SACRA FAMIGLIA
di Vincenzo Ruggiero Perrino
Episodio 8
Nazareth, anno 1 a. C.
Giuseppe lavora come operaio al cantiere di Sepphoris. In particolare, egli è nella squadra che sta completando la ricostruzione dell’antico teatro. Erode Antipa, per accattivarsi le simpatie dei nuovi padroni della regione – i romani –, ha voluto ricostruire l’antica cittadina, la cui pianta ricordava curiosamente la forma di un uccellino, secondo criteri estetici ed architettonici, tali da farla assomigliare alle altre capitali dell’impero. Perciò, ha voluto che le strade venissero costruite secondo le regole architettoniche greco-romane, con file di botteghe, edifici amministrativi, negozi, banche. Il punto principale del programma di ricostruzione è il teatro, grande tanto da contenere cinquemila posti, per poter permettere a tutti i cittadini dell’intera zona di recarvicisi ad assistere agli spettacoli.
Purtroppo, nonostante la buona volontà degli operai e l’ambizione di Erode Antipa, può capitare che ritardi nelle consegne del materiale edile, o altri contrattempi, facciano rallentare i lavori, lasciando a casa i lavoratori, che così devono inventarsi un secondo impiego, per poter guadagnare quanto basta per dar da mangiare alla famiglia. Giuseppe si è procurato un carretto, sul quale ha montato una specie di grossa pentola, sotto la quale può accendere del fuoco. Quando non lavora a Sepphoris, va in piazza a Nazareth e frigge frittelle dolci e salate, che vende ai suoi entusiasti clienti.
Essendo una bella giornata di sole, e volendo pure andare a fare un giro tra i venditori del mercato, Maria ed Elisabetta, accompagnate dai rispettivi figli, hanno deciso di fare una visita a Giuseppe, per vedere come procede la sua mattinata.
«Ragazzi, vi sbrigate che è già tardi?», chiede dall’uscio Maria, mentre Gesù e Giovanni stanno finendo di prepararsi per uscire.
«Eccoci!», fanno in coro i due, mentre s’affacciano sulla porta, e poi cominciano a precedere le madri sulla via che porta al centro del paese.
Intanto, le due donne conversano tra loro.
«Sai che pensavo ieri sera prima di dormire?», comincia Maria.
«Cosa?».
«A quando Erode, per essere sicuro di uccidere anche mio figlio, ordinò che venissero uccisi tutti i maschi nati negli ultimi due anni a Betlemme».
«Come mai questi pensieri funesti?».
«Mi sono ricordata, che quel fatto avvenne proprio in questo periodo dell’anno, immediatamente dopo che ricevemmo la visita di quei sapienti orientali».
«Io credo che furono proprio loro a parlar troppo con Erode. Quello, di suo, era uno scervellato pazzoide; poi, ci si misero i sapienti ad annunciargli che doveva nascere il nuovo re! Capirai: Erode fece due più due, e sentendosi minacciato da quella profezia, non ci pensò su due volte a far uccidere tutti i bambini!».
«Sì, ma io a volte mi sento in colpa per la morte di tutti quegli innocenti!».
«Tu? E che c’entri tu? Non si sentiva in colpa quel pazzo… Ma ti ricordi che Erode aveva fatto uccidere finanche i propri figli?».
«Sì…».
«E allora? Vuoi sentirti in colpa tu? Del resto, Zaccaria mi disse che quella strage era già stata annunciata dal profeta Geremia. Ma noialtri non ricordiamo mai, se non quando non ci sono più di alcuna utilità, gli avvertimenti degli antichi…».
«Però, pensa a tutte quelle madri che hanno perso i loro figli, perché Erode voleva uccidere il mio, di figlio!».
«Ci penso, ma penso anche che, se Giuseppe all’epoca non avesse avuto quella visione in sogno e non avesse portato te e il ragazzo in Egitto, ora non staremmo nemmeno qui a parlarne… Anzi, non farmici nemmeno pensare!».
Dopo una breve pausa, Maria prosegue: «Ti ho mai raccontato che, quando siamo scappi verso l’Egitto, una sera stavamo per essere scoperti dalle milizie di Erode?».
«Uhm, credo di no. Dimmi un po’!».
«Beh, è presto detto. Noi, per precauzione, ci spostavamo di notte e ci riposavamo di giorno. In una delle tappe diurne, cercammo riparo in un campo di lupini…».
«Lupini… che buoni! Ma sai che c’è di strano? Sono anni che non riesco più a trovarne di così buoni e dolci come ne mangiavamo quand’eravamo piccole… Sono tutti amarissimi!».
«Credo di sapere perché», dice Maria, abbassando un po’ lo sguardo.
«Cioè? », fa Elisabetta, col tono di chi vuol soddisfatta la sua curiosità.
«Dunque: in questo campo le piante erano secche e avevano i baccelli maturi. Accadde allora che, quando attraversammo il campo, questi baccelli secchi cominciarono ad accartocciarsi per espellere i semi e, così facendo, produssero uno scoppiettio rumorosissimo. Giuseppe, allora, temendo che tale fracasso potesse far scoprire il nostro nascondiglio, rigirò l’asino e ci portò sotto altre piante al riparo dalla vista dei soldati. Io, però, mi spaventai talmente tanto, che maledissi quelle piante, affinché diventassero un’erba bassa dai semi amarissimi!».
«Ecco spiegato perché io non ne trovo più nemmeno dai mercanti dei posti più lontani! Che peccato, mi piacevano tanto…», conclude la cugina, con tono un po’ deluso.
«Ehi, ma’!», la voce di Gesù, interrompe il dialogo tra le due donne.
«Che c’è, figlio?».
«Ecco papà laggiù».
I quattro si avvicinano al banco dove un Giuseppe tutto sudato sta finendo di friggere un paio di frittelle per un uomo che sta aspettando lì nei pressi.
«Buongiorno a voi, signore e ragazzi!», esclama tutto sorridente.
«Come va?», chiede Maria.
«Benone direi! Ho fritto a più non posso, e sono soddisfatto del lavoro svolto, perché tutti mi hanno fatto i complimenti!».
«Da un lato sono contenta, da un altro lato un po’ meno, perché poi mi toccherà lavare le tue vesti per togliere la puzza di fritto!».
«Sempre a lamentarti stai!», sbotta Elisabetta, «piuttosto dovresti essere contenta che questo bravo ragazzo si dia tanto da fare per lavorare!».
«Vorrei vedere te, a lavare quelle vesti puzzolenti!».
«Va bene», dice Elisabetta, che poi prosegue rivolta a Giuseppe: «quando hai finito, dai a me le tue cose, che te le lavo!».
«Meno male! Un po’ di fatica in meno in casa», replica Maria. E poi, fa una smorfia verso la cugina, facendo ridere tutti, compreso l’uomo che sta aspettando che siano pronte le sue frittelle. Qualche minuto dopo, Giuseppe porge a quell’avventore le sue cose; quell’altro paga il dovuto e si allontana.
Giuseppe chiede: «A voi, com’è andata la mattinata?».
«Calma piatta, zio», interviene Giovanni, che continua: «mentre noi precedevamo giocherellando lungo la strada, le madri si trastullavano con discorsi sui tempi andati».
«Già. Come al solito, invece di pensare all’oggi ci preoccupiamo o di domani o di ieri. Pensa che testa!», chiosa Gesù.
«No, caro nipote: io mi preoccupo proprio per oggi. Ma, hai capito cosa mi ha raccontato tua madre? Che io non potrò mai più mangiare quei buoni lupini che a me piacevano tanto!».
Tutti gli altri si guardano un po’ sbigottiti e in silenzio. Poi, Giovanni si avvicina alla madre, le fa cenno di chinarsi verso di lui, le mette una mano sulla fronte, e poi annuncia agli altri: «Strano! Sta delirando, eppure la febbre non ce l’ha».
Naturalmente, tutti scoppiano a ridere.
«Insomma, cosa volete? A me i lupini di prima mi piacevano molto», cerca di difendersi Elisabetta, non facendo altro che aumentare l’ilarità degli altri.
«E questo sarebbe il problema di oggi?», chiede Gesù, piegandosi in avanti sulle spalle.
«Sì!».
«I lupini?», insiste il ragazzo, andando più giù ancora con la testa, per manifestare il suo ironico sconforto.
«Sì!».
Più di tutti, a ridere è proprio Giuseppe, il quale prende la parola:
«Allora, cara Elisabetta, tu davvero laverai le mie vesti al posto della mia sfaticata moglie?».
«L’ho detto prima!».
«Bene. Chiudi un attimo gli occhi».
Quella chiude gli occhi. Così Giuseppe, da un cassetto del suo carretto, tira fuori una ciotola; ci versa dentro una manciata di lupini, aggiungendo acqua e del sale; poi ne fa assaggiare uno ad Elisabetta, intimandole di continuare a tenere gli occhi chiusi; quella assaggia e poi esclama:
«Che buono! Cosa è? Posso riaprire gli occhi?».
«Certo!».
«Dunque, Giuseppe, cosa mi hai fatto mangiare?».
«Lupini».
«Lupini? Così buoni?».
«Certo. Ne ho raccolti un bel po’ e mi sono messo a… come dire… sperimentare… sperimentare come poteva essere corretto il loro saporaccio. È bastato aggiungere un po’ di acqua e un po’ di sale, e il gioco è fatto!».
«Ne posso avere un altro po’?».
Gli altri scoppiano a ridere nuovamente.
«Vedi zia? Tu ti preoccupavi tanto per dei semplici lupini. Pensa se invece dei lupini, fosse stato il sale a perdere il suo sapore! Non era peggio? Invece, secondo me, la cosa veramente importante è che l’uomo usi bene la sua intelligenza e non perda la voglia di scoprire nuove soluzioni a vecchi problemi. Dopo tutto è semplice: basta mettersi con buona volontà e un pizzico di umiltà, magari anche chiedendo aiuto agli altri, e anche quello che appare un problema insormontabile può trovare una soluzione banale e a portata di mano», spiega Gesù.
«Già. Ti devo delle scuse, Maria, perché mi sono arrabbiata con te prima, quando invece avrei dovuto semplicemente capire che quello che è successo è stato soltanto per evitare più spiacevoli conseguenze…».
Giuseppe conclude: «Ragazzuoli, se mi aiutate a sbaraccare torniamo a casa, che s’è fatto tardi».
«Ma a noi non toccherebbe assaggiare una tua frittella?», chiede Giovanni.
«Certo! Prima mi aiutate e dopo verrete ricompensati!».
«Come, zio, a mamma hai dato i lupini prima che ti lavasse la veste sporca! Ora, a noi, dai una frittella ciascuno prima che ti aiutiamo a mettere a posto il carretto per tornare a casa!».
Segue un istante di silenzio, in cui gli adulti si guardano l’un l’altro.
«Beh, in effetti, non hai torto. Anzi, me l’hai proprio fatta!».
«Dai pa’, non prendertela. Giovanni ha imparato tutto da me, in quanto a risposte pronte!».
«Infatti, siete proprio una bella coppia. Su, forza, mangiate le frittelle che poi si va a casa!».










