testone!», propone Gesù, «magari gironzolando troviamo qualcosa di intelligente da fare». E, afferrata quella lunga canna di bambù, la agita come fosse una specie di spada.

«Devi portarti dietro quella cosa?».

«Sì, potrebbe servire».

«A cosa?… No, non me lo dire… Preferisco non saperlo».

Così, dato un cenno a Maria che è in casa, intenta alle quotidiane faccende, alle quali qualsiasi sia il tempo bisogna comunque provvedere, i due cugini cominciano la loro passeggiata.

Mentre camminano, Giovanni di tanto in tanto alza gli occhi al cielo, nella speranza che quella spessa coltre di grigie nuvole si sia un po’ diradata rispetto allo sguardo di qualche minuto prima.

«Se guardi ogni due minuti per vedere se le nuvole sono andate via, non otterrai altro che farti venire il torcicollo».

«Credo che tu abbia ragione», ammette Giovanni, nel momento in cui giungono al centro del paese, dove, nonostante il maltempo, c’è un certo via vai di gente.

«Eccoci», dice Gesù.

«Non mi aspettavo tante persone!», esclama il cugino.

«Perché sei un testone e non mi dai mai retta!», e detto questo, Gesù, dato un colpo dietro la testa del cugino, comincia a scappare avanti.

Quell’altro comincia a corrergli dietro, finché non vanno entrambi a sbattere contro un ragazzino, finendo tutti e tre a terra.

«Ehi, ti sei fatto male?», chiede a Gesù quell’altro, che si è subito rialzato da terra, e gli sta tendendo la mano per aiutarlo a mettersi in piedi. È un ragazzo più o meno della loro stessa età; vestito in maniera molto raffinata; e ha l’aria assorta.

«Non è niente», replica lui, stringendo la mano e alzandosi a sua volta.

Giovanni invece resta riverso a terra ed annuncia: «Oh no, non vi preoccupate per me, non mi sono fatto nulla!».

«Su, testone, non fare la commedia con noi… Thalita cum!».

«Eh?», fa quello, che evidentemente non ha capito l’espressione greca.

L’altro ragazzino, che invece ha capito bene, scoppia a ridere. Giovanni, rialzandosi, fa l’offeso: «Mi state prendendo in giro per caso?».

«Ma no! Ti ha solo detto in greco, “ragazza, alzati”!», fa il nuovo amico.

«Come “ragazza”?».

«Eh sì, sembri una femminuccia, il tempo è brutto e ti lamenti, cadi per terra, peraltro senza farti niente, e ti lamenti, perciò…», dice Gesù, comunque sorridendo bonariamente.

«Ma… ma…».

«Forza, Giovanni, forza! Dai, poi tra una trentina di anni anche questa cosa ti sarà più chiara…».

«Oh, ci risiamo con quella frase!».

«Che frase?», chiede l’altro.

«Mio cugino, quando non ha di meglio da dire, dice che tra una trentina di anni le cose saranno più chiare…».

«Ehi, ma non ci siamo nemmeno presentati. Io sono Ismael».

«Io mi chiamo Gesù».

«E io Giovanni».

«Dunque, tu dici che tra una trentina di anni le cose saranno più chiare», dice Ismael, aggiungendo dopo un attimo di riflessione: «Mi sembra una considerazione sensata».

«Eccone un altro!», commenta Giovanni.

«Dove stavate andando?», continua Ismael.

«Ci annoiavamo a casa con questo tempo, e siamo usciti a fare un giro. Tu, invece?».

«Pensavo ad alcune cose che ci ha detto un rabbino qualche giorno fa a scuola».

I due cugini restano stupiti della risposta data dall’altro.

«Riguardo a cosa?», chiede Giovanni.

«A come fare per avere la vita eterna».

Gesù e Giovanni si scambiano un’occhiata di intesa. Poi, il primo prende la parola: «Beh, tu conosci i comandamenti: non uccidere, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».

Ismael annuisce con la testa. Poi, dice: «Tutte queste cose le osservo fin d’ora».

Allora Gesù gli dice: «Mi sembra che tu sia sulla buona strada, allora».

«Tuttavia, a volte mi sembra che manchi ancora qualcosa».

È quindi Giovanni a interrogarlo: «Cosa?».

«Se lo sapessi non starei a rifletterci, ti pare?».

Gesù conclude: «Io credo che per ora sia un po’ presto per preoccuparti di queste cose. Continua, piuttosto, ad osservare, come già fai, i comandamenti. Poi, tra una trentina d’anni si vedrà…».

«Ancora con questa storia?», riprende Giovanni.

«Dai, Giovanni, però ha ragione lui: da grande forse capirò!», dice Ismael.

In quella, un tuono squarcia la conversazione.

«Ragazzi, mi sa che sta per venire giù la pioggia».

Gesù alza gli occhi al cielo e si associa alla preoccupazione di Ismael, il quale un attimo dopo è raggiunto da due servitori, venuti per condurlo a casa.

«Padroncino, tuo padre e tua madre ci hanno mandati per riaccompagnarti a casa».

«Sì, eccomi», dice lui; poi rivolto ai due nuovi amici: «Volete venire a casa mia? Mio padre possiede molti beni e potremo divertirci quanto ci pare».

«Verremo, ma non ora, che bisogna tornare a casa», risponde Gesù.

«E quando?», incalza Ismael.

«Tra una trentina d’anni», è la risposta di Giovanni, che anticipa tutti, suscitando una generale risata.

Dopo i saluti, i due cugini riprendono la strada per rientrare.

«Ismael dev’essere molto ricco», commenta Giovanni.

«Già. Ma a volte quelli che possiedono molti beni si lasciano dominare da essi e perdono di vista il senso vero della vita e delle cose. Non è difficile che, per tutelare i propri averi, si finisca per smarrire il proprio essere… Cioè, non è questione di quanto si ha, ma di come lo si usa. Anche un povero può lasciarsi dominare dal poco che possiede!».

«Come parli difficile!».

«Tra trent’anni imparerò a spiegare meglio questi concetti. Avevo pensato di inventarmi delle storielle, così che anche un testone come te possa capire cose facili facili come questa che ho appena spiegato!».

Un altro tuono esplode in cielo, seguito un attimo dopo da una pioggia battente.

«Sbrighiamoci, o ci bagneremo», propone Giovanni, invitando l’altro a correre.

«No, aspetta. Prendimi due foglie larghe da quella pianta», dice Gesù, iniziando a manovrare la canna di bambù che si era portato dietro da casa.

«Ma ti pare il momento?».

«Dammi ascolto, prendimi due foglie larghe da quella pianta».

Giovanni fa un’espressione del tipo “contento tu di bagnarti”, e poi gli prende le foglie; Gesù, che aveva preparato la canna intagliandola in una strana forma con dei gancetti e dei bracci ad un’estremità, applica le foglie ai ganci; controlla che tutto stia a posto, e poi, mimando una musichetta da parata militare, esclama:

«Taa daa!».

Giovanni non comprende tanta esultanza, almeno fin quando Gesù, alzatosi quello strano aggeggio sulla testa, gli mostra a cosa serva, e cioè a ripararsi dalla pioggia! E subito, Giovanni, si mette anch’egli sotto quell’aggeggio, in modo da non bagnarsi.

«Cioè, hai costruito un coso per riparare le persone dalla pioggia?».

«Sì!».

«È una bella invenzione! Bisogna trovargli un nome però!».

«Beh, vedi queste stecche alle quali ho applicato le foglie? Sembrano raggi di sole, no?  Allora stavo pensando di chiamarlo “raggiera”», dice Gesù.

«Uhm, non è un granché… Vabbè, poi al nome ci si pensa».

Cammina cammina, giungono quasi verso casa, comodamente riparati dalla “raggiera”, continuando a conversare.

«Pensi che Ismael riuscirà a capire cosa gli manca?», chiede Giovanni.

«Di sicuro non smetterà di interrogarsi per i prossimi trent’anni. Del resto è una bella persona, onesta e rispettosa».

«Tanto, poi tra trent’anni capiremo!», esclama Giovanni.

«Esatto».

«Sai mai che anche noi saremo diventati ricchi vendendo questa tua invenzione nei giorni di pioggia?».

«Ma noi siamo già ricchi, Giovanni».

Giovanni si prende un attimo per riflettere, e poi, abbraccia il cugino e gli dice: «Sì, è vero, non ci manca niente e siamo sempre felici – tranne che per il greco a scuola».

«Ecco, bravo!», conclude Gesù, mentre ormai la pioggia ha finito di cadere.

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Mazara del Vallo

Di seguito il blog di don Alessandro Palermo

Sacerdote della Diocesi di Mazara del Vallo, ha conseguito la Licenza teologica in Comunicazione pastorale presso la Pontificia Università Lateranense.

…«il bene tende sempre a comunicarsi; comunicandolo, il bene attecchisce e si sviluppa» (Evangelii gaudium, 9). Il messaggio comunicativo della Chiesa è un bene che non può non essere condiviso, partecipato, comunicato. Ecco, allora, il “perchè” di questo spazio digitale: sarà uno scenario che, nel suo piccolo, svilupperà nella rete alcuni contenuti buoni per la pastorale digitale

https://elementidipastoraledigitale.wordpress.com

 

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Pastorale-Digitale-Riccardo-Petricca

Pastorale Digitale finalista al premio Shelley e Byron

Continuano i riconoscimenti per il libro Pastorale Digitale 2.0 di Riccardo Petricca con la postfazione del Vescovo S.E. Mons. Gerardo Antonazzo e la prefazione e l’editing della prof.ssa Adriana Letta ex direttore dell’Ufficio di Comunicazioni Sociali di della diocesi di Montecassino ed ora direttore aggiunto dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo.

Dopo il terzo premio del Concorso Internazionale Giacomo Leopardi premio ‘Medusa Aurea’ a Roma ed il premio Speciale della giuria del Premio Casentino ad Arezzo un altro importante e meritato riconoscimento si va ad aggiungere a quelli ottenuti.E’ arrivata infatti anche la finale nei Percorsi letterari… “Dal Golfo dei poeti Shelley e Byron, alla Val di Vara” III Edizione a La Spezia nelle mervigliose 5 Terre. Un importante concorso che premia le migliori poesie e la narrativa edita dal 2005.

Un riconoscimento che l’autore dedica al suo Vescovo, ai responsabili della Pastorale Digitale don Tomas Jerez e don Alessandro Rea e ad Enrico Mancini che ha curato il logo e la copertina del libro, ma soprattutto ai tanti giovani che ogni giorno lavorano per un grande progetto che oggi esce dai confini diocesani e ottiene riconoscimenti ed apprezzamenti da tutta l’Italia ma anche dall’estero. Dopo l’accordo con la Pontificia Università Antonianum si sta infatti chiudendo anche quella con l’Università Cattolica di Salta in Argentina ad avvalorare il valore accademico ed internazionale di questo progetto innovativo che parte dal Diritto e dovere di ogni uomo di ricevere e trasmettere l’annuncio del Vangelo. Ogni persona ha il diritto di udire la Buona Novella che si rivela in Cristo. A questo diritto corrisponde un dovere di evangelizzare. La Pastorale Digitale trasfigura tramite i nuovi media digitali questo diritto/dovere di ogni uomo.

Acquista qui il libro Pastorale Digitale

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Pastorale-Digitale-Roma-SanPietro-Infiorata

Infiorata Storica Roma 2016

L’Associazone Culturale Il Torrione, insieme ad altre 11 associazioni, partecipa all’Infiorata Storica di Roma, per onorare i patroni SS Pietro e Paolo, con un tappeto di sale dal titolo “Salve Regina,Mater misericordiae”

La giornata del 28 Giugno ha inizio alle ore 12:30 a Sora dove tutti gli associati si riuniscono alla volta della Capitale. Tutto sembra andare come previsto, quando il cammino degli artisti viene bruscamente interrotto a causa di un gravissimo incidente ,verificatosi pochi metri prima in prossimità dell’uscita autostradale di Valmontone. Caldo,stanchezza e tante ore di attesa non sono servite a spegnere gli animi dei laboriosi infioratori, i quali una volta arrivati a destinazione (alle ore 19) non hanno MAI smesso di impegnarsi per ottenere il tanto atteso risultato! Sullo sfondo un pubblico meraviglioso che con curiosità e tanta ammirazione ha segretamente incitato il nostro gruppo a dare il massimo. Lavori conclusi in tempi RECORD! Foto di gruppo con l’opera appena conclusa,festeggiamenti e poi il rientro alle luci dell’alba. Un vero e proprio successo tanto dal vivo quanto dal web! Articoli,fotografie,commenti,condivisioni e tanti “mi piace” ci hanno riempito il cuore e riscaldato l’animo! Orgogliosi di aver partecipato, entusiasti del risultato e pronti per una nuova sfida!

Di seguito vi proponiamo la descrizione del tappeto di sale realizzato all’ombra del “Cupolone”:

“La Madre Celeste rappresenta la volontà di affidare l’umanità intera alla misericordia del cuore di Gesù. Misericordia scolpita nello sguardo amorevole della Vergine che con la partecipazione “silenziosa” alla missione del Figlio è chiamata ad avvicinare agli uomini quell’amore universale da Egli profuso. I raggi che si diffondono fino a cingere la Basilica di San Pietro sono la metafora dello straordinario incontro della trascendente giustizia divina con l’amore. In ultimo, la fede in Gesù Cristo che da secoli consolida l’unione dell’uomo con Dio è il riflesso dell’amore della Sua comunità e, quindi, proprio la Basilica di San Pietro assurge a centro e simbolo del Cattolicesimo.”

Francesca Altobelli

Foto Domenico D’Antona

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